Le ragioni del malessere e del benessere quotidiano sono riconducibili
al vissuto di ogni singolo individuo. Ogni evento della vita di ciascuno di
noi può essere, infatti, interpretato come il risultato della propria storia
individuale, familiare, sociale ed ambientale. Il benessere soggettivo è uno
dei principali obiettivi dell’uomo e la gestione individuale dello stress rappresenta
il più importate nodo da sciogliere per raggiungerlo. Stare bene, comunque,
non vuol dire non avere niente, ma significa semplicemente ricerca continua
di una condizione di benessere psicofisico. L’uomo “sano” non vuole solo vegetare,
ma essere parte attiva nel suo ambiente. Il suo comportamento, il suo stile
di vita, le sue gratificazioni, l’immagine che ha di se stesso, dipendono dal
modo in cui si inserisce con la propria capacità di progettare e realizzare
la vita. La vita è trasformazione, è dinamismo (è un processo conoscitivo che
inizia alla nascita e termina alla morte). Il mondo dell’uomo non è statico,
non lo è la realtà in cui è inserito, non può esserlo il suo vissuto esistenziale.
L’uomo deve, quindi, adattarsi, conservare il proprio equilibrio interiore e
essere in grado di affrontare in modo adeguato le diverse circostanze della
vita. In teoria la capacità dell’uomo di adattarsi spiritualmente e psichicamente
è quasi illimitata, proprio perché egli riesce a progettare, a organizzarsi,
a superare molto spesso le difficoltà che ogni giorno si presentano, a utilizzare
al meglio le risorse di cui dispone. Ha la consapevolezza, comunque, che a volte,
lottare contro lo stress è veramente un’impresa difficile. E’ mia convinzione
che quanto più parleremo semplicemente di noi stessi tanto più ci sarà facile
agire secondo ciò che diciamo. Psicologicamente, siamo tutti dei giganti che
dormono. Siamo in grado di capire i nostri bambini meglio di quanto sappiamo
trattarli. Siamo perfino in grado di comprendere noi stessi meglio di quanto
sappiamo trattarci. La difficoltà sta nel fatto che eccediamo nell’esercitare
l’intelletto
anziché sentire ed agire. Comprendiamo quanto apprendiamo, ma ciò che apprendiamo
ci rimane nella mente anziché tradursi in comportamento (un esempio concreto
si verifica quando affrontiamo lo stress). La
cosa importate è che, per poter raggiungere potere di azione, la nostra introspezione
deve essere condotta da
prospettive diverse. Lo scopo di questo Notiziario, quindi, è quello di offrire
un piccolo stimolo per far
riflettere e fare qualcosa su noi stessi; fare qualcosa e farlo i modo vario
ma, soprattutto, attraverso il contributo di diverse “conoscenze”.
Cos’è lo stress.
La chiave per comprendere che cosa sia lo stress è il concetto di “adattamento”.
Questo concetto è la risposta che l’organismo adotta quando si trova di fronte
a una novità. Che la qualità dello stimolo sia piacevole o spiacevole è indifferente:
l’effetto stress è relativo al grado di novità che rappresenta per l’individuo
e ai conseguenti meccanismi fisiologici che vengono messi in atto per adattarsi
alla nuova situazione. La notizia di aver vinto qualche milione di € genera
infatti nella persona lo stesso grado di stress della notizia di essere licenziati.
In un primo momento questo può sembrare paradossale, ma se riflettiamo meglio
ci accorgiamo che entrambi i fatti modificano profondamente la realtà dell’individuo
costringendolo a un notevole cambiamento delle sue abitudini di vita. Le condizioni
di vita e i progetti per il futuro devono essere modificati per rispondere alla
nuova realtà. Certamente non tutti gli stimoli sono uguali: vincere dei soldi
non è come essere licenziati, e innamorarsi (altro fatto che se proviamo a riflettere
è estremamente stressante) non è come scoprire di avere una malattia, anche
se all’inizio questi fatti producono effetti simili. Gli studiosi infatti distinguono
tra eustress (eu = buono) e distress (dis = negativo, distruttivo per l’esistenza).
In entrambi i casi però lo stress è rappresentato da quella sorta di fissazione,
di non riuscire a pensare ad altro che caratterizza questa esperienza. Possiamo
dire, quindi, che le occasioni di stress sono molteplici, sia che si tratti
di avvenimenti positivi sia che si tratti di avvenimenti negativi.
