Cefalea… e il suo linguaggio simbolico

 

Prendete una piccola porzione di collo rigido, un gruppetto di individui caciaroni, una qualche manciata di impegni inderogabili, una spruzzata di bambini urlanti, una mezz’ora di traffico sulla tangenziale e, quanto basta, un pizzico di giornata lavorativa. Mescolate attentamente gli “ingredienti”, amalgamando il tutto con qualche goccia di incomprensione con il partner e… voilà: eccovi serviti una bella cefalea funzionale.
Al di là delle facile battute è bene ricordare che la cefalea, oltre al suo carattere particolarmente invalidante, colpisce circa il 70% della popolazione adulta.
Per la psicosomatica studiare gli aspetti simbolici di un “disagio” è il primo passo per comprenderlo nella sua globalità. Infatti, per questo orientamento scientifico una “affezione” non è solo uno scompenso meccanico o un deficit organico ma è, soprattutto, un aspetto che riguarda una modalità generale di relazionarsi con l’ambiente circostante che, inevitabilmente, coinvolge mente e corpo. Noi consideriamo la testa, da sempre, come luogo della coscienza, intesa come capacità di conoscere il mondo e se stessi. E’ la sede dell’intelligenza, dell’immaginazione, della ragione e del pensiero: con la testa pensiamo e prendiamo le decisioni. In questo luogo, insomma, si trovano le strutture che permettono all’individuo di pensare, di agire, di sentire, di vedere e di udire: rappresenta la nostra autonomia e, più in generale, la nostra libertà.
Nel linguaggio comune si usano spesso le seguenti espressioni: chi agisce in modo sconsiderato agisce senza testa, non mi lascerò mettere i piedi sulla testa, chinare la testa (rassegnarsi), mi romperei la testa (punirsi), non saper dove sbattere la testa (indecisione, perplessità), mi ha dato alla testa ((entusiasmarsi eccessivamente, inebriarsi), ficcarsi nella testa (convincimento), montarsi la testa (illudersi), fare di testa propria (non accettare consigli), vivere con la testa fra le nuvole (distrarsi), perdere la testa (non avere più controllo), mi fuma la testa (stordimento per chiacchiere o studio), mi va il sangue alla testa (arrabbiarsi, irosità), togliersi dalla testa (modificare le idee, rinunciare), mettere la testa sotto la sabbia (nascondere la realtà, non voler vedere), ecc. questi succinti modi di dire rendono perfettamente l’idea di quanto sia importante la testa per la vita intellettiva dell’essere umano.
Quando si indaga, pertanto, sull’origine della cefalea funzionale si deve sempre partire da una constatazione fondamentale: questo malessere colpisce completamente la sede del pensiero.
La testa come abbiamo avuto modo di vedere è la nostra centrale di comando: in essa risiedono i “terminali” dei sensi, qui si prendono in esame gli avvenimenti e si impartiscono le direttive sul da farsi.
Le persone che tendono spesso a “ricondurre” o a far “riferimento” continuamente alla testa sono generalmente razionali (atteggiamento mentale con cui l’individuo tenta di spiegare in modo coerente un proprio sentimento o comportamento o stile di vita di cui in realtà, egli non coglie le vere motivazioni istintuali) e la percepiscono come la parte più “nobile” dell’essere umano, in contrapposizione al corpo considerato come la sede dell’istinto (…”meno nobile” e da tenere, il più delle volte, sotto controllo), ma anche al cuore e all’immaginazione valutati, entrambi, da alcuni, fenomeno di debolezza e di infantilità (conflitto tra istinto e pensiero). In breve, tendono a voler tenere tutto sotto un rigido controllo, compresi se stessi, a non lasciar trasparire le emozioni.
Risulta estremamente interessante notare che quando si è in preda ad un attacco di cefalea, l’attività mentale è completamente inibita: non si riesce più a connettere, a ragionare (… più si tenta di pensare più si sprofonda nel dolore). In questo modo, oltre a tenere sotto controllo pensieri troppo invadenti, si va a bloccare nella testa tutto ciò che si teme di non essere in grado di gestire.

Ma cos’è veramente che si vuole trattenere a livello dell’immaginazione?

