Che cos’è. Per enuresi intendiamo l’emissione
attiva completa e incontrollata di urina dopo che sia stata raggiunta la maturità
fisiologica in genere acquisita tra i 3 e i 4 anni. Questa alterazione del controllo
sfinterico urinario può essere primaria quando non si è verificata l’acquisizione
della pulizia corporea oppure secondaria qualora si manifesti dopo, un periodo
più o meno lungo, l’acquisizione del controllo fisiologico. Il controllo sfinterico
urinario è influenzato, principalmente, da tre fattori: neurofisiologico, culturale
e relazionale.
Neurofisiologico. Esso è caratterizzato dal passaggio da un
comportamento riflesso automatico ad un comportamento volontario controllato.
Nel neonato la minzione è dapprima successiva alla replezione (riempimento della
vescica). Il controllo di questo sfintere viene acquisito successivamente in
modo progressivo. L’acquisizione, quindi, di un vero controllo sfinterico non
è possibile prima che la motricità vescicale sia giunta a maturazione fisiologica,
anche se un condizionamento precoce può far credere ad un apparente pulizia.
Culturale. Questo fattore non può essere dissociato dall’apprendimento
della pulizia. Prendendo in esame le varie culture, questo apprendimento si
svolge in un contesto più o meno rigido, determinando nel bambino pressioni
severe, inadeguate o leggere (influenzando la frequenza delle alterazioni legate
a questa funzione).
Relazionale. Oltre alla maturazione neurofisiologica ed alla
pressione culturale, nella nostra società, dove la relazione madre bambino è
privilegiata e protetta, l’acquisizione della pulizia è, durante il secondo
e terzo anno, uno degli elementi di transazione nella diade madre – bambino.
L’urina veicola un’intensa carica affettiva che può essere positiva o negativa.
L’acquisizione del controllo sfinterico si attua a seguito del piacere provato
prima per l’espulsione poi per la ritenzione (ritenzione – espulsione): la nuova
padronanza sul proprio corpo procura al bambino una felicità rinforzata dalla
soddisfazione materna. Questa dualità ritenzione – espulsione può manifestarsi
attraverso modalità aggressive, tutto ciò dipende dal tipo di relazione tra
madre e bambino che si svolge attorno al controllo sfinterico: esigenza imperiosa
della madre che toglie al bambino una parte del suo corpo e riceve la sua urina
con maschera di “disgusto”; soddisfazione di una madre nel vedere progredire
e autonomizzarsi il suo bambino in queste condotte quotidiane e ricevere la
sua urina con piacere. In questo modo si attua il passaggio dell’esperienza
ritenzione – espulsione alla modalità offerta – rifiuto.
Criteri diagnostici per l’enuresi secondo il DSM IV.
- Ripetuta emissione di urina nel letto o nei vestiti;
- Il comportamento è clinicamente significativo, come manifestato o da una frequenza
di 2 volte alla settimana per almeno 3 mesi consecutivi o dalla presenza di
disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, scolastica
o di altre aree importanti del funzionamento;
- L’età cronologica è di almeno 5 anni (per altri autori il riferimento è di
4 anni);
- Il comportamento non è dovuto esclusivamente all’effetto fisiologico diretto
di una sostanza o di una condizione medica generale (diabete, spina bifida,
ecc.).
Generalmente l’enuresi è considerata un sintomo benigno con tendenza a scomparire
durante la pubertà (periodo della vita compreso tra gli 11 e 15 anni). Alcuni
autori hanno suggerito una classificazione delle enuresi, a seconda che siano
legate a dei fattori organici o che siano funzionali. Le prime comprendono le
ostruzioni anatomiche, la spina bifida, le infezioni, il diabete (in questo
caso sarà richiesto l’intervento medico o chirurgico). Le enuresi funzionali,
pur avendo un’origine multifattoriale sono legate a fattori psicologici conflittuali.
Questi ultimi restano i più evidenti. Basti ricordare la frequente corrispondenza
tra comparsa e scomparsa dell’enuresi e quelle di un episodio che segna la vita
del bambino: separazione familiare, nascita di un fratellino, entrata nella
scuola, un educatore aggressivo e violento, emozioni di qualsiasi natura. Questi
fattori psicologici possono agire sia a livello del bambino stesso, sia a livello
dell’ambiente familiare (in questo caso è indicato l’approccio educativo e psicoterapeutico).
