Dipendenze… Tossicodipendenze

 

… la dipendenza è figlia dell ’ insicurezza e della solitudine … un girare a vuoto tra ansie e aspettative … un vampiro della mente che attraverso un eccesso di pensiero disperde inutilmente tutte le risorse energetiche.

La dipendenza è  il comportamento attraverso il quale una persona sviluppa un rapporto distorto con un altro individuo, una determinata attività, ma anche nei confronti di un luogo o di una cosa.  Questo fenomeno, soprattutto se intenso e, ovviamente, profondamente radicato, man mano che passa il tempo può determinare sbalzi e cambiamenti di umore, modificazioni interpersonale e, soprattutto, disagi psicosomatici tra cui ansia, stress, insonnia, attacchi di panico, ed ultima, ovviamente non di importanza, la depressione.

 Il ventaglio delle dipendenze è vastissimo.  Da un punto di vista clinico si suddivide tra  dipendenze puramente comportamentali e quelle collegate all’utilizzo o, meglio all’abuso di particolari sostanze. Nel primo gruppo troviamo le dipendenze affettive, le dipendenze sessuali, da lavoro (… è una tipologia di dipendenza che in genere copre un vuoto esistenziale o affettivo, spesso abbinato a comportamenti maniacali. Il soggetto affetto da questa dipendenza poco alla volta riempie di lavoro tutto il suo tempo libero – compresa la notte – si occupa solo di attività inerenti la professione, riduce al minimo o esclude le relazioni affettive e sociali e diventa competitivo nei confronti dei colleghi, che spesso giudica lavoratori mediocri. Le conseguenze di questa sindrome sono emicrania, insonnia, disturbi gastrici e cardiaci; talora si sviluppano anche dipendenze “parallele” da alcol, nicotina e farmaci stimolanti),  da shopping (… questa dipendenza si sviluppa dal desiderio ossessivo e irrefrenabile di acquistare oggetti superflui, che spesso non rispondono ai gusti di chi li acquista e comportano un pericoloso dispendio di denaro. Come nella dipendenza da cibo e nella bulimia, il malato da shopping ricerca l’acquisto per sedare attraverso il possesso di un oggetto altri bisogni insoddisfatti, in genere di tipo affettivo. Tale fenomeno, si manifesta prima con l’emersione del desiderio, seguito dall’impulso ad acquistare e dal piacere che ne deriva, cui subito subentra il senso di colpa per aver ceduto a una spesa inutile) gioco d’azzardo, televisive, internet. Un'altra dipendenza che sta dominando la scena da alcuni anni è l’ortoressia, cioè la mania che spinge l’individuo a consumare in modo ossessivo cibi assolutamente sani. Un altro fenomeno particolarmente interessante, figlio dei nostri tempi, è la smania ossessiva a consultare fattucchiere, maghi, cartomanti prima di affrontare un qualsiasi compito, anche il più banale e futile. Nell’altro gruppo troviamo la dipendenza da sostanze: fumo, alcol, caffè e al cibo che, se consumato in maniera compulsava, dà luogo ad un disagio clinico definito con il termine bulimia. Ci sono poi le dipendenze da droghe: cocaina, eroina, cannabis, ecstay, ecc. Un’altra dipendenza, degna di attenzione, per i suoi effetti collaterali e particolarmente diffusi, è quella da psicofarmaci e  antidolorifici. Non vi è alcun dubbio che la dipendenza lentamente “avvelena” l’individuo, impoverendolo fino a farlo soccombere. La dipendenza si manifesta sostanzialmente attraverso due fasi: la reazione di astinenza, che si presenta, quando si è costretti a fare a meno di un certo comportamento o di una determinata sostanza. Questa prima manifestazione prende il nome di “craving”, ed è caratterizzata da un irrefrenabile desiderio di soddisfare a tutti i costi il bisogno che è alla base della dipendenza. In molti casi, questa fase si conclude con l’emergere di sentimenti di vergogna e sensi di colpa. Tra le cause scatenanti di una dipendenza c’è prima di tutto una profonda insicurezza, che spinge a cercare appigli al di fuori di noi stessi. Talvolta si tratta di comportamenti ereditati in famiglia, a volte invece la dipendenza è figlia dei condizionamenti di un gruppo, talora è frutto della solitudine e dell’incapacità di coltivare relazioni sociali “normali”. Alla base della dipendenza può esistere anche un eccesso di competitività, oggi peraltro in larga parte indotto dall’aggressivo stile di vita che spinge alla ricerca spasmodica del primato. Questo fenomeno è stato battezzato da alcuni studiosi con il nome di “eccessoressia”: sindrome che consiste proprio nella tendenza a voler raggiungere a tutti i costi e con qualunque mezzo l’eccellenza negli ambiti più diversi, dal lavoro alla prestanza fisica, dalla potenza economica, all’affermazione sociale. Le dipendenze, comunque, nascono dall’insicurezza e da un eccesso di pensiero che comporta un inutile dispersione di energia e un continuo “girare a vuoto” tra profonde ansie e continue aspettative.

