1.0 La MEDICINA PSICOSOMATICA ...

e i suoi misteri.

LA SAGGEZZA del CORPO e della MENTE

- Claudio BONIPOZZI -




Corpo e anima, principio vitale comune a ogni essere vivente, secondo questo orientamento scientifico non dovrebbero mai essere divisi l’uno dall’altra. E' lecito sospettare che, in determinate circostanze, alcuni fattori psichici, come sentimenti, stati d’animo e passioni, possano avere anche una certa “responsabilità” nella malattia … come dire, c'è abbastanza fumo per sospettare il fuoco! Il vissuto di ogni individuo è fondamentale per conoscere la malattia: vivere ad esempio in un ambiente “freddo” ed ostile, avere una madre (una figura di riferimento) “sbagliata”, gestire colpe che tormentano, affrontare paure che ingabbiano, invidia che corrode, orgoglio che svaluta all’infinito sono tutte cose che possono determinare modelli mentali che intralciano l'esistenza e fanno soffrire… vissuti che non solo producono la sensazione diffusa di non essere amati, di non essere accettati, di non aver diritto a nessun riconoscimento ma si legano a malattie ben precise che remano contro il benessere reale e la felicità quotidiana di ogni essere vivente. Ancora oggi, purtroppo, chi soffre di un disagio emotivo viene considerato un malato di serie “B”, nessuno gli crede, viene guardato con sospetto e colpevolizzato, escluso dalla vita reale, spesso considerato bugiardo, cattivo, meschino… così piano piano lo sguardo su di lui si trasforma in disprezzo e la sofferenza in vergogna: in breve una persona fastidiosa a cui sono attribuite intenzioni cattive e, quindi, il minimo che si possa fare è cacciarlo dal gruppo dei "veri" malati in modo tale che non possa più tormentare le persone "perbene"che stanno intorno. Ricordiamolo bene, queste persone sono il “risultato” di dinamiche strane, di cose che si portano dentro senza averne la minima idea, non sono né diaboliche, né malvagie, né cattive, né subdole: soffrono soltanto in maniera esagerta. Un malato di questo tipo non deve mai essere neutralizzato, escluso e, tantomeno, abbandonato perché è "incapace" di vivere da solo se non con grande disagio e sofferenza:

la sua vita, purtroppo, se la "distrugge" già da solo!

... RICORDA, nessuno ha colpa di essere nato a Ferrara anzichè a Bologna, di essere un maschio o una femmina, di essere bianco o nero ... costretto a vivere in un nido di "vespe"...

… “molti” sono un po’ strani, alcuni sono perennemente "sotto tiro", “tutti” siamo inclusi nella “blacklist”, ed è un’ottima cosa perché il mondo sarebbe davvero monotono, proprio monocolore, fastidioso e noioso se non esistessero così tanti quadri clinici diversi, curiosi ed originali … SEMPRE se tali tratti, ovviamente, non sono lesivi o distruttivi verso se stessi o gli altri: influenzano negativamente la propria vita affettiva, lavorativa e relazionale ... il modo in cui ci si rapporta con il resto del mondo …

… attribuire un’eziologia psicosomatica alle malattie incontra, spesso, nel pensiero comune, molte RESISTENZE e parecchia IRRITAZIONE: difficile accettare che siamo sempre noi a generare il ‘male’. Alcuni giustamente diranno, ma tutte quelle cose che respiriamo e ingeriamo non contano proprio nulla? Certamente. Non va comunque dimenticato che sono proprio i disagi emotivi prolungati nel tempo che compromettono il funzionamento del sistema immunitario e, quindi, con difese ‘basse’ anche le cose più banali risultano difficili da neutralizzare.

Bisogna curare SEMPRE il malato non la malattia!

La malattia - in ogni caso - cerca sempre di guarire... ascolta cosa dice il tuo corpo, le malattie hanno un significato evolutivo... ci segnalano che qualcosa non va e cosa dobbiamo cambiare. Le metodiche terapeutiche psicosomatiche insegnano a prendersi cura di se stessi, allontanano il brusio dei pensieri, sospendono i giudizi... aiutano a far silenzio dentro di sé.

Nessuno può trarci d'impaccio meglio di noi stessi!!!

… se facciamo attenzione ai piccoli segnali che il corpo ci invia, se siamo ottimi osservatori di noi stessi (attraverso i cinque sensi: vista, olfatto, tatto, gusto e udito) è possibile smantellare tutte le barriere con il corpo e recuperare il vero contatto “mente e cuore” - il contatto con il proprio corpo - così, oltre ad anticipare l’insorgere di molte patologie, permette di fare scelte libere, felici e giuste in qualsiasi settore della vita, possiamo “sfruttare” questi segnali in qualcosa di più vantaggioso a livello energetico, ovvero, attivare tutte quelle risorse sprecate inutilmente, mettendole in tal modo al servizio, a vantaggio, a favore del nostro benessere, prevenire pertanto parecchi disturbi, ritrovare la nostra autentica identità, essere spontanei, vivere in salute e in armonia con gli altri; conoscere questo significa correggere tutti quegli atteggiamenti e schemi mentali che rendono infelici e allontanano da se stessi: trovare il vero equilibrio psicofisico … RICORDA, cercare il SENSO e non la CAUSA è uno dei principi fondamentali della psicosomatica… attraverso il corpo (movimento, posture, disturbi, espressione, vestiario) comunichiamo agli altri, più o meno consapevolmente, come ci sentiamo, come vorremmo essere o apparire, le nostre convinzioni vere o finte che siano … gesti che ci possono rendere naturali o falsare la nostra spontaneità … la muscolatura, liscia o striata, percepisce sempre il clima, l’atmosfera dell’ambiente in cui ci si trova e segnala nell’istante qualsiasi giudizio di valore, ostilità, insicurezza, competizione: il corpo realizza ciò che la mente declina … ogni stato emotivo bloccato ci rende estranei all’organismo che altro non può fare che chiedere “aiuto” attraverso il disagio psicosomatico … … non TEMERE, il corpo non è mai un nemico o un estraneo, ma un alleato, ti dà ogni giorno “spie” specifiche sullo stato di benessere e di salute di tutti i tuoi organi: ascoltalo con più attenzione e conta su di lui, non far finta di niente …

… i disagi vanno ascoltati perché parlano della nostra vita…

… più ci abbandoniamo ad un fiume di parole, più ci lasciamo andare a giudizi e all’autocritica, più ci riempiamo di falsi obiettivi e di percorsi insoddisfacenti, più ci facciamo domande inutili, più ripensiamo ai vari eventi passati, più si inseguono progetti sbagliati, più annulliamo i nostri desideri per compiacere gli altri, più ci “torturiamo” e “lamentiamo” di quelle cose senza senso … e PIU’ le esorcizziamo, le cronicizziamo, le facciamo diventare grandi e importanti, le teniamo lì dentro di noi come un vortice paralizzante: una forza completamente seppellita nei luoghi comuni imperanti che inquinano la mente, in balia di un copione prestabilito e della recita quotidiana, tutto si trasforma in abitudini per il quieto vivere, domina i movimenti, un’energia che non scorre più, lentamente soffoca, una sofferenza che con i suoi meccanismi biochimici esaurisce, blocca, appieda ma, soprattutto, si trasforma in disturbo, in sintomi inspiegabili che fanno soffrire … così la VITA, attraverso il dolore e la malattia, altro non può fare che gridare la sua disperazione, ci chiede con grande saggezza, attraverso il suo linguaggio specifico e i suoi messaggi espliciti, di essere ASCOLTATA: fermati lì, non ingorgare il cervello di “spazzatura”, di cose che non servono nella vita, osserva, smettila di dichiararti guerra e fare confronti, basta battaglie contro i mulini a vento, non attaccarti ad eventi passati, pregiudizi, rimpianti e false idee, evita di commentare e passare a settaccio ogni cosa della tua vita, non lasciarti consumare dai pensieri in percorsi tortuosi e angusti ma dai SPAZIO alle emozioni, alle passioni, alla creatività e ai tuoi desideri, quelli che veramente contano ma che per qualche ragione nel tempo hai soffocato, che desideri solo per te …




1.1 PREMESSA

Ogni essere umano, volente o nolente, è il risultato di circostanze personali genetiche, sociali, educative e culturali ... possiede una storia che non è simile a nessun altro, anche se i percorsi umani evolutivi sono quasi identici... un percorso soggettivo in cui impara a reagire alle situazioni in maniera davvero unico ed originale (vedasi meccanismi di difesa) ...

un passato che, nonostante le nostre buone intenzioni, non riesce proprio a dimenticarsi di NOI!

… non dobbiamo mai dimenticare che l’idea che abbiamo di noi stessi è stata forgiata attraverso i rapporti con le nostre figure di riferimento, ereditata dai nostri genitori e imposta dall’atmosfera sociale in cui siamo cresciuti: un modo di pensare complesso di eventi esterni attivato per controllarci nel bene e nel male, una fotocopia sbiadita delle aspettative altrui che, spesso, ostacola benessere e successo, rende difficile la scelta del proprio futuro …

Non ci sono dubbi, il corpo parla. Il fatto che il corpo sia in grado di inviare messaggi utilizzando un sistema di comunicazione diverso e complementare rispetto al linguaggio che ben conosciamo è una evidenza ormai condivisa dai più. Si moltiplicano, così, le ricerche e gli studi relativi a quel linguaggio corporeo che sarebbe in grado di rivelare a se stessi e agli altri - al di là delle resistenze e delle censure messe in atto dalla coscienza - parti più o meno significative del nostro essere più intimo. Ovviamente, perché questo linguaggio interiore possa essere inteso è necessario che l’interlocutore ne conosca alcune chiavi interpretative e, soprattutto, che sia in grado di trasformare i codici, che il corpo usa per esprimersi, in significati più complessi ed elaborati relativi al mondo dei sentimenti e delle emozioni. E’ così che le braccia che si pongono in maniera conserta durante una conversazione indicano una chiusura nei confronti dell’interlocutore, un collo che si reclina invita a una seduzione e il toccarsi ripetutamente i capelli indica uno stato di regressione, volto alla ricerca di rassicurazioni all’interno di se stessi. Se il corpo, vorremmo dire fisiologicamente, parla, possiamo ben capire come quando si trovi sottoposto a situazioni di disagio, dolore o malattia che ne straziano le carni, più che parlare URLI. Attraverso la malattia parliamo a noi stessi… soffriamo nel corpo la sofferenza dell’anima. Spesso ci sono cose che non riusciamo a confidare nemmeno a noi stessi, perché troppo aggressive (dure) o magari troppo dolorose, difficili da accettare (l’orgoglio ne esce sempre malconcio) e, allora, cosa facciamo, prendiamo semplicemente questo povero “involucro” a testimone. Ogni patologia è una modalità comunicativa sia con se stessi sia con gli altri che permette di esternare la propria sofferenza. A differenza di quanto accaduto per il linguaggio del corpo nelle più svariate situazioni emozionali, il linguaggio del corpo sofferente sembra non attrarre e non incuriosire troppo… proprio per il senso di “responsabilità” che evoca questo orientamento (a volte risulta più facile delegare!) Fioriscono le pubblicazioni sulle malattie dell’uomo e sulle loro cure, mentre scarseggia l’attenzione per quel complesso linguaggio psicosomatico che consente, a chi ne abbia nozione, di capire a livello analogico quale sia la natura della malattie e, soprattutto, la sua causa. In realtà, l’ascolto del linguaggio del corpo e la comprensione di cosa effettivamente il corpo ci dice è ancora oggi lo strumento principale con cui il professionista o il paziente che voglia responsabilmente cercare di capire cosa gli stia succedendo, può orientarsi per arrivare ad una conoscenza globale. Orientarsi nel mondo complesso dei sintomi soggettivi, ossia delle sensazioni che un soggetto avverte in caso di una patologia e dei sintomi oggettivi o segni, ovvero dei segnali che possono essere percepiti dalla propria sensibilità, costituisce a tutt’oggi il metodo principe per conoscere un vero e proprio disagio psicosomatico. Educarsi a cogliere questo linguaggio e ad interpretarlo è uno degli strumenti più elementari e necessari per un’efficace opera di educazione alla prevenzione (non dimentichiamolo che è lo scopo principale di questa pubblicazione). Per ascoltare e registrare il linguaggio del corpo sofferente occorre, però, sapere che un certo segno o sintomo può avere un valore particolare tra tanti segni e sintomi che costantemente l’unità psicosomatica produce (non certo in maniera silenziosa). A questo scopo la lettura e lo studio dei segni e dei sintomi, che in questa breve esposizione vengono presentati, così come il loro collegamento con stati emozionali e schemi mentali, costituisce uno strumento prezioso di formazione alla profilassi e alla salute in generale. Equivale a conoscere la grammatica del linguaggio delle malattie e delle modalità con cui queste si esprimono nei vari soggetti sempre unici ed irripetibili. Inoltre, è la premessa necessaria per una diagnosi e una terapia rispettosa e globale. Così, come una volta per guarire un uomo doveva saper parlare ai demoni che lo possedevano per cacciarli, anche oggi conoscere il linguaggio delle malattie vuol dire saper riconoscere e comprendere i vari simbolismi più nascosti, in modo tale da porre le basi per una moderna “magia” di guarigione. Non esiste una regola che si possa estendere a tutti in maniera uniforme, possiamo però ascoltare i messaggi inequivocabili del corpo.

Non c’è bisogno di scomodare qualche illustre luminare per comprendere la “psicosomatica” basta semplicemente osservare e ... ancora osservare: se una persona ad esempio si spaventa, diventa pallida, in certe situazioni le viene la pelle d’oca (piloerezione), eccitandosi poi comincia a sudare, quando poi è terrorizzata le si può fermare il cuore… credetemi è accaduto!

… se non conosci il “problema” non potrai mai attivare strategie, mettere in atto soluzioni vincenti per il tuo benessere e la tua felicità … ATTENTO però, non è “sufficiente” sapere che le cose non vanno per il verso giusto, la relazione con il coniuge non funziona o che quella particolare attività non ti soddisfa più - perché è un disagio evidente, chiaro, palese, che ti “avvita” su te stesso, non ti fa vedere in maniera lucida la situazione, ti imprigiona nei luoghi comuni e nei pensieri altrui, ti fa dubitare delle tue scelte - ma piuttosto devi allargare lo sguardo sulle cose che ti circondano e che ti spettano di diritto, ovvero prenditi cura di te stesso con amore e, soprattutto, non sentirti responsabile di ogni cosa che accade … lasciati incantare dalla gioia di vivere, piacere e desiderio, evita i soliti pensieri fissi e corrosivi, prendi le distanze in maniera consapevole da quel senso continuo di desolazione, di fastidio interiore, di imbarazzo, di solitudine, di disorientamento, di stordimento, di estraneità, solo in questo modo potrai riscoprire le tue risorse più preziose, avere finalmente gli occhi che brillano di felicità e, se vuoi, INSIEME ad un professionista “esperto e fidato” diventare protagonista della tua vita… regalati pace, vivacità, gioia e felicità: tutto ciò è POSSIBILE se impari a sorridere alla vita, a non rimuginare!!! … NON cominciare a dire “fosse facile”, “siete tutti dei campioni a dare consigli” perché, disperdendo inutilmente energia cerebrale, ti allontani dalle tue vere potenzialità, che sono davvero tante … nessuno, dico NESSUNO può strapparci, annullare quando siamo in piena armonia, senza il nostro consenso, benessere, lampi di gioia nei nostri occhi e felicità …

Poco si parla dell’interiorità, delle risorse interiori, di quanto può influire uno stile di vita, certi atteggiamenti mentali e alcuni modi di vedere il mondo sulle somatizzazioni … delle potenti difese che il cervello possiede se non è schiacciato da regole rigide e controlli eccessivi, soffocato dalle cianfrusaglie, da un senso di impotenza diffuso, da una condizione esistenziale insoddisfacente e dagli stati d’animo fastidiosi protratti nel tempo ... RICORDA, un atteggiamento mentale distaccato e libero da ritmi frenetici risveglia le proprie risorse, fa davvero rinascere. Ogni stato d’animo, infatti, fin dalla tenere età, influenza in modo più o meno significativo e profondo le aree del cervello che agiscono direttamente sugli ormoni e sul sistema immunitario … TIENI sempre presente, che una vita piena di disagi, di delusioni, di insoddisfazioni e di frustrazioni sono tutte condizioni esistenziali che non solo minacciano in profondità la propria identità più autentica ma oscurano completamente il senso profondo della vita ... fanno ammalare. Ogni cambiamento ringiovanisce, una nuova vita basata sulla passione e la creatività, attivando le aree cerebrali specifiche non solo ci allontana dallo stress ma “spinge”anche a soffermarsi su se stessi, insegna ad avere più cura per la propria persona e aiuta ad esprimere tutte le emozioni represse … esprimere se stessi, la propria unicità. Esaminare attentamente il rapporto tra “malattia” e psiche permette di scoprire tutti quei veleni, apparentemente non visibili, ma che possono intossicare o soffocare completamente.


… il corpo non solo avverte, ma protesta che stai “NASCONDENDO” emozioni, tensioni e stress

... la sua “VOCE” ti rimette sulla strada giusta.

… ogni disturbo vuol dirti qualcosa, tenta di correggere un percorso, una direzione sbagliata che stavi, “sbadatamente”, per imboccare: riporta a riflettere sui tuoi bisogni più veri… ogni emozione trattenuta ti mette con le spalle al muro, ti isola dall’organismo che, astutamente, altro non può fare che rivolgersi, chiedere aiuto ai disturbi psicosomatici …

… i disturbi, dalla testa ai piedi, si fanno portavoce - ogni volta che non li affrontiamo - dei legami sbagliati, delle cose che non vanno o che vogliamo tenere lontano da noi, così la psiche trova finalmente la sua voce: esprime il suo disappunto attraverso il corpo, ci dà precise indicazioni sullo stato di salute degli organi … ATTENZIONE, ti guida al benessere, segnala che bisogna dare spazio a qualche cambiamento e alle emozioni censurate ogni giorno che ti isolano dall’organismo: dice di cambiare qualcosa della tua vita, di eliminare quel profondo ristagno emotivo, come realizzare la tua vera natura … RICORDA, il corpo non in linea con le emozioni è sempre il messaggero di conflitti interiori, delle incomprensioni, delle manipolazioni, della fragilità, dell’insicurezza, di tutte le cose vitali inascoltate: in breve, che stai tradendo te stesso …

Giunti a questo punto è possibile "AZZARDARE", affermare con sicurezza che l’intero psicosoma è in grado di guarirsi, di trarre profitto dall’esperienza, di migliorarsi e di proteggersi da minacce di ogni genere. Di provvedere, quindi, a se stesso con risorse spesso insospettate o non utilizzate nel modo giusto… un valore inestimabile, straordinariamente superiore a quanto possiamo davvero immaginare. Un’unità psicosomatica capace di costruirsi e di ripararsi, distribuire risorse e attitudini in modo tale da adattarsi perfettamente alle nuove situazioni e, nel contempo, soddisfare le varie esigenze… i fatti in sé sono innegabili (ricostruire pelle, ossa e circuiti distrutti, creare nuovi collegamenti, modificare funzioni). Le metodiche terapeutiche della medicina psicosomatica sono quelle che aiutano i processi di autoguarigione naturale del corpo. Il corpo è dotato di un vasto assortimento di meccanismi (omeostasi) capaci di proteggerci dalle malattie e di accelerare la guarigione. Questi sono tanto efficaci che, almeno nel 90% dei casi, si è perfettamente in grado di guarire senza alcuna forma di assistenza particolare. Se siamo coscienti dell’esistenza di questi meccanismi, disposti a permettere al proprio corpo di ripararsi da sé e capace di mettere in atto sistemi interni del corpo stesso, si sarà in grado di superare malattie potenzialmente pericolose senza bisogno di alcuna terapia particolare (purchè ovviamente non abbia già devastato l’involucro psicosomatico). La cosa fondamentale è che l’individuo sia (presente a se stesso) cosciente delle capacità di recupero del proprio corpo, che impari a usarle e che - contemporaneamente - impari a riconoscere quando occorre un aiuto professionale. In quest’ultimo caso occorre rivolgersi sempre alla persona qualificata (medico), senza MAI delegargli completamente la gestione del corpo, mantenendone invece personalmente il controllo. La medicina psicosomatica è una “filosofia”, una metodica terapeutica rivolta ad ottenere il meglio da entrambi i “mondi”: fisico ed emotivo. Intende orientare l’individuo a trarre beneficio dalla capacità che il corpo possiede di guarirsi. Facciamo un esempio. Se si ha una semplice e sporadica cefalea, e si va dal medico di base è ovvio che ci si ritroverà con un flacone di pillole… è ciò che questa figura professionale deve fare, rientra nel suo ambito terapeutico. Se invece, quando si manifesta un qualsiasi malessere, attraverso i principi della psicosomatica può darsi che si è in grado di “occuparsi” da soli del piccolo fastidio cefalalgico (il "sostenitore" di questo approccio terapeutico con tale atteggiamento porterà equilibrio all'intero psicosoma; l'altro, invece, bloccherà il sintomo ma manterrà lo stesso squilibrio energetico). Se non ci si riesce, allora - senza indugiare - bisogno rivolgersi a chi è preposto a curare questa disfunzione. Ricordate, si ha tutto da guadagnare e nulla da perdere. Molti dei disturbi che ci affliggono in questo particolare periodo storico sono dovuti al fatto che il corpo “fraintende” certe condizioni ambientali e reagisce in maniera eccessiva. Spesso disturbi cardiaci, ulcere o pressione elevata insorgono per via di potenti risposte fisiologiche a pressioni esterne. E’ dunque importante comprendere che i meccanismi automatici di difesa del corpo e della mente non sono da biasimare per i problemi che suscitano. L’unità (mente – corpo) risponde semplicemente in base alle sue possibilità ed ai suoi meccanismi naturali. Sono i modi di reagire, le pressioni ambientali cui si è esposti e le richieste implicite in cui si vive che hanno reso i meccanismi fisiologici del corpo inappropriati. Se ci si ammala a causa di una reazione eccessiva dei meccanismi di difesa del corpo e della mente, è fondamentale esporsi il meno possibile allo stress oppure di cambiare atteggiamento nei confronti delle situazioni stressanti. Intervenire sui sintomi senza affrontare il problema di base è una soluzione, nella migliore delle ipotesi, riduttiva se non nociva. Sottoposti alle stesse tensioni e pressioni, alcuni sviluppano un’ulcera, altri invece un’elevata pressione. Di fronte agli stessi problemi, ad alcuni si sviluppa l’asma, ad altri un’erezione cutanea. L’origine di queste differenze sta nelle personalità individuali, che hanno un effetto considerevole sul tipo di disturbi cui un individuo è più predisposto. Chi riesce a riconoscere almeno alcune delle caratteristiche della propria personalità, è in grado di prevedere a quali problemi va incontro e può individuare, se particolarmente attento, le prime avvisaglie del pericolo. Se è stato costruito un “castello di sabbia” ed è stato guardato con occhio indagatore per individuare le prime crepe nella struttura portante e per proteggere i punti deboli, non si avrà difficoltà a capire che la conoscenza delle proprie difficoltà psicologiche ha un valore enorme quando si tratta di combattere lo stress e il malessere che ne consegue. Alcune patologie, infatti, hanno vecchie radici, si basano su “fondamenta” poco stabili, realizzate e costruite mattone su mattone nel tempo (personalità). Un piccolo “assaggio”… Gli asmatici, ad esempio, hanno qualcosa in comune: madri dominatrici e padri incapaci. Le madri sono solitamente iperprotettive e indulgenti (non severa, perdona facilmente). L’affanno respiratorio, sintomo precoce dell’asma, si nota solitamente più spesso nei figli unici, forse perché sono più esposti alle pressioni di questa particolare combinazione di genitori. Gli asmatici tendono ad essere bisognosi di aiuto, dipendenti e fatalisti e a non esprimere le proprie emozioni. Non si consentono di mostrare rabbia, il timore, le lacrime o la gioia. Sono solitamente anime solitarie, un po’ ipersensibili. Gli “ulcerosi” invece tendono a essere molto dipendenti dalla madre e a “reclamare” molto affetto. A volte sono incerti di fronte alla scelta fra dipendenza e indipendenza. Sono tendenzialmente ambiziosi e grandi lavoratori. I depressi, in cuor loro, tendono a sentirsi impotenti, inadeguati e incapaci in ogni cosa che toccano. Hanno generalmente un pessimo giudizio di sé e sono spesso intolleranti, dipendenti e privi di senso dell’umorismo. Dato il loro approccio alla vita quotidiana, trovano particolarmente difficile adattarsi a nuove circostanze e tendono ad ammalarsi particolarmente nei momenti di crisi. Per chi è aggressivo, impaziente, fortemente competitivo e avido di successo, il rischio maggiore può essere quello di essere ricoverato per problemi cardiocircolatori. Molti autori affermano che chi va soggetto ad attacchi cardiaci è in continua competizione con la figura paterna. L’individuo colpito da attacco cardiaco è generalmente maschio (forse ancora per poco) e vive costantemente sotto pressione. Di solito ha una forte spinta a competere e a raggiungere l’apice del successo. Lavora fino a tardi, trova difficile star fermo. È decisamente incapace di rilassarsi ed è perfezionista. Qualunque sia il grado di successo raggiunto, raramente è sufficiente a soddisfare le sue ambizioni. Naturalmente il senso di soddisfazione che prova non è determinato dal successo che ottiene, ma da quello che pensa di ottenere. Ci sono anche i soggetti predisposti alle malattie della pelle che tendono a essere sensibili e, come gli asmatici, a reprimere le emozioni. Quando sono presi dalla rabbia si tengono tutto dentro; quando hanno voglia di piangere si sforzano di far finta di nulla. Questi modi reattivi sono comuni fra tutti coloro che vanno soggetti ad allergie. Gli artritici tendono ad essere timidi, tesi, pavidi e insoddisfatti del proprio lavoro. Sono dei supervisori duri e severi. Spesso provengono da famiglie infelici e sovente uno dei genitori è duro, dominatore o perfino crudele. Benché spesso questi soggetti si costruiscano una facciata di forza, gli artritici sono particolarmente ossessionati da un senso di inferiorità. Amano obbedire e si sentono, per certi versi, impotenti. Anche gli artritici incontrano difficoltà nell’esprimere le proprie emozioni. L’individuo che va soggetto alla colite è frequentemente timido, dipendente, passivo e ansioso di piacere. E’ indeciso, immaturo e sempre estremamente preoccupato di evitare conflitti con gli altri. E’ generalmente brillante, sensibile ed emotivamente labile. Scoppia in lacrime facilmente. Coloro che soffrono di emicrania, invece, sono “dominati” da sensi di colpa. Si sforzano di fare ciò che è giusto e di soddisfare la propria severa coscienza. Sono perfezionisti, ambiziosi, ansiosi di offrire una buona immagine di sé e grandi lavoratori. Tendono ad essere puliti, ordinati, efficienti e sono particolarmente rispettosi per il prestigio e il successo. Spesso hanno scoppi d’ira, quando le cose non vanno per il verso giusto, ed è questo senso di frustrazione che dà luogo ai sintomi dell’emicrania.

