Il termine inglese “mobbing” deriva dalla cultura etologica.
Esso infatti fu coniato dall’etologo K. Lorenz per indicare l’attacco di un
gruppo di animali (di dimensione piccola) ai danni di un altro animale (di taglia
decisamente maggiore).
Successivamente questo termine venne utilizzato per definire un comportamento
particolarmente distruttivo messo in atto da un gruppo di bambini nei confronti
di un singolo bambino (bullyng: bullismo in italiano).
Molto tempo dopo, alcuni studiosi presero in prestito la parola mobbing per
definire o, meglio, descrivere in questo caso specifico, all’interno dell’ambiente
lavorativo, una situazione analoga a quella indicata in premessa.
In questo fenomeno, ovviamente, gli artefici non sono animali, né tantomeno
bambini, ma semplicemente uomini adulti che mettono in atto, ai danni di loro
simili un insieme di comportamenti inequivocabilmente distruttivi. In generale
comunque il mobbing può essere definito come una comunicazione di tipo ostile.
Diretta in modo sistematico da parte di uno o più individui verso un loro simile,
il quale si trova così in una posizione d’impotenza e mancanza di difese.
Tale pressione o meglio azioni continue minano l’autostima e compromettono alla fine la reputazione e, indubbiamente, la prestazione lavorativa.
Tuttavia, per poter parlare di mobbing, bisogna che tali comportamenti si verifichino almeno una volta alla settimana, per un periodo almeno di 6 mesi
E’ propria a causa della loro frequenza e della loro eccessiva durata che questi
maltrattamenti portano a conseguenze negative per il soggetto da un punto di
vista psicologico, psicosomatico e sociale. Molte delle attività che danno luogo
al mobbing non sono in sé negative, né distruttive, ma è il ricorso ad esse
in modo continuativo ed abituale a costituirne un pericolo per chi ne è vittima.
La persona attaccata risulta sempre in una posizione di inferiorità rispetto
ai suoi avversari. Queste complesse vicende relazionali spesso si protraggono
per molto tempo, anche alcuni anni, di solito degenerando progressivamente.
E’ bene comunque precisare che il conflitto inteso come tensione, ostilità,
competizione, dissenso, è un elemento costante e necessario della vita professionale
(… in breve, il sale della vita). Non è in sé una forza distruttiva, anzi può
condurre spesso a risultati positivi, apportando cambiamenti benefici altrimenti
irrealizzabili.
Ma, così come il conflitto racchiude il germe del cambiamento positivo, del
miglioramento e della crescita, allo stesso modo esso contiene anche quello
dell’involuzione e della distruzione.
Si dice, infatti, che il mobbing derivi da una degenerazione del conflitto,
che si protrae modificando progressivamente i suoi contenuti: da questioni puramente
professionali ed oggettive, la disputa passa a coinvolgere non soltanto i comportamenti
della vittima, ma la totalità della sua persona.
A complicare il tutto, spesso entra in gioco anche l’aspetto sessuale, che confonde
e distorce i rapporti interpersonali: in questo caso il successo nel lavoro
non dipende più dalle competenze professionali ed il conflitto nasce per ragioni
che nulla hanno a che fare con questione lavorative.
Gli stadi successivi e costanti del processo di mobbing.
1. in questa prima fase il conflitto quotidiano non viene risolto e diventa continuativo. Può accadere che la conflittualità irrisolta continui la sua esistenza sotto la superficie della normalità, aumentando di intensità con il passare del tempo.
2. in questa seconda fase si verifica un netto peggioramento: la vittima subisce un processo di etichettamento secondo il quale viene costretta ad assumere un atteggiamento di difesa (…si accusano i primi problemi di salute).
3. tutti ormai sono a conoscenza di questa situazione conflittuale. In questa terza fase emerge un abbassamento nel livello di prestazione lavorativa qualitativa e quantitativa. Questa è una situazione delicata ma nello stesso tempo devastante. Le vittime sono spesso considerate responsabili del conflitto (anche dai propri familiari…): si attribuisce loro una percezione distorta della realtà, l’incapacità di gestire i problemi, mancanza di competenza e con seri problemi emotivi trascurando in questo modo il ruolo causale di fattori situazionali (… dal danno alla beffa).
4. l’ultima e temibile tappa del processo è l’esclusione dal mondo del lavoro: trasferimento ad un incarico minore importanza (… la disistima avanza) e spostamenti continui. Questa situazione è responsabile di gravi patologie che portano la vittima a richiedere aiuto.
Cosa fare.
Il mobbing definisce un rapporto interpersonale particolarmente complesso.
Come è stato evidenziato si è parlato a lungo dello stress e dei suoi temibili
effetti sia fisici che psicologici.
In questo caso ci troviamo di fronte ad un problema più circoscritto, per lo
meno a livello di cause: non si trovano in primo piano natura del compito, tempo
investito, impegno profuso nel lavoro, bensì relazioni interpersonali, rapporti
con i colleghi e superiori che, se particolarmente deteriorati, compromettono
l’esito delle prestazioni lavorative, nonché un abbassamento della qualità della
vita (…è importante offrire un intervento attivo ed efficace a sostegno delle
vittime).
La chiave comunque per uscire da questa situazione non sta in nessun comportamento
particolare, anche se punto di partenza potrebbe essere l’acquisire consapevolezza
e lucidità nell’analizzare la situazione e rivalutare l’importanza della rete
di sostegno sociale.
Purtroppo quando si innesca il
circolo vizioso, anche la famiglia può tendere ad attribuire colpe e responsabilità
alla vittima, minando il suo già precario senso di insicurezza e togliendole
così un prezioso punto di riferimento.
Spesso non è sufficiente fare il proprio dovere e rispettare le regole che il
lavorare insieme comporta.
A volte, il corso degli eventi è indipendente dal nostro comportamento.
In situazioni del genere, sensi di rabbia, impotenza e disperazione sono la
regola.
Non sono patologici, fanno semplicemente parte della nostra umanità.
Comunque sia, al di là della gravità delle situazioni specifiche, è la durata
della relazione a costituire una variabile degna di considerazione. In ogni
caso, sembra importante contrastare l’insorgere di azioni di mobbing su due
fronti:
quello dell’organizzazione del lavoro, dove procedure,
regole e modi di esercitare l’autorità da parte dei responsabili possano alimentare
comportamenti di sopraffazione; quello individuale e relazionale, dove l’esistenza
di normali relazioni interpersonali di supporto possono invece impedire l’evoluzione
di un potenziale processo di mobbing (.... la consulenza di un esperto in questo
frangente diventa indispensabile).