Tossicomanie. La parola droga ha subito un’estensione del suo significato, tanto che oggi con essa ci si riferisce a qualsiasi sostanza naturale o sintetica avente un’azione psicotropa o addirittura soltanto farmacologia. Negli anni sessanta l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha cercato di distinguere l’assuefazione dalla tossicomania (termine preferito da quello di farmaco – dipendenza).

L’assuefazione è caratterizzata dall’uso regolare di una sostanza che provoca il desiderio di ripeterne il consumo senza però aumentare la dose e che determina un certo grado di dipendenza psicologica, senza dipendenza fisica e senza sindrome di astinenza. L’assuefazione implica la possibilità di effetti nocivi per il consumatore. Le droghe dette leggere (tabacco, derivati dalla canapa indiana) possono dar luogo ad assuefazione.

La farmaco – dipendenza o tossicomania presuppone il consumo ripetuto di una droga che determina, dopo un tempo più o meno breve, il desiderio impellente di un nuovo consumo e di procurarsela a qualsiasi mezzo, con la tendenza spontanea ad aumentare la dose per l’adattamento dell’organismo agli effetti della droga (tolleranza), per la comparsa di una dipendenza fisica  e psicologica (assuefazione), infine per la comparsa di una sindrome somato – psichica di astinenza, quando se ne cessi il consumo. Oltre agli effetti nocivi che tale intossicazione provoca nell’individuo, vi sono ripercussioni sociali: proselitismo, contagio, criminalità. Le droghe cosiddette pesanti (eroina, amfetamine) implicano il più alto rischio di farmaco – dipendenza.