Se si impara ad ascoltare il proprio corpo, si scopre - come d’incanto - che ha davvero molte cose da dire. Alcuni piccoli disturbi, che si trattano come fastidi, spesso frettolosamente in maniera drastica, sono in realtà precoci indicazioni di qualcosa che non va… non ci si rende conto della loro importanza o magari, essendo distratti, non ci si rende conto del fenomeno in atto.

… i disturbi si presentano se perdiamo di vista la nostra immagine più autentica, arrivano per aiutarci a mettere a fuoco e a comprendere che certi atteggiamenti, qualche rapporto e alcuni stili di vita non ci aiutano a vivere serenamente: ostacolano spontaneità e naturalezza … in breve, c’è un “nodo” da sciogliere … senza i nostri disagi, le nostre paure, quindi, non saremo in grado di riconoscere e collegarci con la nostra autenticità più genuina, i nostri veri e profondi desideri ... in breve, aiutano a percorrere la strada giusta …




Vademecum del "giovane" psicosomatista curioso

Da tempo, fin dall’antichità, si aveva la consapevolezza dell’influenza dei fattori emozionali sull’organismo. La malattia era un fenomeno profondo che coinvolgeva non soltanto l'organo colpito ma tutta la persona: l'atteggiamento psichico, l'armonia familiare e l'ambiente circostante. Una saggia tendenza - ancora oggi di grande attualità per alcuni orientamenti scientifici - a considerare l’uomo nella sua totalità: una meravigliosa struttura nella quale nessuna parte può trovarsi isolata. La pratica medica, già allora, pur essendo esercitata esclusivamente da sacerdoti, spesso più “pizzicagnoli” che uomini di scienza, da stregoni estemporanei e da guaritori improvvisati, aveva una chiara visione olistica del corpo umano e, soprattutto, considerava tale struttura un’unità funzionale inscindibile … un concetto di unità indivisibile . Era ben noto alla medicina antica, infatti, che se si procurava benessere all'individuo (gioia, piacere, soddisfazione), anche a quello più "ignorante", la salute migliorava velocemente. In realtà, avevano già capito che l’elemento umano giocava un ruolo fondamentale nella soluzione del problema ... l'importanza delle relazioni umane e sociali sia nell'ammalarsi sia nel guarire. La gioia faceva ingrassare mentre uno stato di tristezza, portava dritti al dimagrimento. Erano profondamente convinti che il malato per riprendersi in mano la propria salute doveva stare con gli amici, mangiare bene e bere vino buono in maniera "giusta": mai irritarlo o annoiarlo. Diversamente, il disagio emotivo poteva avere il sopravento, provocare importanti e profonde modificazioni corporee. E' un meccanismo "scientifico" piuttosto facile, per chiunque, da verificare: se abbiamo paura non sentiamo altro che un corpo impaurito e teso, se invece siamo felici sentiamo un corpo gioioso ed elettrizzante Attraverso una attenta e scrupolosa osservazione diretta avevano compreso che ogni esperienza forte e sgradevole rendeva la qualità della vita non solo negativa ma paralizzante e, a lungo andare, davvero invalidante. Tutto era delineato e ben chiaro - seppur in maniera grossolana - che i fattori emozionali e gli eventi esistenziali, particolarmente infausti, erano determinanti sulla salute e, quindi, potevano tradursi facilmente in ogni forma morbosa corporea (visione unitaria della malattia). Due mondi non in contrapposizione ma che esprimono la stessa realtà con modalità diverse: uno mentale e uno corporeo. Lo scopo principale della terapia era proprio quello di ristabilire la perdita dell' armonia nell'individuo. Fenomeno che viene descritto sapientemente, molto tempo più tardi, da Jung con il concetto di sincronicità: ciò che avviene nel corpo si verifica, nello stesso tempo, anche a livello psichico con un atteggiamento mentale simile al malessere organico. Il corpo è un evento sincronico in cui si considera l’uomo come espressione della simultaneità psicofisica (mente – organismo). Se ad esempio soffriamo di gastrite non solo ci brucia lo stomaco ma avremo a livello psichico, comportamenti e atteggiamenti mentali di natura “corrosiva” e di non disponibilità ad “accogliere” il mondo. L’attenzione, quindi, é sempre focalizzata non solo sul disagio fisico ma anche su elementi come “temperamento” e “costituzione” (medicina umorale di Ippocrate). Il Padre della medicina, inoltre, riteneva indispensabile, prima di iniziare un trattamento, verificare se il paziente desiderava veramente "riprendersi" in mano la propria salute, era fondamentale chiedergli, quindi, se era pronto ad eliminare le cause della sua malattia. Egli riteneva che la malattia si sviluppasse quando si creava un profondo squilibrio tra gli umori: flegma, sangue, bile gialla e bile nera. L'umore dominante dava luogo al temperamento: “sanguigno”, “flemmatico”, “bilioso” e “melanconico”; il temperamento esprimeva il carattere e il modo di reagire di ogni essere umano. Tale visione complessiva della condizione di salute dell’uomo - nel mondo classico dominato ancora da magia e mistero - comportava sempre in ogni caso, anche una certa attenzione alla vita quotidiana e all’atmosfera esistenziale: il modo di porsi nel mondo e un’occhiatina all’interiorità del paziente. Ovvero, una modalità terapeutica sensibile a tutti quei fattori che possono influenzare la permanenza dell’uomo nel regno del benessere: biologico, energetico, spirituale, emozionale, sociale e relazionale. Molte malattie, quindi, secondo questo antico approccio culturale, sono provocate da difficoltà relazionali, semplici frustrazioni quotidiane e da problemi esistenziali improvvisi (problemi nel complicato processo del "dare", "prendere" e del "ricevere"). Già allora si avevano felici intuizioni e profonda consapevolezza che penosi stati d’animo potevano influire negativamente su certe funzioni come quella cutanea, digestiva e respiratoria. Lo stesso Platone, nella sua grande saggezza, considerava un errore, durante la diagnosi e la terapia, separare il corpo dallo spirito e dal contesto sociale. Egli, infatti, vede nel sentimento di amicizia - oltre ad allargare i confini della coscienza - la possibilità di raggiungere una certe ricarica energetica e la verità attraverso la condivisione giornaliera della vita. Una pratica terapeutica antica che, pur essendo elementare, aveva sapore avveniristico e moderno: un approccio "scientifico" davvero nuovo ed originale nel definire la complessa sofferenza umana. Fenomeni impalpabili che, spesso, insorgono e si acutizzano in situazioni di malessere diffuso, e migliorano quando le circostante diventano più favorevoli o l’individuo impara a gestire i suoi stati conflittuali. E' opinione ormai diffusa - nonostante l'irritazione di alcuni sostenitori del pensiero scientifico a tutti i costi - che il mondo emotivo possa agire sul soggetto influenzando completamente il suo equilibrio bio – chimico (si veda a tale proposito le modalità espressive della personalità isterica e del paziente patofobico). La nebbia del sarcasmo e dell'incredulità, ormai, si è diradata, non ci sono più dubbi su questa unicità e simbiosi armonica: sono d'accordo pure gli oppositori più incalliti! Anche la scienza ufficiale ha compreso che un accumulo di eventi destabilizzanti e, soprattutto, le difficoltà del soggetto a gestire in modo vantaggioso gli stati emotivi, possono predisporre il soggetto a numerosi mali ... a un profondo mal - essere che annienta l'individuo. Non sono dunque i problemi esistenziali in se stessi a favorire il malessere, ma il modo in cui l’individuo li vive e reagisce ad essi. I conflitti che sperimentiamo con gli altri ci rimandano, in maniera più o meno consapevole, direttamente ai nostri (risvegliano vissuti dolorosi completamente impolverati). Tornando ai tempi nostri, con l’aiuto anche di nuove e sofisticate tecnologie bio – mediche, risulta più facile orientarsi e comprendere al meglio l’uomo e i suoi problemi nella sua interezza … quel fenomeno tanto oscuro, ma meraviglioso, legato all' inscindibile unità mente - corpo. Soma, mente ed emozioni rappresentano, dunque, un’unità: strutture non separate tra loro ma collegate da sottili legami indivisibili. Anche la scienza ufficiale, nella sua tendenza parossistica alla specializzazione, è diventata più sensibile e sempre meno prevenuta verso quegli studi che si rivolgono all'essere umano nella sua "interezza". Un modo di pensare opposto a quello cartesiano che separava la mente dal corpo, studiava quindi l’uomo come una struttura in cui la malattia si poteva manifestare a livello corporeo come sintomo e a livello mentale come disagio. La classificazione di Cartesio, infatti, si basava sulla separazione della mente dal corpo in quanto formati da diversa sostanza, la prima di sostanza non estesa e invisibile, l'altra di sostanza estesa, tangibile e visibile. Oggi proprio come duemila anni fa - attraverso il corpo - la malattia parla in maniera inequivocabile del soggetto, dei suoi vissuti quotidiani, dei suoi pensieri e, soprattutto, dei suoi bisogni inascoltati: il corpo parla, si fa portatore del disagio. La malattia, infatti, diventa linguaggio del soma e il sintomo il messaggio di un malessere profondo della persona … la struttura corporea esprime contemporaneamente, in maniera inequivocabile, lo stato psichico, emotivo e mentale. Più la patologia è grave più siamo lontani da noi stessi. Un modo di raccontare, attraverso i sintomi, il vivere individuale ma anche collettivo di cui, spesso, il soggetto è completamente all’oscuro … allora, i dolori, i sensi di colpa, le delusioni, le paure, le insoddisfazioni, i rifiuti, le umiliazioni, gli abbandoni, i tradimenti, le ingiustizie, le ferite dell’anima, pian piano si fanno corpo... si usa il corpo per esprimere il disagio interiore. Il corpo, quindi, si ammala nel tentativo generoso di tutelare il benessere psichico. A questo punto, corpo e mente possono esprimere contemporaneamente o separatamente, entrambi in modo originale, i medesimi contenuti a livello dello "schema corporeo". Tale fenomeno, quindi, non è altro che uno dei modi possibili di segnalare, attraverso il soma, alcuni contenuti inconsci. Ecco che l'individuo, improvvisamente, nei momenti di "debolezza" - con la sua vera storia intrecciata di ricordi e a momenti di sofferenza - grida e si fa sentire come può … ovviamente con il corpo. Non dicevano forse gli antichi romani "pars pro toto": in ogni parte ritroviamo il tutto! Il corpo, per quanto lo si voglia mascherare, non mente mai. Il suo colore, il tono, le sue posture, i movimenti, le varie tensioni e la vitalità rivelano il soggetto che vi sta dietro. Quando il corpo soffre significa che ci siamo smarriti ... ci stiamo allontanando dai nostri veri bisogni e dalla vita. Un modo di pensare che ci blocca e ci "divide". Attraverso questi vissuti silenziosi, proprio come attraverso i sintomi delle malattie, parliamo di noi, dei nostri dolori cui non sappiamo mai come risolvere: storia emozionale, personalità e i sentimenti più profondi prendono "corpo". Disturbi che hanno un senso e che, spesso, possono indicare il percorso scelto dal soggetto stesso per uscire da un vicolo cieco o, magari, per risolvere un conflitto: la denuncia di un problema e, contemporaneamente, la proposta di soluzione. Quello che è davvero importante è imparare a decodificare questo singolare e sapiente linguaggio: capire il vero problema e superarlo. Un mondo emotivo quindi che cerca, attraverso il soma, il suo percorso, di richiamare consapevolmente la nostra attenzione spesso lontana e distratta dal vero ben - essere … un risveglio che permette, finalmente, di rimuovere gli ostacoli della vita, trovare nuovi equilibri e di diventare padroni di se stessi. In breve, prendersi cura dei propri bisogni più profondi... insomma farci guarire. Non deve MAI essere dimenticato che se si curano soltanto i sintomi fisici - isolati dall’interiorità del soggetto - diventeranno manifesti sintomi psichici invalidanti quali ansia o depressione.

… molti disturbi, spesso, attraverso un loro preciso linguaggio, cercano di tutelarci da sconfitte, fallimenti, disagi e dolori ancora più intensi: una saggia protezione attraverso la “sofferenza” che stimola ad abbandonarsi al pulsare della vita… a non “spegnersi”…




Un pò di STORIA...

Ippocrate, il grande medico greco, elaborò l’idea dei quattro elementi primari: Fuoco, Aria, Terra e Acqua, che si manifestano nel corpo umano sotto forma di quattro “umori”. Il carattere corrisponde al tipo fisico, e i quattro umori associati agli elementi sono: melanconico (terra), flemmatico (acqua), sanguigno (aria) e collerico (fuoco). Choler in greco significa “bile”, e la persona collerica è vivace, frenetica, energica e ansiosa di fare. Se c’è un travaso di bile, il collerico è soggetto a scatti d’ira. La bile nera nasceva anche da incontri cattivi e sbagliati. I rimedi per la bile nera erano vivere alla luce del sole, mangiare leggero, movimento e conversare con la gente.

La persona sanguigna ha un colorito fresco e spesso rossiccio, indice di una buona circolazione, quasi fosse governata dal vento e dall’aria. Il sanguigno è slanciato, snello, ben proporzionato e agile. Ha un passo lesto e danzante, con un che di arioso e allegro. E’ un gran chiacchierone, ma ciò che dice spesso è superficiale: la mente segue la lingua come una farfalla che svolazza da un fiore all’altro senza impollinare niente. Ama le novità e i cambiamenti; sotto questo aspetto, è il tipo meno abitudinario degli altri temperamenti. Promette qualsiasi cosa e se ne dimentica quasi subito. Vive nel presente ed è sempre alla ricerca di gratificazioni istantanee, ma difficilmente assimila le esperienze vissute. E’ intollerante, irresponsabile e tende a lasciare le cose a metà. Resiste a pressioni crescenti, ma poi reagisce all’improvviso con un’attività frenetica.

I flemmatici sono placidi, metodici, imperturbabili, lenti nei movimenti, fluidi come un grande fiume ma, occasionalmente, possono ristagnare o rompere gli argini. Il flemmatico è di costituzione robusta, corpulento e a volte flaccido, è rilassato e pacato, conciso, logico, preciso ed affidabile nei rapporti. Sono soggetti con un’intensa vita interiore e rimangono calmi e imperturbabili qualunque cosa accada intorno a loro. Di buon umore, socializzano bene una volta superata la timidezza iniziale, sono fedeli, onesti e completano sempre ciò che hanno iniziato. Imparano lentamente ma ricordano tutto. Sono abitudinari, amano i riti, la routine e la vita regolata, con orari fissi per mangiare e dormire. Possono diventare apatici, ma sono i bambini più facile da educare. Il flemmatico solitamente resiste allo stress ma, quando è troppo, cerca di dominarsi e diventa inerte, ostinato e rigido.

Il melanconico è concreto e con i piedi per terra, ma è anche connesso all’atrabile (bile nera), quindi tende al cattivo umore (all’ipocondria) e a richiudersi in se stesso, come fa la terra d’inverno. Il senso di pesantezza fisica e di quieta rassegnazione danno al melanconico l’aspetto di persone di un altro mondo. Sono chiusi, introspettivi, con un’aria triste e sconfortata. Concentrati su se stessi, vivono nel passato, rimuginando su torti realmente subiti o immaginari. Lettori voraci, o maniaci dei videogiochi, alimentano la loro visione egocentrica del mondo con opprimenti fantasie in cui si vendicano di offese immaginarie. Questo soggetto, intellettuale e dotato di ricca immaginazione, tende a crogiolarsi nella sua depressione. E’ pronto a sacrificarsi per ogni causa che aumenti la sua autostima. Per lui, lo stress prolungato può trasformarsi in depressione, isolamento e immobilità.

Il collerico e il flemmatico sono diametralmente opposti ed è raro che si trovino uniti in una stessa persona, il che vale anche per il sanguigno e il melanconico.

I collerici - di corporatura normalmente massiccia, con il viso rubicondo - sono esagerati e irrequieti, energici, determinati, persuasivi e disinvolti. Sono nati per comandare e sono convinti di essere gli unici in grado di farlo. Si mostrano insofferenti con chi non è d’accordo con loro. Si prefiggono spesso obiettivi impossibili, non ammettono mai di avere torto e se la prendono con gli altri quando i loro folli programmi non si realizzano. Per loro, stare seduti in silenzio è una cosa del tutto innaturale. Sono abili nell’organizzare gli altri, ma poco attenti ai dettagli. Hanno modelli di comportamento eroici e possono essere degli amici generosi, ma spesso sono impulsivi e insensibili alle esigenze altrui. Il collerico reagisce subito ed eccessivamente allo stress diventando iperattivo e agitato.

E’ tuttavia probabile che ogni temperamento mostri tracce di tipi contigui, in realtà, ben pochi di noi appartengono esclusivamente ad un tipo unico. La via per raggiungere l’integrità e l’equilibrio psicologico passa per le qualità dell’elemento adiacente che sono complementari al suo carattere (compensazione: flemmatico - sanguigno e viceversa; melanconico - collerico e viceversa. squilibrio: sanguigno - collerico e viceversa; melanconico - flemmatico e viceversa).

