In campo scientifico si fa sempre più strada la convinzione
che il corpo e la mente siano strettamente interconnessi e che la salute dell’uno
influenzi quella dell’altra. Alcuni studi, rigorosamente scientifici, hanno
ampiamente dimostrato che gli stati emotivi come la solitudine e il dolore influiscono
sul sistema immunitario rendendo il soggetto più vulnerabile alle patologie.
Da tempo, infatti, si sa che il cortisolo e l’adrenalina, ormoni dello stress,
inibiscono la produzione degli anticorpi e quindi riducono in modo significativo
le difese dell’organismo. Altre ricerche scientifiche hanno, inoltre, mostrato
come i globuli bianchi (deputati a rimuovere i virus) sono temporaneamente bloccati
nelle persone colpite da un lutto. In realtà, si è scoperto che le emozioni
scatenano delle ondate di “messaggeri chimici” che raggiungono tutte le parti
del corpo, inducendo dei cambiamenti fisici che possono più o meno disturbare
o favorire l’omeostasi. Tutto ciò, in breve, può impedire a diversi sistemi
dell’organismo di comunicare fra loro. La prova determinante è la scoperta delle
endorfine, sostanze chimiche cerebrali legate all’umore, individuate anche in
altre parti del corpo.
Ogni individuo è unico ed irripetibile. Proprio per questo ha un suo modo specifico
di reagire, di porsi in relazione con se stesso (pensieri, emozioni, desideri)
e con l’ambiente circostante, di rispondere alle varie stimolazioni della vita
quotidiana. Risulta importante non tanto ciò che accade (dentro o intorno a
noi), ma soprattutto come si reagisce ai fatti della vita, siano essi positivi
o negativi (… sono le nostre reazioni ai batteri a farci ammalare, non i batteri
in sé). La rottura di questo equilibrio (squilibrio tra gli stimoli interni
o interni) viene chiamato stress. Lo stress viene definito come una reazione
di adattamento nella quale il nostro corpo si prepara, o si adatta, ad una situazione
di minaccia. Nessuno comunque può eliminare gli stress dalla vita quotidiana…
né la cosa sarebbe auspicabile. E’ impossibile evitare gli stress provocati
dalla vita. Tutti si trovano di fronte ad inevitabili cambiamenti di vita quali
morti dei parenti, guai sentimentali, guai negli affari (miglioramenti o peggioramenti),
rovesci di fortuna, ecc. Di tanto in tanto noi tutti dobbiamo affrontare qualche
serio travaglio. Ma quando si verificano circostanze così inevitabili, è possibile
ridurre enormemente le proprie probabilità di ammalarsi come conseguenza, minimizzando
quegli altri stressanti cambiamenti di vita che sono sotto il controllo personale.
La comprensione sia dei meccanismi per mezzo dei quali la vita cambia sia del
fatto che i suoi mutamenti, nel bene e nel male, possono portare alla malattia,
è forse il risultato più prezioso che la Psicosomatica abbia mai raggiunto.
Eppure non è chiaramente che un inizio. A parte una certa capacità attuale di
predire le possibilità individuali di ammalarsi o di avere un incidente, previsioni
realizzate con incredibile precisione, le ricerche della medicina psicosomatica
hanno sviluppato introspezioni penetranti nei legami che intercorrono tra attitudini
e malattie. Sulla base di tale lavoro, gli studi più recenti hanno verificato
come atteggiamenti e punti di vista specifici vengono a collegarsi con patologie
ben precise. L’eczema, per esempio, è stato collegato con i sentimenti di frustrazione.
Fondamentalmente l’alta pressione sanguigna compare in coloro che sentono di
dover stare sempre all’erta, prepararsi ad affrontare ogni possibile minaccia,
pronti a tutto. Un mal di schiena indica un desiderio di fuggire, di andarsene,
di “cambiare tutto”. L’acne, tradizionalmente associata con l’adolescenza, colpisce
indifferentemente adulti e adolescenti quando si sentano “tormentati”, perseguitati,
quando vorrebbero essere “lasciati in pace”. La nostra cultura divide le malattie
in fisiche e mentali. In realtà, esistono altrettanti problemi fisici associati
alle malattie “mentali” quanti sono i problemi mentali associati alle malattie
“fisiche”. Non di meno, la maggior parte di noi continua a osservare le malattie
con sistemi dettati dalla moda piuttosto che dai fatti. Nella nostra società
si conserva la propria condizione di “persona per bene” se si soffre al massimo
di una malattia che viene considerata fisica o organica. Colpiti da essa si
ha “diritto” a periodi di riposo e, soprattutto, di grande comprensione. Ma
se si soffre di una psichica si viene considerati persone deboli (si veda le
antiche tradizioni greche), o veri e propri peccatori (tradizione ebraica).
