“Colpa” è una parola che in sé non ha un suono piacevole, evoca
vagamente sentimenti spiacevoli e preferiamo allontanarci da essa. Riconosciamo
i nostri errori più prontamente di quanto ammettiamo le nostre colpe. Sempre
di più cerchiamo disperatamente di nascondere agli altri la nostra colpa e persino
di negarla a noi stessi. Perché? Perché è dolorosa? Sì, ma piuttosto che essere
dolorosa è difficile da riconoscere. La colpevolezza non ha la modalità di espressione
così chiaramente definite come la paura, il dubbio, l’ostilità e gli altri sentimenti.
E’ persino difficile per un esperto chiarire i molti modi sottili in cui la
colpevolezza si esprime. Noi tutti teniamo una maschera ragionevolmente accettabile,
ma al di sotto della maschera approvata dalla società c’è una complessa vita
interiore che pochi di noi possono a lungo celare. Abbiamo delle passioni e
delle antipatie sepolte in noi fin dal nostro più lontano passato e nutriamo
anche sogni e desideri che ci farebbero arrossire qualora fossero rivelati indiscriminatamente
agli altri. Nessuno è senza segreti, sia che riguardino fatti o fantasticherie.
Sebbene a volte sia abbastanza sciocco, esistono molte cose che “dobbiamo” tenere
segrete per conservare il nostro equilibrio privato e sociale. Se ogni cosa
che abbiamo celato alla pubblica vista fosse interamente privo di colpa, non
perderemmo certamente
tanto tempo per giustificare noi stessi. Se, ad esempio, l’interesse sessuale
di un uomo verso qualche donna al di fuori del matrimonio non colpisse la sua
coscienza, egli non addurrebbe a pretesto quanto è incompreso dalla moglie.
Questa vecchia linea di condotta ormai logora è abbastanza facile da “denunciare”,
e poche donne trovano un uomo più accettabile proprio per questo. Ma ciò aiuta
l’uomo ad accettare se stesso di fronte alla propria “perfidia”. Riduce la sofferenza
di tutto quanto per lui, ma questo bisogno di conservare un’apparenza “pulita”
per gli altri gli pone dubbi insinuanti sul concetto che ha di se stesso.
Specificamente, il senso di colpa è la nostra reazione alla violazione o all’aver
voluto la violazione di alcuni valori morali e di alcune proibizioni.
Ciò che completa il quadro è anche il fatto che non esistono criteri universali
per stabilire la colpa. Ciò che fa in modo che una persona che una persona si
senta in colpa, non fa sentire necessariamente in colpa un’altra persona. Siamo
consapevoli del fatto che esistono diverse norme di comportamento ma non le
rispettiamo interamente.
Sentiamo il rimorso della colpa soltanto quando crediamo di aver violato una
norma che riconosciamo personalmente e, ancora di più, che accettiamo e rispettiamo.
Ad esempio, se due persone ricevono come resto cinquanta o sessanta centesimi
di € di troppo, una persona può infilarsi in tasca il denaro e andarsene. Sa
che ha ricevuto un resto superiore, ma ciò non lo tocca un gran che. Se glielo
si chiede egli può anche ammettere che avrebbe dovuto restituirlo, ma vorrebbe
dire: “Perché sollevare delle questioni su una cosa così ridotta quantità di
denaro?”. Un’altra persona potrebbe sentire che è fondamentale restituire il
resto ricevuto in più e sentirebbe di essere in colpa se non lo facesse. Varia
anche l’intensità con cui una persona avverte la propria colpa in confronto
a un’altra persona. La maggior variazione è, come vedremo, il modo con cui ci
comportiamo in conseguenza di una nostra colpa.
Le origini del senso di colpa.