Numerose sostanze sono in grado di agire sulla psiche. Chiamate psicotrope, esse esercitano effetti calmanti o eccitanti, anestetici o euforizzanti, e modificano persino il pensiero e le percezioni sensoriali in modo più o meno durevole e accentuato. La ricerca diversificata di fonti di soddisfazioni o di piacere, il bisogno di curare certi malesseri o la volontà di accedere a particolari stati mentali, spiegano come, da sempre, gli uomini siano stati indotti a provare, ingerire o consumare regolarmente droghe. Tentare di modificare i rapporti con il piacere e la realtà non rappresenta quindi una novità, non più che la nozione di tossicomania che definisce, in termini di dipendenza, l’asservimento del consumatore. E’ altrettanto vero che la seconda metà del XX secolo conosce una diffusione senza precedenti di psicotropi (e, parallelamente, di comportamenti di dipendenza), in tutti i paesi industrializzati. Che si tratti di prodotti di sintesi o di droghe “naturali”, di farmaci o di sostanze tossiche, mai come oggi tanti individui sono stati così inclini all’uso abituale e all’abuso di tali sostanze. Molti adulti, consumatori abituali di droghe lecite (caffè, tabacco, alcol, tranquillanti, psicofarmaci…), sono a livelli diversi, “tossicomani” senza saperlo. Dagli anni settanta, il fenomeno è in espansione tra i giovani, poiché questi ultimi fanno uso sempre crescente non solo dei prodotti legali, ma anche di droghe illecite come hashish, ecstasy, ecc. quanto ai soggetti, fortunatamente meno numerosi, che ricorrono alle droghe dette “pesanti” (eroina, cocaina o crack…), questi sprofondano nell’emarginazione proporzionalmente alla loro dipendenza e al loro disinserimento, spesso rovinandosi la vita e le prospettive per il futuro. La dipendenza da questi stupefacenti presenta un doppio problema: quello di piaga della salute pubblica che rappresenta di per sé, quello dell’incidenza delinquenziale e criminale che questi comportamenti non mancano di provocare, tenuto conto del prezzo elevato delle droghe in questione e dei traffici di cui sono oggetto.  Non tutti i comportamenti di dipendenza quindi hanno lo stesso rilievo né, evidentemente, la stessa prognosi. Soprattutto, è il caso di distinguere le tossicomanie dichiarate, dove la droga diventa la ragione di vivere o, almeno, di sopravvivere, e l’uso occasionale di stupefacenti. Tra questi due estremi, esiste un’intera gamma di situazioni intermedie, poiché certi soggetti rimangono, simili o patetici equilibristi, “sulla corda tesa” di tutte le evoluzioni possibili. Le dipendenze dichiarate si dimostrano, beninteso, le più preoccupanti, per l’ampiezza dell’assuefazione che esprimono ed esasperano, le molteplice conseguenze che comportano, il tutto alterando gravemente, se non drammaticamente, la percezione del reale e l’inserimento nella realtà sociale e familiare.  L’uso di oppiacei per inalazione (“sniff”) o per iniezione endovenosa (“shoot”) interessa una minoranza di adolescenti e, fra loro, una netta prevalenza di soggetti maschili. Tipicamente rappresentato dall’assunzione di eroina, l’uso ripetuto di tali stupefacenti porta rapidamente alla vera e propria tossicomania. Certi adulti tendono a sottovalutare l’uso di droghe cosiddette “leggere”, perché questo li riporta, magari, alla propria adolescenza ribelle. Altri genitori invece sono incapaci di immaginare che il proprio figlio ne faccia uso. Non ne sopportano nemmeno l’idea, al punto da negare talvolta questa eventualità anche quando il ragazzo non ne nasconde l’uso regolare. “Non capivo come mai avesse quell’aria da cane bastonato, quella nuova indolenza, quel disinteresse per tutto”, questo è quello che ci riferiscono molto spesso i genitori  a proposito dei propri figli. Troppi genitori si trovano nella situazione di non sapere affondare l’argomento, né di riuscire a considerare l’abuso di stupefacenti come un segno di autentica sofferenza, perché l’aspetto “deviante” del comportamento ha la meglio su qualunque altra prospettiva. All’interno di queste famiglie, la droga rimane un argomento tabù che non può essere discusso con calma. O si finge di non vedere, o si troncano le discussioni. A volte, invece, l’ostilità rende impossibile qualunque tentativo di comprensione, a cominciare dalle risposte fornite alle domande seguenti: “A che cosa cerca di sfuggire il tossicomane?”, “In che cosa l’atmosfera familiare potrebbe essere all’origine di questa volontà di fuga?”, “La vergogna, o il timore di quel che dirà la gente, devono impedire di chiedere un aiuto?”.  Quali sono i tratti fondamentali che ci aiutano a stabilire se questa persona (dipendente) ha le caratteristiche psicologiche di un “bambino” o ha superato le problematiche di questa età e presenta quelle di un “adulto”? Per meglio definire questi punti di orientamento della vita, dobbiamo prendere in considerazione il processo evolutivo della persona. Ovvero, l’oggetto di amore del bambino è il genitore, l’oggetto dell’adulto è il partner; l’adolescente deve separarsi dal primo oggetto per raggiungere il secondo (partner) e ricerca la separazione dai genitori e quindi l’autonomia. Tuttavia egli sente il bisogno della protezione che esisteva nei vecchi rapporti parentali. L’autonomia comporta anche la sofferenza della solitudine, oltre la gratificazione di sentirsi adulto e parte dei “grandi”. Nella ricerca di relazioni più profonde e con persone nuove richiediamo spazio per la conoscenza dell’altro. Chi non ricorda i nostri primi rapporti amicali e le difficoltà di rapporto col primo partner, le ansie, le gelosie, i rancori? Questi elementi affettivi fanno parte della ricerca di autonomia. D’altra parte nei momenti precari, quando la situazione si fa difficile ed esposta al rischio di fallimento, ci si richiama alla protezione che esercita il vecchio rapporto parentale. Di qui nasce questo oscillare tra ricerca di autonomia e regressione alla dipendenza affettiva dal genitore che si trasforma in comportamenti opposti. Ci sono anche altri elementi che cominciano ad essere completamente diversi. Il bambino fino a 10 anni circa non ha grande ascolto della vita interiore se non in modo superficiale e che comunque tende a rimanere inconsapevole; sentimenti, emozioni, si esprimono in maniera fisiologica, e anche se esistono nel profondo trovano rare modalità di espressione comportamentale. L’adolescente invece avverte il primato della vita interiore, essa diviene centrale. L’adolescente si pone il problema di riflettere su che cosa è, su che cosa potrebbe essere, su come potrebbe cambiare, su che cosa è stato. Questa è una variazione di prospettiva: il bambino vive la sua dimensione concreta della realtà quotidiana, senza un grande ascolto di sé, l’adolescente ascolta innanzitutto se stesso, è fortemente narcisista, e il narcisismo è certamente anche una importante forma di difesa dalle sofferenze proprie dell’età. Entro certi limiti il narcisismo aiuta l’adolescente a divenire adulto. Il bambino non ascoltando la vita interna, “nega” i problemi, la conflittualità interiore e invece si interessa del presente, al dato concreto, al giocattolo nel quale investe quotidianamente desideri e frustrazioni. L’oggetto è immediatamente vicino e la frustrazione limitata al presente non ha forte risonanza interiore. Nell’adolescente invece compaiono le dimensioni temporali del passato e del futuro. Il passato è quella relazione genitoriale che scatta sempre come meccanismo di protezione o di rivendicazione nei momenti difficili; il futuro è rappresentato dalle grandi utopie, dagli ideali sulle grandiosi realizzazioni di sé. Senza utopia non c’è adolescenza, un adolescente che non ha utopie è un’adolescenza negata, che manifesterà i suoi problemi successivamente e spesso non senza danni. Tuttavia il bisogno umano di proiettarsi al di fuori di sé, di proporsi degli ideali e in questo contesto di porre le basi per possibili cambiamenti per sé e per il mondo circostante è presente fin dalla nascita e lo sarà con diversa intensità per tutta la vita. Questo bisogno costituisce la base del sentimento della speranza: l’adolescente si percepisce per la prima volta come un’identità a sé stante rispetto al mondo circostante e soprattutto rispetto alla madre. In definitiva ciò che cambia nel passaggio dal bambino all’adolescenza, è questo rivolgersi all’interiorità, l’attenzione alla propria vita interna, il riconoscimento della conflittualità e spesso della confusione della vita, l’interesse per le categorie temporali del passato e del futuro, per la categoria esistenziale del possibile, dell’utopico più che del reale attuale e infine la negazione degli adulti come unico polo di riferimento della propria crescita. Gli adulti sono raramente consapevoli di questo mutamento del bambino. Questa fase non avviene in un modo equilibrato ma attraverso una profonda inquietudine e un’ansia profonda. L’ansia che vive l’adolescente ha due caratteristiche: il carattere depressivo, legato al distacco dagli oggetti familiari e il carattere persecutorio, determinato dall’avvicinarsi agli oggetti estranei e nuovi e dalla paura degli stessi; vi incide anche il senso di colpa relativo al distacco dei legami parentali. Con quest’ansia hanno da confrontarsi (o meglio, si spera, dovrebbero avere una grande sensibilità nei confronti dei giovani) genitori, educatori e terapeuti che trattano adolescenti. Di fronte a questo terremoto che avviene nella mente e nel corpo dell’adolescente struttura meccanismi di difesa, senza i quali gli sarebbe impossibile vivere senza danni. La difesa narcisistica, tuttavia, entro certi limiti e collocata in un giusto equilibrio della relazione adulto/adolescente, consente a quest’ultimo di accrescere la propria autonomia e quindi di avviare la propria separazione dai genitori in un momento in cui è presente anche la depressione e il senso di colpa per la necessaria e dolorosa scelta di crescere. L’adolescenza, però, anche se viene inquadrata come una fase, un periodo preciso della vita, essa ritorna dentro di noi ogni qualvolta maturiamo un bisogno di distacco e separazione, la relativa depressione o ci proponiamo un successivo cambiamento. Ogni volta che ciò avviene riviviamo le difese che conosciamo. L’adolescenza è anche l’insieme di meccanismi più o meno sani che rientrano in moto ogni volta che la persona decide di cambiare radicalmente la propria esistenza, le proprie relazioni, il proprio modo di vivere.