Lo stress, comunque, non è di per sé né positivo, né negativo: la vita con il
suo procedere costringe l’uomo a un processo di adattamento continuo a tutte
le novità e i cambiamenti che via via si presentano. Non solo, ma una totale
mancanza stress è dannosa per l’essere umano. Così un individuo posto in una
cella di isolamento vive dei momenti di profonda angoscia; una persona cui non
giungano stimolazioni sensoriali, privata ad esempio della vista o dell’udito
vivrà una condizione psicologicamente difficile. Lo stress è quindi anche il
sale della vita: un giusto dosaggio di questo ingrediente rende più saporito
il menù. Ma un eccesso di stress è molto nocivo alla salute. Il nostro organismo,
infatti, è “progettato” in modo tale da fornirci, attraverso delle sostanze
ormonali, quelle energie extra che potrebbero esserci utili nel caso che la
novità entrata nel campo della coscienza si possa rivelare pericolosa. Per comprendere
questo meccanismo immaginiamo per un attimo che nel nostro cervello ci sia un
guardiano che controlli che tutto sia normale e tranquillo. Il suo compito consiste
nel far scattare l’allarme ogniqualvolta noti qualcosa di sconosciuto, di non
ben identificato, che potrebbe quindi rappresentare la scarica degli ormoni
preposti a fornire energia extra, si predispone a reagire all’eventuale minaccia.
Si produce cioè uno stato di allerta (ansia) simile a un gatto quando lo vediamo
immobile ma teso, pronto a scattare al momento opportuno. Ciò che oggettivamente
percepiamo, quando questo accade, è accelerazione del respiro, aumento della
sudorazione, aumento del battito cardiaco, ecc. Siamo pronti cioè a reagire
al pericolo che ci minaccia. Quando l’allarme è finito cessa anche la produzione
di questi ormoni che vengono poi pian piano smaltiti dall’organismo. Ma immaginiamo
ora che l’allarme venga attivato in modo continuativo: un sorpasso pericoloso,
un ritardo che ci costringe a correre, immagini emozionanti di un film che ci
turbano e così via; a ogni allarme un po’ di quegli ormoni verranno messi in
circolo, ma data la frequenza con cui questo accade l’organismo non riuscirà
più a smaltirli; ci troveremo, di conseguenza, sovreccitati e pronti a scattare
anche quando non sia il caso. Essendo, quindi, sempre eccitati, avremo poi difficoltà
nel riuscire ad addormentarci, a digerire bene, a sederci un momento a riposare
e a riflettere. Si entra in una specie di circolo vizioso in cui l’eccitazione
ci impedisce di riposare e ci porta all’azione, e l’azione a sua volta ad altro
stress e quindi a nuova eccitazione.
Comunemente chiamata “risposta di lotta o fuga”, la reazione del corpo alla
sfida o al pericolo consiste in una complessa catena di cambiamenti fisici e
biochimici che riguardano l’interazione tra cervello, sistema nervoso e numerosi
ormoni. Come risultato il corpo è in possesso di tutta l’energia disponibile
per rispondere alla situazione. Che si tratti di un pericolo mortale, della
partecipazione a una gara o del dover affrontare una scadenza; in risposta allo
stress, l’adrenalina (l’ormone secreto dalle ghiandole surrenali che agisce
sulla circolazione, sulla respirazione e sul metabolismo), l’aumento della pressione
sanguigna, del ritmo cardiaco e dell’immissione di ossigeno e il sangue che
fluisce verso i muscoli si combinano in modo da fornirci la forza, l’energia
e la lucidità mentale di cui abbiamo bisogno per dare il meglio di noi stessi.
Anche altre parti del corpo sono coinvolte nella risposta. Il sistema digestivo
si blocca (e questo spiega perché lo stress può provocare l’ulcera), la pelle
suda, i muscoli si tendono per prepararsi all’azione. Inizialmente l’eccitazione
scatta nell’ipotalamo (un minuscolo grappolo di cellule alla base del cervelletto
che controlla tutte le funzioni automatiche del corpo). Qui una complessa catena
di reazioni nervose e di impulsi chimici attiva il sistema simpatico, che provoca
un certo numero di alterazioni in tutto il corpo. Ricerche recenti sull’interazione
tra mente e corpo hanno dimostrato che il nostro corpo può entrare in stato
di allarme in modo a noi del tutto inconscio, a causa del nostro atteggiamento
psicologico ed emotivo nei confronti dello stress. Emozioni anticipatorie, come
l’impazienza, l’ansia , la collera e la paura, possono produrre gli stessi impulsi
nervosi e le stesse reazioni chimiche prodotte da una situazione concreta. L’ipotalamo
riceve i messaggi da varie parti del cervello. Così esso continua a preparare
il corpo all’azione, anche se quest’azione non ha mai luogo, consentendo quindi
l’accumulo della tensione muscolare e delle sostanze chimiche non scaricate.