La dottrina cristiana, ponendo l’accento sulla nozione di peccato originale, insinua che siamo nati con una colpa. Oggi siamo d’accordo che impariamo come sentirci in colpa, siamo perfettamente consapevoli sul fatto che originariamente per noi non esiste né il giusto né lo sbagliato. Siamo nati senza principi morali, piccoli animali per i quali esiste la mera soddisfazione e la frustrazione. Dopo un po’, cominciamo a riconoscere i sorrisi di approvazione o le occhiate di disapprovazione. Diventiamo consapevoli di essere giudicati per quello che facciamo o per quello che non facciamo. Dal momento che siamo così totalmente dipendenti dai nostri genitori per le necessità della vita, l’approvazione o la disapprovazione diventano cruciali per la nostra autentica sopravvivenza: dobbiamo avere l’amore dei nostri genitori, che è espresso in termini di approvazione, se ci attendiamo che esso soddisfi i nostri bisogni primari. Così cominciamo a vivere in un mondo di buono e di cattivo, di brutto e di bello, di giusto e di sbagliato, di obbediente e di disobbediente. Non esistono delle semplici etichette che separino un genere di comportamento da un altro; vi sono delle esperienze, rinforzate dalla punizione e dall’elogio. Ma non un solo giorno della nostra vita, durante gli anni della nostra infanzia, passa senza che vi sia qualche correzione, senza che impariamo a distinguere il giusto dallo sbagliato. Sfortunatamente molto di questo imparare primitivo riguarda la nostra vita vegetativa, cioè le nostre funzioni più fondamentalmente fisiologiche. Noi non dobbiamo soltanto mangiare; siamo rimproverati o elogiati per quanto mangiamo e per come ci comportiamo a tavola. Non andiamo semplicemente nel bagno; siamo elogiati o sgridati se vi andiamo e per come ci andiamo, nonostante il fatto che durante i primi due anni di vita il mondo sia ancora così nuovo per noi e noi siamo così assorti in ciò che stiamo facendo che è naturale dimenticare di andare nel bagno qualche volta. Non ci è nemmeno possibile passeggiare senza ricevere qualche elogio o qualche rimprovero; dipende dal posto in cui passeggiamo, da come passeggiamo e da ciò in cui ci imbattiamo. Persino quando parliamo, incorriamo in elogi o in rimproveri per ciò che diciamo, per come lo diciamo, e per quando lo diciamo. La trasmissione culturale di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato è frustrante per noi e una frustrazione, come abbiamo visto (… si veda il Notiziario “Ostilità”) conduce a un comportamento ostile e impulsivo. Quando manifestiamo questa ostilità, i nostri genitori ci “annientano” con la loro forza e con la loro autorità; essi sono più forti e più grossi e ci dirigono. Ci puniscono in qualunque modo, da un dolce rimprovero a un’autentica ritrattazione di amore e di aiuto. A volte ci schiaffeggiano oppure ci privano di un prezioso privilegio, come vedere la televisione o stare alzati fino a tardi. Così, la punizione comincia ad essere identificata con il giusto e con lo sbagliato. Nello stesso tempo, come risultato dell’essere giudicati costantemente in questo modo, impariamo da noi a giudicare gli altri. Tendiamo a reagire aggressivamente (giudicare è una forma di aggressività) con chiunque consideriamo faccia le cose sbagliate, con chiunque, pensiamo, ci sentiremmo in grado di dire che sbaglia. Se reagiamo in maniera spontanea, chiamiamo ciò rappresaglia; se invece ci comportiamo nella faccenda in una maniera prestabilita, chiamiamo ciò vendetta. In tutti i casi prendiamo in considerazione la punizione; ci siamo autonominati giudici dando a chi agisce male proprio ciò che “merita”.
Colpa e punizione.
Poiché le azioni che fanno nascere il senso di colpa sono le stesse che incorrono
in una punizione, impariamo rapidamente ad attendere una punizione quando ci
sentiamo colpevoli. Sempre di più ci troviamo in situazioni nelle quali incorriamo
in disapprovazione; non solo ci viene insegnato di sentirci colpevoli per queste
violazioni della condotta, ma siamo puniti. Dopo un po’ pensiamo alla punizione
come a un “prezzo del peccato” e riteniamo che se siamo colpevoli di qualcosa,
di qualunque cosa, saremo puniti. Teniamo conto dell’inevitabile connessione
tra colpa e punizione, tanto quanto teniamo conto del fatto che il giorno segue
la notte. Cominciamo ad immergerci nei particolari di ciò che successivamente
sarà conosciuto come un nostro giudizio morale. Quando un lupo attacca e divora
un agnello, tutti dicono “povero agnello”. Nessuno dice “fortunato il lupo”.
