Nei nostri rapporti interpersonali, le differenze di opinione possono essere accettate, possono incancrenirsi sotto forma di conflitti irrisolti, oppure possono essere usate per dichiarare che l’interlocutore è estremamente cattivo o, in alternativa, matto. Questa etichettatura che definisce l’altro in modo pregiudizievole può essere scoperta in maniera evidente, quando si attua attraverso insinuazioni o allusioni. Le occhiatine, i sarcasmi e i commenti possono essere del genere più svariato, ma naturalmente implicano tutti una stessa cosa, ovvero ad evidenziare che l’altro non ha “la testa a posto” (… oppure, in modo più pittoresco ma con lo stesso significato, che è ”fuori dal balcone”), o altrimenti che è, senza ombra di dubbio, un maligno, se non malvagio: nessuno farebbe mai o direbbe una cosa simile (… si dice ovviamente sempre dell’altro!). Questo atteggiamento è generalmente fuorviante, errato e non è utile nel risolvere un conflitto in atto; al contrario un comportamento simile, aggiunge legna a un fuoco che cova sotto le ceneri. In ogni rapporto sussistono molte differenze di atteggiamenti, di idee, di norme morali e di comportamenti (… ognuno di noi è unico ed irripetibile). Risulta, pertanto, comprensibile che si manifestino conflitti di opinioni e incomprensioni. Questo, quando si verifica, possiamo reagire sostanzialmente in due modi: “Io ho ragione, perciò tu hai torto” e “Tu ed io siamo differenti”. Assumere il primo atteggiamento serve solo ad etichettare l’altro in modo permanente come una persona pazza o cattiva per il solo fatto di pensarla come la pensa. Se invece si segue la seconda versione e si conosce quindi l’esistenza di differenze, si apre la via al dialogo e forse ciascuno imparerà qualcosa dalle esperienze dell’altro (…non bisogna mai dimenticare, contrariamente a quello che si pensa, ch noi impariamo anche dalle persone che ci sono antipatiche). Infatti, uno dei fattori che contribuiscono a prolungare nel tempo il problema è la profonda convinzione che l’altro abbia torto (… o ancor peggio pazzo o improbo) e, pertanto, non sia degno di rispetto. Quante volte direttamente o indirettamente abbiamo sentito la ‘formula magica’: “Devi essere proprio pazzo…Sei proprio un cretino… ma che cosa hai in testa”? Orbene, tutte queste accuse, fatte a caldo o a ragion veduta, implicano tacitamente che l’interlocutore appartiene sempre alla categoria degli “insani”. Solo con una grande forza d’animo una persona costantemente sotto accusa riesce a non farsi intimorire e, soprattutto, a non diventare l’eterno sottomesso (… vittime, purtroppo, che non sono in grado di fronteggiare queste situazioni sono tante e, lentamente, si convincono che gli altri hanno “ragione”… fenomeno frustrante molto diffuso anche nell’ambiente di lavoro definito con il termine Burn out). In realtà, col tempo l’etichetta assume caratteristiche stabili che la vittima finisce per crederci davvero. Essendo dalla parte del torto, deve pagare (… espiare) per le cose “orrende” che ha fatto (… secondo ovviamente il verdetto del carnefice). Ci sono una infinità di occasioni in ogni rapporto per ricorrere a queste etichettature “permanenti” che, se esse vengono colte, il gioco dell’accusatore e dell’imputato entra a far parte stabilmente della vita familiare. La possibilità di far sentire i propri figli in colpa durante il processo evolutivo è una delle più potenti armi con cui i genitori esercitano il controllo (… il più delle volte – si spera - in buona fede). I figli vengono così regolarmente sottoposti agli attacchi moralistici dei genitori: “Mangia tutta la minestra come fanno i bravi bambini (… questo sottintende che se non mangia è un bambino cattivo); “Tua sorella sì che è brava ed ubbidiente… supera sempre brillantemente tutti gli esami” (… sorella buona tu cattivo). I bambini, lo sappiamo, sono estremamente dipendenti e hanno bisogno di amore, quindi reagiranno a qualsiasi accusa di cattiveria o “pazzia” cercando di essere compiacenti. L’errore “educativo” consiste spesso nell’etichettare il bambino anziché il comportamento. Se è l’azione compiuta che deve essere presa in esame e criticata, si può fare a meno di “sputare” sentenze sul carattere del fanciullo. Risulta più utile parlare del fatto in sé. In realtà, accade spesso che, nell’impeto del momento, si confondano nell’accusa il bambino e il suo atto (… anche in età adulta è sempre necessario distinguere sempre fra l’azione e la persona che l’ha compiuta). Ogni volta, però, che il fenomeno si ripete, è come se in un angolino della mente, entrasse in funzione un nastro registrato, che ripete: “Allora è proprio vero, non sono buono, non posso essere amato, sono un buono a nulla… è giusto che la gente mi rifiuti”: ecco le basi di una pericolosa ed insidiosa disistima. Gli errori e gli insuccessi possono avere tante spiegazioni: capirne le ragioni e quindi riflettere sulle cause dei comportamenti e dei limiti individuali è un bel passo avanti sulla via per eliminare le accuse e le recriminazioni che tanti danni provocano (… in qualsiasi settore ed ambiente: dall’età evolutiva, al rapporto a due, interpersonale, lavorativo, ecc.). Può essere difficile discutere apertamente e francamente le ragioni degli errori e delle incomprensioni, ma è un percorso che va nella direzione giusta. Dire che esistono tanti modi diversi di fare le cose è come dire che probabilmente non esiste un unico modo che sia quello giusto.