L’alcolismo

è molto di più del fatto di bere.

 

Insicurezza, tensione, infelicita', non affermazione, necessita' di gratificazioni … dare una spinta, accendere la vita … un fuoco che brucia tutti i pensieri e fa perdere la lucidita' … una delega alla risoluzione dei propri problemi, superando i confini con la razionalita' … un modo per reggere la solitudine.

L’alcolismo, detto anche etilismo, e’ uno stato di dipendenza definito come l’insieme dei fenomeni patologici provocati dall’abuso di bevande alcoliche. Tale condizione assume caratteristiche di cronicità quando l’abitudine al consumo di bevande alcoliche si prolunga nel tempo, mentre acuta, se si riferisce alla semplice “ebbrezza” episodica. I fattori psicologici che “spingono” l’individuo ad assumere l’alcol in grandi quantità ed in modo continuativo sono:  stato di tensione, difficoltà relazionali, sentimento di insicurezza, incapacità di autoaffermarsi e bisogno continuo di gratificazioni. L’uso di alcol, comunque, non è un fenomeno recente e non appartiene sicuramente a questo periodo storico. I nostri antenati, infatti, avevano scoperto – oltre gli effetti apparentemente benefici come forza e coraggio – molti metodi per produrre alcol e altre sostanze psicoattive, a cui veniva riconosciuto un valore spirituale tale da farne il centro di cerimonie religiose e riti di iniziazione sociale. Anche la medicina popolare utilizza da sempre questa sostanza per alleviare il dolore, sia fisico sia psicologico, per dare rilassamento, conforto e “felicità”, per migliorare le prestazioni e favorirne la socializzazione. Molte persone riescono a godere dell’effetto piacevole dell’alcol senza diventare dipendenti e sopportare conseguenze negative. Nella maggior parte dei casi, però, i consumatori di alcol da occasionali diventano abituali e, quando la dipendenza si è instaurata, ogni momento della giornata ruota attorno alla ricerca di questa sostanza; non appena gli effetti di una “dose” scompaiano inizia l’attesa spasmodica della successiva. I sintomi fisici e le conseguenze psicologiche sono gravi e gli effetti negativi coinvolgono l’intera società, oltre ovviamente il consumatore: aumentano gli incidenti d’auto e sul lavoro, i divorzi, i crimini e le violenze, calano la produttività e la coesione sociale. I soggetti che abusano di alcol difficilmente riescono ad ammetterlo; anzi, il più delle volte, lo negano anche di fronte all’evidenza dei fatti. Molto prima di danneggiare il fegato, l’alcol causa perdita della memoria e gastrite; i continui ritardi sul lavoro o le frequenti assenze per malattia portano al licenziamento; il vizio del bere è motivo di gravi problemi familiari, spesso di divorzio, e di comportamenti socialmente pericolosi come la guida in stato di ebbrezza. Quando si abusa di alcol la vita è dominata da dolorose contraddizioni e si impara a mentire, soprattutto, a se stessi. Si ama la famiglia ma si trascurano i doveri; non si chiede aiuto ma si ha il bisogno di qualcuno su cui contare; si assumono sostanze con la speranza di alleviare depressione, ansia e tristezza esistenziale che invece si fanno sentire ogni giorno di più, non appena sfuma l’effetto acuto dell’alcol; si lavora con accanimento ma non si riesce a concludere nulla di buono (…non c’è soddisfazione) provocando i malumori di capi e di colleghi; si crede di trovare sicurezza e autostima in una sostanza che in realtà costringe a una forma di schiavitù terribile e, infine, si compiono sforzi davvero immani per uscire dal circolo vizioso in cui si è intrappolati e, ogni volta, poi … si ricade. La dipendenza da sostanze può essere fisica o psicologica. Quella fisica si instaura perché il cervello umano è dotato di uno straordinario sistema di adattamento: le cellule nervose, a contatto con una sostanza estranea si adattano ai suoi effetti e modificano gradualmente il numero, la configurazione e la sensibilità dei ricettori specifici. Un eccesso di sostanza all’inizio provoca un effetto intenso sulle cellule nervose, che si attenua con l’abitudine. Questo fenomeno detto “tolleranza”, è un meccanismo protettivo che permette al sistema nervoso di adattarsi alla sostanza; ma è anche il responsabile di quel comportamento tipico dell’etilista che lo spinge ad avere bisogno di quantità sempre maggiori della sostanza per ottenere il medesimo effetto, esponendo il cervello e il corpo a dosaggi altissimi e tossici.  L’alcol, infatti, è una droga potente che anestetizza il cervello, mima gli effetti di sostanze naturalmente presenti in esso che danno benessere, rilassamento, piacere ed eccitazione. Nell’area corticale del cervello, l’alcol agisce come rilassante e frequentemente distorce la capacità di apprendimento, la memoria, il giudizio e il comportamento. Ma non ha un effetto devastante solo sul cervello. Tutte le cellule sono esposte agli effetti tossici dell’alcol, in particolar modo il fegato e i reni. Non devono essere esclusi comunque i rischi per molte altre patologie come il cancro e i disturbi mentali. Alcuni orientamenti scientifici hanno classificato i bevitori problematici in base a tre grandi tipologie: il bevitore compulsivo – fortemente esposto alla depressione che tende a produrre troppa istamina; il bevitore da sbronza del sabato sera – che può avere bassi livelli di istamina e alti livelli di rame; il bevitore ipoglicemico – che sostituisce lo zucchero con l’alcol.