Ci attendiamo che gli eroi vincano e che i codardi perdano. Siamo molto commossi
dai grandi temi morali delle opere letterarie come ‘Delitto e castigo’ di Dostoevskij
o ‘I miserabili’ di V.Hugo. Attraverso le nostre esperienze paghiamo per le
nostre trasgressioni, reali o immaginarie, con un sentimento di colpa. Uno dei
nostri più forti, più costanti sentimenti. Quattro fattori contribuiscono al
suo formarsi in qualche modo.
In primo luogo, colpa e punizione sono associate così intimamente, che quando
facciamo qualcosa e pensiamo che sia sbagliato sviluppiamo contemporaneamente
una paura e un bisogno di punizione. E’ naturalmente poco confortevole volere
e temere la stessa cosa.
In secondo luogo, nonostante il detto biblico “non giudicare se non vuoi essere
giudicato”, il giudizio è la nostra più comune reazione a ogni azione. Giudichiamo
non soltanto gli altri ma anche noi stessi e ciò di gran lunga più dannoso.
In terzo luogo, impariamo troppo sui nostri principi morali a causa delle emozioni
associate ad essi. Ci viene insegnato che buono e cattivo sono veramente diversi
rispetto all’informazione effettiva che ne abbiamo a scuola. Ogni volta che
il nostro imparare coinvolge un giudizio sul buono e sul cattivo, toni fortemente
emotivi sono presenti. Al posto di un cenno meramente intellettuale di accettazione
o al posto di un distaccato rifiuto, la nostra emotività ci coinvolge più personalmente
in qualsiasi punto in discussione. In realtà siamo così coinvolti per il fatto
che non è il punto in discussione che si deve giudicare, ma siamo noi stessi.
La posizione che assumiamo in ogni discussione morale non è mai tanto importante
quanto ciò che pensiamo e sentiamo su noi stessi alla fine della discussione.
Ciò significa sopravvalutare i nostri principi morali. E’ molto più difficile
cambiare la disposizione morale che cambiare la nostra accettazione di un’informazione
di fatto.
Il quarto e più dannoso fattore è che lo schema di colpa e di punizione ci fa
sentire privi di valore. Dal momento in cui siamo stati puniti per la prima
volta come bambini, il nostro Io è aggredito. Ci si dice che siamo cattivi o
insofferenti, o che siamo qualche volta meno di quello che dovremmo essere,
contrariamente alla lode che otteniamo quando facciamo piacere ai nostri genitori.
Giudizi elogiativi guidano l’espansione e lo sviluppo dell’Io. Invece incorriamo
in danni della personalità, in perdita della stima che abbiamo di noi stessi
e anche dell’accettazione che abbiamo di noi.
Espressioni tipiche del senso di colpa.
Come trattiamo il senso di colpa che andiamo accumulando? Il modo più semplice e diretto è soffrire la punizione. Troviamo anche sollievo dal senso di colpa nella riparazione, facendo ammenda del nostro agire sbagliato. Naturalmente ciò suona come un modo razionale di trattare la colpa. Ma la riparazione non è sempre così razionale come sembra; spesso coinvolge dei sacrifici irrazionali. Siamo così imbevuti di una combinazione di colpa e punizione che ci attendiamo di dover pagare per ogni cosa di cui ci rallegriamo. Ad esempio, se abbiamo una settimana di giornate stupende, possiamo dire: “Dovremmo pagare per questa settimana con una settimana di pioggia!”. Un altro modo di trattare la colpa è la confessione. Sappiamo che saremo puniti se ci confessiamo. Ma speriamo che la confessione ci procurerà un giudizio molto severo. Cerchiamo anche di reprimere la colpa, tentando di dimenticarla. La scacciamo completamente dal nostro pensiero. Ma nello scacciare l’ostilità e il senso di colpa dal nostro pensiero, frequentemente lo spostiamo e ciò conduce a proiettarla sugli altri attribuendo ad essi i desideri per i quali ci siamo sentiti colpevoli. Quando un uomo dice: “Mia moglie va continuamente cercando di litigare”, egli sta spesso esprimendo la sua personale ostilità nei confronti della moglie. Infine razionalizziamo quegli atti che ci fanno sentire colpevoli. Troviamo buone ragioni per fare ciò per cui ci sentiamo segretamente in colpa. Se nell’ira neghiamo ai nostri bambini qualche cosa, diciamo che lo stiamo facendo per il loro bene. Oppure, se indulgiamo nel trattare un affare in modo tortuoso, chiamiamo ciò un modo astuto di fare gli affari.