Ma chi è il tossicomane?  Ci chiediamo sempre chi sia il tossicodipendente e anzittutto se sia o meno malato. Il suo comportamento è diverso da quello di un malato tradizionale, egli solitamente si presenta con una sua autoterapia, con un’autoprescrizione come per segnalare che il suo sintomo è espressione di una cura più di una malattia. Il tossicomane non è un malato organico, non è nemmeno un malato di mente, né un delinquente, ma è un po’ di tutto questo. Molto spesso una naturale trasgressione dell’adolescente (verso la famiglia, la società, ecc.)  determina una vera e propria rottura e in questo conflitto nasce una forte ansia, che diviene a lungo andare una profonda angoscia ( i momenti difficili si riscontrano e sono inevitabili in ogni adolescente!). Nel gruppo dei coetanei  l’uso di sostanza da parte di qualcuno dei suoi membri diviene un meccanismo di risposta a quest’ansia e così si avvia un’abitudine di risposta chimica alle difficoltà. Al di là del comportamento tossicomanico, tuttavia si può essere tossicomani senza sostanza cioè presentare quella struttura di personalità, quel frammento di psicopatologia, che non raggiunge mai l’evidenza del sintomo. Finchè non c’è un collegamento con la sostanza la patologia non si manifesta. In questo contesto, potremmo aggiungere che alcune forme di asocialità e devianza sociale, che vengono sociologicamente  interpretate come forme di comportamento senza basi psicopatologiche, con molta probabilità hanno le stesse radici della tossicomania, ma non evolvono in tal senso per un mancato incontro con la sostanza o per un realizzato incontro con forme più vantaggiose di soluzione ai propri problemi esistenziali.  Ritorniamo alla domanda originaria,  chi è veramente il tossicomane…? Questo interrogativo dovrebbe animare chiunque si occupi e si curi di lui. Eppure molto spesso non è così! Il tossicomane, prima di essere tale e dopo aver abbandonato l’abitudine tossicomanica, avrà avuto e avrà da combattere con la sua struttura di personalità e le sue dinamiche che lo conducono spesso a non saper contenere le proprie emozioni profonde, a doverle necessariamente e repentinamente trasformare in azioni, in passaggi all’atto. Anzittutto egli è un adolescente o per lo meno è rimasto tale. A volte addirittura un bambino. Riconoscere la sua “età” è estremamente importante: ciò consente a tutti di rientrare nella realtà dal mondo dell’illusione dove il tossicomane si è collocato. Riconoscerlo servirà anche a far sì che egli accetti e che noi accettiamo la regressione che egli stesso dovrà compiere per avviare la propria cura. Sapremo così che un percorso terapeutico comincia col ritorno all’indietro, al momento della frattura, per poi costruire una prima “ingessatura” necessaria fino a che lui stesso possa permettersi di demolirla per affrontare la vita, non libero da tutte le dipendenze ma capace di accettarne più di una e nessuna totalmente come quella che ha vissuto con l’eroina. La libertà è nel dipendere da più oggetti, più relazioni interscambiabili tra di loro. La libertà non è assenza d’oggetto, né di dipendenza. Un adolescente non più bimbo, né ancora adulto; è toccato da grandi turbamenti psichici, da visibili, improvvise, angoscianti e ignorate (dagli adulti) modificazioni del corpo. Egli struttura le difese individuali e confronta la propria identità, i propri modelli di identificazione, i propri meccanismi di difesa nel gruppo. Il gruppo è la più grande risorsa dell’adolescente e tuttavia può essere la sua tomba. Il corpo dell’adolescente nella sua sessualità masturbatoria è l’oggetto di transizione verso la relazione col partner adulto e la separazione dall’oggetto genitoriale.