I segnali dello stress.
I riflessi nervosi. mangiarsi le unghie, stringere i pugni, serrare le mascelle,
digrignare i denti, assumere una posizione curva, tormentare la pelle del viso
o quella attorno alle unghie, toccarsi i capelli.
Le malattie legate allo stress. Asma, mal di schiena, disordini digestivi, mal
di testa emicranie, dolori e disturbi muscolari, disordini sessuali, eruzioni
cutanee.
I cambiamenti d’umore. Ansia, depressione, frustrazione, collera e ostilità
abituali, sensazione di non farcela, sensazione di non avere più niente davanti,
impazienza, irritabilità, irrequietezza.
Il comportamento. Aggressività, disturbi del sonno fare diverse cose contemporaneamente,
esplosioni emotive, lasciare i lavori incompiuti, reazioni sproporzionate, parlare
troppo forte o troppo velocemente.
Hai … fretta!
Ecco una serie di domande alle quali è bene rispondere attentamente. Servono infatti a stimolare in chi legge una riflessione sul proprio stato di “accelerazione” esistenziale:
• Ti accorgi di parlare troppo velocemente?;
• Metti fretta agli altri mentre parlano, interrompendoli con frasi del tipo
“bene, bene” o completando in anticipo le loro frasi?;
• Sei infastidito dal dover fare la fila?;
• Pensi di aver abbastanza tempo per fare tutto?;
• Non sopporti di perdere tempo?;
• Consumi i pasti troppo in fretta?;
• Ti accorgi di correre troppo con l’auto?;
• Tenti di fare più di una cosa alla volta?;
• Ti rende nervoso vedere una persona che lavora con eccessiva lentezza?;
• Ti sembra di aver poco tempo per rilassarti e goderti una giornata in santa
pace?;
• Ti consideri troppo impegnato?;
• Batti i piedi ritmicamente o tamburelli con le dita?;
• Mentre parli pensi ad altre cose?;
• Detesti oziare dopo i pasti?;
• Cammini con passo veloce?;
• Ti irriti se ti fanno aspettare?;
• Detesti perdere tempo negli sport e nei giochi?
• Ti accorgi di stare con i pugni chiusi o co le mascelle e il collo contratti?;
• Ti accorgi che stai facendo piani per l’attività futura?;
• Sei una persona competitiva?
Le fasi dello stress.
Lo stress come abbiamo evidenziato più volte, è la risposta che l’organismo
adotta quando si trova di fronte a qualche novità cui deve adattarsi. Tale adattamento
si sviluppa in tre fasi: reazione di allarme, fase di resistenza e fase di esaurimento.
1. Reazione di allarme. In questa fase cominciano ad apparire alcune alterazione
fisiologiche (sudorazione, alterazione del battito cardiaco, del respiro, ecc.),
nello stesso tempo si ha una diminuzione delle difese generali dell’organismo
in conseguenza delle quali l’organismo è più facilmente aggredibile dalle malattie.
2. Fase di resistenza. In questa fase i segni caratteristici dell’allarme scompaiono
e le difese corporee aumentano notevolmente; se nonostante ciò l’individuo non
riesce a trovare il proprio equilibrio e ad adattarsi si passa alla terza fase,
o dell’esaurimento.
3. Fase di esaurimento. Le difese generali si fanno nuovamente molto basse e
se non intervengono meccanismi di recupero o se l’agente stressante continua
la propria azione (oppure si aggiungono altri motivi di stress), l’organismo
può soccombere. E’ in questa fase che si sviluppano i meccanismi patologici,
le malattie.
Come si può notare non ci esauriamo in un giorno. Il nostro organismo al contrario
invia segnali rilevanti per manifestare che qualcosa non va; ciò che risulta
importante è non ignorarli. Superato il livello di guardia lo stress si trasforma
da positivo ed eccitante in insidioso nemico che può condurci a sviluppare un’ulcera
gastrica (produzione eccessiva di acido cloridrico) un attacco cardiaco, o uno
stato di insonnia grave.
Possiamo identificare il momento del rischio prima che sia troppo tardi? Possiamo
sapere quali sono i limiti della nostra resistenza per non oltrepassarli?