Come il senso di colpo agisce nel nostro intimo.
Molto più importante di quello che facciamo quando ci sentiamo in colpa, è
che cosa il senso di colpa fa per noi. Siamo tutti capaci di mantenere un aspetto
esteriore che ci rende funzionali in maniera accettabile nella società. Ma al
di sotto di questa facciata esteriore alimentiamo ostilità, invidia e desideri
che ci fanno sentire colpevoli. Siamo spiacenti di avere questa facciata esteriore
straziata dalla forza di questa ostilità e di questi desideri. Sopprimiamo,
giustifichiamo, compensiamo; facciamo riparazioni e ci confessiamo persino.
Ma il sollievo è sempre breve. Anche se sappiamo che molte cose sono sbagliate
continuiamo a volerle. Questo ricorrente, corrosivo senso di colpa inevitabilmente
ha dei segni esteriori. I suoi segni rivelatori nel nostro comportamento possono
essere raffinati, ma ci sono. L’autorecriminazione è uno dei modi raffinati
con cui il senso di colpa contamina il nostro comportamento quotidiano. Se siamo
chiamati nell’ufficio del direttore, ad esempio, ci chiediamo invariabilmente:
“Che cosa ho fatto di sbagliato?”. Il direttore può volerci vedere per dirci
semplicemente quanto sia compiaciuto per un particolare lavoro che abbiamo fatto;
noi invece ci aspettiamo disapprovazione. Se i nostri amici non ci telefonano,
non ci scrivono o non ci fanno visite supponiamo che in qualche modo li abbiamo
offesi. Non pensiamo naturalmente che possono essere occupati o fuori di città.
Se qualcosa va storto, ci attendiamo di essere biasimati. E se il nostro senso
di colpa è sufficientemente forte, pensiamo persino che le nostre disgrazie
fortuite siano colpa nostra. Maggiore è il senso di colpa, meno possiamo permetterci
di essere in errore su qualche cosa. Lo sforzo costante per ottenere approvazione
può essere espresso come un bisogno costrittivo di essere dalla parte giusto,
di perfezionarsi. Il pensiero implicito è molto semplice. La colpa ci fa sentire
svalutati ma non dobbiamo svelarlo. Il modo migliore per non svelare il nostro
senso di mancanza di valore è quello di farsi valere, di eccellere in ogni cosa,
nel gioco, negli affari, nella conversazione, ecc. vogliamo essere perfetti,
in modo che nessuno sia capace di scoprirci in errore. Sfortunatamente, nel
nostro bisogno imperativo di essere impeccabili tendiamo ad eccedere nello sforzo
di far bene. Dobbiamo vincere qualsiasi argomentazione, non importa quanto insignificante
essa sia, perché temiamo che, se sbagliamo in qualche cosa, la gente ci guardi
come se sbagliassimo tutto. La coercizione generalmente è un aspetto significativo
nello sviluppo del senso di colpa, e una delle sue più evidenti espressioni.
Parlando in maniera non spontanea, ad esempio, controlliamo le nostre reazioni.
Se facciamo ciò durante tutta la conversazione, non può saltar fuori nulla che
potrebbe rivelare la nostra insufficiente naturalezza. Qualche volta chi conversa
in maniera costrittiva parla parecchio di se stesso. Infatti può in maniera
ossessiva invitarvi a pensare bene di lui raccontando alcuni incidenti in cui
qualcuno vergognosamente si è servito di lui senza che egli alzasse un dito
per protestare, tanto grande era la sua generosità. Oppure può sollecitare il
nostro amore e la nostra pietà parlando incessantemente delle sue malattie o
della sua malasorte. O può essere eccessivamente sollecito: “Desidera un altro
bicchiere? Una sigaretta? Una sedia più soffice? Ha abbastanza caldo?” e così
via. Questo genere di controllo eccessivo di una relazione può nascondere sentimenti
del tutto contrari a quelli espressi. Ciò impedisce all’altro di esprimersi
completamente. Un contatto coercitivo o l’essere troppo calcolatori o il dubitare
eccessivamente, esprimono anche la nostra paura di sbagliare e di essere scoperti.