L’ironia consiste nel fatto che per la maggior parte delle malattie “mentali”
e “fisiche” la causa scatenante è la stessa… lo stress. Se trascuriamo un numero
relativamente piccolo di patologie dovute a carenze alimentari, alcune malattie
ereditarie, e certe malattie infettive, è evidente oggi che lo stress e le nostre
reazioni a questo “fenomeno” devastante costituiscono le cause più importanti
di malattia. Ricerche cumulative dimostrano questo fatto in maniera così schiacciante
e convincente, che è quasi shockante che i risultati non siano stati divulgati
in modo capillare al grosso pubblico. Ognuno di noi, però, è in grado di verificare
e di incorporare questa informazione, inserendola nella propria esistenza in
un modo che possa rivelarsi costruttivo al fine di migliorare la condizioni
di salute. Forse le prove migliori del legame inesorabile che collega la mente
con il corpo, in effetti, è l’insieme delle introspezioni personali basate sull’esperienza
quotidiana. Diamo un’occhiata alle condizioni psicosomatiche di un soggetto
che soffre di una malattia polmonare ostruttiva cronica, ovvero una vittima
dell’enfisema. La caratteristica psicosomatica dell’enfisema segue due schemi
ben precisi, entrambi insufficienti. Sulle prime il soggetto è depresso, si
arrabbia facilmente e si spaventa per le sue condizioni. La rabbia e la paura
lo portano a respirare più velocemente, ma siccome i suoi polmoni sono “danneggiati”
non riescono ad adattarsi alla respirazione accelerata e così il paziente comincia
ad ansimare alla ricerca di aria. Questo fatto non fa che accrescere le sue
paure, che a loro volta accelerano la sua respirazione, il che aggrava l’ansimare.
Coloro che soffrono di enfisema, prima o poi, cominciano a rendersi conto della
relazione esistente tra emozioni ed attacchi di affanno. Il soggetto adotterà
così dei meccanismi di difesa per proteggersi contro ogni sensazione di gioia,
eccitazione, tristezza o paura. Il risultato è l’isolamento, il rifiuto e la
repressione. La spiegazione fondamentale del motivo per cui i cambiamenti di
vita producono le malattie è il fatto che tali cambiamenti richiedono all’individuo
uno sforzo di adattamento, oppure lo costringono a combattere un evento stressante
(lotta e fuga). Alcuni individui mostrano un’abilità quasi inquietante ad esprimere
comportamenti aggressivi, o meccanismi aggressivi, per affrontare i cambiamenti
di vita; queste persone non si ammalano (quasi) mai. Alcune persone si basano
solo su un paio di comportamenti aggressivi ogni tanto, e sono perennemente
ammalate. La maggior parte di noi si trova da qualche parte tra questi due estremi,
in base al numero di comportamenti aggressivi di cui ci serviamo. I comportamenti
aggressivi comprendono le reazioni emotive (rabbia, tristezza, depressione),
le abitudini personali (mangiare, fumare, attività fisiche, sessuali), le abitudini
inconsce (morsicarsi le unghie, sospirare, tamburellare le dita). Dedicarsi
coscientemente al proprio lavoro ed ai propri hobby è un comportamento aggressivo,
così come lo è il tempo passato con la famiglia. I comportamenti aggressivi
possono essere dolorosi, specialmente se vengono manifestati abbastanza di rado.
Se mangiare diventa un comportamento aggressivo primario, il probabile risultato
è l’obesità. Nella nostra cultura l’uso dell’alcool e di altre droghe come meccanismi
aggressivi ha creato un problema di dimensioni epidemiche. Consideriamo un individuo
il cui comportamento aggressivo primario è la paura, un individuo che non sappia
assolutamente come scendere a compromessi, arrendersi, intellettualizzare, o
ridere. Per quanto possa trovarsi in una condizione minima, come tutti gli altri
dovrà affrontare almeno un centinaio di situazioni all’anno che richiedono un
qualche tipo di reazione. Una riduzione di punti nella patente per un eccesso
di velocità, per esempio, od un ingorgo che fa perdere molto tempo, o forse
sentirsi dire che la lavanderia non ha ancora finito di pulire la roba. Come
risultato, l’individuo succube della rabbia avrà una reazione sempre uguale,
anche quando la rabbia non sarà una reazione appropriata o vantaggiosa. Come
risultato, la persona vittima della rabbia sarà sempre nei guai e troverà impossibile
affrontare la vita. Una persona del genere non sarà capace di conservare un
lavoro a lungo, di mantenere strette relazioni interpersonali, o di essere positivamente
inserito nella vita sociale. Come pazienti, individui di questo tipo non sono
mai soddisfatti dei medici; da studenti si ribellano contro gli insegnanti;
da impiegati sono perennemente infuriati con i loro superiori. Tutto e tutti
li fanno “andare giù di testa”. Nell’ambito di schemi di questo tipo, esistono
persone che sanno solo reagire deprimendosi o abbandonando la lotta. A cavarsela
particolarmente bene nella vita sono quelli che sanno rispondere a qualsiasi
situazione scegliendo tra almeno una dozzina ed anche più comportamenti aggressivi.