RIASSUMENDO. Nella medicina antica, l’umore era la sostanza prevalente che determinava la natura di fondo dell’individuo. Se ne identificavano quattro: bile gialla, flegma, bile nera, sangue. Pur rilevando l’assoluta varietà del genere umano per cui ogni individuo è simile solo a se stesso, l’uomo, studiandosi, ha sempre tentato d’individuare degli elementi comuni, delle costanti. Già Ippocrate, nel V secolo a.C. divideva gli uomini in grassi e magri. Tuttavia, la grande novità introdotta dal medico greco fu la teoria dei quattro umori, secondo la quale gli individui potevano raggrupparsi in virtù della sostanza umorale che prevaleva nel loro corpo. L’idea fu entusiasticamente ripresa da Aristotele, oltre che da Galeno, e ritornò all’Occidente europeo grazie alla mediazione di Avicenna. La presenza dell’umore prevalente avrebbe influito sulle fattezze e sul carattere dell’individuo, predisponendolo a certe malattie piuttosto che ad altre. Malattie, perciò, in linea teorica prevedibile e, sempre teoricamente, curabili con sostanze di natura opposta a quella dell’umore prevalente: la flegma umida, per esempio, doveva essere curata con sostanze secche. Bilioso o collerico. E’ questo il temperamento della persona irascibile, che dipende dall’abbondanza di bile nel corpo. A produrre il fluido corporeo che caratterizza questo temperamento e a rendere abbondante la presenza dell’umore è il cibo. La bile, secondo l’autore, è rossa, dopo essersi formata nel fegato circola col sangue è passa nella cistifellea. Di natura calda e secca, si presenta come la spuma del sangue ed è di un colore rosso chiaro, leggera ed effervescente. La parte della bile che passa nel sangue, infatti, ha due funzioni. Da una parte favorisce il nutrimento di certi particolari organi, come i polmoni, che hanno bisogno di bile rossa, e dall’altra, rendendo il sangue più sottile, lo pone nelle condizioni di passare per i capillari più piccoli. Anche la parte di bile che passa nella cistifellea ha due funzioni. Se da una parte nutre la cistifellea e le permette di eliminare le sostanze superflue, dall’altra agisce sull’intestino, facilita l’evacuazione delle feci e l’espulsione del siero dalle pareti intestinali, stimolando anche i muscoli sfinterici e la peristalsi intestinale. Naturalmente queste teorie sono una descrizione piuttosto confusa del nostro metabolismo, ma servono a spiegare perché il collerico sia sempre rosso in viso, perché tenda ad avere il respiro forte, a essere irascibile. Il bilioso veniva messo in relazione col pianeta Marte, con la stagione estiva, con la giovinezza, con il ferro, il fuoco e altri elementi giustapposti per analogia. Flemmatico. Oggi il flemmatico è aggettivo che si riferisce a una persona pacata, a volte fino all’indolenza. Anticamente questo comportamento, era imputato alla presenza consistente d’umor flemmatico. Flegma, o flemma, ha lo stesso significato del termine “pituita”. Bisogna infatti sapere che gli antichi medici pensavano che tale umore fosse il prodotto della ghiandola pituitaria, meglio nota come ipofisi, ossia quella che oggi sappiamo essere la “centralina” dell’attività ormonale di tutto il corpo. a quel tempo, però, vista la sua posizione sotto l’encefalo, incastonata nella sella turcica dello sfenoide, a poca distanza dall’etmoide che chiude in alto la cavità del naso, l’ipofisi era considerata la responsabile della secrezione del muco. Muco che, in realtà, non risiede solo nel naso, ma che compare nello stomaco, nell’intestino e, come mostrano ampiamente le malattie delle vie aeree, nella gola, nei bronchi e nei polmoni, insomma in tutto il corpo. quindi muco e flemma erano visti come la stessa cosa. Considerato la natura fredda e umida, si pensava che questo umore fosse sangue non del tutto maturato che nel corpo aveva una consistente presenza, ma che a differenza di quello maturo non aveva una sede precisa. La sua funzione era quella di nutrire gli organi quando il sangue non era sufficiente, di temperarlo prima che questo raggiungesse i tessuti linfatici e, visto che veniva confuso per consistenza e trasparenza con il liquido sinoviale, di lubrificare le ginocchia. Nonostante gli errori, così si spiegava il respiro affannato del flemmatico, la predisposizione ai catarri, la natura lenta, il suo aspetto esangue (più flemma che sangue … pallido, smorto), il suo temperamento freddo. Nella ricorsa alle analogie, il flemmatico era avvicinato all’inverno, al pianeta Venere e all’acqua. Malinconico. E’ il più noto degli umori, ancora molto attuale. Tuttavia, nell’antica medicina, quella d’essere malinconico era considerata una condizione privilegiata, proprio degli artisti e dei filosofi. E’ l’umor nero la sostanza cui si deve imputare la costituzione del malinconico. Come quella rossa è considerata la spuma del sangue, così la bile nera è ritenuta dai medici galenici essere il sedimento del sangue buono che si secca. Prodotta come l’altra dal fegato, segue due strade nella distribuzione nel corpo. Una certa quantità di atrabile (umore) si mescola al sangue, conferendogli forza, densità e consistenza, e va a nutrire quelle parti del corpo che ne richiedono la presenza, come le ossa. La rimanente finisce nella milza come scarto o, comunque, eccesso, che solo la milza può utilizzare perché di essa si nutre. Questa quantità sovrabbondante di sangue si dirige alla bocca dello stomaco e, sebbene, lo tonifichi, lo irrita stimolando la sensazione di fame. Naturalmente, si tratta di una fisiologia del tutto arbitraria che, però, vuol provare a spiegare il comportamento malinconico, non di rado affetto da gastrite e mal di stomaco, e a dare ragione del suo aspetto ossuto e segaligno (magro, asciutto). Sull’onda delle analogie, poi, il malinconico è posto in relazione con la terra, fredda e secca come la bile nera, con la stagione autunnale e con il pianeta Saturno. Sanguigno. Il sanguigno, anche per il linguaggio comune, è un individuo istintivo e caldo, passionale e generoso, che agisce prima di riflettere. Questo atrabile (umore) costituisce il riferimento per gli altri tre umori. Si spiega allora perché il flegma venga considerato sangue non giunto a maturazione, perché la bile rossa o gialla sia la spuma del sangue e quella nera, in sostanza, sangue secco. Addirittura, l’orina viene considerata la parte acquosa del sangue che, se in eccesso, va eliminata con la minzione. Ritenuto caldo e umido, di colore rosso e dal sapore dolciastro, questo prezioso liquido è, di fatto, veduto da Galeno come l’unico umore naturale, mentre gli altri sarebbero superfluidità, ossia fluidi derivati dal sangue. Tuttavia, a quest’ipotesi lo stesso Galeno risponde che se così fosse non ci sarebbero differenze fra le varie componenti corporee, ossia le ossa non sarebbero dure, il cervello molle, i polmoni spugnosi e così via. Pertanto bisogna supporre che nel sangue scorrano anche minori quantità degli altri umori. Muovendo, poi, dall’idea che l’abbondanza di sangue corrisponda alla salute fisica e la sua carenza alla debolezza, se ne deduce che il sanguigno è un individuo di buona salute, dalla fisicità massiccia. Per le sue qualità il sanguigno è avvicinato alla primavera, alla giovinezza, all’aria e al pianeta Giove.




Le regole della medicina psicosomatica.

… il sintomo racconta la nostra vita: il modo di stare nella realtà, di vivere le emozioni e di relazionarci.… esprime qualcosa della persona che ne soffre: parla di disagi, bisogni e contrarietà che a livello consapevole, non riesce a manifestare o percepire … il malessere ha sempre un senso… è una modalità espressiva in codice, messaggi scritti con un linguaggio simbolico… un messaggio che parla un linguaggio antico e indefinito, porta l’attenzione sul problema e mette in contatto con il proprio corpo… se si trascurano alcune problematiche esse si fanno corpo: una impressionante corrispondenza tra funzioni fisiologiche e dimensione mentale… l’atmosfera mentale in cui si è immersi può influenzare la salute: ammalare o guarire… ricordiamolo, un’emozione trattenuta - creando tensione - scoppierà primo o poi in una forma organica… ascoltare (SENTIRE) di più il corpo senza mai rimuovere e coprire: tono, energia, desideri e sintomi… se non si coglie il segnale del malessere e non si prende in mano la situazione, sarà qualcun altro a “mettere le cose a posto”: il corpo… ricorda, c’è sempre una corrispondenza impressionante tra le funzioni corporee e quelle della dimensione psichica/mentale… in realtà, il corpo usa le malattie, e l’anima i turbamenti, per avvisare che abbiamo intrapreso un percorso esistenziale pesante e pericoloso… i sintomi, pertanto, non vanno mai ammutoliti ma ascoltati: sentire quello che hanno da dire… il malessere arriva perché svolge una funzione importantissima, vuole guarire: riportare sulla propria strada unica e soggettiva… i disagi esprimono un’atmosfera mentale, danno voce a “desideri” profondi che non sono riusciti a trovare una corsia preferenziale per uscire … le emozioni per potersi placare, devono scaricare la loro energia, fluire come un fiume liberamente: altrimenti ci sarà una grande “esplosione” nel corpo e nella mente, non bisogna mai negarle… comprimendole si prepara la loro esplosione dirompente… sono il vero carburante della felicità, ci rendono unici…

… i segnali fisici (stanchezza cronica, mal di fegato e stomaco, oppressione al torace, crampi, vampate di calore, ulcera, cefalea, mal di schiena) e psichici (frustrazione, attacchi di panico, disistima, depressione) segnalano che si sta andando contro la propria volontà: i SINTOMI indicano che siamo soffocati da obblighi e rinunce: dispiaceri e dolori diventano malattie… spesso ciò che la mente vuole il corpo nega: il corpo non si inganna mai, felicità, benessere e stati interiori esprimono immediatamente le sue preferenze… il corpo, poi, con i suoi disturbi si fa testimone di tutte le sofferenze, di tutte le insoddisfazioni a cui spesso non si riesce a dare una risposta: si fa carico di urlare il dolore rimasto “imbavagliato”…… il corpo si ammala nel tentativo generoso di salvaguardare il benessere psichico… le scelte di vita hanno sempre conseguenze positive o negative sull’organismo… i disagi emotivi e fisici se ne vanno quando non ci si fa manipolare oppure si sta viaggiando su un percorso di vita desiderato…

… le emozioni di rabbia, di contrarietà e di rancore trattenute si esprimono in cefalea, gastrite e crampi addominali; quelle relative a commozione, gioia ed entusiasmo si traducono in vertigini, tensione cervicale e cefalea; invece la paura, il pianto, l’imbarazzo e la tristezza parlano attraverso colite, nevralgie e rigidità muscolare; mentre il trattenere i sentimenti e il desiderio sessuale si esprimono in tachicardia, ansia e depressione… con la testa separata dal corpo si perde il contatto con le proprie potenzialità (cosa è meglio per se stessi), le risorse naturali rendendo così confuse e inefficaci le azioni quotidiane… il corpo è nostro alleato: dobbiamo ascoltarlo… il corpo non lascia in pace perché vuole comunicare qualcosa di estremamente importante…




La Medicina Psicosomatica “vede” la malattia come un segno di malessere ad altri livelli oltre a quello fisico. Secondo questa interpretazione vedremo che qualsiasi disagio ci induce a compiere un viaggio alla scoperta di noi stessi, il cui innegabile risultato sarà una trasformazione della nostra vita. Uno giustamente potrebbe chiedersi ma “Perché cambiare?”. La risposta è semplice: a volte per stare meglio, altre semplicemente perché - essendo di fronte ad un bivio - non si hanno alternative. Le idee sulle quali si basano le regole della Medicina Psicosomatica sono molto semplici. La prima è che tutto inizia dentro di noi. Ma cosa significa tutto ciò? Vuol dire che, se abbiamo qualcosa che non funziona bene nel corpo o nella vita, dobbiamo guardare dentro di noi, e non fuori, come invece ci ha propinato la nostra cultura. Per quanto sopra esposto, è evidente che ognuno – consapevolmente o no – è l’artefice della propria realtà. La crea con le decisioni che prende (da come vede il mondo e da come pensa il mondo veda lui), attimo per attimo, e se il risultato che ha ottenuto non gli piace, lo può cambiare. Un punto di vista simile può sicuramente intimorire (o colpevolizzare), poiché ci rendiamo conto che tutto dipende da noi ma, allo stesso tempo, questa consapevolezza ci permette di essere liberi di scegliere la vita migliore per noi (scegliere e decidere). Il sintomo ci aiuta nel nostro processo di comprensione, poiché è come un linguaggio in codice che, una volta decifrato, spiega ciò che ci sta capitando e mostra come ognuno di noi crea la propria realtà. Questo implica sia una grande responsabilità, perché non si può più attribuire (proiettare) la “colpa” a qualcosa che è fuori di noi, ma sia anche un’enorme libertà: quella di creare la vita che desideriamo. Un altro assunto importante dal quale parte la Medicina Psicosomatica è che dobbiamo imparare a vedere oltre il nostro corpo fisico, considerandoci esseri di energia. La domanda che sorge spontanea è: come procedere per cambiare il nostro punto di vista? Orientati, come siamo sempre stati, verso la dimensione materiale, abbiamo l’abitudine di considerare noi stessi come mere strutture biologiche: un insieme isolato di organi, muscoli, ossa e nervi; ma se osserviamo più da vicino la costituzione della materia, vediamo che possiamo considerarci come strutture energetiche (reazioni elettriche, bio – chimiche, ormonali ecc). Nell’individuo sano l’energia fluisce liberamente. Se siamo in perfetta salute significa che il nostro psicosoma risponde con successo a ogni evento esterno, scegliendo ciò che funziona meglio per noi. Questa energia può essere percepita e vista da tutti noi, anche se nella nostra società abbiamo idee molto limitate al riguardo. Quando prendiamo determinate decisioni che non sono giuste per noi, creiamo una tensione a livello dello psicosoma e questa blocca il flusso dell’energia; il sistema energetico si conforma alla nuova configurazione in tensione e, se questo blocco ha un’intensità sufficiente e dura per un tempo abbastanza lungo, si manifesta un sintomo a livello fisico (contrazione, tensione, infiammazione e lesione). Quando guardiamo le cose da questa prospettiva, vediamo che non è il corpo fisico a creare il campo energetico, bensì il contrario. Pertanto, quello che vediamo nel corpo fisico è il risultato finale di un processo che inizia nella coscienza. Quindi, se qualcosa non funziona nel corpo bisogna vedere che cosa abbiamo immesso nella coscienza ed, eventualmente, cambiarlo. Se la decisione che abbiamo preso porta ad un risultato che non ci piace, cioè a manifestare una patologia, possiamo decidere di fare qualcosa di diverso e rilasciare il sintomo. Possiamo quindi sostenere, per questo orientamento scientifico, che tutti i sintomi non sono altro che il risultato di un’energia bloccata: quando sblocchiamo l’energia, prendendo decisioni diverse, riequilibriamo l’energia e il sintomo può scomparire (questo avviene anche nelle metodiche terapeutiche distensive). Il sintomo, dunque, è una specie di linguaggio in codice, serve soltanto a comunicarci un messaggio: significa che stiamo facendo qualcosa che non va bene per noi. Nel momento in cui nella coscienza cessa di esistere la condizione che ci faceva star male, il sintomo guarisce. Quando capiamo il messaggio che il corpo ci sta comunicando e facciamo ciò che è necessario per cambiare il modo di essere che ci crea squilibrio, risolviamo la situazione che non funziona per noi; allora, ritorniamo in armonia a tutti i livelli. La contrazione in una parte specifica del nostro corpo si manifesta in una patologia particolare, che è il riflesso della tensione presente in una certa parte della nostra coscienza, in altre parole in una determinata area della nostra vita … e il sintomo lo dice chiaramente. E’ evidente che, seguendo questo filo di pensiero, non ci può essere guarigione senza trasformazione. Possiamo, ovviamente, continuare a non cambiare, oppure fare qualcosa di diverso e allora avremo un esito differente. Non si tratto di stabilire che cosa sia giusto o sbagliato in astratto ma, semplicemente, che cosa funziona meglio per noi: se scelgo di continuare in questa direzione, sto male, se prendo una via diversa, sto bene. Vedere le cose in questa prospettiva non significa addossarsi la colpa di avere creato il sintomo, ma assumersi la responsabilità di avere preso decisioni non adeguate per noi da un punto di vista energetico. Un certo modo di essere crea un sintomo, un modo di essere differente lo fa scomparire. Siamo noi che decidiamo come vogliamo essere. Noi dirigiamo la nostra coscienza, che è energia, con i nostri pensieri. Possiamo scegliere quelli più funzionali al nostro scopo, che è quello di star bene, ma anche quello di essere sempre più noi stessi e di vivere nella gioia. Questo significa che, se siamo in grado di creare un blocco con una decisione che non funziona per noi, siamo anche capaci di togliere il blocco (da soli o con l’aiuto di professionisti nei casi difficili). Questo processo può avvenire in modo spontaneo, semplicemente perché ci rendiamo conto di avere imboccato una strada sbagliata e lasciamo andare ciò che ci provoca tensione: ritorniamo al nostro stato naturale dell’equilibrio e facciamo ciò che è giusto per noi. A volte, però, non è così semplice. Possiamo essere a tal punto coinvolti emotivamente in una situazione da non riuscire a vedere chiaramente ciò che è meglio per noi. O manifestiamo un sintomo e non riusciamo a relazionarlo immediatamente a qualche evento nella nostra vita. Allora conviene agire direttamente sul campo energetico, riequilibrandolo. La Medicina Psicosomatica fornisce tecniche di riequilibrio energetico semplicissime, ma decisamente potenti, che permettono anche di comprendere le ragioni per cui abbiamo perso il nostro equilibrio. Ora che abbiamo capito il meccanismo che crea il sintomo dal punto di vista energetico, come possiamo individuare il “codice”, la “mappa” che ci indica la correlazione tra una specifica patologia e la corrispondente tensione che l’ha generata? In altre parole, quale aspetto della nostra vita è teso quando, per esempio, ci viene il mal di stomaco? La Medicina Psicosomatica è veramente molto precisa nel fornirci la risposta, permettendoci di identificare la causa energetica delle diverse patologie. Semplificando di molto è come se il nostro corpo dicesse “C’è qualcosa che non va in questa situazione. Non sei attento alle tue sensazioni. Sei distratto, non stai ascoltando. Stai trascurando qualcosa che è molto importante per te. Che cos’è?” Se facciamo qualcosa che non funziona per noi, la tensione si manifesta come blocco del flusso energetico. Il funzionamento psicosomatico riflette le decisioni che prendiamo, a seconda di come scegliamo di rispondere alle situazioni della nostra vita nel momento in cui decidiamo che cosa pensare, che cosa sentire e che filtro percettivo usare per guardare il mondo (disponibilità, apertura, diffidenza, sospetto, ecc.), apriamo e chiudiamo (cerebrale, ormonale) una o più di queste “valvole”, modificando il nostro assetto energetico. Tutto procede bene finché le decisioni che prendiamo sono coerenti con ciò che siamo (naturali, spontanei). Ma se non ci ascoltiamo, se neghiamo la nostra vera natura, iniziano a sorgere i problemi. Può accadere che per una decisione errata creiamo un blocco, una tensione (troppa adrenalina nei muscoli e, quindi, contrazioni, tensioni, infiammazioni, ecc.), da quel momento in avanti la nuova configurazione della nostra energia funzionerà come una calamita, attirandoci esperienze che confermano la tensione originaria. Ciò significa, per esempio, che se, dopo essere stati abbandonati, abbiamo deciso di non meritare affetto, da quel momento in poi la nostra energia bloccata costituirà una specie di catalizzatore e attireremo soltanto persone che non ci amano. Questo conformerà la nostra decisione primaria: il blocco diventerà più solido e noi saremo sempre più infelici. Questi blocchi, queste tensioni interagiscono principalmente per mezzo del sistema endocrino e quello nervoso. Quando c’è tensione in una certa parte della nostra coscienza, lo stress è captato dai nervi e diffuso in tutto l’organismo. In questo modo siamo in grado di leggere il nostro corpo come la mappa della coscienza e, dunque, della nostra vita. Possiamo dire che il nostro corpo ci fa vedere che cosa non va nella nostra esistenza. Sappiamo che le tensioni del corpo rappresentano stress nella coscienza; queste tensioni nascono da decisioni prese in merito a qualcosa che ci è capitato nel periodo in cui abbiamo sviluppato il sintomo. Una determinata scelta crea tensione e, conseguentemente, il sintomo. Una decisione diversa, come già accennato, ci permette di rilasciare il sintomo, ritornando al nostro stato naturale d’equilibrio e salute. Queste scelte a volte sono consapevoli (per esempio: Faccio questo per fargli piacere, anche se a me non va), altre apparentemente non lo sono. Uso il termine “apparentemente” perché noi siamo sempre in grado di sapere ciò che è giusto per noi, nel profondo; soltanto che ci capita di “distrarci!”. Per riacquistare la salute, dobbiamo intraprendere un lavoro personale di ricerca, comprendendo ciò che stiamo facendo “contro di noi” e, soprattutto, dobbiamo attuare una serie di cambiamenti nella nostra vita, lasciando andare i modi d’ essere che creano tensione, ritrovando appunto la nostra vera natura (so già la risposta di alcuni “fosse facile”, è una situazione immodificabile; non è necessario stravolgere sempre le cose, ma è importante avere la consapevolezza della situazione e della frustrazione ad essa connessa … quel continuo rimuginare che porta a stress e blocchi).

Si deve semplicemente tornare a essere se stessi. In questo cammino il sintomo è un nostro alleato e ci aiuta.

… sottolineare la dimensione sociale dei comportamenti umani non dispensa dall’interrogarsi sulla maniera in cui queste esperienze vengono recepite e fissate nell’organismo …

… le infiammazioni nell’organismo segnalano conflitti inconsci, disagi interiori non risolti vissuti, spesso, come estranei, opposti o pericolosi per il proprio equilibrio, vediamo il tema conflittuale e il processo infiammatorio ad esso collegato:

• identità personale… il processo infiammatorio riguarderà le infezioni, intestino e tiroide;

• rapporti interpersonali… si esprimeranno attraverso dermatiti, problemi allo stomaco, bronchiti;

• potere decisionale… artrite, tendinite;

• sfera morale… colite, artrosi, problemi agli occhi;

• sentimenti di rabbia e aggressività… fegato, patologie autoimmuni, esofagite;

• area indipendenza e autonomia… apparato respiratorio, tensioni muscolari.

... RICORDA, per essere se stessi non è necessario sforzarsi, ma semplicemente lasciarsi andare senza mettere in atto lotte infinite che esauriscono completamente tutte le energie fisiche e mentali, OSSERVA la tua interiorità, spalanca la finestra su te stesso: opporsi a tutto ciò non può che generare sofferenza e infelicità inutile, sii più CEDEVOLE, così non ti sfianchi in una estenuante giostra emotiva e anche il corpo, finalmente, può riprendersi il suo equilibrio …

… RICORDA, affrontare la vita sempre con atteggiamento ansioso e insicuro, azzerare gli interessi e neutralizzare le spinte individuali può fare ammalare lentamente anche il corpo.




