Noi impariamo dall’esperienza, dalla nostra esperienza personale.
Tale “conoscenza” si acquisisce mediante il rapporto costante con la realtà:
dalla nascita alla morte. Possiamo dare ascolto a un consiglio, ma alla fine
è l’applicazione pratica, concreta di quel suggerimento a permetterci di imparare
e di conservare il nuovo apprendimento (… attenzione però ai consigli elargiti
da “sconosciuti”: seguire i suggerimenti altrui in modo incondizionato potrebbe
diventare inutile e dannoso perché ci si vincola a modelli di pensiero e a schemi
mentali che non appartengono a noi). Quando ci troviamo davanti a una situazione
nuova, le “conoscenze” precedenti ci permettono di affrontarle in modo efficace:
passiamo rapidamente in rassegna tutte le nostre esperienze (… depositate dentro
di noi) per usarle in modo da procedere adeguatamente con una certa sicurezza.
L’arte di diventare adulti richiede il confronto continuo con migliaia di situazioni
nuove su cui non abbiamo ancora alcuna conoscenza. Usiamo la nostra limitata
esperienza, la curiosità, il desiderio di cambiare e il coraggio di affrontare
dei rischi per addentrarci in queste nuove esperienze. Si potrebbe dire che
i requisiti per sviluppare queste abilità, queste conoscenze sono:
- spinta e motivazione personale o il desiderio di cambiamento; - capacità di
assumersi dei rischi e cioè il coraggio di tentare qualcosa di nuovo; - le capacità
di superare il dolore legato agli errori inevitabili durante il periodo di transizione;
- modificazioni interne del meccanismo di apprendimento che possa permettere
di reagire diversamente alle situazioni future. Se osserviamo un bambino alle
prese ad imparare ci renderemo subito conto quanti sono i processi necessari
per questo cambiamento. All’inizio egli va a quattro zampe tutto soddisfatto,
a parte qualche imprevisto (… cozzo contro uno spigolo), e vede il suo ambiente
da un punto di vista sicuro e familiare. Poi una forza innata, stimolata dall’ambiente
circostante, lo spinge a stare eretto. Il mondo gli appare improvvisamente meno
familiare, il piccolo vacilla, cade e scoppia in lacrime. Questa esperienza
è solo l’inizio. Gradatamente, dopo infinite cadute e, naturalmente incoraggiamenti
e atteggiamenti comprensivi (… speriamo!), il bambino impara a stare ritto da
solo. Poi, con molta pratica e un aumento di sicurezza (… supportata dall’esortazione
familiare), per lui stare in piedi diventa un processo automatico, che non include
più tutti gli errori legati al processo di apprendimento. Questa modalità, questo
schema continua anche quando diventiamo adulti. Possiamo considerare il corpo
e la mente come un pacchetto di possibilità potenziali. Tale “unità” (mente
e corpo) contiene immagazzinata immensi poteri fisici e mentali che aspetta
solo di essere liberati. Durante tutta la vita, l’individuo si sforza di appropriarsi
di queste “conoscenze”, di questo potenziale. Se il processo di apprendimento
suscita fatica, dolore o paura, possiamo istintivamente limitare il nostro lavoro
di “conoscenze” (di crescita) in quella determinata direzione, ma così facendo
ci priviamo, probabilmente, di una importante chance. Se una situazione è troppo
penosa da accettare possiamo ricorrere ad un’altra modalità di espressione:
al sintomo. Questo sintomo dà dei vantaggi iniziali, probabilmente ci evita
una sofferenza maggiore, ma col tempo, una volta passata la sfida iniziale,
risulta non più giustificato. Esso però fa ormai parte del nostro “repertorio”
(… stile di vita, comportamento, atteggiamento, ecc.) e così non ci abbandona
più. Sembra che esistano due modi di gestire una situazione difficile. Possiamo