Conoscono reazioni diverse allo stesso stimolo. Possono scegliere di reagire
con rabbia, tristezza, risate e logica. Sanno quale comportamento ideale è richiesto
da una determinata situazione. Sono proprio queste le persone capaci di affrontare
un numero considerevole di cambiamenti di vita. La malattia stessa è sovente
un comportamento aggressivo, e quando la malattia si verifica in un individuo
che ha una certa povertà di altri comportamenti aggressivi su cui basarsi, la
malattia diventa solitamente un comportamento dominante.
Oggi “stress” è un termine di modo e, nel linguaggio comune, usato a sproposito. Come abbiamo visto, viviamo in un mondo complesso, eppure i nostri “strumenti” di reazione al pericolo, reale o immaginario che sia, sono assolutamente gli stessi di cui disponevano i nostri antenati. Lo stesso repertorio di risposte usiamo noi per fronteggiare i traumi e le frustrazioni della vita d’oggi. Questa affermazione la riscontriamo non solo a livello del comportamento ma anche a livello fisiologico. Infatti, quando i nostri antenati preistorici avevano paura, la reazione del loro Sistema Nervoso Autonomo (S.N.A.) li spingeva a una azione energica. Il cuore batteva forte, i valori pressori salivano, il polso era accelerato, la bocca e la gola si seccavano, tremavano, sudavano e le pareti dello stomaco erano attaccate dall’acido cloridrico. In realtà erano pronti per combattere o per fuggire. Oggi le insidie, ovviamente, non sono più quelle drammatiche dei nostri avi, bensì dallo stress, di fronte a cui scattano le medesime reazioni bio chimiche. I fattori stressanti possono essere piccoli o grandi (perdita di una persona cara, noia, preoccupazioni, infelicità, insoddisfazione, fallimenti). Ecco come reagiamo: il sangue scorre velocemente nelle vene, congestionando le arterie, il cuore batte forte. Queste modalità di risposta, utili per la sopravvivenza dei nostri antenati, oggi possono costituire delle risposte indubbiamente inadeguate alla minaccia dello stress. Gli effetti dello stress sul corpo, in modo prolungato, a volte, possono creare seri disturbi: disfunzioni renali, ipertensione, cardiopatie e disturbi circolatori, reumatismi, infiammazioni della pelle e degli occhi, infezioni, malattie allergiche, disturbi emotivi, disordini sessuali, disturbi digestivi, disfunzioni metaboliche. Tutti gli organi e tutte le reazioni chimiche del corpo sono virtualmente coinvolti per far fronte al fenomeno stressante. Il primo stadio è la reazione di allarme, in cui gli ormoni dello stress, messaggeri chimici specifici, prodotti dalle ghiandole endocrine, entrano nel flusso sanguigno e producono un ingrossamento della corteccia surrenale e una riduzione del volume del timo, della milza, dei nodi linfatici e delle strutture linfatiche del corpo, che sono costituite da innumerevoli globuli bianchi, che svolgono un ruolo molto importante nei sistemi immunodifensivi del corpo e nelle risposte allergiche. La seconda fase è detta stadio della resistenza: in essa le forze dell’organismo sono mobilitate, si adattano e rispondono in vario modo, per controbilanciare gli effetti dannosi del primo stadio. Il terzo stadio, ovvero stadio dell’esaurimento,, si verifica dopo un’esposizione prolungata ai fattori stressanti. L’adattamento diventa inefficace e si instaurano dei disordini cronici. C’è comunque unanime consenso sul fatto che determinate patologie possono essere prodotte da conflitti, da ansia e paura, da esperienze esistenziali sgradevoli.
Fortunatamente esistono vari approcci terapeutici, in ambito psicosomatico,
utili per far fronte a questi malesseri devastanti (per combattere lo stress).
Training assertivo. E’ una metodica terapeutica razionale emotiva rivolta a
modificare il comportamento. Il comportamento assertivo permette a un individuo
di agire nel proprio interesse, di camminare con le proprie gambe senza ansie
inutili, di esprimere con disinvoltura e franchezza i propri sentimenti, o di
esercitare i propri diritti individuali senza con ciò negare le esigenze degli
altri. E’ indubbiamente un diritto che permette alla persona di poter scegliere,
poter decidere ed esprimere le proprie opinioni con franchezza. Tutto ciò non
riguarda solo le proteste, ma anche il modo di essere “gentile” con l’interlocutore,
di dire agli altri quello che si sente veramente, magari di rifiutare un favore
che non si ha voglia di fare. Certi disturbi psicosomatici, come il mal di testa,
la stanchezza generale, i problemi digestivi, la depressione, i rossori e l’asma
sono spesso dovuti al fatto che non si è saputo sviluppare un comportamento
assertivo. Massaggio psicosomatico. L’uso della mano come strumento terapeutico
ha origini antichissime, quanto l’uomo. Essendo l’organo che permette all’uomo
di trasformare il mondo che lo circonda, la mano è, intuitivamente, il mezzo
terapeutico più naturale a disposizione per lenire le sofferenze psicofisiche.