Segnali PSICOSOMATICI …

… la medicina psicosomatica è importante per ogni individuo sia a livello diagnostico sia a livello terapeutico non solo per capire come si affrontano i problemi, i compiti della vita e le infinite sfide dell’esistenza, ma anche come riacquistare al più presto la salute: essere più attivi, osservare le situazioni da una prospettiva più ampia, sentirsi bene e in ordine …insegna, attraverso nuovi percorsi mentali originali, a imboccare in modo consapevole altre esperienze e modificare i percorsi banali ma, soprattutto, non affidare il proprio benessere al caso o a “terzi”… aiuta a liberarsi di ciò che è superato, inutile e dannoso…

Se si impara ad ascoltare il proprio corpo… avrà sicuramente molte cose da dire. Alcuni piccoli malesseri, che percepiamo come fastidiosi e che ci affrettiamo velocemente a curare, sono segnali - come più volte evidenziati in questa breve esposizione - di qualcosa che non va. Se sollevando qualcosa, ad esempio, si sente una fitta di dolore, deve essere considerato un avvertimento: se si insiste in tale situazione, si terminerà con uno strappo muscolare o, peggio, danneggiare un legamento. Se mentre si fanno piccoli lavoretti domestici la schiena comincia a far male, si tratta di un primo segnale. La maggior parte degli episodi di dolore va considerata in questa accezione. Più a lungo si ignora il dolore, connesso allo sforzo o allo stato emotivo, più è probabile andare incontro a un problema serio. Il vomito e la diarrea possono essere molto spiacevoli, ma sono meccanismi di difesa importanti, di cui il corpo e la mente si servono per scopi specifici. Se si esprime l’uno o l’altra, senza altri sintomi, la cosa più probabile è che si sia mandato giù qualcosa di “indigesto”. Ogni intervento che sopprime i sintomi può far restare più a lungo l’infezione nel corpo. La tosse è un meccanismo di difesa per estromettere ogni ”sostanza estranea” dal canale respiratorio. Occorre pertanto aiutare il corpo, “sputando” qualsiasi cosa la tosse faccia venir su. Se la tosse è persistente o ricorrente, è necessario verificare - oltre all’irritazione ai polmoni in atto - se c’è una “sostanza” irritante nell’atmosfera. Se si manifesta un’irritazione cutanea insolita, ci sono buone probabilità che si sia entrati in contatto con una “sostanza” irritante. La reazione della pelle dipende dal fatto che i tessuti, individuando nella “sostanza” irritante una minaccia, producono composti chimici atti a contrastarla. Probabilmente è possibile ridurre momentaneamente l’irritazione con un bombardamento cortisonico, ma è molto più sensato individuare la “sostanza” irritante ed evitarla… rendere i rapporti più gratificanti e scorrevoli. Un crampo alla gamba si produce generalmente perché la circolazione sanguigna è stata impedita. Il crampo segnala che i prodotti di “scarto” del metabolismo muscolare si sono accumulati: la circolazione sanguigna, rallentata (anche per le varie tensioni, contrazioni: sempre sul chi va là) non è stata in grado di rimuovere i prodotti di scarto. Il crampo spinge a cambiare posizione, in modo che il sangue possa riprendere a fluire meglio. Gli scarti del metabolismo muscolare saranno allora portati via e il dolore scomparirà. Se si mangiano cibi troppo in fretta o con persone “sbagliate”, si rischierà una buona “indigestione”. E’ possibile risolvere momentaneamente il problema “conflittuale” con pillole per combattere l’acidità, ma i dolori probabilmente torneranno. Per eliminarli definitivamente bisogna dar retta al sintomo… eliminando magari i commensali. Se si hanno, poi, continuamente incidenti, è probabile che si sia costantemente sotto stress. C’è una netta correlazione fra stress e predisposizione agli incidenti. Mestruazioni irregolari possono dipendere da preoccupazioni. Spesso le ragazze hanno ritardi mestruali quando è presente un cattivo rapporto (entra in gioco un partner conflittuale), quando devono affrontare situazioni problematiche o quando temono di essere incinte. Il corpo e la mente hanno tutta una serie di sistemi di preavviso per segnalare i vari problemi, in modo da contenere i danni potenziali al minimo. Per esempio se il cuore è sotto sforzo e i vasi lo riforniscono di sangue non sono in grado di assolvere al loro compito con sufficiente rapidità, si farà sentire con dolori al petto. Questi dolori, solitamente detti “angina pectoris”, non sono in se stessi una minaccia, né indicano che vi sia qualche disturbo grave in atto. Dicono semplicemente che il cuore è al limite e che, se si vuole evitare danni più gravi, si deve apportare qualche modifica al proprio modo di pensare e stile di vita. Bisogna cambiare atteggiamento, abitudini alimentari e inserendo esercizio fisico, in modo che il cuore possa fruire di una migliore irrorazione sanguigna (ridurre il carico di lavoro e stress). L’ansia è probabilmente uno dei più noti segnali di preavviso di malessere, ma ce ne sono molti altri. L’indigestione, per esempio, non è altro che un segnale che lo stomaco trova difficile (digerire) assorbire la qualità e quantità di cibo che riceve. I crampi che si producono durante l’esercizio fisico sono un segnale che i muscoli stanno consumando ossigeno e cibo più velocemente di quanto il sangue sia in grado di fornire loro. Benché molti dei segnali più ovvi si riferiscono a disturbi specifici, alcuni indicano invece che il corpo è genericamente affaticato e a bisogno di riposo. Quando il problema è di carattere generale, spesso i segnali consistono in una serie di piccoli disturbi: per esempio, un’improvvisa esplosione di raffreddore, tosse, eruzioni cutanee. Come il corpo può essere stanco e presentare sintomi che preannunciano guai fisici, così la mente può essere sovraffaticata e richiedere una vacanza. Se ci si sente, per esempio, letargici, fuori fase, o con l’umore ballerino: tutti malesseri generici, che indicano una pressione eccessiva. Se si è più irritabili o impulsivi del solito, se la memoria tradisce, se si ha difficoltà ad addormentarsi, se i rumori danno fastidio, se la concentrazione e la forza di volontà sembrano essere svanite, se si piange facilmente, se si hanno reazioni eccessive e si incapaci di sbrigare faccende semplici, probabilmente la mente ha dato forfait… ha bisogno di riposo. Molti riconoscono questi segnali di sovraffaticamento e di stress, ma sono incapaci di rispondere in maniera costruttiva perché si sentono in colpa se smettono di lavorare.

… parecchie persone scelgono di camuffare l’ira dentro se stesse. Quando sono prese dalla tristezza, non sopportano che qualcuno possa sbirciare o vederle mentre piangono. Quando sono orgogliose, non lo manifestano. Nascondono le emozioni perché un certo tipo di cultura ha insegnato che è sbagliato mostrarle, nulla però è più nocivo. Quando si sente un’emozione e la si blocca, si reprime - come più volte evidenziato in questa esposizione - un processo del tutto naturale. Si combatte una reazione umana normale, che dovrebbe potersi manifestare nelle azioni quotidiane … SEMPRE ovviamente nel rispetto altrui! Le reazioni naturali, dopo tutto, sono fatte per aiutare e proteggere l’individuo. Quando si è tristi gli occhi si riempiono di lacrime, significa che il corpo sta aiutando, mostrando all’ambiente circostante più vicino, oltre a scaricare le tensioni, che si ha bisogno di sostegno affettivo. Rifiutare di lasciar scorrere le lacrime, quindi di esprimere il vero dispiacere, si nega il conforto che il corpo sapientemente ha deciso di chiedere.

... ci si ammala quando:

si ingigantiscono le cose;

si pensa troppo alle solite cose;

si pensa troppo e non si agisce mai;

si pensa che le cose non hanno soluzione.

… il disturbo spesso compare quando perdiamo il nostro sguardo limpido, originale, unico e curioso sul mondo …




NUOVI concetti e VECCHIE fantasticherie…

Per molto tempo, pazienti e specialisti hanno concordemente "legato" gli incidenti alla sfortuna o a periodi negativi: distrazione, trascuratezza, scherzi del tempo. Analogamente, la maggior parte degli studiosi contemporanei di medicina, basandosi sulle scoperte relative a batteri, difetti biochimici, problemi genetici, collegano le patologie a cause più specifiche ed identificabili… malfunzionamento del metabolismo, fattori ambientali o figure di riferimento ostili. Così, si rimane a letto con l’influenza perché si è “preso un virus solitario”. Se poi si sviluppa il diabete, è perché il povero pancreas ha smesso di svolgere adeguatamente la sua funzione. E’ stata “ereditata” la debolezza cardiaca da quei “buontemponi” di genitori. E ancora, è stato perso il controllo dell’auto perché la strada è scivolosa e le curve non erano segnalate adeguatamente. Tutto ciò fornisce qualche elemento pragmatico su cui lavorare. Le ossa rotte vengono risaldate, i farmaci vengono prescritti, le operazioni chirurgiche eseguite da mani abili ed esperte. Eppure, ci sono cose che non tornano, consideriamo il seguente fatto per certi versi un po’ strano: molti dati specialistici indicano che il 70% dei trattamenti e procedimenti chirurgici sono “somministrati” al 30% dall’individuo stesso. E’ indiscutibile che noi tutti siamo esposti agli stessi pericoli di contagio virale, di strade scivolose e di acidità di stomaco. Ma in realtà, solo uno su tre di noi si mette a letto con l’influenza, esce di strada in auto, o svilupperà un’ulcera peptica quando vengono a presentarsi le relative minacce. Gli altri due, anche se sono soggetti agli stessi rischi, si mantengono in buona salute. Se la cosa provoca confusione, analizziamo un altro fatto a dir poco “incredibile”: all’interno di un vasto campionario di pazienti che soffrono di una malattia cronica dichiarata (pazienti ad esempio con problemi cardiocircolatori), un numero prevedibile di essi guarirà perfettamente; un numero prevedibile migliorerà; un numero prevedibile morirà; ed un numero prevedibile rimarrà esattamente nelle stesse condizioni di prima, senza migliorare o peggiorare le sue condizioni di salute, indipendentemente dalla natura o dalla qualità del trattamento medico. In questo contesto i clienti di una “fattucchiera” non sono diversi dai pazienti dell’abile specialista in malattie cardiache. Il ciarlatano e l’esperto possono aspettarsi all’incirca la stessa percentuale di guarigione. Per le malattie acute, invece, lo specialista - rispetto allo stregone - potrà garantire la guarigione, far vivere in ottima salute. Perché molti individui che lavorano nello stesso ambiente prendono il raffreddore quando l’epidemia è in giro, mentre altri stanno benissimo? Senza ombra di dubbio sono tutti quanti esposti agli stessi virus. E perché fra tutti noi una percentuale variabile dal 15 al 20% di persone non si ammala mai? Diamo un’occhiata ai seguenti due casi clinici, per capire che cosa porta la gente ad ammalarsi. Il primo caso clinico riguarda una signora - che chiameremo Sandra - sposata da circa un lustro, impiegata presso un notaio della città in cui viveva. Ama molto il suo lavoro, il suo hobby preferito è quello di arredare il suo appartamento che divide con il marito. Come accade nella vita terrena, però, il marito si invaghì di una sua dipendente. Dopo poco tempo Sandra, disorientata e intristita da tale episodio doloroso, si separò dal marito. Si fece aiutare a modo suo e ricominciò una vita nuova. Alcune settimane dopo la sentenza per il divorzio, Sandra abbandona il suo lavoro dal notaio, subaffitta l’appartamento, si trasferisce in una piccola città della stessa regione, affitta un monolocale, e trova lavoro presso una azienda import – export, compra una piccola auto e prima di fare il primo tagliando ad essa, si schianta contro un albero. Le ferite riportare per fortuna, pur costringendola per due mesi in trazione presso l’ospedale cittadino, non erano gravi. Il secondo caso clinico riguarda Stefano, anche qui il nome è di fantasia, sposato da un quarto di secolo, padre di una ragazza ormai adulta, uscita di casa da poco per farsi una famiglia propria. Stefano viveva in una piccola località rurale dove c’era tranquillità ed aria buona, in un’abitazione costruita vent’anni prima con le sue stesse mani. Cinque mesi prima della sua dolorosa esperienza era andato in quiescenza come capo ingegnere in una importante azienda di costruzioni edili. Improvvisamente, senza alcun indizio premonitore, la moglie di Stefano muore per un attacco cardiaco. Lui si ritrova impaurito e disperato. Anche lui chiese aiuto e piano piano, con fatica, riesce a superare la crisi senza finire vittima di un crollo nervoso grazie anche alla sensibilità della figlia e del genero. Questi ultimi, gli consigliarono poi di vendere la sua abitazione e di andare a vivere con loro. Accettò il consiglio. Mette in vendita la casa, e nel giro di poco tempo riuscì a venderla (ovviamente i tempi erano diversi), dopo di che si trasferì. Qualche settimana più tardi, stabilitosi in casa della figlia, è colto da un infarto, per lui, purtroppo fatale. Applicando quello che è stato sopra esposto, potremmo dire che Sandra e Stefano sono rimasti rispettivamente feriti ed uccisi da uno stato di totale passività, da una vita “spenta”, avara di piaceri e di soddisfazioni, non più entusiasmante e coinvolgente… entrambi sono rimasti in balia degli effetti cumulativi del “cambiamento di vita”. Se Sandra avesse vissuto solo il divorzio e non avesse attraversato nessun altro importante cambiamento di vita per circa un anno e mezzo, probabilmente sarebbe rimasta in ottima salute. Invece ha cambiato completamente tipo di lavoro, ha dovuto rinunciare ad una macchina comoda e lussuosa, ha modificato completamente il suo stile di vita, trasformato le abitudini personali, ha cambiato residenza ed ha dovuto contrarre un debito per l’acquisto della piccola utilitaria. Faceva molto fatica a dormire durante tutti questi cambiamenti e trasferimenti. Anche le abitudini alimentari furono completamente stravolte (mangiava in piedi e quello che trovava in frigorifero … quasi sempre vuoto e con il solito formaggio). Se Sandra avesse conservato il suo lavoro dal notaio, fosse rimasta a casa sua e avesse continuato il suo hobby, è improbabile che avrebbe subito un incidente così serio. Stefano, invece, è arrivato pericolosamente vicino ai guai prima ancora di andare ad abitare con la figlia. Il pensionamento, l’improvvisa morte della moglie, la vendita della casa (a cui era particolarmente legato), il cambiamento delle abitudini, le trasformazione delle attività sociali hanno influito notevolmente sulle sue condizioni di benessere e felicità. Stefano, a dire il vero, era già nei guai seri il giorno in cui la figlia lo convinse a vendere la casa e a trasferirsi. Se Stefano avesse compreso il modo in cui la profonda insoddisfazione, provocata dai cambiamenti di vita, poteva influenzare la sensibilità individuale alle malattie (e agli incidenti), avrebbe potuto salvarsi da un disastro prematuro. Nessuno può eliminare gli stati emotivi dalla vita quotidiana… né la cosa - come andremo a dimostrare - sarebbe auspicabile. E’ impossibile evitare il dolore provocato dalla vita. Tutti, volenti o nolenti, si trovano di fronte ad inevitabili cambiamenti di vita quali lutti, guai negli affari (miglioramenti o peggioramenti hanno lo stesso risultato fisiologico) e rovesci di fortuna. Di tanto in tanto noi tutti dobbiamo affrontare qualche serio travaglio. Ma quando si verificano circostanze così inevitabili, è possibile - da soli o con l’aiuto di esperti - ridurre enormemente le proprie probabilità di ammalarsi come conseguenza, riducendo quegli altri stressanti cambiamenti di vita che sono sotto il controllo personale. La comprensione sia dei meccanismi per mezzo dei quali la vita cambia sia del fatto che i suoi mutamenti - nel bene e nel male - possono portare alla malattia, è forse la scoperta più preziosa che la psicosomatica abbia mai fatto. E questo non è che un inizio. A parte una certa capacità attuale di predire la possibilità soggettive di ammalarsi o avere un incidente - previsioni realizzate con stupefacente precisione - le ricerche in questo settore hanno sviluppato introspezioni penetranti nei legami che intercorrono tra atteggiamenti e malattie. Studi recenti, infatti, hanno verificato come stili di vita e schemi mentali vengono a collegarsi con malattie ben precise. I dati ottenuti stimolano un riesame di alcune obsolete idee sulle malattie. L’eczema cronico, ad esempio, è stato collegato con i sentimenti di frustrazione. Fondamentalmente l’alta pressione sanguigna compare in coloro che sentono di dover sempre stare all’erta, prepararsi ad affrontare ogni possibile minaccia, pronti a tutto. Un mal di schiena, in generale, indica un desiderio di fuggire, di andarsene, di “cambiare tutto”. Anche i problemi cardiaci sono stati presi in considerazione. Essi nascono, secondo studi molto convincenti, “quando si realizza quello che si vuole”. L’acne, tradizionalmente associata con l’adolescenza, colpisce indifferentemente adulti ed adolescenti quando si sentono “tormentati”, perseguitati, quando vorrebbero essere “lasciati in pace”. Atteggiamento che calza perfettamente alla gran maggioranza degli adolescenti, a dire il vero… anche ad alcuni adulti. Nella nostra società ci aggrappiamo alla distinzione che secondo noi esisterebbe tra le malattie “fisiche” e le malattie “mentali”. Tradizionalmente, questi due settori sono separati come Stato e Chiesa. In realtà, esistono altrettanti problemi fisici associati alle malattie “mentali” quanti sono i problemi mentali associati alle malattie “fisiche”. Non di meno, la maggior parte di noi continua a osservare le malattie con sistemi dettati dalla moda piuttosto che dai fatti reali. Nella nostra società si conserva la propria condizione di “persona per bene” se si soffre al massimo di una malattia che viene considerata fisica o organica. Colpiti da essa si ha diritto a periodi di riposo, comprensione e compensazione finanziaria. Ma se soffrite di una malattia psichica venite considerati (ben che vada) persone deboli e difettosi (eredità delle antiche tradizioni greche) o veri e proprio peccatori (tradizione ebraica). L’ironia consiste nel fatto che nella maggior parte dei problemi emotivi e fisici la causa scatenante è sempre la stessa:

una vita spenta, senza più stupore, gioia e passione.

… è la passività, la negazione, la ‘troppa’ compostezza, la continua rinuncia a se stessi che, trasformando il corpo attraverso il boicottaggio delle risorse riparatrici, sacrificano la vitalità, predispongono l’organismo alla sofferenza e alla malattia.

… ma perché questa sofferenza accade proprio a me, bussa alla porta adesso, si presenta ora che ho raggiunto un importante successo professionale, da sempre voluto e desiderato, un traguardo davvero invidiabile sia a livello lavorativo (ascesa professionale, buona situazione economica … una carriera davvero brillante), sia a livello sociale (una brava moglie, dei bei figli ubbidienti, tanti buoni amici) … SEMPLICE, un cervello troppo occupato e concentrato a recitare la parte di leader, incanalato esclusivamente sui doveri, sacrifici e impegni, sul timore di deludere, su obblighi insensati, su schemi mentali fissi e solo su risultati da conseguire, non potrà mai “decollare”, non sarà mai pronto ad ascoltare serenamente e in grado di guardare felicemente lo scorrere della vita … proprio per la sua rigidità, le lotte che mette in atto, le tensioni che crea per realizzare cocciutamente i vari obiettivi sempre uguali, PERDE il senso delle cose che gli sono vicine, nonostante gli sforzi non COGLIE mai le varie sfumature della vita: opportunità, apertura, leggerezza, curiosità, spensieratezza, gioia, entusiasmo, libertà, spontaneità, felicità, passione per il lavoro, godersi serenamente momenti piacevoli con i propri figli… da qui il passo è breve, il DISAGIO allora si fa sentire per smantellare quei comportamenti innaturali, quella falsa sicurezza emotiva da tempo adottata, quelle forzature e quei percorsi rivolti solo ad ottenere cose effimere e transitorie, quel senso di inadeguatezza diffuso per non aver raggiunto quella “posizione” vincente tanto desiderata, quello stile di vita sofferente che non gli appartiene e che, proprio per questo, è costretto a mettete in scena un personaggio diverso da quello reale, sempre teso, deprimente, insoddisfatto, vuoto, rigido, aggressivo, triste, intriso perennemente di livore e caparbietà … lontano da se stesso, dal divertimento e dai suoi veri interessi, guarderà la sua vita con diffidenza e sospetto, e alla fine, a posteriori, si lascerà travolgere da profondi rimpianti, “cadrà” nella diabolica morsa dei rimorsi per le esperienze passate non vissute, non trattenute, lasciate sfuggire di mano … tutte queste cose piene zeppe di infelicità, non godute in tempo reale, lontane dalla dolcezza, senza trasporto e prive di passione, diventano una gabbia angusta, acutizzano i contrasti interiori, tolgono valore e fiducia in se stessi, generano ansia, cali d’umore, rancore e isolamento: sono da cancellare perché spengono la gioia di vivere, creano confusione, fanno perdere completamente il gusto della vita …




1.2. LETTURA dei SINTOMI

APPARATO LOCOMOTORE

… quanto è difficile sostenere i carichi della vita!… conflitto tra dipendenza e autonomia oppure indecisione tra agire o non agire…

E' costituito dal sistema scheletrico e da quello muscolare; insieme permettono la mobilità dell’individuo (indica la libertà … andare dove si vuole). Lo scheletro è una robusta “impalcatura” composta di ossa, cartilagini ed articolazioni, che costituiscono gli organi passivi del movimento. I muscoli, invece, sono gli organi attivi perché, con la loro contrazione, producono lo spostamento delle ossa. Il messaggio che le ossa mandano è quello di non credere più in se stessi (ci si sminuisce), di non sentirsi più “solidi”. Un problema alle ossa è sempre legato alla paura di non essere abbastanza sostenuti (insicurezza fisica ed emotiva), o di non sostenere abbastanza bene gli altri. La struttura ossea esprime il modo in cui ci poniamo nei confronti della vita. Opposizione e ribellione contro le strutture del proprio ambiente, che non rispettano, e che impongono delle leggi non ritenute convenienti: chi teme l’autorità e, quindi, si autosvaluta continuamente. Se abbiamo fiducia in noi stessi e nella vita, la schiena sarà dritta. Se siamo disfattisti sarà curva. Una persona rivela sia la sofferenza sia la felicità attraverso la postura… soprattutto nella schiena. La schiena è l’area del corpo più “onesta”… rivela sempre, in ogni circostanza la vera interiorità della persona. Sentimenti come rabbia, paura, dolore e felicità, proprio per la loro diversità energetica, possono ingrossare o irrigidire i muscoli… la pressione contro la colonna vertebrale determina dolore e crea vari squilibri. Se l’individuo è preso dalla rabbia (emozione che coinvolge fegato e cistifellea) molto probabilmente il mal di schiena si verificherà nella zona tra al quinta e la sesta vertebra dorsale. Se invece ci troviamo di fronte ad un soggetto triste ed addolorato (emozione che coinvolge polmone e intestino crasso) il dolore potrà comparire nella zona cervicale. Quando la persona è controllata dalla malinconia o dalla paura (emozione che governa i reni) i disturbi a carico dei reni si localizzeranno a livello lombare. Quando si è “eccessivamente” compassionevoli e comprensivi verso gli altri è la milza che segnala una condizione di squilibrio nella parte centrale della schiena. Un’eccessiva emotività (cuore) si esprime nella parte centrale della schiena o del torace.