usare una capacità appropriata, sviluppata attraverso l’apprendimento sperimentabile
durante il processo di crescita, oppure se questa non esiste, ricorrere a un
sintomo come ad un adeguato sostituto inconscio. Il sintomo è fornito dalla
mente (inconscia) per evitare il dolore, la paura e il senso di colpa. Nei primi
momenti il sintomo ha una funzione di compensazione della capacità di affrontare
le cose in modo diverso. In seguito si sviluppa un’abitudine che incorpora il
sintomo, e, anche quando la “zona di pericolo” è passata da molto tempo, la
forza dell’abitudine perpetua il sintomo. E’ come se una persona che sta imparando
a guidare evitasse per poco un incidente, e, in seguito alla paura, si mettesse
a guidare a velocità ridotta. Man mano che passa il tempo la persona in questione
diventa sempre più esperta, ma seguita a guidare con un “eccesso” di prudenza
a causa della paura, ora sicuramente non più appropriata, creando naturalmente
non poche difficoltà a se stessa e agli altri utenti della strada. Alcuni individui
che soffrono di sintomi di tensione, stress e relazioni insoddisfacenti hanno
una difficoltà sottostante di discutere con il proprio interlocutore. Nell’infanzia
essi sono cresciuti vedendo (… o hanno creduto) i loro genitori lottare di continuo,
urlando uno contro l’altro, e hanno deciso in modo irrevocabile che da “grandi”
non avrebbero mai provocato un litigio. La paura causata dal fatto di vedere
o udire un litigio tra i genitori è radicata tanto profondamente in loro che
queste persone farebbero qualsiasi cosa per evitare una lite. In un rapporto,
per esempio, cedono non appena avvertono la possibilità di un disaccordo. Il
loro “interlocutore” spesso approfitta di questa situazione e diventa più esigente
e prepotente, e dopo molto tempo la sicurezza di chi fugge il litigio è distrutta.
Il rapporto tende ad essere squilibrato: da una parte c’è chi fa di tutto per
tenerlo insieme con il suo atteggiamento sottomesso, dall’altra chi diventa
sempre più esigente e insoddisfatto. L’incapacità a imporsi può associarsi a
tutti i generi di sintomi: stanchezza cronica, mal di testa, obesità, sonnolenza,
tutti stati che possono essere usati allo scopo di evitare paradossalmente una
discussione. Questi sintomi rappresentano, a livello “inconsapevole”, una zattera
a cui aggrapparsi (… il vero disagio emotivo consiste nell’atteggiamento verso
la vita). Il terrore di un “confronto” è tanto temuto che viene preferito qualsiasi
altro inconveniente. Malgrado ripetuti tentativi di liberarsi dal sintomo, esso
rimarrà finché si evita di essere assertivi (affermarsi). L’obesità è un sintomo
usato frequentemente come alternativa al fatto di affrontare una sfida in modo
più adeguato. Quando eravamo piccoli, il cibo veniva usato come sostituto per
una gran quantità di problemi. Non si dice forse “Mangia qualcosa, starai meglio”,
ci siamo sentiti ripetere un sacco di volte quando ci era capitato qualcosa
di spiacevole che la vita presenta, molta gente conserva l’abitudine di “mangiare
per stare meglio”, cosa molto più facile che affrontare il problema in modo
appropriato e adulto. Il problema, comunque, è che l’uso del cibo come di una
panacea non funziona. La situazione non affrontata rimane (esiste ancora) e
l’essere obesi costituisce, purtroppo, un ulteriore problema (senso di colpa
per aver mangiato, ecc.). In una qualsiasi situazione difficile, l’abbiamo l’alternativa
tra cambiare il nostro comportamento e imparare a convivere con i nostri limiti.
Quando questi ultimi diventano eccessivi, possono far la loro comparsa i sintomi.