E’ un processo spontaneo che attiva una vera e propria relazione a mediazione
corporea ed è presente in ogni terapia o trattamento realizzato attraverso,
appunto, la tattilità. L’intervento consiste nel ripristino delle condizioni
che permettono di ritrovare un equilibrio qualitativamente migliore, favorendo
i processi naturali necessari all’unità psicosofisica (corpo – mente). In questa
ottica, il protagonista principale è il corpo con le proprie risorse naturali
e capacità di autoequilibrio (omeostasi). Si tratto di un intervento di tipo
totale perché vede il corpo come una unità in cui ogni distretto trattato è
una parte dell’insieme. E’ profondo perché considera fondamentale il coinvolgimento
della soggettività della persona trattata, e centrale perché riconosce l’imprescindibile
importanza dello schema corporeo. Consideriamo, con un esempio, come un dolore
al tratto cervicale, causato da una eccessiva tensione dei muscoli del collo
viene affrontato dalla metodica psicosomatica.. secondo questo approccio la
tensione è interpretata come il mezzo attraverso il quale viene fronteggiato
un “momento della vita” che potrebbe richiedere un atteggiamento fermo e rigido.
Questo bisogno viene soddisfatto dall’unità psicofisica attraverso un insieme
di soluzioni in cui i muscoli partecipano mantenendo ferma e rigida proprio
la parte del corpo che, materialmente o simbolicamente, rappresenta il controllo:
la testa. Pertanto, la tensione è realmente la causa dei disturbi al collo ma
contemporaneamente ha una valida ragione per sussistere. La soluzione, quindi,
non sarà l’eliminazione e l’impedimento della tensione ma il ripristino della
capacità dei muscoli del collo di potersi rilasciare per poter poi continuare,
quando fosse necessario, a essere tesi. La finalità principale del massaggio
psicosomatico è quella di facilitare l’evoluzione dei processi “naturali” che
portano a una nuova consapevolezza di se stessi, operando sul fisico è possibile
sentirsi, ascoltarsi e abbandonarsi a quella dimensione in cui i confini del
corpo vanno ben oltre quelli definiti dalla coscienza. La tensione muscolare
non è in equilibrio quando non si alterna con la distensione muscolare, come
il sonno con la veglia, la vigilanza con l’abbandono, la resistenza con la cedevolezza,
la velocità con la lentezza, il caos con l’ordine: tutte le funzioni citate
sono quelle su cui opera il massaggio psicosomatico. Ipnosi. La pace della mente
fa guarire. Il concetto è antico quanto la stessa civiltà e moderno come le
prove che lo dimostrano. Alcune persone, nonostante la sua indiscutibile immagine
scientifica, hanno ancora una concezione caricaturale dell’ipnosi. Sotto ipnosi
si raggiunge quello stato rilassato e sognante (veglia-sonno) in cui l’unità
psicosomatica raggiunge un perfetto equilibrio bio - chimico. E’ una situazione
di concentrazione particolare nella quale si può ricordare, riflettere, capire
e aiutarsi in un modo che non è possibile nella normale quotidianità. L’ipnosi
è oggi una metodica terapeutica di vasta e sperimentata efficacia. Nella moderna
pratica psicosomatica è adottata per “rimuovere” fobie, ansie, tensioni, per
intervenire su numerosi disturbi psicosomatici (disturbi sessuali, ginecologici,
alimentari, funzionali: insonnia, enuresi, balbuzie, ecc.), per lenire ogni
tipo di dolore. L’ipnosi dà un respiro di sollievo, perché consente di distaccarsi
da ciò che sta accadendo e di vederlo con maggiore oggettività quando si entro
in questa forma di rilassamento si è più creativi e spesso si può avere un maggiore
controllo sui fenomeni circostanti, cosa impossibile quando si è in uno stato
di profonda agitazione ed ansia. L’ipnosi è bene ricordare che non dà una risposta
istantanea (purtroppo non esistono metodi che permettono di ottenere soluzioni
immediate) e per ottenere i primi risultati sono necessarie diverse esperienze
ma, soprattutto, continuità ed allenamento. Regolarizzare il respiro. Possiamo
dire che la vita è respiro. Il respiro è la più importante funzione dell’organismo.