La dipendenza psicologica, invece, consiste nella perdita del controllo sull’utilizzo della sostanza, cioè nel cercare di porsi dei limiti senza riuscirvi. Numerose teorie cercano di spiegare le ragioni per cui questa dipendenza induce in un individuo la coazione a bere. Molti etilisti sono persone ipersensibili, forse troppo sensibili, con grandi difficoltà a sostenere le frustrazioni della vita e di imporsi l’autodisciplina necessaria a smettere di bere. Quasi tutti soffrono di un profondo complesso di inferiorità che cercano di anestetizzare con l’alcol. Un’altra spiegazione può essere quella di evadere la realtà piena di conflitti e tensioni. Mentre per la maggior parte delle persone, chi più chi meno, accettano la responsabilità della vita, alcuni  vogliono fuggirle, credono, di non avere la determinazione sufficiente per superarle. Si considerano, a torto, “differenti”. Vi sono molti modi per evadere dalla realtà e all’ansia. Alcuni giocano, altri vanno a donne, altri ancora si masturbano in modo compulsivo e ci sono infine quelli che usano l’alcol. Il motivo sottostante è, tuttavia, sempre lo stesso: anestetizzare, o almeno alleviare in qualche modo, il dolore prodotto dalle vicissitudini personali. I debiti, un rapporto infelice, la convinzione di un fallimento professionale, la solitudine, la sensazione di non essere considerati o amati, una malattia sono altrettanto alibi per giustificare  questa diabolica abitudine. E’ un suicidio lento, parziale, un “avvelenamento” del corpo e della mente, perché non si riesce a riconoscere il vero motivo che sta alla base del senso di sconfitta, della  disperazione. La dipendenza dalle bevande alcoliche diventa paradossalmente il compromesso tra il desiderio di vivere e quello di morire: troppo terrorizzato per morire e troppo spaventato per vivere. Un’altra spiegazione di questa dipendenza psicologica è che l’alcol libera le inibizioni. Abbiamo tutti delle emozioni, un mondo istintivo che ci piacerebbe sfogare, ma non riusciamo perché alcuni “vincoli” non ce lo permettono (il lettore attento avrà capito sicuramente che non si tratta di realizzare atti “vandalici” contro la società ma semplicemente di dare corso ai  sentimenti!). L’alcol agisce da stimolante, libera l’individuo dal peso delle preoccupazioni e delle paure, allevia i suoi sentimenti di inferiorità e debolezza, permette di accantonare inibizioni e autocensure che normalmente bloccano i sentimenti, scioglie la lingua, rende un timido un perfetto dongiovanni; gli dà la scusa per essere espansivo, spiritoso e, perché no, un perfetto romanticone. Se si viene respinti, la nostra mente è formidabile nel conservare l’autostima, può sempre dare la colpa al “bicchiere in più” (questo è un comune meccanismo ossessivo compulsivo presente anche in chi frequenta fattucchiere e cartomanti, non si dice forse, quando le previsioni sono negative,  ma tanto è un gioco!).

 COSA FARE. Ippocrate scriveva: “Si beve per alleviare paura e terrore”. Purtroppo chi ricerca il benessere in una sostanza - anche se apparentemente dà una sensazione di forza e coraggio - è destinato ad aggravare anziché alleviare il proprio malessere, a causa proprio dei sintomi psicosomatici connessi all’assunzione continua di alcol. Gli effetti comportamentali prodotti dall’alcol mimano fedelmente i sintomi riscontrabili in chi soffre di disagi emotivi che non fanno uso di sostanze alcoliche, perché il cervello presenta sempre le stesse modalità di alterazione: depressione, ansia, delirio, allucinazioni. Il bevitore problematico, attraverso l’alcol cerca di cambiare la sua vita, di trasformare la sua esistenza e di superare una profonda insicurezza relazionale. In questo modo l’alcol diventa lo strumento, purtroppo inadeguato in quanto illusorio, per sciogliere tutte quelle inibizioni che hanno favorito, nel corso degli anni, l’incomunicabilità con il mondo circostante. L’alcol comunque è e non potrà mai essere uno strumento di felicità. Questa sensazione illusoria di forza, coraggio, felicità  e gioia - oltre ad evitare il contatto con i conflitti esistenziali irrisolti - viene trasformata, una volta sfumati gli effetti alcolici, in paura, senso di colpa, isolamento, tristezza, rimorsi. Ecco allora il bisogno di bere nuovamente per coprire quel profondo malessere, per sfuggire ad una realtà deludente… a prezzo di una ulteriore “punizione”. Con l’inebriarsi, infatti, si crea una condizione transitoria di esaltazione, quello che sta intorno “scompare”. Ma quando l’effetto finisce, il bevitore problematico si sente ancora più impotente e più incompreso di prima, a tal punto che è spinto a ricorrere nuovamente all’alcol con una frequenza e una quantità sempre crescenti.