L’incontinenza notturna è più frequente della diurna, e comporta assai spesso
l’instaurazione di rituali d’ogni tipo in seno alla famiglia: i genitori si
alzano parecchie volte per far urinare il bambino, cosa che serve a ben poco,
bensì a rinforzare l’interesse familiare per il sintomo e a dar al bambino gratificazioni
di ogni genere (disturbare i genitori, manipolazione, ecc.). Esiste, inoltre,
un gruppo di bambini, appartenenti ad un quadro clinico depressivo mascherato,
chiamato “ enuretico depressivo”, a causa dell’alta incidenza di incontinenza
vescicale e rettale. Questi bambini mostrano inoltre difficoltà cognitive e
isolamento sociale. Essi sembrano essere bambini sfortunati e infelici, che
a causa di una combinazione di fattori sono neurologicamente immaturi ed hanno
dei problemi di apprendimento e di incontinenza. Tali bambini restano spesso
invischiati in un cronico braccio di ferro con i loro genitori, che aumenta
le loro frustrazioni, ma non sembrano depressi; piuttosto, essi sono sempre
arrabbiati e fanno ricorso a ritorsioni passivo – aggressive contro le figure
investite di autorità. Essi non hanno l’immagine negativa di sé, il sentimento
di impotenza e gli autorimproveri che sembrano necessari per la diagnosi di
depressione. Il trattamento, per questo gruppo di bambini, è lungo e difficile.
L’enuresi è associata alla fase paradossale del sonno, allo stadio corrispondente
al sogno, oppure al passaggio dal sonno profondo a un sonno leggero. Per quanto
riguarda il sesso, la maggioranza degli autori segnala un tasso di enuresi più
alto nei maschi che nelle femmine (10% nei maschi contro 9% nelle femmine).
Alcuni studi hanno messo in relazione l’enuresi e altri sintomi, quali le minzioni
imperiose diurne, l’enconpresi, il sonno profondo, l’immaturità affettiva e
i disturbi della parola.
Perché l’enuresi? Come è già stato accennato, verso i 4 anni
la maggior parte dei bambini ha imparato a “controllare” la vescica. Di notte
non si bagna più il letto. Nonostante tale controllo, un certo numero di bambini
– di intelligenza normale e a volte anche superiore – continua a bagnare il
letto ben oltre quella età. Quando il bambino urina, ne trae un evidente piacere.
Piacere fisico: allentare la tensione della vescica, piacere del “titillamento”
derivante dallo scorrere dell’urina, piacevole calore quando questa arriva a
bagnare le natiche e la schiena. Si tratta ovviamente di piaceri la cui importanza
e intensità vengono notevolmente sottovalutate dagli adulti. Così, la soddisfazione
di poter in questo modo manifestare entusiasmo o dispiacere è un mezzo primitivo
ma tuttavia molto importante per esprimere le proprie emozioni. E’ risaputo
che i bambini – anche gli adulti – possono esprimere in questo modo la paura:
“farsela sotto” è un’espressione comune che corrisponde ad alcuni fatti reali.
Certi bambini lo fanno anche per manifestare la loro gioia. Espressione simbolica
di gioia o di dispiacere, soddisfazione reale dell’atto di urinare, “valvola”
di una tensione psicologica: questi sono i significati della minzione nel bambino
e il cui significato è puramente affettivo. A volte il disturbo esprime uno
stato di conflittualità profonda. E’ frequente in soggetti immaturi che non
vogliono rinunciare alle abitudini infantili. Inoltre, in analogia con il “Regno
della Notte”, luogo in cui dominano gli istinti, l’enuresi notturna consente
alle emozioni trattenute di essere liberate. L’enuresi, infatti, può esprimere
anche il desiderio del bambino di prolungare il suo stato infantile. Rifiuto
di crescere e di conseguenza rifiuto di assumersi nuove responsabilità. Ha paura
di partire perdente in una “gara” con un bambino più grande. Per attirare l’attenzione
dei genitori, anche a rischio di dare loro un dispiacere e di farsi punire,
certi bambini vogliono garantirsi una posizione a parte, privilegiata, nella
quale saranno certi di trovarsi al centro dell’interesse. Questo rifiuto di
crescere o meglio questo bisogno di “regredire” verso le prime modalità infantili
permette loro di raggiungere tale scopo. Un altro caso è quello del bambino
che ha paura di crescere perché teme inconsciamente che i genitori vogliano
abbandonarlo. Paura irragionevole, ma frequente. L’enuresi può anche essere
una protesta, un modo attivo di palesare la propria ostilità. Fin dalla più
tenera età, i concetti di “sporco” e di “pulito” vengono posti al bambino sotto
forma di contrapposizione. Bagnare il letto significa “sporcare”, il bambino