Nel primo gruppo l’adolescente vive con coetanei del proprio sesso e si prepara combattendo l’altro sesso alla relazione con esso. La paura precede l’amore. Soltanto la relazione con l’altro passata attraverso il corpo e il gruppo potrà consentire il nascere dell’adulto. La droga interferisce in questo naturale processo evolutivo. Eppure vi sono drogati e drogati. In alcuni di essi il consumo di droghe è qualcosa che si inserisce nell’adolescenza, nel suo bisogno di trasgressione e di identità naturalmente come un falso strumento di crescita. Per altri la droga risponde a ferite più profonde e antiche riaperte dal processo adolescenziale conferendo identità (illusoria) e stabilizzazioni di tensioni interne. Perciò si può parlare di tossicomani, questi ultimi, e consumatori di droghe, i primi. Il corpo, il gruppo, la ricerca di un piacere illusorio, i frammenti dell’identità che ricercano un’unità sono elementi della scena in cui si produce e realizza il teatro tossicomanico. Da essi dobbiamo ripartire ogni qualvolta vogliamo occuparci di cura, ma anche di prevenzione. Entrare nel delirio del tossicomane mantenendo la distanza necessaria a tirarlo fuori è l’unica condizione che ci consente di avvicinarci realmente alla sua patologia per comprenderla e curarla. Ridare senso al corpo che viene annullato dal corto circuito vena – recettori centrali, partire dal gruppo adolescenziale dove si è insinuata la droga ed è nata l’abitudine, ricercare con il tossicomane il senso di un piacere vero e umano evitando le strade della persecuzione fine a se stessa, aiutarlo a ricongiungere e contenere i propri frammenti dando identità al piacere e contemporaneamente costruendo il solo piacere che vince la droga, quello della identità, deve essere l’obiettivo di chi si occupa di drogati.

