Se si vuol veramente capire perché una determinata situazione
emotiva persiste, nonostante le ripetute indicazioni di un desiderio in senso
contrario, vale la pena prendere in esame i fattori che fanno in modo di mantenere
un problema a renderlo cronico. Una persona oppressa dalla paura (… termine
usato nel senso di atteggiamento, modo di pensare, stile di vita, sensazione,
ecc.), in qualsiasi situazione che offre più di una alternativa, farà inevitabilmente
le previsioni peggiori: penserà all’eventualità più negativa e più catastrofica.
Coloro che hanno paura, ad esempio, e sono soli in casa di notte interpreteranno
una tenda che si muove come un ladro, mentre di giorno, con la luce e la gente
che passa per strada, avrebbero subito capito che era solo il vento a muovere
la tenda. Affrontare la paura è un passo molto importante nella direzione giusta
e per farlo la prima cosa è rendersi conto che essa esiste. Molte persone con
paure sottostanti non interpretano nel modo corretto le sensazioni sgradevoli
che hanno. Analizzando le sensazioni corporee e i pensieri a esse associati,
possiamo renderci conto se la paura svolge un ruolo importante nel mantenimento
del nostro problema. Queste situazioni possono andare da una mascella serrata,
dalla sensazione di un “buco” allo stomaco a un vero e proprio attacco di panico:
sbalzi pressori, respiro affannoso e occhi terrorizzati. Ogni paura sottostante
si esprime spesso anche sotto forma di resistenza al cambiamento. E’ come se
la paura che le cose possano andare ancora peggio obbligasse a mantenere lo
status quo, per infelice che esso possa essere. Rimuovere o comprendere una
paura sottostante è come togliere il freno prima di partire in automobile. Nella
vita di tutti i giorni noi basiamo le nostre azioni sulla probabilità che un
dato evento ha di verificarsi, sapendo che vi è una remota possibilità che si
presentino delle situazioni negative. Teniamo conto di queste eventualità negative,
ma non permettiamo che determino la nostra vita. Quando camminiamo per strada
siamo consapevoli della remota possibilità che caschi una tegola dal tetto,
ma non per questo restiamo chiusi in casa o ci mettiamo il casco prima di uscire.
La probabilità è che tutto andrà bene, e noi ci atteniamo a questa idea. Alcune
persone, però, oppresse dalle loro paure sottostanti spesso mettono le eventualità
negative nella categoria delle probabilità e si comportano di conseguenza. Spesso
la paura profonda non è diretta a una situazione particolare e può caricarsi
di “agitazione” sotto forma di paura della paura. Chi ne soffre produce il moto
perpetuo ricorrente tipico dei problemi cronici. E’ come se una parte della
mente fosse stata programmata nel seguente modo: ”Stai sempre in guardia e sarai
al sicuro”. Purtroppo questo non è mai un buon consiglio, perché lo stare in
guardia consuma energia e crea stanchezza, angoscia e depressione. Un continuo
senso di paura immobilizza e sospinge in una spirale discendente. Con il tempo
chi ne soffre diventa estremamente sensibile a qualsiasi segnale negativo. Vede
disastri ovunque, nota il minimo dolorino, le minime alterazioni di peso, qualsiasi
difetto. Il meccanismo di rilevamento negativo è sensibilizzato a tal punto
che qualsiasi informazione pessimistica viene ingrandita enormemente. Alcune
persone sono ormai prigioniere dei loro timori. Per qualsiasi osservatore le
porte della loro prigione sono aperte o non esistono, ma per loro (… chi ha
paura) sono ermeticamente chiuse dalla paura della paura. L’incitamento a rilassarsi,
a cambiare, ad avere un atteggiamento diverso suscita una forte resistenza;
sanno di non poter fuggire, di non essere liberi come tutti gli altri. La loro
situazione può essere sgradevole, ma la paura di cambiare è ancora peggio. La
paura è il carceriere, che sorridendo fa tintinnare le chiavi e addita la porta
aperta, sicuro com’è che la sua vittima non uscirà. Affrontare i problemi e
risolverli è spesso un processo penoso che quasi tutti noi cerchiamo di evitare;
ma evitandolo non facciamo che soffrire di più e impediamo a noi stessi di crescere.