• Può essere una situazione che non si vuole affrontare perché crea disagio;
• può essere una forma di aggressività trattenuta e repressa (… non “apprezzata” dall’ambiente in cui si vive) perché esprimerla potrebbe determinare sensi di colpa difficili da gestire;
• può essere una reazione alla stanchezza o la causa di una eccessiva tensione interiore o esteriore. La maggior parte di noi ricorderà, ad esempio, una cefalea comparsa dopo un’esperienza che ci ha particolarmente sconvolti o turbati. Questo tipo di cefalea può prendere il posto dell’ostilità e della collera;
• può essere la disistima, il timore per gli altri: l’insicurezza scaturita (trattenuta) da questi atteggiamenti andrà, poi, ad irrigidire i muscoli del collo;
• può essere un modo per spegnere la libido (energia sessuale attraverso la quale l’essere umano viene attivato a trarre piacere dalle zone del proprio corpo) e reprimere il mondo istintuale, considerato troppo invadente e pericoloso (… se il pensiero si trasformasse il azione).


Allergie respiratorie
… e il suo linguaggio simbolico

Per comprendere simbolicamente le allergie respiratorie occorre innanzitutto ricordare che i sintomi manifestati sono collegati alla dimensione aerea. Infatti, chi esprime i propri disagi psicosomatici prevalentemente attraverso l’apparato respiratorio, sovente vive calato in un mondo in cui tutto, dall’affettività al linguaggio, dal mondo emozionale agli atti fisiologici, è permeato da un che di aeriforme. Ciò risulta anche dal linguaggio, spesso ricco di espressioni quali “…qui c’è puzza di… che aria tira?... quella cosa mi ispira…” l’individuo caratterizzato da disturbi asmatici e allergici vive inoltre in modo particolarmente intenso e problematico l’ambito delle relazioni interpersonali e con l’ambiente. E questo è comprensibile tenendo presente che, fisiologicamente, la comunicazione tra l’interno e l’esterno è espressa e simboleggiata proprio dalla funzione respiratoria: l’aria immessa nel proprio corpo e successivamente emessa nel mondo rappresenta infatti una modalità di comunicazione tra noi stessi e l’Universo, in un continuo processo di scambio.
Il senso profondo dell’allergia. Cosa può significare dunque una risposta allergica che ostacola tale scambio? L’allergia, in quanto alterata reazione immunitaria a stimoli che per la maggior parte delle persone risultano innocui, può essere letta come un modo per manifestare l’intolleranza a qualcosa proveniente dall’esterno. In questo senso l’individuo allergico si caratterizza come “iperdifeso”: il suo sistema immunitario entra in azione di fronte alla probabilità di un contatto con sostanze che vengono vissute come pericolose. Ma da cosa si sente minacciato, in realtà, chi è colpito da questo disturbo, che cosa rifiuta, cosa allontana da sé? Si tratta in genere di sostanze che richiamano temi, eventi, nuclei conflittuali spesso inconsapevoli, ma che per l’individuo allergico risultano particolarmente significativi.
La primavera: il risveglio sessuale della Natura. E’ noto che alcune tra le allergie respiratorie più comuni, ad esempio, compaiono nella stagione primaverile, proprio nel momento in cui la Vita torna a germogliare e a rinnovarsi; e sono in particolare gli odori e le sostanze che circolano nell’aria i messaggeri più diretti e importanti di questo risveglio carico di valenze simboliche. Tra queste assumono particolare rilevanza gli aspetti sessuali e aggressivi, connotati tra l’altro in modo peculiare proprio dagli odori stessi. La tendenza dell’allergico di fronte a questi potenti e spesso temibili stimoli è di inconsapevole insofferenza e resistenza, e si può esprimere in particolare nei riguardi dei cambiamenti ciclici e del risveglio delle energie vitali sopite, proprio con le tipiche manifestazioni che interessano la funzione respiratoria. Le pulsioni provenienti da questi ambiti vitali vengono infatti spesso vissute dall’allergico come inconsciamente minacciose per il suo attuale assetto, tanto da provocare l’energica attivazione delle proprie difese, che può sfociare addirittura nella tipica sintomatologia che investe naso, bronchi e congiuntive. L’allergico, quindi, più che dalla sostanza allergizzante in sé, cerca di difendersi da un elemento del vissuto soggettivo a cui questa è assimilata, evocando una difesa che assume significati simbolici differenti (si veda “i diversi aspetti delle sostanze allerizzanti”). Il polline, ad esempio, racchiude in sé tutto il potenziale creativo, la carica lipidica, in un certo senso sessuale, dell’attimo fecondante.