Per molte malattie è sufficiente fare gli esami del sangue per sapere se ne
soffriamo o meno. Per quel che riguarda lo stress la cosa è un po’ più difficile;
ecco, di seguito, un quadro di alcune situazioni tipo che possono dar l’idea
delle sintomatologie. I sintomi, comunque, sono il risultato di disturbi funzionali
e variano in ciascuno di noi a seconda dei nostri condizionamenti e dei nostri
punti deboli: in ogni caso avvertono che è l’ora di fermarci e di riflettere
sulla situazione. È possibile raccoglierli in tre gruppi (è chiaro che la sintomatologia
deve essere continuativa non episodica):
1 - Lo stato di irritabilità si manifesta con una marcata ipereccitazione dell’umore.
Si è sempre “su di giri”, con tendenza a muoversi e a agitarsi senza ragione,
con un senso di paura che non si riesce a spiegare. Si soffre di insonnia. L’individuo
è in continuo stato di allarme, pronto a sussultare per qualunque cosa.. La
difficoltà di concentrazione è disturbata, con scadimento del lavoro e predisposizione
agli incidenti. Si fumano più sigarette e si è anche maggiormente inclini all’uso
di alcol, di psicofarmaci o di droghe in cui si cerca il benessere e sollievo
agli affanni.
2 - La depressione si manifesta con un senso continuo di stanchezza, di perdita
della gioia di vivere. Sono molti oggi a provare la fatica di tirare avanti
che si avverte già al momento di alzarsi, al mattino. Non si vorrebbe mai cominciare
la giornata, in parte perché si è già stanchi, in parte non ci si sente di affrontare
problemi e responsabilità.
3 – Le somatizzazioni portano a palpitazioni cardiache, sudorazioni abbondanti,
frequente bisogno di urinare, emicrania, dolori al collo e alla schiena generalmente
dovuti alla tensione muscolare, disturbi gastrici e intestinali, perdita o eccesso
di appetito con conseguente alterazione del peso corporeo.
L’essere umano si sente cosciente principalmente del proprio pensiero, delle proprie azioni. Tende a dimenticare che mentre è tutto indaffarato a meditare, osservare, decidere, agire, una parte di lui continua imperterrita a far funzionare il cuore, a far crescere le unghie e i capelli, a digerire i cibi, a rendere possibile il movimento attraverso un complesso sistema di coordinamento muscolare ecc. Molto raramente, e in genere solo quando esercitiamo un controllo volontario, abbiamo coscienza delle nostre masse muscolari o del respiro o del cuore, oppure del fenomeno di termoregolazione che noi percepiamo come caldo o freddo. La produzione degli ormoni, il riprodursi delle nostre cellule, la sottile corrente elettrica che viene prodotta dal nostro cervello sono completamente inconsci e per nulla raggiungibili dalla coscienza. E’ però possibile giungere in via intuitiva, senza percorrere il cammino scientifico che altrimenti ci condurrebbe a esaminare in profondità i meccanismi fisiologici del nostro organismo, a comprendere quanto in realtà la nostra emozione avvenga contemporaneamente nella mente e nel corpo: immaginiamo ad esempio di sentire il bisogno di piangere, il petto si contrae per emettere un singhiozzo, la bocca dello stomaco si chiude, anche i muscoli del volto si predispongono. Immaginiamo ora di volerci controllare, trattenere, di sentire un senso di disagio: contemporaneamente altre parti della nostra muscolatura entrano in azione per inibire il nostro singhiozzo, la gola si contrae sino a chiudersi, il volto cambia espressione. Così accade anche per ciò che riguarda la rabbia: il nostro pugno si stringe, siamo pronti a sferrare un attacco che serva ad aver ragione del nostro avversario ma… ci controlliamo. Ecco giungere in aiuto altre masse muscolari che servono a inibire l’impulso che si vuole controllare. Normalmente chiamiamo tutte queste sensazioni con il nome delle emozioni, dei sentimenti che le distinguono: se il cuore batte e sentiamo delle vampate di calore di fronte alla persona che amiamo affermiamo di essere innamorati e non di avere la tachicardia o la pressione alta: se ci tremano le gambe dalla paura, non pensiamo che le nostre gambe si stiano ammalando. La somatizzazione accade quando si vuole negare il sentimento corrispondete. Se per esempio la persona che sta cenando con me è sgradevole, negativa nel suo rapporto con me, molto probabilmente quella cena mi “starà sullo stomaco”, ma se io negherò che quella persona o quella situazione mi mettono a disagio, mi fanno stare male, molto probabilmente preferirò pensare che il “pesce” mangiato mi ha fatto male. Il corpo quindi, viene vissuto come traditore, estraneo, malato, mentre di fatto siamo noi a volerci nascondere un vissuto profondo.