Possiamo rinunciare al cibo, possiamo persino vivere per un certo periodo di
tempo senza liquidi, ma ci è impossibile smettere di respirare per più di qualche
minuto. Una respirazione adeguata si ripercuote profondamente sul sistema nervoso,
sulla lucidità di pensiero, e anche sulla vita emozionale. Diversamente, una
respirazione scorretta ci accorcia di molto la vita e ci rende maggiormente
vulnerabili a un gran numero di patologie e, sicuramente, non solo quelle dell’apparato
respiratorio. L’inquinamento dell’aria è un problema, però molto spesso alla
base dei nostri disagi può esserci non tanto quello che respiriamo, ma il modo
in cui respiriamo. E’ ogni giorno più evidente che l’iperventilazione è una
concausa di molti sintomi. All’inizio insidiosa, passa inosservata, eppure è
all’origine di molti problemi e ostacola la soluzione di altri. Iperventilazione
significa inspirare ed espirare più aria del necessario. Essa consiste in una
abitudine sbagliata, spesso presa nella prima infanzia. Esistono due modi di
respirare. Sollevando e abbassando il diaframma si controlla l’inspirazione
e l’espirazione dell’aria. Usando i muscoli del torace che fanno sollevare e
poi abbassare la parete toracica, inspirando l’aria poi espellendola. Alcuni
dei sintomi associati all’iperventilazione sono: palpitazioni, tachicardia,
dolori al torace, vertigini, svenimenti, mal di testa, torpore, visione confusa,
intolleranza per la luce troppo forte, per il rumore, tensione, ansia, attacchi
di panico, tosse, asma, sospiri, sbadigli, flatulenza, eruttazione, dolori addominali,
crampi, contrazioni muscolari, debolezza, stanchezza, sudore, insonnia e senso
di spersonalizzazione. Molte vie portano allo sviluppo dell’iperventilazione,
pertanto non è sempre facile dire in qual modo essa si sia sviluppata in ogni
singolo caso. E’ un metodo appreso. Essere ansiosi o sotto stress ci fa respirare
più rapidamente, secondo una reazione di “lotta o fuga”. Probabilmente l’abitudine
ha avuto inizio in seguito a una situazione stressante vissuta nell’infanzia,
ed è rimasta nell’età adulta. Lo schema della respirazione è la risposta diretta
a tale situazione. Oppure la causa può essere qualche malattia infantile, come
una bronchite o l’asma. La gente cronicamente tesa mantiene questa modalità
anormale di respirazione come risposta al continuo “disagio”. Se si sviluppano
dei sintomi, essi stessi fanno aumentare l’ansia instaurando un circolo vizioso
in cui l’iperventilazione genera altra iperventilazione. L’ansia la tensione
si possono correggere mediante metodiche terapeutiche psicosomatiche, sostegno
e comprensione. L’ipnosi può essere utile per l’acquisto di introspezione e
il recupero della fiducia in se stessi. Ma è necessario rieducare con tecniche
specifiche le abitudini respiratorie per riportare a un valore normale il livello
di anidride carbonica. Tutto ciò ovviamente può richiedere tempo perché può
essere difficile spezzare il vecchio schema.
Atteggiamenti collegati alle malattie.
Quando il nostro corpo si esprime attraverso infiammazioni, eruzioni cutanee
e febbre vuol dire che stiamo sperimentando e scaricando violenti sentimenti
di rabbia e di ostilità. Acne. Il soggetto si sente perseguitato o ossessionato,
e vuole essere lasciato in pace. Si sente esasperato. E’ presente una marcata
disistima con difficoltà ad accettarsi e riconoscere il proprio valore. Asma.
I problemi respiratori indicano le difficoltà a gestire le situazioni con il
mondo circostante. L’individuo si sente lasciato solo nelle difficoltà e vuole
aggrapparsi a qualcuno. Si sente non amato, rifiutato, disapprovato, ed a questo
punto vorrebbe non avere nulla a che fare con quella persona o con quella situazione.
Gli piacerebbe troncare tutto, dimenticare completamente quella situazione.