ASMA (il fiato diventa corto quando respiriamo “un’aria minacciosa”). L’ambito maggiormente in gioco in questo disturbo è quello delle relazioni interpersonali, del rapporto con l’ambiente familiare, lavorativo, sociale in cui ci si muove. A differenza della rinite, però, caratterizzata da una difesa nei confronti dell’ambiente espressa prevalentemente alla superficie, e quindi in qualche modo contingente, il conflitto appare qui più profondo e durevole, investendo spesso ambiti affettivi primari (il rapporto con la madre o le principali figure di riferimento). E’ un tipo di allergia che fa di frequente la sua comparsa nei primi anni di vita, a testimoniare il rifiuto o la difesa inconscia nei confronti di legami affettivi vissuti come “ a doppio taglio”, dove cioè l’ambito vitale (simboleggiato dall’aria inspirata e espirata) è sentito come soffocante e pericoloso, al punto che è necessario “chiuderlo fuori”.
La personalità di chi ne soffre. In molti casi può essere inconsapevolmente attribuita all’ambiente una minacciosità e un’invadenza che rendono ragione del tentativo, da parte dell’organismo, di ingaggiare una strenua difesa contro i presunti “invasori”, siano essi reali (pollini, polveri) e/o presenti come tali solo nel vissuto soggettivo. L’aria intrappolata nei bronchi dallo spasmo asmatico ha dentro di sé qualcosa di “nemico” (l’allergene): il paradosso è che si tratta di un’aria-nemica di cui non si può fare a meno per vivere. E’ questo il conflitto fondamentale in cui molte volte si dibatte chi è afflitto da questo disturbo, ovvero l’incapacità di accettare la dipendenza da qualcosa che appare temibile e comunque inaccettabile, anzi ostile. Anche un semplice cambiamento di luogo fisico (da casa a scuola, dall’ufficio all’aria aperta) può talvolta scatenare o risolvere un attacco d’asma, anche su base allergica. Questo è spiegabile tenendo conto delle valenze emotive e simboliche legate all’aria respirata in questo o quell’ambiente, tra queste o quelle persone, in un certo clima affettivo e sociale. Aprire gradatamente la comunicazione, prendere confidenza e approfondire gli spazi conoscitivi e relazionali può così rappresentare l’atteggiamento vincente per evitare l’insorgenza o l’estensione degli attacchi asmatici.

Raffreddore (il naso si “chiude” per non lasciar entrare odori “invadenti”). La respirazione e la percezione degli odori – veicolati attraverso l’aria da particolari molecole, dette ferormoni – rappresentano una fondamentale modalità, per il corpo e per la psiche, di entrare in contatto con il mondo esterno; una modalità che nell’essere umano è passata un po’ in secondo piano, almeno razionalmente, rispetto alle altre, ma pur sempre presente e importante. Può però accadere che durante questo scambio avvenga l’incontro con cose, situazioni, persone vissute come ostili o fastidiose. Uno starnuto, ovvero la violenta espulsione dell’aria dalle narici, può stare a significare una situazione di rifiuto o di tolleranza, mentre una salva di starnuti o una rinite allergica, dove l’edema della mucosa nasale blocca il respiro e la percezione degli odori, può manifestare il tentativo di chiudere fuori una situazione o un’aria divenute “irrespirabili”. Si tratta spesso di soggetti ipersensibili ai mutamenti ambientali, che recepiscono immediatamente “l’aria che tira”, specie sul versante dei rapporti interpersonali e affettivi. Questa stessa ipersensibilità, d’altra parte, li rende più vulnerabili e quindi maggiormente difesi nei confronti di quanto viene da loro percepito. Questo atteggiamento può però portare a disattendere o negare, ad esempio, le situazioni di conflitto, oppure coinvolgimenti emotivi quali l’innamoramento. Anche la relativa facilità con cui i bambini e gli adolescenti, cioè individui psicologicamente ancora poco definiti e non ancora ben strutturati, vanno incontro alle allergie in genere può avere lo stesso significato di rafforzare dei confini non ancora ben saldi. Ovviamente, il contatto con l’allergene è l’evento scatenante la sintomatologia. La natura della sostanza allergizzante può però il più delle volte chiarire anche da che cosa, in realtà, ci si sta difendendo (si veda più avanti “i diversi aspetti delle sostanze allergizzanti”). E una volta allontanata la paura del contatto con quella certa pulsione simboleggiata dall’allergene, l’allergia stessa non ha più ragion d’essere.