lo sa bene. L’enuresi assumerà allora il senso di una protesta contro i genitori,
contro l’ambiente circostante, contro le circostanze della vita ch’egli è costretto
a condurre. Nel rimanere sporco, il bambino procura ai genitori fastidio, li
mette in imbarazzo e in agitazione: è un modo di essere aggressivo. Non soltanto
il bambino rimane “pupo”, ma esprime anche il suo scontento: egli non osa farlo
apertamente, ma lo esprime inconsciamente. Egli si esprime senza ricorrere alle
raffinatezze del linguaggio parlato. Sarà forse una modalità primitiva, infantile
e inconscia di esprimersi forse, ma molto eloquente. Le reazioni del bambino
e della famiglia di fronte all’enuresi sono varie. Il bambino considera talvolta
che questo sintomo è sgradevole e imbarazzante, ma spesso ha un atteggiamento
passivo. La famiglia può reagire in maniera estremamente tollerante o estremamente
severa, anche brutale. Può anche essere una punizione che il bambino infligge
a se stesso. Con l’enuresi il bambino confessa la propria incapacità, il proprio
stato di dipendenza, di inferiorità. In realtà, egli provoca le punizioni e
lo scontento dei genitori. E forse li umilia, ma umilia soprattutto se stesso;
e in tal modo confessa il suo fallimento, la sua incapacità di crescere. In
breve possiamo dire che i pensieri e i desideri che il bambino ritiene essere
inaccettabili e cattivi, quelle idee che, se portate alla luce, potrebbero comportare
gravi punizioni, anzi la perdita dell’amore nutrito nei suoi confronti, devono
scomparire dalla consapevolezza (conscio). Essi continueranno però a vivere
ignorati nel suo inconscio; e quel inconscio possiede un suo peculiare linguaggio,
un vero e proprio linguaggio segreto che è necessario tradurre per poterne comprendere
il significato. Rimossi nel profondo, quindi, inconfessati ma presenti, per
esprimerli e per tradurre i suoi timori, la sua angoscia, il suo senso di colpa,
il bambino disporrà solo del linguaggio simbolico, simbolico a un punto tale
che non solo i genitori non riusciranno a capirlo, ma di cui egli stesso non
riconoscerà il significato. Una vasta letteratura scientifica sull’enuresi ha
sottolineato che una condotta incostante o disagi emotivi da parte dei genitori
giocano un ruolo sfavorevole nello stabilire il controllo sfinterico in età
normale, sia che si tratti di un atteggiamento troppo coercitivo che spesso
provoca nel bambino reazioni di rivolta e di difesa, sia, al contrario, di un
atteggiamento troppo permissivo che impedisce l’organizzazione del controllo
della minzione. Come hanno indicato alcuni autori, genitori essi stessi enuretici
possono avere un atteggiamento di paura o di iperprotezione motivata dal ricordo
della loro umiliazione. L’atteggiamento inadeguato dei genitori verso questo
controllo si ritrova soprattutto nelle donne ossessive o fobiche (paura dello
sporco). Da un punto di vista più generale, l’atteggiamento dei genitori comporta
un modo particolare di organizzazione dell’affettività del bambino, secondo
che sia iperprotettiva o, al contrario, crudele o rifiutante.
Quali sono i vantaggi? Nonostante quanto esposto, nell’enuresi
non tutto risulta negativo. Dall’enuresi, il bambino trae determinati vantaggi
che, per quanto siano inconsci, sono sicuramente reali. Il bambino che attira
su di sé l’attenzione e l’apprensione della madre divenendo così il centro dell’interesse
trae indubbiamente profitto dalla sua enuresi. Il bambino che a causa dell’enuresi
evita di fare “certe esperienze” che evita di essere separato dai genitori,
guadagna qualcosa. Anche quando non “vuole crescere”, evita un certo numero
di responsabilità, di compiti e di doveri. Questi vantaggi vengono definiti
“benefici secondari”: essi infatti non si trovano all’origine e non costituiscono
la causa stesa dell’enuresi, ma sono come dei “sottoprodotti”. Tali “benefici
secondari” fanno sì che il bambino possa aggrapparsi all’enuresi e opporsi alla
propria “guarigione” anche quando, dopo un certo periodo di tempo, la causa
fondamentale è scomparsa. Per trattare il problema dell’enuresi è indispensabile
conoscere questi elementi. Le circostanze comunque sono sempre numerose: inquietudine
e curiosità sessuali, fallimenti scolastici, difficoltà di adattamento all’ambiente,
genitori nervosi e, soprattutto, conflitti familiari. Le separazioni, i divorzi,
rafforzano nel bambino il senso di insicurezza. Tutte queste circostanze possono
essere altrettante cause.