Alcune persone impongono di comprare a prezzi vantaggiosi. Questo è il loro
modo inconscio di giustificarsi nel caso siano stati accusati di essere indulgenti
con se stessi. Difficilmente potevano non comprare, dato il prezzo; era realmente
un risparmio. In altre parole era meglio comprare.
A volte esprimiamo intenzionalmente il nostro senso di colpa, perché pensiamo
che ciò ci darà la possibilità di dimenticare, di redimerci. Ma come molti studiosi
hanno dimostrato, coloro che esibiscono in maniera drammatica la propria colpa
raramente mostrano l’umiltà o il rincrescimento che ci attendiamo sia unito
ad essa. Proclamano la loro colpa per disarmarci. Accusano se stessi prima che
possiamo accusarli noi; così, pensiamo di loro che sono persone “per bene”.
Il bisogno di un tale “perbenismo” facilmente sfugge. Maggiore è il nostro senso
di colpa, più acutamente sentiamo questo bisogno. Il nostro comportamento comincia
a essere dominato, quindi tiranneggiato da esso. Ci sono persone che arrivano
con cinque min. di ritardo e sprecano mezz’ora per scusarsene. Giudicando dalle
apparenze il loro scusarsi è eccessivo in confronto alla colpa. Ma a livello
psicologico più profondo si stanno scusando non per il piccolo errore di comportamento
costituito dall’essere in ritardo, si stanno scusando per tutti i loro “misfatti”,
passati, presenti, futuri, reali, immaginari o potenziali. Questo è il motivo
per cui si scusano così profondamente e man mano che diventano sempre più esperti
nello scusarsi, possono anche riuscire ad avvilire se stessi, a farci sentire
importanti, così si risparmiano ogni attacco che avremmo potuto rivolger loro.
Cominciamo ad apparire umili, modesti, e perciò veramente accettabili. Le loro
scuse hanno lo stesso effetto di un narcotico dall’odore dolce; la nostra irritabilità
scompare, e ci calmiamo in una passiva accettazione. Alcune persone dominate
dal senso di colpa impiegano mezzi di espressione che sono l’esattamente l’opposto
dello scusarsi. Semplicemente non permettono mai a se stessi di sbagliare. Invece
di sfoderare le loro nobili intenzioni sempre di più con le scuse che vogliono
addurre per avere sbagliato, parlano ripetutamente del loro successo, di ciò
che fanno costantemente per gli altri e per se stessi, per dimostrare le loro
buone intenzioni. Che cos’altro posso essere se non degno di stima e accettabile,
domandano silenziosamente, se mi sforzo tanto di essere fidato, consenziente,
caritatevole? Il fatto è che il mondo esterno, il più delle volte, accetta queste
persone; esse sembrano generalmente esempi di virtù. E’ l’individuo che non
accetta se stesso e continua a lavorare eccessivamente, come se la sua vita
dipendesse veramente da ciò. Continua ad essere azionato meccanicamente, lavorando
come se stesse facendo penitenza, senza reagire con sufficiente chiarezza alle
necessità logiche del lavoro, tanto è minacciosa e paurosa l’interpretazione
che dà a queste necessità. In breve, agisce reagendo a qualcosa che sta dentro
di lui, qualcosa di profondamente personale, emotivo e di lunga durata. E’ probabile
che tutto ciò ha a che vedere con quello che egli crede necessario per l’edificazione
di un’immagine accettabile di sé agli occhi del mondo. Maggiore è la nostra
sensazione di colpa, tanto più dobbiamo sacrificarci a questo compito. Il guaio
di tutto ciò, sfortunatamente, è che questo mezzo, come molti altri, induce
la gente a pensare meglio di noi in quelle circostanze, ma spesso ha effetto
opposto su di noi. Lo scaricatore può anche pensare che gli altri valgano poco,
e così tenere viva la propria ostilità interiore, restando così esposto ai ripetuti
attacchi del suo stesso senso di colpa. Una persona che lavora eccessivamente
si stanca troppo per rallegrarsi della compagnia e spesso critica eccessivamente
la pigrizia degli altri. Più a lungo manteniamo viva la nostra ostilità, non
importa come la nascondiamo, più il nostro senso di colpa rimane vivo. Il più
penetrante e serio effetto del nostro senso di colpa è il bisogno che esso crea
di soffrire. Abbiamo visto che il senso di colpa e la punizione si susseguono
come il giorno e la notte. Soffrire è una punizione speciale che applichiamo
a noi stessi. Se soffriamo che cosa accade? Suscitiamo la pietà, la simpatia,
il cameratismo. La gente è spiacente per noi, invece di accusarci si aver fatto
qualcosa di sbagliato e di soffrirne; naturalmente ci aiuta a pensare che abbiamo
pagato il prezzo che dovevamo per “aver agito male”. Inoltre soffrire non è
realmente ciò che vogliamo; noi tutti lo sappiamo. E’ il nostro modo di purificare
la nostra personalità. Sfortunatamente scegliamo per purificarci qualcosa che
è troppo forte. Nel purificare la nostra personalità, diamo alle fiamme la nostra
vera parte di noi che stiamo tentando di purificare. Soffriamo molto di più
di quanto dovremmo. Sommergiamo noi stessi nella miseria, nell’infelicità, nell’impotenza,
in un senso di privazione di valori. Alcuni fanno di ciò un’abitudine, diventano
professionalmente flagellanti. Giungono ad un punto in cui la tristezza è un
aspetto integrante della loro personalità, fino al punto che piangono per la
gioia e trovano persino, come fece Romeo, che la tristezza sia una cosa piacevole.