Depressione (Deprimo = abbattere, reprimere). Si esprime attraverso una serie
di sintomi che spaziano dal senso di abbattimento, voglia di non fare, fino
all’apatia più totale. In questo quadro clinico sono, più o meno, evidenti sintomi
fisici come stanchezza, insonnia, stitichezza, problemi alimentari, mal di testa,
tachicardia, disturbi mestruali. Il soggetto è completamente tormentato da profondi
sensi di colpa, si rimprovera continuamente di qualcosa fatta o non fatta e,
soprattutto, cerca ossessivamente di mettere tutto a posto. Il senso di colpa
di non essere riusciti a far niente, è anche la colpa di non aver agito al momento
opportuno, di essersi lasciato sfuggire qualcosa di molto importante. Il depresso
reprime, il più delle volte, l’aggressività; questa energia fisiologica non
espressa e bloccata si rivolta contro se stesso diventando una vittima. Cerca
a tutti i costi di nascondere questa manifestazione aggressiva attraverso una
impeccabile condotta di vita “perfetta” (bravo lavoratore, bravo, marito, brava
moglie, bravo scolaro, bravo amico, bravo…, bravo…, bravo…). La sua maggiore
preoccupazione è quella di essere accettato e di offrire un immagine di se stesso
irrealistica. Il depresso è incapace di prendere in mano la propria vita. Non
agisce proprio perché maggiore è il senso di colpa, meno può permettersi di
essere in errore; isolandosi crea un blocco a tutte le attività. La vita attiva,
infatti, costringe molto spesso a sperimentare sensi di colpa e responsabilità
(esiste sempre la possibilità di sbagliare!). Insonnia. Segnala una profonda
tensione determinata dalla paura o dal senso di colpa. Prendere sonno presuppone
una condizione di allentamento da ogni controllo, da ogni attività, richiede
al soggetto disponibilità e fiducia, capacità di abbandonarsi a ciò che è “sconosciuto”
(non si sa cosa si incontra nel mondo della notte). Non possiamo dormire attraverso
la costrizione, l’autocontrollo, la volontà e lo sforzo. La volontà attiva è
una modalità sicura per impedire il sonno. L’insonne ha difficoltà e paura di
lasciarsi andare, di lasciare il controllo consapevole e di affidarsi al mondo
della notte (lasciarsi andare tra le braccia di Morfeo): si ha paura del non
certo, si ha terrore dei temi onirici. Mal di schiena. La schiena è una “colonna”
solida ma nel contempo molto elastica; tutto ciò permette di evitare la complessa
rigidità nei comportamenti e negli atteggiamenti emotivi… a fletterci per raggiungere
svariati “punti di vista”. Il soggetto vorrebbe fuggire, andarsene, uscire da
una certa situazione, allontanarsi. La schiena può essere considerato l’asse
della vita: il sostegno e la protezione. Quando il dolore è localizzato nella
regione cervicale il soggetto sta sperimentando un sentimento di insicurezza
e paura (si sente minacciato). Indica un supporto emotivo esterno (sentirsi
amati). Il dolore nella zona dorsale indica, invece, una chiara difficoltà a
comunicare i propri bisogni agli altri. Libertà di esprimersi oppure sentirsi
oppressi. In tale zona si possono esprimere anche forti sensi di colpa nei confronti
di una persona significativa (paura di perdere la persona a cui si vuole bene).
Nella zona lombare il dolore esprime una precisa insicurezza sul piano materiale,
timore di perdere il lavoro, magari non essere in grado di pagare i debiti,
ecc. Indica come ci si sente supportati della vita anche economicamente. Nella
regione sacrale si concentra la massima energia e una profonda tensione. In
questa zona possono essere espressi sentimenti di odio, di rancore e di orgoglio
(trattenersi). Nella zona del coccige sono rappresentati alcuni bisogni fondamentali
di sopravvivenza (preoccupazioni per se stessi e per quelli che ci stanno intorno).
Stipsi. Il soggetto si sente in una situazione da cui non può provenire nulla
di buono, eppure vi si aggrappa emotivamente. Sente che le cose non miglioreranno
mai, ma non riesce a fare a meno di aggrapparvisi. Diabete. Il soggetto ha fame
in mezzo all’abbondanza. E’ circondato dalla maggior parte delle cose che hanno
significato, ma ha la sensazione che nulla possa servirgli veramente. Diarrea.
Solitamente ci parla della nostra difficoltà ad “assimilare” le esperienze della
vita senza esprimere giudizi di valore. Questo soggetto si sente impegnato in
un compito significativo e vorrebbe averlo già finito, completato, risolto.
Vorrebbe che gli eventi difficili fossero ormai dietro di lui. Ulcera duodenale.
Si tratta di un soggetto che si sente privato di quanto gli spetta di diritto,
e vorrebbe giustizia. Non ha quello che dovrebbe avere, che gli spetta, che
gli è stato promesso. Vuole fare ad un altro ciò che questo ultimo gli ha fatto.
Eczema. Il soggetto sente di essere frustrato e di non poterci fare nulla. Sente
interferenze nelle sue azioni, si sente bloccato, impedito ad agire come vorrebbe;
si sente incapace di farsi capire dagli altri. Dolori cardiaci. Si tratta di
un soggetto che ha quello che vuole. Ernia. Questo soggetto si sente sul punto
di esplodere. Il nucleo della sua attenzione è dedicato a controllare i sentimenti
di rabbia piuttosto che a risolverne le motivazioni. Orticaria. Questa persona
sente che sta per essere battuta, e si sente nell’impossibilità di fare qualcosa
per impedirlo. Si ritrova in un vicolo cieco, bersagliato da più parti, e viene
trattato male o per lo meno scorrettamente. Ipertiroidismo. Questo soggetto
sente che potrebbe perdere qualcuno o qualcosa che ama e di cui si prende cura,
e sta cercando di impedire la perdita di tale persona od oggetto amato. Sta
cercando di tenersi legato all’oggetto dei suoi sentimenti, e di impedirne l’allontanamento.