ARTROSI CERVICALE. L’artrosico si presenta con un portamento fiero, un carattere forte e solido: sempre a testa alta anche quando non serve!… la colonna vertebrale sorregge e fa muovere nello spazio, ma quando c’è troppa rigidità (mentale) possono sorgere veri problemi… su di essa si caricano, senza una vera consapevolezza, tutti i “pesi” del quotidiano (fisici, psicologici, emotivi)… chi soffre spesso di questo malessere sono persone con un forte senso del dovere, che non delegano mai e che non danno spazio alle proprie esigenze personali. Tale fenomeno determina una contrazione muscolare che, se in maniera continuativa, infiamma i tessuti, danneggiandoli non poco.

VERTIGINI ... è un fenomeno “ambivalente” (in bilico tra sicurezza e terrore) legato all’ansia, ad una agitazione che non lascia tranquilli…tener duro o lasciarsi andare: terrorizzati però dalle conseguenze… c’è la convinzione che tutto sia sotto controllo, stabile e ben gestibile, ma più la visione delle cose è rigida e si è poco disponibili più gli “scossoni” saranno intensi… la testa gira e la vista si annebbia: ci dice FERMATI! … troppo impegnati a progettare e a costruire così il mondo emozionale e passionale SCALPITANO ...

… le vertigini arrivano quando si teme, si è convinti di “inciampare” nelle brutte figure, di essere ridicoli o di perdere il controllo (la “TESTA”) sulle cose… più si reprime il mondo delle emozioni più si alimenta l’autocontrollo, rigidità e durezza con se stessi e gli altri… una grande ribellione del mondo emotivo… un grande interrogativo: tenere a freno la razionalità o lasciare andare gli istinti?… mettere in discussione tutto ciò che ostacola la libera espressione - non funzionale per il vero benessere - può diventare un antidoto contro i vari attacchi…

APPARATO DIGERENTE.

L’apparato digerente ha il compito di ricevere gli alimenti, digerirli e assorbire le sostanze chimiche che li costituiscono, nonché di trasportare le scorie fino all’eliminazione. E’ composto dal canale alimentare, vale a dire bocca, faringe, esofago, stomaco e intestino e dalle ghiandole annesse, che sono quelle salivari e gastriche, il fegato e il pancreas. I problemi del sistema digestivo ci parleranno della nostra difficoltà ad inghiottire, digerire, assimilare ciò che avviene nella nostra vita. “Non ho potuto mandar giù quello che mi ha detto” oppure ancora “Questa cosa mi è rimasta sullo stomaco” e, ancora, “Non ho ancora digerito quello che hai fatto” sono espressioni popolari molto calzanti. A seconda dell’organo digestivo in questione, avremo una precisazione sulla tensione avvertita o la difficoltà a digerire l’esperienza.

STOMACO: rabbia repressa per situazioni che non si riesce a risolvere o gestire e modificare cose esterne (bruciore)… emozione trattenute, troppe responsabilità (pesantezza)… far passare piacevole una cosa che proprio non piace e non va giù (crampi)… E’ un organo che prende in consegna tutte le difficoltà, i bisogni e le contrarietà quotidiane: non si riesce a manifestare agli altri… il malessere va via se si “curano” i rapporti che si stanno vivendo… se si impara a gestire i “bocconi amari” è un organo che sorride e regala piccole e miracolose gocce di acido cloridrico … è sempre l’atmosfera mentale in cui si è immersi, con i suoi processi neurochimici, a creare sofferenza… Con l’ulcera il soggetto - spesso ha una grande sete di successo ma anche con una grande fame di affetto e bisogno di attenzioni … vuole essere accudito - si infiamma facilmente… teme la dipendenza, brama in continuazione l’autonomia… ansia ed emozioni (rabbia, frustrazioni, insoddisfazioni) alterano notevolmente l’attività digestiva… non sempre è d’accordo con le cose che si buttano giù come ad esempio una situazione ambientale o un rapporto insostenibile: così, lo stomaco, si ribella con bruciori, crampi e nausea.

... il mal di stomaco è la caratteristica principale, come detto più volte, di chi è abituato a tenere tutto sotto controllo, chiudersi in se stesso, a “mandar giù rospi” in gran quantità senza riuscire a digerirli: pensieri che trasformano il corpo in una polveriera ... un fenomeno legato completamente a emozioni represse e nascoste: sblocca i pensieri e vedrai che il “vulcano” non erutterà più ... rabbia e ansia sono sentimenti sempre connessi ai disturbi gastrici ... frustrazioni ed aggressività non espresse gonfiano e infiammano completamente lo stomaco ...

APPARATO GASTROENTERICO … anche la psiche deve accogliere e “digerire” aspetti dell’ambiente circostante… i problemi cominciano a far sentire il loro peso sullo stomaco quando non ci si riesce più ad esprimere, manifestare le proprie contrarietà: a dire ciò che si pensa e si sente… … la funzione del fegato non è solo filtrare e depurare il sangue ma anche “passare a setaccio” il vissuto quotidiano per avere più consapevolezza… senza piacere e passione l’intestino prima o poi “brontola”, fa di” testa sua”… COLON IRRITABILE: … un mentale che non si riesce ad affrontare con serenità… un segnale che induce a prestare attenzione ai cambiamenti...

L’INTESTINO CRASSO parla il linguaggio delle emozioni profonde, esprime incertezza, insicurezza e confusione. Continuamente in uno stato di allerta e con il timore di fare figuracce. Limita il raggio d’azione e qualsiasi spostamento.… una rocambolesca fuga alla toilette per una imprevista e violenta scarica intestinale… organo – bersaglio dello stress: zona privilegiata in cui si accumula tensione nervosa e si scaricano emozioni conflittuali… con una buona autostima si vince la battaglia! Bisogna spazzare via rimpianti e brutti pensieri, ripulire la mente dai macigni che impediscono felicità e creatività. E’ un soggetto che non scende facilmente a compromessi, non può mai mollare, deve tener duro: una visione della vita senza vie di mezzo “o è bianco o è nero”.

COLON IRRITABILE: la colite condiziona la vita, ovvero limita il raggio d’azione ... l’intestino sceglie, trasforma e assimila ...con i suoi segnali (tensioni, gonfiori, dolori) costringe l’individuo alla rinuncia e ad evitare di trovarsi in situazioni spiacevoli: così il corpo viene in soccorso fermando ogni possibilità di movimento ... è tutta una questione di ansia e paura: se non ci si sente adeguati o si teme un eventuale figuraccia (tutte cose che non si vogliono vedere e da eliminare il più in fretta possibile con una bella scarica diarroica) ecco che il corpo viene in qualche modo in aiuto obbligandoci a fermarci!...ciò che a livello psichico si rimuove, si ripresenta nel corpo con gli “interessi”: reclamando più considerazione e dedizione ... è come se il corpo dicesse giù la maschera, esci da quel ruolo finto, stai interpretando un personaggio che non ti appartiene: sono troppe le rabbie che mandi giù ... la fitta ad esempio, rappresenta la risposta del corpo alla rabbia trattenuta… molto sensibile alle variazioni dell’umore...

Tutti i disturbi di stomaco hanno un legame diretto con la difficoltà ad accettare o di “digerire” una persona o un evento. Oppone resistenza alle idee nuove, soprattutto se non provengono da lui. Ha difficoltà ad adattarsi a qualcuno o a qualcosa che contraddice i suoi piani, le sue abitudine o il suo modo di vivere. Intestino tenue. Quando il problema riguarda questo organo, ci troviamo di fronte all’incapacità di trattenere e assorbire bene quello che vi è di positivo per noi negli eventi della vita quotidiana. La persona in questione si aggrappa ai dettagli, invece di vedere la situazione globalmente, dopodichè se solo una parte di quello che accade non le va bene, avrà tendenza a rifiutare il tutto. Per la minima cosa, teme di mancare del necessario. Intestino crasso. Ha che fare con la difficoltà di mollare la presa sulle vecchie idee, sulle vecchie convinzioni che non sono più necessarie oppure con il rifiutare troppo in fretta pensieri che potrebbero essere benefici. Spesso la persona in questione soffre per grosse contrarietà che trova impossibile da "digerire". Il suo problema intestinale è un importante messaggio perché impari di nuovo a nutrirsi dei "buoni" pensieri, invece che di paure o di elucubrazioni autosvalutanti.

Un po’ di … “FISICO”. Il sistema digestivo - attraverso enzimi che innescano una reazione chimica - riduce le molecole alimentari complesse in piccole unità semplici assorbibili e utilizzabili dall’organismo. Troppa “acidità” può facilitare o bloccare il rilascio dei vari enzimi (si producono ca. 8 lt. di succhi gastrici al dì). La digestione dei carboidrati inizia in bocca (ghiandole salivari: ptialina, che agisce solo in ambiente alcalino), mentre le proteine (le proteine sono come muri gli amminoacidi sono i mattoni) nello stomaco (acido cloridrico, zinco, pepsina), i grassi invece nel duodeno (enzimi rilasciati dal pancreas, cistifellea rilasciano sali alcalini: bile prodotta dal fegato rilasciata dalla cistifellea). Così le proteine vengono ridotte in amminoacidi, i carboidrati in zuccheri semplici e i grassi in glicerolo e acidi grassi… da qui “parte” l’assorbimento. Amminoacidi, zuccheri, acidi grassi, glicerolo, vitamine e minerali sono assorbiti nell’intestino tenue. L’acqua, il sodio e il potassio, invece, sono assorbiti nell’intestino crasso. Dopo l’assorbimento inizia la ricostruzione e la riparazione dell’organismo (anabolismo: energia prodotta dal catabolismo) e la produzione di energia per l’attività muscolare, cerebrale e digestiva (catabolismo: trasforma il cibo in energia, avvia i processi chimici).Tale processo (anabolismo – catabolismo) è noto come metabolismo (utilizzo dei vari nutrienti). Non dobbiamo dimenticare che i processi digestivi non partono nella bocca ma nella mente (brutta sorpresa per quelli tutti di un pezzo… ma tutto è verificabile). Gia solo a vedere, sentire il profumo o semplicemente pensare a un bel panino succulento, si comincia a secernere i succhi gastrici che, come sopra esposto, aiutano a trasportare e a scomporre il cibo in questione.

Il fegato usa la vitamina C, le vitamine del complesso B e immagazzina vitamina A. Lo stomaco usa la vitamina A per rafforzare le pareti e le vitamine del complesso B per formare gli enzimi. Intestino tenue usa la vitamina A per rafforzare le pareti e la vitamina C (antibatterica) e molte vitamine. Intestino crasso usa la vitamina E per il tono muscolare e la vitamina C per ripristinare la flora batterica. Spesso i disturbi del tratto gastro – intestinale vengono alleviati da una integrazione di Vitamina A. Essa, infatti, protegge e rigenera le mucose interne. A tale vitamina si aggiunge le vitamine del gruppo B, che contribuiscono, come indicato sopra, alle funzioni digestive, con il magnesio e il potassio, che aiutano i muscoli dell’intestino a contrarsi. Le colite ulcerose, inoltre, sono trattate con acidi grassi essenziali (omega 3), la vitamina A, quelle del gruppo B, la E, lo zinco e le proteine a catena corta. La vitamina A è necessaria per la formazione della mucosa dello stomaco: protegge dall’autodigestione.

SISTEMA ENDOCRINO.

Mancanza di organizzazione e creatività, difficoltà a gestire ed esprimere sentimenti e creatività (nei tempi desiderati), a divulgare le proprie idee, a prendersi cura di se stessi. Le ghiandole ci parlano di equilibrio, di aver perso il senso delle cose “dolci” della vita: gioia e piacere. Segnalano la difficoltà ad affrontare i fatti e gli imprevisti della vita.

Un po’ di … “FISICO”. Ogni funzione dell’organismo come ad esempio respirare, digerire, parlare, correre sono tutti eventi rigorosamente controllati e coordinati… l’organismo perché funzioni bene deve essere tutto equilibrato e armonioso. Il controllo di queste straordinarie funzioni è compito di due sistemi: nervoso e endrocrino. Il sistema endocrino è composto da un insieme di ghiandole che secernono ormoni. Molti processi dell’organismo sono controllati da questi ormoni. Possono essere a base di proteine (insulina) oppure a base di grassi (cortisone). Questi due ormoni sono chiamati steroidi. Molti altri ormoni si controllano vicendevolmente secondo un meccanismo retroattivo (vedasi ipofisi). L’ipofisi anteriore (ghiandola principale che controlla altre) regola e stimola la funzione della tiroide, delle ghiandole surrenali (producono adrenalina e noradrenalina) e delle ghiandole sessuali. Produce i seguenti ormoni: TSH, adrenocorticotropico e gonadotropico. In risposta a questi ormoni, le ghiandole coinvolte producono(tiroide, surrenali e ghiandole sessuali): somatropina (ormone della crescita) tiroxina, cortisone, estrogeno e progesterone. (testosterone nell’uomo). Quando i livelli di ormoni prodotti da queste ghiandole aumenta, l’ipofisi interrompe la produzione dei suoi ormoni stimolanti. Mentre l’ipofisi posteriore produce un ormone antidiuretico indispensabile per regolarizzare l’equilibrio dei liquidi, aiutando i reni a trattenere i fluidi dell’organismo. La capacità dell’organismo di far fronte allo stress è sotto il controllo del sistema endocrino… il cervello stimola le ghiandole surrenali a produrre adrenalina (un ormone che permette di affrontare lo stress e le avversità della vita). Una eccessiva reazione allo stress debilita le ghiandole surrenali e crea uno stato di irritabilità, di impazienza, di irosità, mentre una stimolazione insufficiente determina stanchezza, scoraggiamento, tristezza, depressione, passività. Un ormone che aumenta il livello di zuccheri nel sangue costringendo il fegato a scomporre e a rilasciare gli zuccheri immagazzinati. Per portare velocemente lo zucchero nei muscoli striati, nelle cellule, anche la pressione e il ritmo cardiaco aumentano, e il respiro viene anch’esso stimolato per aumentare la quantità di ossigeno disponibile. La digestione si blocca (per avere più sangue nelle parti giuste) e il sangue diventa più denso per favorire la coagulazione in caso di ferite. Così viene indotta l’ipofisi a produrre maggiormente l’ormone che stimola la corteccia surrenale, la quale a sua volta immette nel circolo sanguigno ormoni (glicocorticoidi) che accelerano il metabolismo. Il rilascio di adrenalina e dei glicocorticoidi aumenta i livelli di zucchero nel sangue provocando nel pancreas la produzione di insulina (ormone che aiuta il trasporto dello zucchero nelle cellule). Quando i livelli di zucchero nel sangue sono bassi, l’ipotalamo nel cervello si stimola producendo la sensazione di fame. Il manganese è molto importante per il metabolismo del glucosio e dei grassi, e per la sintesi degli ormoni sessuali. E’ indispensabile per la sua funzione di neurotrasmettitore. La tiroide interviene nella regolarizzazione del livello di calcio nel sangue. Se i livelli di calcio sono troppo alti, la tiroide con un ormone blocca la sua mobilitazione dalle ossa. Il calcio, oltre alla sua fondamentale funzione sostenitrice del sistema osseo, è importante per la regolazione degli impulsi nervosi tra le cellule, per la coagulazione del sangue e per una buona contrazione muscolare (anche cardiaca). Per una sua corretta assimilazione il rapporto sinergico con il magnesio deve essere sempre 2 a 1… non assimilato si deposita nei tessuti molli.

SISTEMA NERVOSO.

Centro di controllo: cabina di guida, di pilotaggio, di comando… Il suo compito è quello di ricevere, gestire, immagazzinare, smaltire, restituire. Ogni disturbo del sistema nervoso segnala la difficoltà a dominare, a controllare, a rispondere agli stimoli provenienti dall’ambiente esterno. Ogni malessere del sistema nervoso comunica sempre una grande difficoltà a CONTROLLARE consapevolmente la propria vita e il fenomeno emozionale. Problemi nel gestire la vita …voler sistemare ogni cosa solo col pensiero a detrimento dei sentimenti. Incapacità a trasformare desideri, voglie, idee e i pensieri in realtà, paura di quello che potrebbe accadere… una gestione razionale che blocca, paralizza , impedisce di agire (si veda sciatica, paralisi, vertigini, cefalea, emicrania).

Un po’ di … “FISICO”. Ogni funzione dell’organismo come ad esempio respirare, digerire, parlare, correre sono tutti eventi rigorosamente controllati e coordinati. Il controllo di queste straordinarie funzioni è compito di due sistemi: nervoso e endrocrino. Il sistema nervoso si compone di milioni di cellule nervose: i neuroni. I neuroni consentono di trasmettere l’informazione al neurone successivo tramite un impulso elettrico (ione sodio – ione potassio). Vengono rilasciate sostanze chiamate neurotrasnettitori che possono inibire o eccitare il segnale in questione a seconda del ruolo delle cellule nervose. Comunicano, quindi, uno con l’altro tramite messaggi chimici. Secondo una delle teorie sul quadro depressivo, la serotonina viene passata dalla cellula che manda il messaggio (presinaptica) alla cellula che può “ricevere” la sostanza chimica e diffondere l’informazione (postsinaptica). Se qualcosa respinge la serotonina allontanandola, ci si sente più depressi. Se qualcosa fa aumentare la quantità di serotonina rilasciata e ricevuta, allora più cellule postsinaptiche vengono eccitate e la depressione diminuisce Il sistema nervoso si divide in due parti: sistema nervoso centrale (SNC: cervello e midollo spinale) e sistema nervoso autonomo o neurovegetativo (SNA: collegato col midollo spinale, consiste di un ampio insieme di nervi con sottili diramazioni che si protendono attraverso il corpo)… una “lotta” tra conscio e inconscio (si veda link Test emisfero). Il SNC (conscio, razionale e volontario) è cosciente, consente di trasformare in azioni i pensieri, come ad esempio decidere di camminare, di elaborare le informazioni visive e tutte le sensazioni. Il SNA, invece, controlla le funzioni automatiche del corpo: digestione, respirazione, termoregolazione, battito cardiaco, ecc. Regola le funzioni che normalmente non sono sottoposte a un controllo cosciente; ciò è davvero buona cosa. Non potremmo funzionare se dovessimo dire a noi stessi: “la temperatura è salita, forse è meglio cominciare a traspirare”, oppure: “un granello di sabbia è stato spinto nella mia direzione, sarebbe meglio se battessi le palpebre”. Invece tutto ciò accade per riflesso. Questo sistema è diviso in due tipi di innervazioni: simpatico (SNS) e parasimpatico (PSNS). Il simpatico (adrenalina, noradrenalina: molecola dell’attacco o della fuga) ci stimola e ci eccita; il parasimpatico (produce l’ormone acetilcolina) ci tranquillizza, ci deprime: naturalmente l’uno bilancia l’altro. Sia il simpatico sia il parasimpatico sono collegati a tutti gli organi controllati dal sistema nervoso autonomo, a tutti, tranne che alle ghiandole surrenali. Soltanto il simpatico è connesso con le ghiandole surrenali. Così, quando l’adrenalina è immessa nel sistema circolatorio, e respiriamo più rapidamente, le nostre pulsazioni aumentano e anche la pressione del sangue: ci viene il collo rosso. Non possiamo dire a noi stessi: “adesso mi calmerò, perché non vale la pena arrabbiarsi”. Non possiamo estinguere il nostro stato di ira perché il parasimpatico, quello che deprime, non è connesso alle ghiandole surrenali. Il minerale potassio “controlla” il PSNS mentre il calcio ((in caso di disfunzione può essere utile anche B1, B5, D, manganese e magnesio) “controlla” maggiormente il SNS.

APPARATO RESPIRATORIO.

E’ l’insieme degli organi che presiedono alla respirazione; questo processo permette di trasferire nel sangue l’ossigeno presente nell’aria e, nello stesso tempo, di rimuovere l’anidride carbonica. Durante l’espirazione, il polmone disperde vapore acqueo, influenzando quindi il bilancio idrico del corpo. L’apparato respiratorio costituisce, dunque, un sistema perfetto di depurazione e di termoregolazione. E’ formato da: cavità nasali, laringe, trachea, bronchi e polmoni. I disturbi del sistema respiratorio ci parlano della nostra difficoltà nel proteggerci dal mondo esterno, nel trovare reazioni adatte nei confronti delle eventuali aggressioni, reali o immaginarie, di quest’ultimo. I polmoni sono direttamente collegati alla vita (non dobbiamo dimenticare che Dio soffiò …), al desiderio di vivere, alla capacità di vivere bene, perché apportano ossigeno alle cellule, dunque vita al corpo umano. Un problema ai polmoni sta a indicare che la persona in questione prova, in quel preciso momento, il disagio di vivere. Si sente triste, sia perché è disperata o scoraggiata, e quindi non vuole più vivere, sia perché si sente soffocare da una situazione o da una persona, cosa che le impedisce di respirare (vivere) a suo piacimento. Più il disturbo fisico è serio, più il messaggio è urgente. Il corpo dice di “respirare” la vita a pieni polmoni, di ricominciare a provare desideri, di apprezzare maggiormente l’esistenza. Bisogna rendersi conto che solo noi abbiamo il potere di chiuderci, di soffocarci o di lasciare che ciò che ci circonda ci soffochi.

BRONCHITE: un messaggio che si fa carico di un conflitto interiore, di un timore… una “stizza” trattenuta… in breve dice: respira aria diversa… aria nuova, di prendere una boccata di ossigeno! … un suono che sostituisce la voce… un pensiero difficile da concretizzare con una frase…

APPARATO CUTANEO.

La pelle, o cute, rappresenta il limite estremo che ci separa dal mondo esterno e, di fatto, è quello che mostriamo agli altri. La pelle svolge molteplici funzioni: elimina i prodotti di rifiuto inutili all’economia dell’organismo, mantiene stabile la temperatura corporea attraverso le ghiandole sudoripare, rappresenta la base del tatto con le terminazioni nervose. La pelle, in genere, è in rapporto con l’autovalorizzazione nei confronti dell’esterno. Trattandosi dell’involucro del corpo, rappresenta l’immagine che abbiamo di noi stessi. Qualsiasi problema cutaneo è connesso con un senso di vergogna nei confronti di se stessi. Le persone in questione prestano eccessivamente attenzione a ciò che gli altri possono pensare di loro, e ne prestano troppa anche al proprio giudizio. Non si consentono di essere appieno se stesse, e facilmente si autorifiutano. Spesso si sentono colpite nella loro integrità; sono persone molto sensibili a tutto quello che accade esternamente, che si lasciano troppo facilmente “toccare” dagli altri, e che hanno difficoltà ad amarsi per come sono. La pelle è un organo molto visibile tanto per se stessi tanto per gli altri; sicché più il problema è manifesto, più crea disagio, più indica che il proprio modo di pensare e le proprie credenze nei confronti di se stessi disturbano parecchio ed è urgente provvedere. Il messaggio dei problemi cutanei è importante: è quello di concedersi d’essere un essere umano, con le sue debolezze, i suoi limiti e le sue paure, senza credere, per questo, di non valere nulla.