Una delle forme più comuni di sofferenza è l’abitudine a sentirsi vittime. Vediamo
ciò in espressioni come: “Non me ne hanno dato l’opportunità”, oppure “Capitano
tutte a me”. La gente che dice queste cose trova diletto in storie pietose.
Non deve trattarsi necessariamente della loro personale, sfortunata storia.
Può essere quella di chiunque. Questi sofferenti cronici si fissano su una tragedia,
su una malattia, su qualche incidente, sul senso di fallimento, sulla morte,
sulle infermità, ciascuna delle quali cose concede loro di dire: “Non controlliamo
noi stessi; siamo le vittime innocenti di forze aspre e crudeli al di fuori
di noi”. L’infermità psicosomatica è un’espressione più sofisticata di un’abituale
tendenza al vittimismo.
Certe persone sono sempre vagamente sofferenti. Durante l’inverno sono congelate
dal freddo; in estate sono allergiche al calore; in primavere ed in autunno
sono sensibili alle fluttuazioni della temperatura. Queste modalità di comportamento
le possiamo tradurre così: “Non mi è permesso di stare bene. Se sto bene, devo
trovare un nuovo meccanismo per esprimere il fatto che mi sento vittima, sofferente,
che sento di dovermi punire. Ma se sono malato, se sono vittima delle circostanze,
tu non mi puoi accusare degli impulsi ostili che sto nascondendo o del mio senso
di colpa. La malattia è debilitante, dolorosa, costosa, ma in quale altro modo
posso esprimere il mio bisogno di soffrire?”. Una paura reale di punizione è
anche una forma di sofferenza. Paghiamo poiché abbiamo degli impulsi ostili
o indegni. Paghiamo vivendo nella paura di una punizione. Pensiamo di morire
di terribili malattie, di perdere una gamba, di perdere il lavoro, tutto come
punizione.
Che cosa possiamo fare contro il senso di colpa.
Noi soffriamo. Perché? Perché ci sentiamo colpevoli di tutti i nostri desideri
proscritti e di tutti i nostri impulsi ostili. Alcuni fra questi sentimenti
risalgono molto indietro nel tempo. Pochi li abbiamo risolti, ma per la maggior
parte sono rimasti insoluti. E sono mantenuti vivi dalle circostanze della nostra
vita. Così soffriamo di un senso di colpa a causa di essi. Ci chiediamo ripetutamente:
“Per che cosa sto provando un senso di colpa?” Ma questa non è una domanda che
ci può aiutare di più. Ciò che dovremmo chiederci è: “Qual è la funzione di
questa autorecriminazione, di questa disposizione a soffrire?”. Fondamentalmente,
la sofferenza è la nostra ostilità che si è volta contro di noi stessi! E’ la
punizione che diamo a noi stessi per aver voluto cose che abbiamo supposto non
siano da desiderare, per aver fatto cose che abbiamo supposto non siano da fare.