Sono perennemente delusi in quanto non riescono a realizzare quello che vogliono.
In questi disturbi troviamo spesso un eccesso o una carenza di attività. C’è
umiliazione e frustrazione nella creatività. Ipertensione. Questo soggetto si
sente minacciato dalla sofferenza, e deve tenersi pronto a qualsiasi evenienza.
Si sente in pericolo; da qualsiasi parte, in qualsiasi momento potrebbe succedergli
qualunque cosa; deve essere preparato ad affrontare ogni possibile minaccia;
deve stare ben in guardia. Tipicamente, il dirigente che rifiuta di presenziare
a qualsiasi riunione senza un tempo sufficiente per prepararsi avrà una predisposizione
verso un’alta pressione. Edema (presenza di siero nei tessuti). Questo soggetto
sente che sta portando un carico molto pesante, e vorrebbe che qualcun altro
se ne assumesse una parte. Ha troppe cose sulle spalle, troppe responsabilità;
vuole che anche altri si assumano la loro percentuale. Emicrania. Questo soggetto
sente di aver realizzato qualcosa e quindi si rilassa dopo lo sforzo. Deve realizzare
qualcosa, sta stimolando, incitando se stesso. Deve concretizzare del tutto
la situazione. Un fine deve essere raggiunto. Poi si lascia andare e si distende.
Vive momenti intensi e transitori con alcune repressioni a livello sessuale.
Nausea e vomito. Questo soggetto sente che è successo qualcosa di sbagliato,
di cui è responsabile. Gli dispiace che sia successo, e vorrebbe cancellare
quanto ha fatto. Vorrebbe riportare le cose nella situazione in cui si trovavano
prima. Vorrebbe non averlo mai fatto. E’ un fenomeno che si può manifestare
anche in situazioni nuove, paura di far fronte a determinate situazioni. Sono
insicure ed hanno notevole difficoltà ad assimilare il nuovo, i cambiamenti,
rifiutando nel contempo idee e contenuti. Tachicardia. Questo soggetto sente
che le cose non stanno procedendo secondo i programmi e che dovrebbero quindi
andare più velocemente. E’ presente in persone particolarmente sensibili le
quali non riescono a controllare gli effetti emozionali sia positivi sia negativi.
Psoriasi. C’è prevalentemente un profondo senso di insicurezza di origine emotiva.
Le relazioni e i rapporti interpersonali sono quasi sempre difficili. Lamenta
di essere incompreso ed è presente un divario tra ideale dell’Io e quello che
è in realtà. Questo soggetto sente che molti piccoli problemi lo bersagliano,
e vorrebbe risolverli una volta per tutte. Una noia, stanchezza o irritazione
costante lo perseguitano. Morbo di Raynaud. Questo soggetto vuole intraprendere
un’azione fisica ostile. Lei (la malattia è più comune tra le donne) vuole colpire
o strangolare; vuole intraprendere un’azione di qualche tipo. Deve fare qualcosa.
Enterite (infiammazione dell’intestino tenue). Questo soggetto sente di aver
ricevuto qualcosa di doloroso e vorrebbe sbarazzarsene. Gli è stato dato o ha
ricevuto qualcosa di danneggiato, o inferiore; sente di essere stato avvelenato;
vorrebbe che la situazione fosse finita, conclusa, risolta, dimenticata. L’intestino
è una struttura di trasformazione e, soprattutto, di cambiamento. Quando le
problematiche della vita non vengono affrontate (non volersi liberare di “errori”
mentali del passato) tale malessere si esprimerà nella digestione e con fenomeni
dolorosi (paura = diarrea). Artrite. Questo soggetto si sente imbrogliato, legato
e vorrebbe liberarsi. Si sente costretto, impedito, confinato, e vorrebbe agire.
Tubercolosi. Sono individui tendenzialmente possessivi e ripiegati su se stessi.
Essendo insicuri, per paura di fallire, limitano il loro spazio di libero movimento.
Nonostante validi sforzi, questo soggetto si sente schiacciato dalle circostanze.
Colite ulcerosa. Questo soggetto sente di essere stato ferito e degradato e
vorrebbe sbarazzarsi dell’elemento che ne è responsabile. E’ stato umiliato;
vorrebbe che la situazione fosse già conclusa, risolta e dimenticata, annullata.