PSORIASI… i sentimenti parlano, vogliono essere ascoltati: sono sempre tratti personali fragili e sensibili…



… prontuario del viandante errante

Come abbiamo visto, per comprendere la complessità del mal - essere somatico, dicevano gli antichi "saggi", è necessario prendere in considerazione, non solo l’ambito familiare e ambientale, ma anche l’interiorità del malato ... un modo di pensare a misura d'uomo, molto vicino alla sua vera natura (vis medicatrix naturae: gli organismi, secondo Ippocrate, contengono "poteri innati di autoguarigione"... si riequilibrano interagendo). Il soma usa le malattie, l'anima e i disagi per segnalarci che abbiamo intrapreso percorsi esistenziali "pericolosi". Solo in questo modo è possibile conoscere la vera causa della malattia, diventare consapevoli della propria sofferenza: cosa in realtà essa ci vuole insegnare o comunicare. La struttura corporea offre infinite modalità espressive, alcune legate a precisi significati soggettivi accessibili unicamente all'individuo perché connesse ad esperienze personali, altre, invece, esprimono un linguaggio universale legato all'inconscio collettivo. Il corpo costituisce il mezzo attraverso cui lo stato emozionale trova la più autentica capacità comunicativa: se vogliamo comunicare con esso dobbiamo imparare il suo linguaggio che ha regole proprie. Ogni disturbo fisico è un messaggio, un codice segreto specifico che segnala, in ogni caso, complessi disagi emotivi: uno stile di vita spesso deludente e intriso di tormento. Il corpo ci manda messaggi usando un linguaggio specifico. Interpretare questo linguaggio è fondamentale per favorire l’armonia, raggiungere il ben - essere e prendersi cura dei propri bisogni ... non accontentarsi mai di essere una comparsa ma diventare un attore principale della propria esistenza. Questo breve prontuario ha lo scopo di orientare il lettore sensibile e "curioso", oltre ad indicare la strada da percorrere, a capire le cause delle diverse patologie, e a decodificare il messaggio silenzioso della coscienza, comprendere quindi quel legame sottile che intercorre tra squilibrio emotivo e malattia fisica. Allenare a comprendere la disarmonia interiore, stimolare la curiosità e insegnare a leggere il sintomo in modo tale da decodificare i conflitti per superarli … focalizzare lo sguardo più in profondità per riprendersi quel senso di unità che lega il corpo alle emozioni. Un dizionario del linguaggio simbolico, quindi, utile a tradurre i messaggi del corpo che, attraverso il sintomo, ci invia sempre per ritrovare un giusto benessere … puntare lo sguardo su una migliore espressione di sé e una diversa qualità di vita più armoniosa. Questa "guida" pratica, quindi, in maniera semplice ed elementare costituisce, a seconda delle proprie necessità, un valido supporto per comprendere, orientare e superare i malesseri non gravi … evitare di cercare nei "posti" sbagliati. Mettere a disposizione preziosi strumenti di lettura per favorire la consapevolezza delle proprie reali condizioni psichiche e fisiche. In tal modo può risultare più semplice attivare tutte quelle risorse naturali che ciascuno possiede per raggiungere la propria serenità e armonia. Si possono così acquisire buone conoscenze di base, sviluppare maggiore cautela nell'autocura e più fiducia nelle proprie capacità di intervenire sui problemi quotidiani. La ripetizione di alcuni concetti è stata una scelta consapevole per favorire la memorizzazione e rendere più "maneggevole" questa materia complessa che deve essere sempre, in ogni caso, metabolizzata e a misura di uomo. Gli argomenti trattati - anche quando non sono evidenziati - riguardano esclusivamente disturbi funzionale, non patologie genetiche o malformazioni. Altra cosa importante è che questo approccio non è rivolto alla ricerca ossessiva di difetti ed imperfezioni umane ma semplicemente ha lo scopo di orientare il "curioso" a comprendere atteggiamenti e comportamenti che spesso, a livello energetico, non sono davvero vantaggiosi per il suo ben - essere.

RIASSUNTO.

La visione psicosomatica del corpo e dei suoi meccanismi (fisiologici, mentali ed emotivi) è globale… per i più “sofisticati” olistica. Dice in realtà che non è possibile comprendere la complessità del fenomeno corporeo se non lo si esamina nella sua totalità: corpo e mente (unità organica, morale e spirituale). Questo orientamento scientifico non si limita alla eliminazione dei sintomi. Esso si pone come obiettivo di educare gli individui ad uno stile di vita armonioso con se stessi ed il mondo… un modo di vivere, di pensare e di agire in perfetto equilibrio. Insegna (a contare su se stessi) che col pensiero, con la volontà, con l’azione mentale cosciente si può lavorare alla costruzione della salute fisica, psichica e mentale. La psicosomatica fa ritornare verso il buonsenso perché orienta l’attenzione sulla logica realtà che l’uomo è una entità a sé: una unità inscindibile. Non si può, quindi, diagnosticare e curare, se l’esame dei vari sintomi non è abbinato alla comprensione delle condizioni generali dell’organismo, di quelle mentali ed emotive dell’individuo… senza mai trascurare il sociale. La mente e il corpo - le funzioni organiche e quelle psicologiche - sono un tutt’uno. Il buon funzionamento del corpo non è semplicemente connesso a reazioni biochimiche, ma è preceduto e seguito, a vari livelli, da un tipo di energia “invisibile” (non quantificabile completamente con la strumentazione attuale), che sfugge infatti alla rigida definizione teorica. Dall’ambito di tale energia vitale non vanno tolte le capacità mentali d’intervento e controllo di alcuni meccanismi corporei. Per i più scettici va ricordato che molte funzioni - come la digestione, il battito cardiaco, il controllo degli sfinteri… sono completamente influenzati dallo stato mentale e psicologico. Se l’equilibrio fisiologico raggiunge la sua massima espressione in qualsiasi condizione anche l’aspetto mentale e psicologico viene ad essere influenzato in maniera stabile e duratura. In tal modo, non si arriva a distinguere più l’attività della materia dall’energia vitale, il funzionamento dell’organo dall’energia che lo fa funzionare, lo stato fisiologico da quello psicologico. Questo fenomeno, molto profondo, destabilizzante e sconvolgente (per la scienza “arrogante”) è più che reale. Ad esempio, una condizione leggermente alcalina del sangue - con un pH 7,4 ca. - genera uno stato emotivo di gioia, gratitudine ed ottimismo, mentre uno stato acido del sangue - con un pH 6,8 ca. - causa uno stato emotivo di ira, rancore e pessimismo. Ippocrate dice più o meno: La persona intera ha un rapporto con ognuna delle sue parti ed ogni organo con la persona intera. E’ illogico curare, quindi, un organo e disinteressarsi dell’insieme. E’ l’insieme che conta di più. E’ il tutto che bisogna curare. Un organo malato ci segnala che tutto l’organismo è in “avaria”… non esiste malattia locale, ma malattia dell’organismo. La malattia non è altro che uno sforzo dell’organismo per liberarsi di certe sostanze morbose che ingombrano (tossine, prodotti di rifiuto)… per ripristinare il suo vero stato di salute. “Contrariare” questo processo di guarigione è l’errore più grave che si possa commettere. Trattare un organo separatamente può favorire (o si può investire su) un ulteriore malessere; l’organo è parte integrante di un tutto, è il tutto che è malato ancor prima che lo sia l’organo in questione… è il tutto che deve essere curato. Non bisogna mai dimenticare che nell’organismo tutto è legato e che ogni apparato agisce sugli altri. Nessuna patologia è strettamente connessa ad un solo organo, ma quando una parte è malata, è tutto l’organismo che è colpito e che bisogna curare… mai fermarsi al sintomo! Per lavorare su una patologia occorre molta pazienza, ma assumendosi la piena “responsabilità” della propria salute sarà sorprendente scoprire la semplicità e la validità dei vari meccanismi di guarigione totale… il nostro benessere non dipende da nessun altro, solo da noi. Dobbiamo avere sempre la consapevolezza delle nostre condizioni fisiche, dei vari atteggiamenti mentali e delle abitudini individuali per superare con successo certi momenti di crisi… per raggiungere consapevolmente salute e felicità. La prima mossa che possiamo fare per acquistare una miglior consapevolezza di noi stessi è capire che il nostro aspetto esterno, oltre a parlare con un suo linguaggio specifico, è collegato con il nostro stato interno. Una volta capita la connessione esterno e interno del corpo - ovvero i messaggi dell’organismo - è possibile comprendere la causa della nostra reale condizione e, quindi, se siamo davvero “responsabili, cortesi, premurosi e rispettosi” possiamo fare il necessario per porvi rimedio. La conoscenza, comunque, per buona che sia, non vale nulla se non è messa in pratica. Non rimandiamo all’indomani ciò che si deve fare oggi… il corpo vive il tempo presente. La nostra salute e il nostro aspetto sono sempre in funzione dell’armonia con noi stessi, il mondo e gli altri. Una mente calma e felice, il tipo di esercizio e le varie attività messe in atto, il modo di pensare, sono tutti fattori indispensabili che si combinano per creare un flusso energetico armonioso, attivo e regolare, buona salute generale e grande felicità. Ricordiamoci che nulla succede per caso, isolatamente nel corpo, e quando qualcosa appare sull’esterno è il risultato di qualcos’altro che sta covando all’interno… da piccoli segnali come brufoli, macchie, colore, rughe, escrescenze, irsutismo, callosità si può arrivare al cancro. Quando qualcosa cambia all’interno, ciò mette in moto immediatamente una reazione all’esterno. Se sappiamo cosa cercare (leggere la reale condizione fisica), possiamo capire che i segni visibili esterni stanno segnalando, comunicando qualcosa sullo stato di salute… il fenomeno interno viene perciò rivelato in superficie.

. Le emozioni di rabbia, di contrarietà e di rancore trattenute si esprimono in cefalea, gastrite e crampi addominali;

. Quelle relative a commozione, gioia ed entusiasmo si traducono in vertigini, tensione cervicale e cefalea;

. Invece la paura, il pianto, l’imbarazzo e la tristezza parlano attraverso colite, nevralgie e rigidità muscolare;

. Mentre il trattenere i sentimenti e il desiderio sessuale si esprimono in tachicardia, ansia e depressione… con la testa separata dal corpo si perde il contatto con le proprie potenzialità (cosa è meglio per se stessi), le risorse naturali rendendo così confuse e inefficaci le azioni quotidiane… il corpo è nostro alleato: dobbiamo ascoltarlo… il corpo non lascia in pace perché vuole comunicare qualcosa di estremamente importante...

… sono proprio i sensi di colpa, il senso di vuoto e di inutilità, il nascondere, l’autocritica, i dubbi, gli schemi mentali, il cercare le cause a tutti i costi per ogni cosa e i falsi giudizi che si hanno in testa a “soffocare”, a bloccare e a spegnere la VITA : una profonda insoddisfazione che fa guardare se stessi e gli altri con sospetto o come perfetti estranei … la vita non chiede mai che le si volti le spalle ma semplicemente di essere VISSUTA , di darle spazio, di non mettersi di “traverso” al suo continuo pulsare che “scorre” naturalmente …

colpevolizzarsi significa ripetere continuamente quell’esperienza … non lottarci contro significa portare pace, armonia, equilibrio biochimico.

BUONA LETTURA... e felice dibattito!




NOTA dell’AUTORE.

Capita spesso a seguito di letture “illuminanti” - dopo aver letto una breve introduzione di un racconto entusiasmante, qualche riga di un articolo eccitante o poche pagine di un libro a dir poco originale - di rimanere per un attimo disorientati, aver voglia di gettare tutto a mare, di cambiare completamente la propria vita, annullare ogni cosa in maniera definitiva e davvero radicale… fare scelte e prendere decisioni, a volte, in maniera confusa per aderire ad aspettative altrui. NON LO FATE, NON FATEVI INFLUENZARE dalla prima impressione, di quanto è stato scritto (qui o da altre parti), prima di "agire" LEGGETE, LEGGETE, LEGGETE e poi RILEGGETE ancora il contenuto di questo piccolo o grande lavoro (a voi il responso), solo dopo averlo ”metabolizzato” e “indossato” a pennello potete fare, o non fare, la vostra scelta...

ma sempre libera, autonoma, equilibrata, lucida, oculata e responsabile.

… RICORDIAMOLO, le cose che ci fanno star bene sono - senza ombra di dubbio - quelle che nascono dentro di noi naturalmente e spontaneamente, prodotte sempre senza forzature non quelle prese in prestito da scritti o da influenze strane, sofisticate, artificiali.

L’autore non si assume alcuna responsabilità circa il materiale qui riportato o per la conseguenza del suo utilizzo. Per qualsiasi disagio si invita vivamente il lettore a rivolgersi solo a professionisti qualificati e accreditati in questo settore.




2.0 .APPARATO TEGUMENTARIO.

Qui si manifestano i conflitti di svalutazione... una carta geografica precisa, una mappa delle nostre difficoltà vissute con il mondo interno ed esterno.

Acne: “una forza infuocata affiora dal profondo”, bisogna prestare più attenzione all’eros e alla vita affettiva!... quando si trova sul viso si vuole tenere a distanza “qualcuno”, se localizzato nella schiena si getta alle “spalle (non si vede) un “desiderio”, sul petto, invece, c’è lotta tra pulsioni e sentimenti…NON schiacciare MAI i brufoli. Un aiuto naturale: Juglans regia MG, Ulmus campestre MG e Ribes nigrum MG… lavorare su fegato e intestino….

Orticaria (fenomeno cutaneo simile a punture di ortica, con prurito e bruciore)… soppressione dei propri desideri con l’obbligo di condividere o sopportare situazioni fastidiose ed esasperanti (relazioni, eventi), il tutto percepito come minaccia (forte prurito) … eccesso di energia: sessualità e sentimento di rabbia spingono (affiorano) per essere ascoltati…

Onissi (unghia infiammata) … l’unghia è un organo che rappresenta la difesa, la protezione… i soggetti che hanno problemi in questa formazione cornea sono particolarmente vulnerabili, deboli e fragili sul piano emotivo…

Ciste (le interpretazioni psicosomatiche sono in funzione dell’organo o del tessuto interessato: pelle, polmoni, cervello, ovaie, pancreas, ossa)… una cavità che in generale racchiude dolore, sofferenza, vecchi risentimenti che bloccano… pelle: bisogno di affetto, di sicurezza, di nutrimento, di sentirsi accettati, desiderio di essere toccati…

Adenofibroma (nodulo). Questa massa di piccoli nodi, spesso, fanno la loro comparsa a seguito di una ferita affettiva (abbandono, delusione, tradimento): sono veri i propri “grumi” di sofferenza, di tristezza, di preoccupazione, di profondo dolore.

Cloasma (gravidico o nella menopausa: chiazze marroni sul torace, mani, viso, collo)… provare sentimenti di vergogna, sentirsi umiliati in situazioni particolari…

Blefarite (palpebre: chiusura, vedere o non vedere; occhi: approvazione, disapprovazione, protezioni da stimoli esterni). Un’infiammazione del bordo delle palpebre dovuta alla collera relativa a quello che si ha davanti, al desiderio di non voler vedere certe cose (conflitto: vedere o non vedere, non voler affrontare la vita).

Patomimia cutanea (sfregamento, pizzicamento, bruciature, morsi, tagli autoindotti)… autopunizione, atto aggressivo sulla propria pelle… un fenomeno borderline con un Io particolarmente debole: al limite della nevrosi e della psicosi… comportamento infantile per avere più attenzione, essere più considerati e creare una reazione compassionevole sulle persone del proprio ambiente… uno strumento di difesa primitivo contro un’incalzante depressione mascherata…

E' costituito dalla pelle, peli, unghie, ghiandole sebacee e ghiandole sudoripare. La pelle è l'organo più grande e completo del corpo umano: copre mediamente circa 17.000 centimetri quadrati. Quando alcuni organi - come reni, vescica, polmoni e intestino - sono “affaticati” diventa un prezioso assistente nello scaricare le tossine, le impurità del corpo ... serve a regolare la temperatura ed è anche il nostro "confine", la nostra "frontiera", il nostro "limite". Svolge una funzione respiratoria molto importante, attraverso i pori della pelle, infatti, assorbe ossigeno. E' quella parte del corpo che non passa mai inosservata, bella o brutta non possiamo nasconderla e, quindi, la dobbiamo far vedere anche camuffata, si fa notare immediatamente … si vedono subito l'invecchiamento e le sue affezioni. Uno dei suoi compiti principali - oltre a tenere unito il corpo - è quello protettivo: una barriera con il mondo esterno (batterico, relazionale, emotivo). In realtà, ci permette di entrare in contatto direttamente con il mondo circostante fisico e relazionale. Questo “guscio” non solo ha il dono miracoloso di autoripararsi ma in esso sono "memorizzate" anche tutte le nostre esperienze e le nostre emozioni più antiche... i conflitti più reconditi (accettazioni e rifiuti). Senza dubbio é il nostro principale e più interessante organo di contatto. I segnali così percepiti vengono inviati, provocando in tal modo una sensazione direttamente al cervello (gradevole o sgradevole) ... ci informa delle "cose" con cui veniamo a contatto, anche quelle che “irritano” e che fanno diventare la cute una perfetta mappa, una insostituibile cartina geografica piena di "segni". Permette di riconoscere lo stato emotivo di ogni persona. La collera imbianca il volto, la vergogna rende bordeaux, il terrore sbianca come un lenzuolo e la rabbia colora di giallo... verde di bile. Quando poi arriva un attacco di panico sudiamo abbondantemente... per spegnere i "bollenti spiriti". Il cambiamento cromatico permette di individuare lo stato di salute di una persona. Il rapporto, quindi, tra disagio emotivo e malattie della pelle è un fatto ormai accertato da vecchia data. I modi di dire sulla pelle sono davvero tanti e significativi... sottolineano questo fenomeno attraverso emozioni e stati d'animo: “Non sto più nella pelle, Cambiare pelle, E' una questione di pelle, Mettersi nella pelle di qualcuno, Avere i nervi a fior di pelle, Avere la pelle dura, Rischiare la pelle, Avere paura di rimetterci la pelle, Tenere alla propria pelle, Fare la pelle”. Ciò che osserviamo sulla pelle umana altro non è che la storia, il racconto di ogni individuo intriso di ricordi e di vissuti emotivi: fierezza, debolezza, vergogna e pene varie. I disturbi cutanei, quindi, sono il segno delle difficoltà sperimentate in passato con gli altri … un avvertimento delicato, ricco di indicazioni, a volte un po' più irruento, ma sempre un segnale che stimola a prendersi cura di se stessi. La pelle essendo il primo organo di contatto con il mondo esterno, costituisce una struttura privilegiata nella vita di relazione. E’ proprio in base è questi contatti primordiali che il bambino sviluppa la propria identità, la consapevolezza di esistere... di essere importante. Risulta fondamentale il rapporto con la madre e con le persone significative: la gravità della sintomatologia è sempre condizionata dal tipo e dall’intensità del rapporto affettivo. La patologia cutanea insorge come espressione di emozioni trattenute e di impulsi non soddisfatti. Riporta inesorabilmente a galla vecchi vissuti emotivi conflittuali. Un tema conflittuale interiore che si fa sentire, si disegna, si rende visibile nella cute. Il desiderio primario represso (amore, calore, tenerezza) agisce sul meccanismo endocrino e il sistema nervoso vegetativo, determinando a sua volta delle lesioni epidermiche. Facendo un esempio concreto, un individuo poco amato nella prima infanzia (poco toccato, coccolato, accarezzato) potrà sviluppare in futuro l’eczema oppure se è stato privato completamente di affetto, potrà manifestare la sua “cicatrice” affettiva con la psoriasi. I problemi cutanei - poiché coinvolgono un organo con un ruolo sociale ben preciso - parleranno sempre della nostra realtà interiore e delle relazioni con gli altri: contatti, barriera, scambi, fragilità, pene, tenerezza, limitazioni, separazioni, paure, allontanamento, libertà, narcisismo, vulnerabilità, vergogna, verità, bugie, piacere, controllo, isolamento. Il corpo diventa il palcoscenico dove viene rappresentata questa sorta di dramma interiore ... racconta la nostra storia, rivela profondi processi psichici e invisibili rapporti emotivi. L'intervento terapeutico non dovrebbe ostacolare, non deve bloccare l'espressione patologica, ma la deve far vivere ed affrontare in maniera soggettiva e diversa: placarla nella sua globalità e, soprattutto, nella sua grande umanità.

Chakra.

I disturbi della pelle sono collegati al terzo C. (energia, forza, potere, riuscire, libertà, rabbia, essere se stessi) mentre una cute che suda eccessivamente riguarderà il primo C. (sicurezza, voglia di vivere).




ATTENZIONE…

il colore della pelle non stabilisce soltanto l’appartenenza ad un gruppo etnico ma indica sempre il vero stato di salute di ogni individuo.


La pelle, come detto più volte, rappresenta le parti più profonde di ogni organismo (specchio dell’anima): la condizione dell’intero psicosoma… rivela la verità interiore. Quando gli organi interni non funzionano correttamente, sulla pelle compaiono segnali ben precisi: macchie, segni, (grassa,umida, secca, ruvida, flaccida) e modificazioni cromatiche. La cute rivela sempre squilibri passati e presenti a carico degli organi interni: le scorie tossiche esploderanno il più delle volte sul viso. Reagisce rapidamente in maniera sorprendente ed immediata alle condizioni interiori: è il barometro della nostra esistenza. Vediamo di seguito i colori che essa ci invia e come possiamo leggerli, in modo tale da correggere alcuni comportamenti, se necessario, per renderla sempre più radiosa, elastica, splendente e luminosa. Una pelle di colore rosso è sempre legata alla circolazione. Segnala soprattutto disordini dell’apparato cardiocircolatorio. Qualsiasi fenomeno che accelera l’attività cardiaca - stato di imbarazzo, spavento improvviso, attività fisica ed ilarità - aumenta anche la circolazione periferica (espansione dei capillari) provocando un cambiamento cutaneo. Anche un consumo di zuccheri semplici, spezie, alcol e sostanze stimolanti possono determinare un certo tipo di rossore. A livello emotivo segnala un considerevole disordine nervoso e instabilità emotiva. Il colore giallastro è connesso al fegato e alla cistifellea (bile e secrezione epatiche provocano questo colorito). Un fenomeno che segnala anche disordini al pancreas, ai reni e al sistema escretore in generale. L’ittero (eccesso di bilirubina) è l’esempio più evidente di un disturbo epatico che provoca la colorazione gialla della cute e delle sclere. Tale colorito può essere causato dall’assunzione esagerata di carne, uova, molluschi e pesce. Il soggetto risulta particolarmente aggressivo … il colorito giallastro della pelle o l’urina molto scura sono sintomi di danni epatici. Il bianco diffuso nella cute, invece, segnala una contrazione dei capillari sanguigni. Ha un rapporto diretto con i polmoni e l’intestino crasso. Può essere determinato dall’assunzione di troppi grassi o da prodotti lattiero – caseari. Il pallore cutaneo mette in evidenza una mentalità ostinata e gretta. … un colorito grigiastro della pelle, accompagnato da secchezza e arrossamenti vari sono un segnale di tristezza, insofferenza, scontentezza e invecchiamento precoce, mentre una cute luminosa indica creatività e un vissuto in sintonia con le proprie emozioni … Un colore bluastro (tempie, naso e area attorno agli occhi) indica un disordine allo stomaco, al fegato, milza e pancreas (circolazione carente nel fegato e milza). Può essere causato anche dall’assunzione di troppi zuccheri, farinacei, alcol e sostanze stimolanti. E’ un soggetto che si presenta il più delle volte di cattivo umore, collerico e irascibile. Un colorito “scuro” (area sotto gli occhi) segnala disordini renali (il sangue diventa più scuro), intestinali e digestivi. Potrebbe risultare eccessivo il consumo di frutta, carboidrati semplici e sostanze chimiche. Il soggetto presenta attacchi di panico ed è controllato da tratti depressivi. Il colore verde è collegato alla decomposizione dei tessuti o delle cellule in generale: cisti e tumori. Può essere un segnale di un consumo eccessivo di proteine, grassi, zuccheri e sostanze chimiche. E’ un soggetto che si relaziona con un atteggiamento insicuro e arrogante. Come abbiamo potuto vedere, il modo di affrontare lo stress e l’assunzione di cibi animali, seguiti da un consumo eccessivo di zucchero, sono i veri responsabili dello stato segnalato dalla pelle.