Cosa fare? I genitori sono sempre pronti a tutto: fino a minacciare
e a fare paura. A volte si arriva persino a contattare la “fattucchiera”. Non
è servito a nulla. Sono state ipotizzate disfunzioni intestinali, malformazioni
del pene, svegliarlo di notte, iniezioni, pillole, diete, di farlo alzare a
ore fisse. Invano. Qualche volta si verifica un successo della durata di alcuni
giorni o di alcune settimane. Poi il grande lago, il diluvio riprende. Ma non
è certo in qualche ora che si può risolvere e riequilibrare un’intera personalità,
perché si tratta di “ricostruire” tutto un insieme. L’enuresi è solo il segno,
la parte visibile di un iceberg che bisogna sciogliere. E’ importante, quindi,
dare fiducia al bambino. Creare un’atmosfera distesa, libera (non permissiva)
fiduciosa, sarà per lui la cosa più utile e più importante per iniziare un “cambiamento
di rotta”. Ovviamente non deve sperimentare né vergogna, né paura. Al contrario
è importante fargli intravedere i vantaggi della “guarigione” (i piccoli successi
vanno rinforzati attraverso calorosi complimenti). Ridurre al minimo le circostanze
che potrebbero favorire la sua enuresi. Un’atmosfera familiare distesa, senza
una costante apprensione per la sua enuresi, riduce tanto la tensione nervosa
quanto i “benefici secondari”. Dovrebbe, inoltre, essere maggiormente coinvolto
nella vita familiare e non tenerlo in disparte. La tolleranza e la malleabilità
fanno parte integrante del processo di guarigione. Ogni bambino ha diritto alla
propria libertà, a qualche insuccesso scolastico, a qualche espressione di linguaggio
un po’ “colorito”. Per nessuna ragione non deve essere considerata la guarigione
dell’enuresi come una fine assoluta dei problemi. L’enuresi è soltanto una spia
dei problemi affettivi del bambino: sono quelli che bisogna innanzitutto risolvere.
L’enuresi è spesso legata a sentimenti ed emozioni che, di giorno, non trovano
la via per esprimersi. Anche se il disturbo comune a tutte le enuresi è il difetto
del controllo della minzione, questo non vuol dire che l’eziopatogenesi sia
sempre la stessa. Quando si formula un programma terapeutico, quindi, non si
deve agire unicamente sul sintomo, ma su una condotta di cui bisogna delucidare
il contesto psicofisico. Di fronte ai disordini psicologici primari o secondari,
è indispensabile prendere un certo atteggiamento psicologico sia di fronte al
bambino che nei confronti dei genitori. Dobbiamo sostenere il bambino, rilassarlo
e decolpevolizzarlo, farlo cooperare alle attività terapeutiche, metterlo al
corrente, come fanno certi autori, del meccanismo funzionale della minzione.
I genitori hanno ugualmente bisogno di essere sostenuti (… non colpevolizzati)
per meglio sopportare questa affezione spesso considerata come vergognosa, essere
informati della condotta più utile e vantaggiosa a favorire l’educazione sfinterica,
ed essere messi in guardia contro l’utilizzazione del sintomo a fini aggressivi
o di una sorta tutela spesso cercati e subiti dal bambino. Così rischiano di
trasformare il sintomo – reazione in una condotta in cui il bambino trova “benefici
secondari”. In certi casi, questo atteggiamento di sostegno non è sufficiente
e deve essere presa in considerazione una psicoterapia, le cui linee generali
devono essere: riduzione del problema conflittuale, evidenziazione dei benefici
secondari e offerta di compensazioni nell’ordine affettivo. Nel caso di una
personalità in evoluzione, l’enuresi è nello stesso tempo agita e subita, beneficio
e danno. E’ in questo stato di ambivalenza che la terapia può, sia portando
nuovi benefici, sia creando nuove motivazioni, sia mettendo in attività sistemi
organici in stato di passività, aiutare il bambino a trovare una via d’uscita
e permettergli, da una parte, di offrirgli la guarigione, e dall’altra, di uscire
dalla malattia che, nella nostra cultura, comporta per lui in fin dei conti
più inconvenienti che vantaggi.