L’associazione di colpa e punizione lascia in noi un bisogno di punizione, così
ci imponiamo delle privazioni, ci martirizziamo, e in questo modo laviamo i
nostri peccati. Il nostro soffrire, bilanciando l’assenza di valori che sentiamo
per il nostro senso di colpa, ci aiuta a conservare la stima in noi stessi;
ma sfortunatamente diminuisce la nostra abilità, la nostra capacità di godere
della vita, poiché non permette un sufficiente sviluppo della nostra personalità
per ciò che intraprendiamo che è di prima importanza e per la possibilità di
godere della compagnia degli altri. Che cosa possiamo fare?
Il moralista dice: “Agisci giustamente, sii caritatevole, cammina umilmente
con il tuo Dio”, oppure “Non fare agli altri ciò che non verresti fosse fatto
a te”.
Un psicoterapeuta non può guardare al senso di colpa o alle sue cause in termini
morali.
Egli riconosce i desideri dell’uomo non come buoni o cattivi, ma semplicemente
in quanto ci sono e costituiscono una parte incancellabile dell’essere umano.
Non possiamo cambiare le nostre “macchie”. Tutti abbiamo dei desideri che sono
in qualche modo antisociali, ma ciò non ci rende psicopatici o criminali. La
moralità può impedirci di agire sulla base di desideri antisociali, ma non impedirli
di averli, e impedirci di provare un sentimento di colpa a causa di essi.
Noi li esprimiamo e li soddisfacciamo nel nostro pensiero, nella nostra fantasia,
se non nell’azione. Così il sentimento di colpa è in noi per restarci.
Non possiamo liberarci di esso più di quanto non possiamo liberarci del freddo
dell’inverno o del caldo dell’estate.
Ma proprio come ci proteggiamo contro il clima col cambiare qualcosa secondo
la situazione contingente, mettendoci un cappotto d’inverno, usando aria condizionata
d’estate. Possiamo ammortizzare il nostro senso di colpa strutturando la stima
di noi stessi tramite il piacere, la gente e la partecipazione a interessi di
diverso tipo.
Ogni cosa che facciamo per rallegrarci un po’ di più, per aumentare i nostri
divertimenti ed essere consapevoli, tende a bilanciare il dolore che la sofferenza
ci causa. Ogni sforzo che facciamo nell’aumentare il numero e la varietà delle
nostre amicizie o delle nostre relazioni con la gente, tende a sostenerci.
La personalità si sviluppa nel momento in cui comincia a identificarsi con gli
altri.
Ci sentiamo meglio perché la nostra accettazione degli altri ci aiuta ad accettare
noi stessi.
Ciò non significa che dovremmo diventare parassiti e vivere della forza degli
altri. Dovremmo poter dare qualcosa a ogni persona con cui ci mettiamo in relazione,
e se conserviamo una disposizione d’animo aperta e andiamo in cerca di qualcosa
che ci faccia gioire della vita e partecipiamo ad attività che ci danno un senso
di soddisfazione e di compimento dei desideri, troveremo molte cose da portare
con noi nelle nostre relazioni con gli altri.
Ora, naturalmente, è facile riconoscere che ciò è un buon consiglio generale.
Ma non c’è qui un consiglio specifico sul problema della colpa, non c’è un modo
che ci permetta di annullare la nostra tendenza a giudicarci così duramente?
C’è, ma prima dobbiamo riconoscere e ammettere che noi, nei fatti, ci giudichiamo
troppo e troppo sbrigativamente.
Questo è il primo modo specifico. Noi tutti soffriamo. E non a causa della malasorte.
Soffrire è una punizione.
La punizione deriva dalla colpa. E tutti abbiamo, anche se non lo vediamo chiaramente,
un senso di colpa.
Ora questa conoscenza in sé non ci renderà più semplice reprimere la nostra
tendenza a giudicare noi stessi, ma ci può aiutare a essere più comprensivi
nei confronti degli altri. Finché ci ricordiamo che il senso di colpa non resta
mai impunito perché l’individuo stesso che si sente colpevole si punisce, anche
se la società manca di scoprire la colpa e di agire contro di essa, potremo
non sentirci forzati a giudicare gli altri.
Perché giudicare e punire se sappiamo che tale azione ha già preso posto dietro le quinte?
Possiamo
rilassarci: possiamo vivere e lasciar vivere e, ancora meglio, in breve tempo
potremo perfino trattarci con un po’ più di indulgenza.