… freddo (sensazione)… la tendenza alla freddolosità è collegata al sentimento di solitudine, di essere stati abbandonati, di ritrovarsi completamente soli… la sensazione di essere isolati, non percepire o non essere più circondati da calore umano.




L’ABBANDONO

Per quanto riguarda il termine abbandono, il dizionario ci fornisce diverse definizioni: “lasciare senza aiuto, sostegno, assistenza … lasciare definitivamente”. La parola in sé non ha comunque un suono piacevole ed evoca una sensazione di sconfitta, di inquietudine e di fallimento. Questa insicurezza affettiva è legata ad esperienze di deprivazione sperimentate nei primi anni di vita e caratterizzate da sensazioni, più o meno profonde, di mancanza di protezione o, magari, da atteggiamenti poco soddisfacenti e affettuosi. Il neonato, infatti, prototipo dell’essere umano “dipendente”, può fondare il suo istintivo senso di sicurezza esclusivamente in base all’attenzione ed alle cure che gli altri gli porgono. Abbandonato a se stesso perirebbe senza scampo. Tanto il momento di disinteresse volontario che quello di involontaria disattenzione sono percepiti dal neonato come un estremo pericolo di “morte”. La propensione all’attenzione ed alle cure per i neonati piccoli in genere è insita comunque nella natura umana a garanzia della continuità della specie (è sempre la qualità del rapporto che risulta determinante). Tale propensione, arricchita da motivi accessori, è indicata comunemente come “affetto”, l’affetto per eccellenza. Una sorta di profondo riflesso condizionato stabilisce così nella percezione istintiva del bambino un nesso insolubile tra ricezione di manifestazioni d’affetto e “sicurezza” di restare in vita, tra carenza d’affetto e pericolo di morte. Così il “senso di sicurezza” potrà svilupparsi nel bambino se sarà stato oggetto di soddisfacenti e compiute manifestazioni affettive. Subentrerà invece il “senso di insicurezza”, come basilare ansietà, in logica conseguenza di una insoddisfacente o instabile o incompiuta manifestazione affettiva. Così insoddisfazioni e insicurezze di natura istintiva possono distrarre parte delle energie tendenti allo sviluppo psichico e arrestarlo a fissazioni relative a situazioni ansiose. Più tardi, nella personalità dell’adulto, portatore del fenomeno di dipendenza, lo stesso anacronistico allarme, dovuto alle insoddisfazioni ed alle insicurezze infantili, si perpetuerà a causa del carattere inconscio – e quindi inattaccabile dal senso critico – dell’antica carica emozionale che lo determina tuttora. Così affiora nella coscienza un misterioso senso d’insicurezza e d’insoddisfazione che, tuttavia, le facoltà mentali razionali giustificheranno di volta in volta con motivi banali. Ad essi il soggetto, ogni volta, presterà fede pur notando come l’insicurezza e l’insoddisfazione permangono oltre il dileguarsi dei motivi che per breve tempo hanno prestata loro una giustificazione. Tali reazioni dunque, sono prive di una logica vincolata all’ambiente presente (non è riconducibile a fenomeni oggettivi, realistici, ecc.) e, perché siano spiegate logicamente, occorre risalire alla loro genesi. Queste esperienze iniziali, come abbiamo visto, man mano che passa il tempo, non solo creano un profondo malessere, ma possono pregiudicare la vita relazionale successiva, determinando in chi soffre un’irrequietezza e una sfiducia di base, spesso responsabili del fallimento dei rapporti interpersonali (amicizia, lavoro, coppia). Essere abbandonato è un’esperienza drammatica e, incide, soprattutto in tenera età, sulla psiche in maniera indelebile. E’ talmente dolorosa che crea nel soggetto, come modalità reattiva, una profonda disistima, insicurezza, un senso di autodistruzione psico – fisico e un legame di totale dipendenza dagli altri. In realtà chi ha sofferto di abbandono è convinto, pur avendo straordinarie capacità, di non essere in grado di far niente da solo; chiede continuamente consigli e pareri (che il più delle volte non utilizza), ha una grande necessità di sentirsi sostenuto e continuamente approvato in ogni scelta che fa. Poiché non ha mai avuto (o perlomeno ne è convinto) l’attenzione desiderata, ama passare per vittima e drammatizzare anche gli eventi più banali. Attraverso questa strategia riesce ad attirare l’attenzione con i mezzi più disparati (anche con problemi di salute) raggiungendo in tal modo il suo scopo, ovvero il sostegno, l’attenzione degli altri e qualche piccola porzione di dimostrazione d’affetto. Il "dipendente" quando agisce da altruista non lo fa mai in modo spontaneo, ma usa questo gesto per ricevere esclusivamente attenzione, riconoscimenti e complimenti (si sente importante ed aumenta la sua autostima). E’ una persona tormentata da notevoli sbalzi d’umore, in quanto non essendo completamente autonomo e incapace di gestire un semplice rifiuto, evoca lo spettro drammatico della solitudine (che farò da solo? … che ne sarà di me?). L’individuo dipendente, temendo profondamente la solitudine, ha l’abitudine di aggrapparsi fisicamente agli altri in modo vischioso (ecco perché predilige tutte quelle attività in cui c’è il contatto fisico … ama i balli in cui ci si può "stringere") e proprio per evitare di ripetere l’esperienza dolorosa di abbandono, accetta situazioni drammatiche e rapporti di sofferenza (marito etilista, violento, autoritario, ecc.). Non ha, inoltre, particolare simpatia per le divise, perché tale abbigliamento, in qualche modo, rappresenta l’autorità. La persona autoritaria (tono, aspetto, comportamento deciso, ecc.), infatti, viene definita dal dipendente come una figura fredda, indifferente e, soprattutto, non attenta - proprio per queste sue caratteristiche - alle sue esigenze affettive (continua la giostra dell’infelicità: si aggrappa eccessivamente agli altri, li “soffoca” e … li perde). Il dipendente, pur avendo un discreto appetito sessuale, usa il sesso per sentirsi più importante in quanto si sente desiderato dal partner. Anche quando non ne ha voglia non si oppone perché, a suo dire, perde una opportunità o, meglio, una occasione per sentirsi importante e desiderato (è un altro modo, non spontaneo, per ottenere attenzione). Avendo, inoltre, vissuto l’esperienza di abbandono, il più delle volte con il genitore di sesso opposto, non solo gli risulterà più difficile il rapporto con le persone dell’altro sesso ma il suo malessere si riacutizzerà anche ogni volta che accantonerà un progetto cui gli stava a cuore, ogni volta che si allontanerà da un luogo o da una situazione familiare, oppure, cosa più grave, quando non si occupa in modo adeguato di se stesso. I comportamenti e gli atteggiamenti propri del dipendente (stili di vita, gesti imbarazzanti, indecisione, remissione) sono dettati dal terrore di rivivere quelle drammatiche esperienze abbandoniche sperimentate nell’infanzia. Poiché tali caratteristiche non si presentano mai contemporaneamente, con le stesse modalità e, soprattutto, non sono vincolati all’ambiente esterno, il dipendente non avrà mai una profonda consapevolezza dei vari comportamenti descritti ma li riconoscerà solamente quando essi si presenteranno in modo ostacolante e dominante: fuga dal senso di responsabilità, bisogno di essere curato, bisogno di aiuto e protezione, dipendenza, ecc. (il tutto accompagnato da una profonda insicurezza e insoddisfazione). L’individuo, con queste caratteristiche, continuerà allora a cercare di scansare le responsabilità proprie della sua età, si attenderà di essere amato e protetto, vagheggerà in modo di sbarcare il lunario a “spese” di una persona o di un ente o della società, e cercherà di raggiungere tutto ciò con sistemi esibizionistici diretti a suscitare, come un tempo, simpatia ammirazione affetto o pietà. Alla ricerca di una “razionalizzazione” delle sue “pene” il soggetto finisce per attribuirne la colpa ad altri (proiezione), o ad uno spiacevole destino, o a qualche divinità, o ad un’assidua sfortuna o a causa di carattere superstizioso, o addirittura al fatto che tutto il mondo “è fatto a rovescio”. Poiché è “cieco” verso i veri motivi delle sue esigenze - è condizionato dalla necessità di non perdere la fiducia in se stesso - giustifica come motivi di gloria (autoglorificazione) proprio i lati più negativi del suo psichismo. D’altra parte tale processo ha una funzione protettiva dell’equilibrio emotivo, dal momento che se l’individuo perdesse del tutto la fiducia in se stesso tale equilibrio verrebbe a mancare. Il mentire a se stessi (in modo più o meno consapevole) diviene, sotto questo aspetto patologico, una necessità vitale. Il bisogno di essere amato e protetto verrà considerato desiderio d’amore ed il soggetto coltiverà un ideale di se stesso quale generoso dispensatore d’amore. La tendenza a fuggire le doverose responsabilità dell’adulto verrà dichiarata come eccezionale destrezza nel vivere. Il desiderio di vivere a “spese” degli altri – altro tentativo di perpetuare l’antica situazione infantile – quando fosse autosservato, lo sarebbe come eccellente indice di astuzia e diventerebbe fonte di ammirazione. Poiché nulla di male il soggetto si addebita, non riesce egli a vedere su che cosa si fondi l’ostilità altrui (nel nostro caso specifico le reazioni abbandoniche). Soffrirà allora di sentirsi (in ogni rapporto) incompreso, angariato, disamato, deriso a torto e diventerà vittima depressa oppure rabbioso di un destino senza speranza o di un prossimo apparentemente perfido e ingannevole. E’ bene ricordare, comunque, che questi modi di pensare, di sentire, di agire non sono fenomeni “patologici” (ovviamente quando non ostacolano il soggetto nelle più elementari attività quotidiane) ma sono modalità reattive che permettono all’individuo di “adattarsi”, seppur in maniera poco vantaggiosa, a situazioni ed esperienze particolarmente dolorose (creando, attraverso l’equilibrio raggiunto, per quanto possa essere strano, ulteriore sofferenza). Tale “equilibrio”, inizialmente vantaggioso, a lungo andare però può creare nell’individuo stesso malessere e sofferenza in quanto non gli permette di condurre la vita in maniera spontanea, naturale, di grande apertura mentale e di sana adattabilità all’ambiente circostante. Tuttavia possiamo affermare che la dipendenza è presente in altri stati emotivi ma resta sempre più marcata e dominante nell’ambito dell’abbandono (è il tema dominante che crea la “sofferenza”). Tutto quanto è stato menzionato in questa breve esposizione non deve essere inteso come un lungo elenco di “difetti” senza senso, ma devono essere interpretati come piccoli ostacoli che non consentono di aprirci mentalmente e a migliorare la nostra dimensione emozionale e mentale. Attraverso tale conoscenza possiamo decidere se continuare a salire sulla “giostra dell’infelicità” (che ci siamo creati) oppure diventare consapevoli dell’inutilità delle nostre risorse reattive che, pur non essendo soddisfacenti, continuano a dominano la nostra vita.




Non mandiamo in vacanza anche...

l'AUTOSTIMA

Anche in vacanza, se siamo sfiduciati, pessimisti, delusi e remissivi, sempre con sguardo fugace, anziché ricaricarci e fare il pieno di benessere, rischiamo di spegnere ogni vigore, la forza vitale, la gioia e cancellare la voglia di vivere. E’ abbastanza comune - quando si perde l’entusiasmo e la voglia di fare - sentirsi degli stracci, scarichi, preoccupati, spenti, svogliati, stonati, stanchi, privi di iniziativa, inadeguati anche nelle piccole azioni quotidiane; ogni gesto diventa sciapo e sgradevole, proprio come una pietanza più volte riscaldata. Si rimane fermi al palo avviliti e sfiniti… una vita fredda e buia, piena di strazianti lamenti e di continue rinunce. La sensazione di inadeguatezza paralizza anche la cosa più desiderata e sognata da lungo tempo la meritata VACANZA. Non si vede l’ora di mollare tutto, di andarsene, ma prima di partire si è già in tensione perché si teme che qualche evento disturbante possa portare cambiamenti repentini alla routine, agli schemi di sempre e smantellare le vecchie abitudini… e allora - proprio perché siamo dei campioni a rovinarci da soli - eccoci, pronti ad accendere il semaforo rosso a tutte le passioni e voglie estive. La paura di cambiare ci allarma e ci blocca; non ci distoglie da questa fastidiosa situazione nemmeno un gesto gentile o sguardo ammiccante di una graziosa fanciulla disponibile… niente riesce ad accendere la passione, non ci schioda nemmeno un vero e proprio colpo di fulmine! E’ l’entusiasmo invece che ci rende unici e speciali, ci illumina lo sguardo, ci rende lucidi e le cose più facili, ci sveglia contenti al mattino con la voglia di fare, ci rende attivi e leggeri… è un patrimonio interiore davvero ineguagliabile che, oltre ad annullare le delusioni, rende ricettivi, lucidi, intuitivi e pieni di idee. Quando puntiamo su cose che non ci interessano davvero è facile spegnere l’entusiasmo e riportare alla luce antiche delusione paralizzanti… e così la DEPRESSIONE in punta di piedi finisce per rovinare tutto. E’ un dramma perdere la fiducia in se stessi perché ci si sente disarmati, deboli, estranei, smarriti, in pericolo, completamente in balia di un mondo circostante ormai ostile, minaccioso e incomprensibile. Sensazioni penose in cui non ci sopportiamo, non ci stimiamo, non ci piacciamo e, soprattutto, non crediamo più nelle nostre vere risorse e capacità (che sono sempre tante, credetemi!). Sono tutte cose che, lentamente, minano la sicurezza e trasformano le persone in svogliate, rinunciatarie e prive di energia e di interessi… la sfiducia ci mette all’angolo, alle corde, completamente in ginocchio anche in vacanza. Ma è proprio grazie alla vacanza in modo “spensierato”, “stile libero”che possiamo goderci la vita… ritrovare il piacere, infuocarci ai sorrisi e stupirci del nuovo, dell’insolito, portare l’armonia e la voglia di vivere alle nostre giornate. La vacanza è il periodo dell’anno in cui risulta più facile “spassarsela”, liberarsi della zavorra invernale e, se si è ben predisposti, tutto può diventare possibile: il brivido, l’originalità, la conoscenza, il divertimento, il gioco… ogni piccola cosa nuova può arricchire la vita rendendola piena e ancora più completa. Se ci allontaniamo dai percorsi obbligati, da clichè mentali triti e ritriti, pieni di noia, di impegni e doveri, sempre accompagnati da stanchezza e da profonda insoddisfazione, possiamo mettere le ali ai nostri pensieri, ai nostri veri desideri e rendere la vacanza piena di vitalità. Il cambiamento di abitudini, di schemi mentali e stili di vita, infatti, oltre a portarci lontani da stress, sofferenze, malattie e disturbi vari - attivando i “mediatori chimici del benessere”, le famose molecole del piacere - crea uno stato di felicità, di profonda armonia e di intenso piacere. Urge, allora, “spezzare” quei percorsi obbligati, quei programmi forzati e “rinsecchiti” con i quali non si era mai d’accordo… quando ci si chiude in se stessi non si vede nient’altro, il mondo diventa freddo e monocolore. Solo diventando “ingordi” di esperienze, “famelici” di sguardi e bramosi di nuove esperienze si possono riaccendere le antiche voglie e passioni; sono questi gli stimoli che fanno incontrare sempre qualcosa di nuovo e aiutano a lasciare a casa dubbi, insicurezze e incertezze. Solo aprendo la nostra mente a cose nuove, a nuovi ambienti, alle novità, agli incontri e smontando parecchie convinzioni ormai stantie, possiamo ritrovare entusiasmo, fantasia, creatività, voglia di vivere, scacciare lo stress, la noia e rinforzare in profondità le difese immunitarie… con uno sguardo più aperto e curioso si riparte alla grande! Per ricevere, quindi, il massimo benessere anche in vacanza dobbiamo abbandonare i luoghi comuni, ma lasciarci influenzare dal nuovo, allontanarci dalla vita piatta, insulsa e noiosa… il cervello “felice” sprizza salute da ogni parte. Le vacanze non si giudicano mai, si vivono così come sono, intensamente: se afferri al volo tutte le occasioni di piacere, ti riappropri della tua vera identità (non si fa nulla di strano perché è la “naturalezza” che fa il suo corso) avrai sicuramente delle sorprese eccitanti. Lasciati guidare, “infiammare”, dalle azioni spontanee, e dalle persone che ti danno piacere. Attenzione però a non lasciarsi influenzare da quei luoghi comuni, da quelle mode assurde che sole, cibo e sonno sono già tutto. Il corpo e la mente, non abituati alla “stasi”, se abbandonati a queste condizioni di “stallo”, rischiano a dir poco il “collasso” e, ancora, il troppo cibo ingurgitato, per il solo gusto di riempire i “vuoti“, in assenza completamente di movimento, si andrà a stratificare in un grasso che richiederà mesi, se non anni, per essere “bruciato”. Mai fermare il corso della vita, al cervello servono sempre nuovi stimoli per ritrovare l’entusiasmo, la “grinta”, l’eccitazione e l’energia… lasciati guidare liberamente dal momento, lasciati spingere e portare al largo dalle passioni. Non preoccuparti di quello che pensano gli altri e, soprattutto, quando ti spogli non confrontarti con il contesto sociale del momento, con un corpo da top model, con il vestito che fa difetto sui fianchi, concentrati, invece, sul tuo pareo… più bello, vivace e colorato che hai. Quando partiamo per una breve o lunga vacanza che sia, dobbiamo mettere sempre in valigia piccole cose: autonomia (ricorrere sempre agli altri espropria dalla propria identità), generosità (si esce dai dubbi e dalla meschinità) eros (diventare “selvaggi” fa sentire vivi e ricarica di energia, è il modo giusto per ritrovare fiducia in se stessi). Guai ai paragoni e confronti estemporanei, e mai cercare di raggiungere obiettivi a tutti i costi perché, senza volerlo, oltre a rubare la gioia del presente, ostacoliamo il fluire continuo dell’esperienza e della vitalità. E’ invece fondamentale godere quello che la vacanza ci offre in quel preciso momento, in quel prezioso e forse indimenticabile istante… se desideri fare una cosa è il momento di buttarsi nell’onda travolgente del momento presente, non rovinarti questa fantastica “stagione”, le tue preziose vacanze!

… vivere il tempo presente è sempre la cosa migliore: se si guarda indietro si obbliga la mente a rimanere dentro a una piccola cornice, la si costringe a vivere dentro uno spazio angusto, controllata da certe convinzioni e rimpianti … dolori, drammi e sofferenze passate, sconfitte subite, situazioni che non esistono più, sono già passate ma che bloccano, disperdono e tolgono energia al proprio benessere naturale… afferra il presente e affidati al domani il meno possibile . “Orazio”




LA PELLE...

specchio dell'anima

… delimita, separa, unisce, mette in contatto: termometro delle passioni… i disturbi della pelle segnalano un pericolo, rivelano conflitti profondi nei rapporti con gli altri: si entra in “guerra”… un mondo esterno (anche interno: qualcosa che vuole emergere in superficie) vissuto come minaccioso per i propri confini, la propria identità, la propria integrità… un confine perennemente minacciato…

… non aver paura, i disturbi cutanei parlano al posto nostro, arrivano per protestare, per rivelare i propri conflitti, per segnalare le trasformazioni che avvengono a livello psichico: le guerre e i disagi interiori lasciano il “segno”, rivelano, a volte, modi di essere soffocati e un’energia imprigionata (fame d’amore, rapporti sbagliati, emozioni mal gestite … che si “depositano” sulla cute)… se vuoi proteggere e mantenere la tua pelle sana non bloccare i tuoi pensieri e prova ad esprimere le tue emozioni…

... rivela uno stato emotivo "invisibile"...