 E’ tutt’altro che semplice farlo.

 Solo una strada in cui si accetti l’idea di sistemi organizzati per fasi e fondati sulla forte interrelazione e integrazione di strumenti pubblici e privati, volontari e professionali può raggiungere questo obiettivo.

 Dunque vi è necessità di strutture organizzate, ma le strutture le fanno gli uomini, i professionisti che lavorano in questo campo; se non vi sono ancora oggi le strutture adeguate ciò è segno del lassismo istituzionale, ma anche della rara lettura clinica che gli operatore fanno del tossicomane. In alcuni ambienti, si dice ancora che è un viziato o un derelitto sociale. Invece è anche un malato. E’ malato di mancata identità. L’identità è ciò che gli uomini cercano da sempre (conoscersi, sapere chi sono, qual è il proprio  ruolo).

Tutti coloro che lavorano nel campo delle tossicomanie quindi devono forgiare al meglio i propri strumenti e sentirsi “clinici” nell’operare col tossicomane (nel senso di occuparsi della persona in modo genuino e metterla al centro delle proprie osservazioni per utilizzare al meglio gli  strumenti professionali e umani per quella persona, che aiuti a mettersi nei panni dell’Altro tossicomane, perché quest’ultimo possa finalmente riconoscere l’altro per quello che è realmente… senza ricorrere ancora all’ illusione!)


 


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