La dipendenza da sostanze in genere dura molti anni, con fasi di remissioni e continue ricadute. Non bisogna, però, perdere le speranze: disintossicarsi è possibile, la sobrietà è un obiettivo reale e raggiungibile, molti ne sono usciti con successo. Il primo passo è, ovviamente, ammettere di avere un problema, poi è necessario “impegnarsi” per venirne fuori (senza delegare la risoluzione a qualcosa, qualcuno…). Il mondo allora apparirà sotto una nuova luce, sarà grandioso liberarsi della dipendenza. Gli alti e bassi che caratterizzano l’andamento della dipendenza da alcol sono simili a quelli di ogni altra patologia cronica. Non ci si dovrebbe sorprendere né mostrare disappunto davanti a una ricaduta: è controproducente parlare di fallimento morale ogni volta che un etilista ha un “ripensamento” o un piccolo cedimento. Esistono, comunque, molti tipi di cura per l’etilismo (si tratta sempre di metodi che, ovviamente, efficaci per alcuni, non lo sono per tutti). Alcune scuole di pensiero  chiedono (… anche chi scrive ritiene utile questa strategia) che l’individuo esamini se stesso e sia “responsabile” nel farlo. Questo è il metodo che più di ogni altro ha dato buoni risultati. L’analisi transazionale agisce sul comportamento, la psicoterapia tradizionale ricerca le radici della dipendenza e del significato simbolico della “bottiglia”, la medicina allopatica prescrive spesso farmaci che, il più delle volte, provocano il vomito quando si ingerisce l’alcol. Anche l’ipnosi è uno strumento che può essere molto utile nel vincere l’etilismo, specie se usata in combinazione con un programma terapeutico ben preciso e, ovviamente, coordinato da una persona qualificata. Altre scuole “organiciste”, invece, sostengono che la dipendenza da alcol ha molto a che fare con gli squilibri biochimici. I  tipi ad alta istamina sono particolarmente inclini all’alcol e possono in genere tollerarlo bene. Un’ampia percentuale di bevitori sono forti produttori di istamina: usano l’alcol come un lento suicidio. Il bevitore da sbronza occasionale ha più probabilmente bassi livelli di istamina. In stretta relazione con l’alcol, molti ipoglicemici diventano dipendenti dall’alcol invece che dello zucchero. Ed è pratica comune degli etilisti, quando non possono bere, usano larghe dosi di zucchero in sua vece. Identificare quali di questi fattori svolga una parte importante nella dipendenza fornisce un indizio su come modificare la “nutrizione” per ridurre il desiderio. Leggere queste righe, comunque, non è sufficiente per risolvere un problema di dipendenza; lo scopo è quello di riconoscere o ammettere che tale drammatico problema c’è e, soprattutto, avere informazioni utili; tutto ciò rappresenta un primo, importante passo sulla lunga e difficile strada della guarigione. Non bisogna mai dimenticare che un consumo moderato, se di buona qualità, può essere un elemento di benessere, mentre delegare agli alcolici la risoluzione dei conflitti porta inevitabilmente all’infelicità. Per cui è sempre indispensabile  scegliere e selezionare cosa bere - anche da un punto di vista organolettico - sia il tipo di “liquido” sia la qualità,  perché in questo modo è possibile gustare la sostanza e cogliere quegli aspetti piacevoli (odore e sapore) che ci permettono di “dominare” la bevanda anziché essere “inghiottiti” da essa (perché anche questo appartiene ai piaceri della vita). Un altro aspetto importante, per contrastare l’assunzione di alcolici, è quello di riflettere  sulle cose che ci fanno realmente star bene - mettere a fuoco le sorgenti di piacere -  senza ricorrere a quel meccanismo automatico del bicchierino per riprendere “quota”. L’alcol, inoltre, a lungo andare, cerca di strutturare in modo automatico e ripetitivo lo stile di vita, tutto ruota attorno al rituale del bere: la cena, comprare la “sostanza”, l’occasione per bere qualcosa…  Per stroncare questa modalità reattiva, quindi, è spesso indispensabile introdurre elementi innovativi (nella propria esistenza) che determinano nuove scelte e nuovi comportamenti


 


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