Congiuntivite (se blocchiamo la tristezza, gli occhi “piangono” da soli). Molto spesso alla rinite allergica si associano sintomi oculari di rossore delle congiuntive, gonfiore alle palpebre, lacrimazione che attribuiscono a chi ne è affetto da sembianze di chi stia piangendo sul serio. Ma che cosa si difende, lacrimando, l’occhio allergico? Sentimenti come il dolore, la rabbia, la disperazione, la gioia possono far piangere ma, quando sono temuti, le lacrime vengono ricacciate indietro e le emozioni che le accompagna viene negata e nascosta a se stessi e agli altri. Per riuscire allora a “buttar fuori” quel particolare, sofferto stato d’animo, possono intervenire anche in questo caso gli occhi, lacrimanti stavolta per qualcosa (l’allergene) di concreto, ma comunque altrettanto fastidioso e insidioso. Come per altre manifestazioni allergiche, il problema principale è la difesa nei confronti di stimoli emozionali vissuti come troppo coinvolgenti o preponderanti.

In particolare, chi soffre sovente di oculoriniti può esprimere con la sua sintomatologia il bisogno di eliminare dalla propria vista o di liberarsi il più velocemente possibile di situazioni, cose, persone dalle quali si sente minacciato o emarginato. Se non si riesce a far fronte a queste sorgenti di sofferenze e frustrazione, e viene impedita l’espressione del proprio disagio o della propria depressione, può subentrare insomma questa lacrimazione “forzata”, che permette di manifestare in modo innocente ad esempio il proprio vissuto depressivo, inerente una perdita, una rinuncia, un “lutto” che ha investito in particolare il proprio campo affettivo. Non sempre l’andamento della sintomatologia oculare va di pari passo con quella complessiva provocata dall’allergia: talvolta, infatti, gli occhi cominciano a lacrimare prima ancora che il naso sia otturato o che si inizi a starnutire. Può darsi infatti che la sola presenza o la vista dell’allergene, prima ancora del contatto vero e proprio, possa scatenare la lacrimazione. L’ideale prevenzione, in questo caso, passa naturalmente dall’accettazione dei propri vissuti “lacrimevoli” delle proprie parti deboli oscure.

I Diversi aspetti delle varie sostanze allergizzanti. Ecco allora che un’allergia a una determinata sostanza (ad esempio, il polline) può esprimere da un lato una conflittualità legata alla sessualità – intesa in particolare come riproduzione – e contemporaneamente una resistenza al rinnovamento interiore, al cambiamento sollecitato dall’ambiente nel suo naturale ciclo vitale. Anche l’allergia ai peli degli animali può indicare una difesa nei confronti della sessualità, ma in questo caso si teme, maggiormente la sua quota impulsiva, istintuale. Un’allergia ai peli di cavallo, per esempio potrà essere rappresentativa di una paura legata all’istintività propria della sessualità, mentre un’allergia ai peli del gatto potrà indicare la presenza di difese nei confronti degli aspetti femminili – di volta in volta passivi o aggressivi – della stessa. quando l’allergia si manifesta invece per i peli del cane saranno senz’altro in gioco le componenti più aggressive della sessualità. Diversamente, l’allergia alla polvere di casa può esprimere una difesa contro lo sporco, contro ciò che l’ambiente chiuso, casalingo o familiare, propone. Così come il naso starnutisce, anche gli occhi esprimono una modalità difensiva attraverso la loro particolare forma di allergia, la congiuntivite. In questo caso, l’eccessiva lacrimazione e la produzione di materiale di scarico testimoniano, simbolicamente, la presenza di un dolore o di un sentimento di rabbia da cui l’individuo cerca di difendersi.

Curiosità. Alcune ricerche hanno dimostrato, in 200 soggetti asmatici, la presenza nell’80% dei casi di ipocloridria, cioè la diminuita secrezione di acido cloridrico a livello gastroduodenale. In seguito si è visto che la sensibilità nei confronti del latte vaccino può essere la causa dell’insorgenza di gastriti con danno alla mucosa gastrica e conseguentemente ipocloridria, diminuita produzione di pepsina e quindi di vitamina B12, con maggiore suscettibilità all’insorgenza di crisi asmatiche. L’ipocloridria e la diminuita produzione di pepsina provocano un’incompleta digestione, perciò l’assorbimento patologico di macromolecole a livello intestinale, con il rischio conseguente di iperreattività a particolari alimenti e conseguenti allergie, con insorgenza di una contemporanea malnutrizione, cioè un diminuito assorbimento di micromutrienti (pare si sia riscontrato una ipersensibilità ai lieviti, in particolare alle candide, che sono dei lieviti dimorfici, presenti lungo tutto il sistema digerente, ubiquitariamente diffusi sia nell’uomo sia nella donna, anche a livello del sistema urinario e genitale). Eliminare dalla dieta, quindi, latticini e lieviti (anche quelli contenuti nel pane, nella pizza e nei dolci). La somministrazione di magnesio ha un effetto rilassante su bronchi e bronchioli.

 

 

 


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