Arti inferiori.
Piedi. Sono il nostro punto d’appoggio al suolo (stabilità, sicurezza emotiva).
Il piede esprime il nostro rapporto col movimento (esplorazione, spostamento).
Quando i piedi si “ammalano” esprimono i nostri atteggiamenti abituali assunti
nel riguardo delle cose. Talloni. Indicano un senso di sicurezza e di determinazione
(incertezza verso il futuro). Coinvolge la sessualità. Caviglia. Difficoltà
a prendere decisioni. Esprimono opposizione ai cambiamenti della vita (disponibilità
ai cambiamenti, nei rapporti interpersonali e nel futuro). Gambe. Difficoltà
ad agire: inerzia (il futuro è pieno di angoscia). Indicano i tempi della vita
(come si vive il passato, presente e futuro), l’autonomia. Ginocchia. Difficoltà
a “piegarsi” (inflessibilità verso le cose), si teme fortemente l’opinione degli
altri (ha paura del giudizio altrui). Testardaggine, ostinazione e orgoglio
dominano la persona. Rifiuta cambiamenti. Stomaco. Incapacità di assimilare
e integrare qualcosa di nuovo (idee, pensieri, relazioni interpersonali). Controllo
e gestione del mondo materiale (professione, finanza, ecc.). torace. Difficoltà
affettive. Relazione con gli altri.
Arti Superiori (fare… ).
Spalle. Convinzione di portare un fardello troppo pesante (sovraccaricamento).
Responsabilità (ingobbite); aggressività (rialzate); rapporti interpersonali
(curve in avanti per proteggere); potenza (quadrate). Braccia. Possibilità di
accogliere e condividere. Capacità di fronteggiare le esperienze della vita.
Gomiti. Fermarsi nelle proprie convinzioni. Auto affermazione (non si dice forse
“farsi strada a gomitate”?). Mani. Quando il dolore si esprime nelle mani vuol
dire che vogliamo tenere in pugno, dominare qualcuno o qualcosa. Difficoltà
a prendere in “mano” la situazione. Sono strumenti con cui si manipola (trasforma)
la realtà: afferrare, trattenere, accarezzare, picchiare, distruggere. Capacità
di concretizzare idee e terminare un lavoro. Collo. Testardaggine (testa alta),
difficoltà di comprendere idee e punti di vista diversi dai propri (inflessibilità
verso il nuovo); mediare sentimenti – pensieri, impulsi reazioni. Capacità di
guardarsi attorno: osservare le cose da varie angolazioni. Gola. Difficoltà
ad esprimere verbalmente quello che si sente realmente oppure di chiedere quello
di cui si ha necessità per trovare soluzioni alle proprie difficoltà. Testa.
Indica incertezza relativamente alla propria immagine presentata agli altri.
E’ la parte, a volte, considerata più importante del corpo (sede della ragione),
disprezzando tutto il resto. In questo modo viene creato squilibrio mente –
corpo. Viso. E’ la “maschera” che offriamo al nostro ambiente (esprime ciò che
si vuole che il mondo veda). Pelle. Sensazioni di insicurezza e di costante
minaccia. E’ la barriera fra l’individuo ed il mondo circostante. Indica il
senso della propria individualità (rapporto con gli altri: separazione, isolamento).
Articolazioni. Capacità di essere flessibili verso la vita, di cambiare.
Le critiche a questi collegamenti tra malattie ed atteggiamenti sottolineano che questo tipo di osservazioni è retrospettivo. E’ abbastanza naturale, viene ripetuto, che un paziente che soffre di psoriasi possa provare un’irritazione continua provocata dalla malattia, o che un adolescente che soffre di un caso serio di acne possa chiaramente voler essere lasciato solo a causa dell’imbarazzo provocato dalle condizioni della sua epidermide. Abbiamo qui il classico problema dell’uovo e della gallina. Le prove schiaccianti indicano che se le sensazioni di imbarazzo possono venir diminuite nell’adolescente anche l’acne scomparirà. Eppure bisogna tenere bene in mente che l’atteggiamento non è responsabile della malattia; fa parte del processo della malattia. Le patologie sopra riportate ovviamente rappresentano un quadro estremamente sommario della Psicosomatica; però, servono per illustrare un punto di vista a proposito della malattia che può rivelarsi di valore inestimabile per tutti noi. Osserviamo la relazione esistente tra le proprie reazioni fisiologiche agli eventi della vita ed ai nostri alti e bassi emozionali. Noi siamo in nostro migliore laboratorio scientifico. Le nostre osservazioni a proposito di noi stessi possono fornirci importanti informazioni, utili per aiutarci ad “evitare” le malattie o ad affrontarle nel migliore dei modi. Tali osservazioni possono fornirci i mezzi per rendere la nostra esistenza più confortevole e più produttiva.