Cosa possiamo fare?
La risposta appare più che ovvia: fermarci e cambiare. Se viaggiando di notte,
esausti per il sonno e la stanchezza, ci accorgiamo di sbandare, ci viene facile
concludere che è meglio fermarci e concederci un po’ di riposo. Non è altrettanto
facile arrestarci, invece, quando abbiamo superato il nostro livello di guardia
in fatto di stress. La tensione accumulata nell’organismo, infatti, è tale da
rendere molto difficoltoso anche il sonno e diviene quasi impensabile e rilassarsi.
Non risulta molto utile neppure ricorrere a tranquillanti di qualunque tipo
dal momento che, un poco alla volta, questi finiscono per diseducare la persona
a trovare la soluzione in modo autonomo e all’intero di sé. Si può creare infatti
una fastidiosa dipendenza dalla compressa per dormire o dalla sostanza che ci
regala “preziosi” attimi di quiete che però non si è in grado di generare da
se stessi. Ciò che è quindi importante fare innanzi tutto è rieducarci gradualmente
alla distensione psicofisica. Stabilire i momenti dedicati al riposo e quelli
dedicati all’azione, imparare a “staccare” con delle piccole pause di svago,
concederci dei momenti di calma, di serena tranquillità, devono divenire le
parole d’ordine di un processo educativo, o meglio rieducativo, che ci porti
a riequilibrare i meccanismi di tensione o distensione. Ma quale può essere
il mezzo, la tecnica che ci può condurre pian piano al nostro cammino? La risposta
viene proprio dal corpo: l’ascolto dei suoi ritmi, delle sue pulsazioni, del
fluire degli umori; l’osservazione degli stati d’animo che in noi si succedono,
l’assumere il punto di vista di chi distaccato osserva il suo corpo, produce
distensione e rilassamento.
Se riflettiamo bene, il linguaggio del corpo è il più antico di qualunque altra
modalità espressiva: quando veniamo al mondo la nostra coscienza delle cose
è limitata esclusivamente ai fondamentali bisogni del corpo. Nella percezione
del neonato si alternano principalmente due vissuti: fame e sonno. Il corpo
si configura nella coscienza. Nei primi stadi della nostra esistenza la scoperta
del corpo costituisce una delle principali fonti di interesse ci applichiamo
così, con costante attenzione, alla scoperta e all’acquisizione di nuove abilità.
La realtà esterna in cui il bambino si evolve lo porterà a sviluppare determinate
competenze piuttosto che altre: chi nasce in campagna svilupperà un corpo più
agile e forte, ma avrà delle difficoltà rispetto al bambino di città nel riconoscere
e utilizzare tutti gli stimoli acustici e visivi che abbondano in questo luogo.
Allo stesso modo l’organismo si svilupperà in modo diverso a seconda dell’atmosfera
psicologica presente nella famiglia e delle richieste che gli vengono fatte:
per compiacere un genitore che ama modi aggraziati ed eleganti la bambina può
pian piano forgiarsi un corpo morbido e movenze flessuose. Un collo molto teso
e rigido può essere conseguenza di un bambino che voleva a tutti i costi dimostrarsi
“forte” con il padre; una schiena troppo arcuata può rivelare un desiderio di
essere seducenti mettendo in risalto le rotondità posteriori o, al contrario,
le spalle curve indicano magari la passata vergogna di esibire un seno troppo
florido. In poche parole posiamo concludere che forzare il corpo ad assumere
determinate posizioni ed atteggiamenti, può indicare o esprimere (nascondere)
sentimenti e stati d’animo. Può così accadere che la nostra fragile ballerina
di ieri, oggi digrigni e arroti i denti la notte scaricando così la sua inespressa
voglia di imporsi, e che il nostro eroe impettito di ieri soffra oggi di un
doloroso mal di schiena che lo rende completamente curvo. Benché lo stress sia
il principale responsabile di tutti i nostri sintomi, in ognuno di noi l’espressione,
la scelta del sintomo resta sempre aperta. Di fronte al medesimo conflitto ogni
individuo risponderà in modo sorprendentemente originale. Essendo il vissuto
di ciascuno di noi diverso, la soluzione ai singoli problemi dovrà essere, quindi,
rigorosamente personalizzata.