La colpa è un altro sentimento, spesso associato alla paura, che fornisce energia
al circuito dei problemi cronici. E’ un sentimento molto potente. Molto spesso
si usa il senso di colpa per costringere un bambino a comportarsi secondo certe
norme. “Non devi fare così. Non sai che è sbagliato comportarsi così? Non giocare
con quella cosa o diventerai cieco”. Una barzelletta classica sul senso di colpa
racconta di una fidanzata che regala due cravatte al proprio fidanzato per il
suo compleanno. All’incontro successivo, il fidanzato si è messo una delle cravatte
regalate; il commento della fidanzata è: “Ecco! Lo sapevo. Non ti piace l’altra
cravatta!”. Le costanti critiche e svalutazioni di quello che pensiamo, diciamo
o facciamo distruggono la nostra fiducia in noi stessi e ci spingono a distorcere
la nostra personalità per adeguarci alle esperienze di chi ci critica. Dopo
un certo tempo, assumiamo noi stessi il ruolo di autocensori cercando di vivere
secondo le norme stabilite da altri. Se ci sentiamo in colpa, significa che
non siamo all’altezza di quelle norme, anche se forse sono esse a non risultare
più adeguate. Il senso di colpa ci impedisce di agire secondo le nostre convinzioni.
Se uno è colpevole viene punito. Sentendoci colpevoli, creiamo inconsciamente
un’auto – punizione. Il senso di colpa produce una perdita di autocritica; è
come un suolo in cui crescono delle erbacce che invadono il giardino e impediscono
di fiorire alle piante utili. Come facciamo a riconoscere la presenza del senso
di colpa? Spesso i messaggi che vengono dal fondo della mente sono interpretati
mediante azioni e parole. La presenza del senso di colpa si manifesta in frasi
di questo tipo: “Devo ammettere…”; “Non farei mai…”;”Sono a disagio se…”; “Devo
confessare…”. Se si indaga ulteriormente, si possono scoprire dei sensi di colpa
di cui prima non si riconosceva l’esistenza; analizzare le sensazioni corporee
che accompagnano questi atteggiamenti può essere d’aiuto per scoprire il senso
di colpa sottostante. Spesso la gente si pone dei limiti proprio a causa del
senso di colpa (… pensieri, azioni, sentimenti, ecc.) anche senza rendersi conto
di quale sia la causa da cui proviene la restrizione. Delle tante emozioni che
proviamo, il senso di colpa sembra essere la meno utile. La rabbia, la paura,
la felicità, la tristezza occupano tutte un posto positivo nel nostro armamentario
contro il mondo, mentre il senso di colpa ci manipola senza fornirci alcun vantaggio.
E’ un’emozione che ci logora, ci rende “sciocchi”, consuma la nostra autostima
e sicurezza. E’ come se giocassimo a un gioco le cui regole sono state stabilite
da altri. Il senso di colpa limita le idee creative, i sentimenti e le forze.
Può determinare degli eterni perdenti. Spesso i sensi di colpa hanno le radici
nei primi anni di vita, quando non viene riconosciuta la nostra individualità
o non la si lascia sviluppare (… non si rispettano i tempi evolutivi). Così,
osservando da un punto di vista adulto le esperienze giovanili, possiamo ridurre
al minimo o eliminare il senso di colpa ingiustificato che ci perseguita da
anni. In base a quanto è stato esposto è possibile cominciare a capire quale
potere abbia il senso di colpa nel perpetuare la giostra delle sofferenze a
lungo termine. Se non riusciamo a liberarcene, a ogni giro della giostra resteremo
incastrati e in tal modo si continuerà ad alimentare il circolo vizioso della
sofferenza: senso di colpa, fallimento, punizione. Col passare del tempo, tutto
ciò entra talmente a far parte della nostra vita che non ci accorgeremo nemmeno
che esiste. Finiremo per sentirci il colpa … se non ci sentiamo in colpa. E
chissà… forse potremmo anche considerare un po’ stupido chi racconta queste
cose…