Essi possono apparire anche quando, per qualche ragione, non riusciamo più a
tollerare la situazione. I sintomi ci aiutano a evitare di affrontare, un mondo
con cui ci sembra troppo difficile misurarci: così abbracciamo il sintomo come
“l’unico modo per uscirne”. I sintomi comunque sono sempre messaggi per noi,
il più delle volte sotto forma di consolazione, di punizione o conflitto. Imparare
a comprenderli e capire che possono riflettere una situazione lontana negli
anni può essere decisivo per liberarci di loro, modificando alcune abitudini,
in modo tale da uscire da quella dolorosa gabbia che nel tempo ci siamo costruiti.
I sintomi, come abbiamo visto, si sviluppano di solito dalla tensione emotiva
che affligge chi si sente “sconfitto”. Una delle funzioni delle emozioni è di
preparare il corpo ad una determinata azione. Quando una persona ha paura il
cuore batte come quando si corre. Il corpo è posto così in condizione di sfuggire
l’oggetto temuto. Analoghi cambiamenti fisici avvengono anche nei momenti di
collera, quando il corpo si prepara all’attacco. Finché questi cambiamenti fisici
si traducono in movimenti appropriati, il corpo mantiene il suo equilibrio.
Ma se viene impedito un movimento, il corpo entra in uno stato di tensione violenta
e non naturale che viene vissuto come una sensazione di disagio fisico. Sentiamo
allora delle palpitazioni al cuore, dei disturbi viscerali, e il respiro si
fa veloce e affannoso come se stessimo correndo. A volte cerchiamo di liberarci
da queste sensazioni facendo dei movimenti: così, per esempio, se ci troviamo
in un forte stato di eccitazione o di tensione per un progetto che non siamo
in grado di realizzare subito, ci sentiamo spinti ad alzarci ed a camminare
su e giù per la stanza. Molti sintomi, in sostanza, non sono altro che movimenti
di questo tipo che hanno lo scopo di liberarci dalla tensione psichica che ha
prodotto uno squilibrio nel nostro corpo. Poiché questi movimenti insorgono
dinanzi a situazioni che il soggetto è incapace di superare, essi sono sempre
movimenti inutili, come per esempio quelli di una persona eccitata e ansiosa
che cammina su e giù per la stanza (producendo nel soggetto un senso temporaneo
di sollievo). Una volta che cominciano a prodursi effetti del genere (… senso
di quiete), essi, come ogni altra abitudine entrano a far parte del modo di
fare dell’individuo, ed egli se ne servirà (… a volte a sua insaputa) e li esagererà.
Se sente le palpitazioni al cuore comincia a dolersi di questa sensazione finché,
ogni volta che si troverà di fronte ad una difficoltà, o che non riuscirà a
trovare la strada, o che si accorgerà che gli altri non si curano di lui, il
cuore comincerà a battergli velocemente. I sintomi devono perciò essere considerati
come movimento o gesto che esprimono uno stato psichico di ansietà, di desiderio,
di collera, di rifiuto, ecc., e che in seguito vengono usati dal soggetto per
raggiungere i suoi scopi personali (… questo – deve essere ricordato per evitare
moralismi e ingiustificate colpevolizzazioni - è un meccanismo inconscio che
avviene all’insaputa del soggetto!). Vomitare ha, in genere, il significato
di esprimere un dissenso (… qualcosa che non va). Anche svenire può essere il
totale rifiuto di una situazione che la persona si sente completamente incapace
di risolvere. Il corpo parla un linguaggio comportamentale: linguaggio degli
organi. Le funzioni organiche sono regolate dallo stile di vita (atteggiamenti,
schemi mentali, ecc.). Ciò è particolarmente vero per il cuore, per lo stomaco,
per gli organi di escrezione e per quelli sessuali. Un malessere in uno di questi
“organi” rivela l’atteggiamento che un individuo assume per raggiungere i suoi
scopi. Noi solitamente “comprendiamo” il comportamento di una persona di fronte
ad un problema da come lo imposta e lo affronta. La posizione e gli atteggiamenti
del corpo indicano sempre il modo con cui un individuo affronta i suoi problemi.