La pelle non è un tessuto, ma un vero e proprio organo. Essa, organo più grande, più completo, più interessante del corpo umano, è costituita da tre strati: epidermide, derma e ipoderma. E’ un organo ben visibile e unico, di confine, uno schermo iterattivo, un mezzo di comunicazione: costituisce il simbolo dell’identità individuale. Il fatto che non esistano due soggetti con le stesse impronte digitali è la prova dell’unicità di ogni persona. Molto spesso si parla di qualcuno che “non si sente per niente bene nella propria pelle”: ciò rileva un senso di impotenza, disorientamento, profonda insoddisfazione e perdita di identità. Permette, inoltre, di riconoscere in maniera inequivocabile lo stato emotivo di una persona. Tale organo, psicosomatico per eccellenza, ha infinite funzioni: delimitare e proteggere (primo compito), contatto, espressione e rappresentazione, sessuale, regolazione del calore, ecc. Non dobbiamo dimenticare che la pelle è il nostro limite, il nostro confine e, nello stesso tempo, attraverso essa entriamo direttamente in contatto con l’esterno. E’ un organo che rispecchia il nostro mondo interiore, rappresenta l’immagine che abbiamo di noi stessi, e lo fa in diversi modi. Ogni disfunzione interna, infatti, viene proiettata immediatamente sulla pelle. Quando si verifica qualcosa sulla cute, in maniera più o meno violenta - arrossamenti, gonfiore, prurito, ascesso, infiammazione - l’area in cui tale fenomeno si manifesta non è casuale, ma indica un processo interiore corrispondente (carta geografica dello stato di salute generale). Questo prezioso rivestimento esterno del corpo umano non mostra esclusivamente uno stato organico interno, ma in esso si estrinsecano anche molteplici processi e svariate reazioni emotive. Sono reazioni talmente imprevedibili, chiare ed evidenti che tutti le possono rilevare: rossi come un pomodoro per la vergogna e bianchi come un lenzuolo per la paura, sudare per l’agitazione, i capelli si rizzano per l’orrore e, ancora, l’emozione è tanta che può venire la pelle d’oca. In una reazione panica e nei momenti di forte tensione, solitamente, i palmi delle mani sono completamente pervasi da fastidiosi cambiamenti di temperatura e abbondante sudorazione. Il rapporto tra disagio psicologico e malattie della pelle è un fatto accertato. Non rivela soltanto la salute e la vitalità del soggetto, ma anche il suo stato d’animo, i suoi conflitti, i suoi desideri, i suoi modi di pensare, le sue credenze, la sua autovalorizzazione, le sue passioni e, soprattutto, la sua personalità: è il sito d’azione dei conflitti interiori. Ogni condizione di aggressività o repressione, ogni sovraccarico psichico o emotivo esplode violentemente all’esterno determinando, in tal modo, allergie, foruncoli, acne, eczemi, indurimenti cutanei e dermatosi. Come è stato più volte sottolineato, la pelle ben si adatta ad esprimere disadattamento, disistima, insicurezza, frustrazione, difficoltà nei rapporti interpersonali. Esprime una importante reazione difensiva come risposta ad una minaccia, reale o meno, rappresentata da profondi conflitti interiori. I disturbi delle pelle hanno quindi un senso e un linguaggio specifico: vediamo alcuni esempi. Eczema: è una particolare reazione infiammatoria che causa prurito, vescicole, gonfiore, croste e desquamazione. L’eczema psicosomatica, che si presenta senza contatti con allergeni, è connessa all’insicurezza, alla paura, all’incertezza e all’ansia. Sono a rischio le persone, che trattengono le proprie emozioni e che non riescono a manifestare apertamente la loro profonda passione, il loro talento e la loro grande capacità: non si esprimono perché, oltre a temere il giudizio degli altri, sono influenzati da figure dotate di autorità e di autorevolezza (bloccano creatività e talento). Orticaria: è un disturbo cutaneo caratterizzato da un’eruzione di ponfi affossati e pruriginosi. E’ un fenomeno che generalmente troviamo in persone che vivono con diffidenza e sospetto. I rapporti interpersonali sono tendenzialmente ambivalenti: hanno timore, paura, diffidenza ma allo stesso tempo sperimentano una forte attrazione. In alcuni casi il prurito segnala una forte collera trattenuta, in seguito ad una forte frustrazione inespressa che comunque non si è in grado di esteriorizzare (impulsi aggressivi inibiti). Le persone che reagiscono con irritabilità, insoddisfazione, stress, ansia ed agitazione al tormento emotivo manifestano più frequentemente sensazioni di prurito e di bruciore. Patomimia cutanea: si tratta di un danno cutaneo (lesione) provocato dal soggetto stesso. Tale “autopunizione corporale” insorge in soggetti, prevalentemente donne, pienamente consapevoli, ma con tratti psicologici assai particolari: inibizione dell’aggressività, umore depresso, forti blocchi affettivi, bassa soglia della frustrazione e profonde tendenze autoaggressive. Psoriasi: è una dermatosi cronica e recidivante; pur avendo una base ereditaria il suo decorso appare decisamente influenzato da una componente emotiva. Alcune situazioni di stress, la minaccia alla salute e alla sicurezza, sembrano inequivocabilmente coincidere con un deterioramento della condizione. Sono a rischio quelle persone che hanno vissuto in nuclei familiari i cui genitori erano assenti e anaffettivi. Chi soffre di questa dermatosi, oltre a vivere con estrema difficoltà le relazioni e gli scambi interpersonali, fa particolarmente fatica ad esprimere le emozioni e a sostenere quelle altrui.

La Pelle… delimita, separa, unisce, mette in contatto: termometro delle passioni senza finzioni… i disturbi della pelle segnalano un pericolo, rivelano conflitti profondi nei rapporti con gli altri: si entra in “guerra”… una spia, un mondo esterno (anche interno: qualcosa che vuole emergere in superficie) vissuto come minaccioso per i propri confini, la propria identità, la propria integrità… un confine perennemente minacciato… testimonia quei contenuti emotivi che non si vuol vedere …

… i disturbi della pelle vengono perché manchiamo di tenerezza nei nostri confronti, per farci osservare emozioni che tratteniamo e, soprattutto, farci capire che non rispettiamo la nostra unica e vera autenticità… NON avere paura, sono voci dell’anima, la pelle si fa carico di sofferenze trascurate da tempo e di qualche imbarazzo verso la vita… se non ti sfoghi sarà la dimensione cutanea ad “alleggerirti”…




LA PELLE...

specchio della salute.

… se il mondo interiore è sofferente l’epidermide lo rivela con grande solerzia, si oppone - attraverso il suo prezioso ed enigmatico linguaggio - di essere "contaminata" da relazioni sbagliate, forzate e distorte: grida la sua disperazione, smaltisce le "tossine" …

… la pelle è una mappa che porta in sé infiniti segni misteriosi del profondo… Anemia: il volto è biancastro, spento e smunto (scarso afflusso di sangue ossigenato). Polmoni: il volto assume un colore bluastro (maggiormente evidenziato nelle labbra). Il volto assume un colorito rossastro quando si abusa di alcolici, con il diabete mellito e in caso di ipertiroidismo. La colorazione giallastra del viso segnala problemi di fegato, epatite o ostruzione delle vie biliari… Eczemi: un atteggiamento di estremo controllo (rabbia e aggressività) su emozioni giudicate poco “presentabili”… chi è sempre su di giri deve aspettarsi qualche disagio a livello dell’apparato cutaneo… la difficoltà di gestire l’aggressività può dar luogo a fastidiose dermatiti, eritemi o eczemi: segno che un fuoco dirompente preme per uscire… se poi la vita di coppia è una “lotta continua”, questa seccatura a livello cutaneo, potrebbe favorire vaginite e uretrite: una battaglia rabbiosa che continua senza tregua tra le lenzuola… PSORIASI. Una pelle che si è trasformata in una grande corazza rigida e fragile che presenta difficoltà a portar fuori, a mediare tra interno ed esterno… un fuoco (sangue) spento dal bianco delle squame…

Specchio visibile di emozioni a “fior di pelle”, limite e barriera per gli intrusi (confine tra il mondo interno e quello esterno)… riflette non solo il proprio stato di salute generale (dentro e fuori) ma - essendo direttamente connesso con il SN - è possibile leggerci emozioni, stati d’animo e le difficoltà relazionali… un malessere che si presenta violentemente ogniqualvolta il mondo ci ferisce … sulla pelle sono dipinte tutte le passioni troppo sacrificate, che in qualche modo non ci si concede…

Le malattie della pelle sono senza dubbio le più comuni e diffuse. La cute è il primo apparato “preposto” a manifestare il disagio nei bambini più piccoli e non potrebbe essere diversamente vista l’immaturità psichica che li espone a un contatto più diretto e meno schermato con l’ambiente circostante. Pelle e mente: il connubio è perfetto, soprattutto quando abbiamo a che fare con disturbi cutanei. Le reazioni “a pelle” non sono però prerogativa dell’età evolutiva, si verificano in tutti quei momenti in cui la mente non riesce a contenere adeguatamente emozioni che sfuggono al controllo, ecco che, improvvisamente, i disturbi dermatologici si incaricano di far affiorare il malessere: di renderlo manifesto. La pelle non può essere considerata come un organo “superficiale”. Essa è davvero di più: rappresenta una dimensione dove i nostri modi d’essere si legano con il mondo, dove il nostro essere, la nostra vita dialoga con l’esterno. Ecco perché la sfera cutanea va “letta” in più modi, scoprendo cosa significano e come vanno affrontati tutti i disturbi che l’affliggono. La pelle è l’organo più esteso del nostro corpo, eppure difficilmente le diamo importanza come il cuore, fegato, reni, polmoni. Il rapporto che abbiamo con la pelle è del tutto esclusivo, nella nostra percezione non abbiamo la pelle ma “siamo” la nostra pelle. E non è un caso, se analizziamo infatti il valore funzionale e simbolico di questo apparato ci renderemo conto che esso è strettamente connesso alla nostra identità più profonda ma anche all’istintiva difesa della vita. Intanto, grazie alla sua elasticità che separa l’interno dall’esterno, protegge il corpo da traumi, pressioni, colpi. Inoltre, è una barriera che impedisce l’ingresso di agenti potenzialmente patogeni come batteri, sostanze acide e alcaline, radiazioni solari. Da questo punto di vista potremmo considerarla come una sorta di tuta protettiva che può arrivare a diventare, all’occorrenza, vera e propria corazza impenetrabile. Il limite dell’uomo è, quindi, la sua pelle. Essa dà la forma e sembianza a ogni essere vivente, non solo rendendo visibile all’esterno la forma del corpo, ma – attraverso i segni che porta con se – esprimendo l’individualità. E’ il tratto distintivo di ognuno di noi, poiché nessun altro può averne una identica. E’ l’involucro vivente che cresce e invecchia con la nostra persona, costantemente rinnovato, ma sempre uguale a se stesso. E’ la linea di demarcazione tra noi e l’universo stesso. Ci delimita e protegge, si costituisce come filtro e barriera permeabile contro gli agenti nocivi. In questo senso svolge un’importante funzione di limite e confine che consente alla persona di percepirsi come distinto e delimitato. Contribuisce quindi a determinare la consapevolezza di sé, l’individualità, attraverso la consapevolezza di possedere un corpo. Tramite la pelle tocchiamo e siamo toccati, definiamo il nostro spazio e siamo definiti nello spazio. Ed è nel contatto tra pelle e pelle che prende origine il processo di delimitazione psichica. Ma non solo: la cute rappresenta inoltre un importante mezzo di comunicazione interpersonale. Attraverso la cute il corpo emana il suo odore, che ha un suo codice di riconoscimento e una sua “marcatura” in grado di influenzare il comportamento dell’altro e la relazione con esso. La pelle è da sempre vettore di simboli e idee, il cui fine è la comunicazione verso chi ci circonda. Può essere territorio di bellezza e di attrazione, di un messaggio particolare oppure anche di “repulsione”. Così, chi soffre di una patologia cutanea cerca di condividere il problema di cui è portatore, si sforza di portare in mezzo agli altri il vissuto interno che sottende la patologia ma contemporaneamente prova vergogna e disagio per la sua affezione. E’ in questo momento che la malattia diventa “stigma”, ovvero marchio che spesso va a bloccare l’emotività di chi ne soffre. E’ confine protettivo e territorio di scambio emozionale: ma anche spazio dove appaiono i disagi e le emozioni nascoste. Così la cute diventa autentica carte di identità del nostro vivere quotidiano. Ma da dove nascono i disturbi cutanei? Perché una mente che non riesce a esprimersi invia i suoi “segni” proprio sulla pelle? In realtà, l’acne, la vitiligine, gli eczemi, la psoriasi vengono per farci osservare emozioni che tratteniamo. Vediamo ora questi meccanismi, ovvero impariamo a leggere quanto “sta scritto” sulla "mappa" cutanea: le origini psicosomatici dei disturbi che l’affliggono.

... la pelle, attraverso i suoi "segnali", dice tutto ciò che non si ha il coraggio di ammettere... esprime e fa sentire le sue risorse più preziose...

… problemi alla pelle, un succo di: mela, ananas e uva può aiutare.




L’INSICUREZZA… quando il primo ostacolo paralizza il vivere.

Oddio credo proprio che non riuscirò a concludere un bel niente… Povero me non so proprio che pesci pigliare… Vorrei ma non riesco… Oggi proprio non me la sento… e ancora… Non valgo niente… Non riuscirò mai a controllarmi… Chissà se avrò fatto bene, se avrò fatto la cosa giusta… Accidenti! Queste sono alcune delle famose frasi emblematiche che riassumono, sintetizzano in maniera inequivocabile la dimensione psicologica in cui è calato l’insicuro. E’ una condizione emotiva, il più delle volte legata a circostanze temporanee, in cui il soggetto si sente spesso vittima e prigioniero di situazioni che, di per sé, non hanno assolutamente niente di drammatico o pericoloso. Una esperienza che incredibilmente opprime, blocca, soffoca, impedisce di realizzare - perché offusca la mente e fa perdere la lucidità - i progetti e i vari sogni della vita. Tale disagio, però, non deve essere confuso con una sana riflessione creativa, con quella fase ponderata, una “paralisi” benefica, quella pausa momentanea in cui si sta prendendo tempo per poi fare la cosa giusta. Riflettere attentamente prima di decidere, soppesare le possibili conseguenze è sempre indice di buon equilibrio tra la propria autostima e una corretta valutazione della realtà. L’indeciso cronico, al contrario, non si sente mai all’altezza della situazione, ha un’immagine svilita di sé, una modestia fuori misura, eccessiva, esprime un’insufficiente conoscenza di se stesso, delega all’infinito ogni decisione e si inchioda sui propri dubbi amletici rimandando continuamente ogni decisione. Per questi atteggiamenti l’insicuro rischia parecchio: l’immobilismo, il blocco evolutivo e la dipendenza dagli altri (fenomeno che nel tempo può dar vita a tratti depressivi). Dominato dalla disistima, da un forte senso di fallimento e dal complesso di inferiorità ha sviluppato la convinzione che gli altri sono migliori e valgono più di lui. E’ un soggetto che appare senza grinta, smarrito, spaventato, convinto di non riuscire a farsi valere e cavarsela da solo, sempre imprigionato e relegato nel suo guscio protettivo del non fare, del non esporsi. Un rigagnolo che è diventato un enorme torrente, un grande baratro in cui si ha paura di essere completamente fagocitati. Spesso viene etichettato come un soggetto debole, fragile, inattendibile e problematico. L’insicuro non passa mai inosservato, sempre aderente ai muri, lascia sempre le sue impronte, segnala le sue difficoltà relazionali e sociali, a seconda dei casi, attraverso l’eritrosi al viso, il balbettio, l’incespicare e un fare davvero goffo. Per mascherare questa sua forte dipendenza, questo suo sentimento di inferiorità, spesso, si nasconde dietro una facciata di “falsa sicurezza” con un fare polemico, aggressivo ed oppositivo. Questa finzione, tuttavia, oltre ad essere particolarmente rischiosa, non porta da nessuna parte, il suo atteggiamento sostanzialmente non cambia: la ricerca di consigli, di sostegno, di suggerimenti, le forti pretese di essere continuamente rassicurato rimangono sempre i suoi tratti principali. Quando si indossa la maschera di un personaggio forte e sicuro, per fini compensativi, si corre il rischio - oltre a creare facili illusioni e false aspettative negli altri - di trasmettere un immagine fuorviante, confusa e non realistica: non farsi conoscere per quello che si è veramente (valore e talento). Il più delle volte, infatti, il nostro entusiasmo viene bloccato, soffocato da abitudini di vita, di pensiero e di relazione. L’insicuro, inoltre, temendo il giudizio degli altri risulta perennemente contratto e teso, si sforza continuamente, ed è costantemente concentrato su come offrire l’immagine migliore di sé. Proprio per questa ragione a livello somatico la rigidità, la tensione e il bruciore intenso, si assumono l’onere di richiamare il soggetto alle sue reali difficoltà decisionali. Ignorare o non prestare attenzione necessaria a tale fenomeno provocherà uno stato doloroso di ansietà. Il perenne tentennamento si trasforma a livello fisiologico in una fastidiosa sensazione di debolezza alle gambe, capogiri e vertigini. Spesso l’ansia è talmente forte da spingere il soggetto ad esprimersi attraverso piccole manie o rituali ossessivi come ad esempio perfezionismo, pulizia, ordinare le cose: tutte modalità che permettono all’insicuro - seppur in maniera goffa - di gestirla e tenerla in qualche modo sotto controllo. Il ronzio mentale e il costante rimuginare, inoltre, fanno il resto, spingono il soggetto ad un cattivo riposo o, ancora peggio, a contare le pecore per intere nottate. L’insicurezza, come per tante altre condizioni psicologiche, non è un fenomeno genetico: appartiene in maniera inequivocabile all’autobiografia del soggetto. Entrano in gioco esperienze evolutive traumatiche precoci in cui il bambino non vivendo in un clima rassicurante e tranquillo rimane in balia dell’incerto e dell’imprevedibile. Quando si cresce in un ambiente privo di protezioni adeguate anche l’immagine di sé diventa instabile (disistima), vacillante e basta un piccolo imprevisto per sgretolarla. In tal modo si rischia seriamente di minare l’intero processo di crescita del piccolo. Cresciuto in questa atmosfera educativa incerta il bimbo impara ad affrontare le varie situazioni impegnative della vita con apprensione e allarmismo: ogni decisione, anche la più banale, può diventare fonte di disagio e di pericolosità per l’integrità psicologica… un’impresa titanica. Cosa fare. Il primo passo è migliorare il concetto di se stessi: nei rapporti non è necessario essere presuntuosi o magari vanagloriosi ma nemmeno essere dominati da un forte sentimento di svalutazione acuta. Quando si ha una buona considerazione di se stessi si è più fiduciosi, decisi e sicuri nell’affrontare le sfide della vita. Gran parte del lavoro, comunque, è diretto all’autovalorizzazione e allo sviluppo di un crescente senso di indipendenza (autostima). Resi più sicuri dal sostegno psicoterapico, questi soggetti imparano ad esprimere i loro sentimenti in maniera genuina, prendono le loro decisione e sanno far fronte ai vari episodi ansiogeni. Tra le altre metodiche terapeutiche che possono contribuire a gestire stress ed ansia - proprio per il fatto che ogni processo decisionale accompagna tensioni e contrazioni - ricordiamo le combinazioni di respirazione controllata e le varie tecniche di rilassamento.

… si chiede continuamente supporto, sostegno, aiuto esterno perché ci si sente fragili, si ha la convinzione di non essere in grado di affrontare il peso della vita … si è incapaci fronteggiare da soli gli impegni quotidiani.




AUTOSTIMA …

Nessuno, purtroppo, riesce a vivere in una condizione di constante e completa salute emotiva. Proprio per la sua stessa natura, la vita ci mette a dura prova, ci fa piangere, ci fa preoccupare, ci pone di fronte a frustrazioni e a insuccessi. Si calcola che, nel corso della vita, una persona su tre sia colpita da un disagio emotivo, variabile, naturalmente, per origine ed importanza. Eppure i pregiudizi, i timori, il pressappochismo su tali malesseri sono ancora innumerevoli. E, forse, la maniera migliore per combatterli consiste proprio nell’essere informati sui vari sintomi, sulla diagnosi e sulle terapie: la condizione di salute dei pazienti, infatti, migliora nettamente nel momento in cui comprendono cosa sta accadendo dentro di loro e quando vengono messi al corrente delle terapie disponibili, senza contare che i loro familiari, conoscendo a fondo la patologia, possono aiutare i propri cari in modo più efficace. Come è possibile fare molto per raggiungere e mantenere una buona salute fisica, allo stesso modo è possibile adottare misure e strategie per affrontare e risolvere più efficacemente i problemi psicologici quotidiani. Una maniera vantaggiosa di iniziare consiste nel capire veramente che cos’è la salute emotiva. Molti sono gli autori che, in maniera diversa e unica, hanno cercato di dare una risposta a questo quesito: alcuni parlano di salute mentale quando si ha la capacità di lavorare ed amare, per altri invece è la capacità di dare una risposta soddisfacente al problema dell’esistenza. Ma al di là delle varie interpretazioni, tutti gli individui in “equilibrio” mentale hanno in comune determinate caratteristiche; sono accomunati dall’insieme di elementi - ovviamente costanti nel tempo - di pensiero, sentimenti e comportamento di un individuo. Rimangono in contatto con le proprie condizioni emotive e sanno riconoscerle ed esprimerle; sanno percepire la realtà come é. Rispondono in maniera appropriata alle sfide della vita e sviluppano strategie razionali per vivere il meglio possibile. Benché non estranei ed immuni da problemi o conflitti, essi sanno affrontarli in un modo che consente una indubbia crescita psicologica. Sanno trattare con gli altri, il più delle volte, in maniera vantaggiosa e ragionevole. E, poiché stimano se stessi e il proprio ruolo, provano un senso di soddisfazione e di realizzazione che dà un significato davvero stimolante alla routine della vita quotidiana e allo sforzo che questa richiede. Uno degli “ingredienti” fondamentali della salute emotiva è l’autostima, il senso di fiducia in se stessi o di orgoglio di sé che dà a ognuno la sicurezza per adoperarsi a raggiungere un obiettivo o per aprirsi agli altri, formarsi nuove amicizie e relazioni strette. Non è uno sforzo della mente, ma corrisponde a un diverso atteggiamento della coscienza, che apprezza e accetta ciò che si è nel tempo presente, ovvero “Carpe diem, quam minimum credula postero”. L’autostima fa in modo che ogni individuo si senta “importante” (significativo) in quanto essere umano provvisto di doti uniche ed irripetibili, di capacità e di un ruolo nella vita. L’autostima non si basa su elementi esterni come la ricchezza o la bellezza, non è qualcosa di genetico né tantomeno non si può ottenere dagli altri. L’autostima si costruisce, si sviluppa nel tempo. Fa la sua comparsa appena nati, se abbiamo chi ci accudisce e ci dimostra sensibilità ed affetto profondo mentre sviluppiamo le abilità di base come il camminare e il parlare. In seguito viene incoraggiata quando, da bambini piccoli, impariamo a prenderci cura del nostro corpo e a controllare gli impulsi, sempre che ci venga restituita una risposta positiva riguardo a questi nostri “traguardi”. Una bassa autostima comunque è più comune tra gli individui che da bambini hanno subìto abusi psicologici o fisici, ed essa aumenta la probabilità di contrarre patologie come depressione, disturbo d’ansia e l’abuso di sostanze. Al confronto, gli individui che hanno una buona autostima, nonostante possano essere colti da dubbi sulla propria persona, incertezze del resto connaturate nell’essere umano, si concentrano su quello che hanno di buono e accettano i propri limiti e benché questo non indichi che sono completamente esenti da problemi dolorosi, molte indagini cliniche suggeriscono che una prospettiva fiduciosa e positiva è vantaggiosa per l’equilibrio emotivo. Esiste una correlazione infatti tra l’autostima e alcuni quadri clinici: la presenza di un alto livello di autostima si accompagna a un basso livello di ansia e di depressione. L’autostima segnala una valutazione in positivo o negativo di sé, il grado in cui un individuo si considera capace, importante ed efficiente. E’ una condizione psicologica complessa, frutto delle varie esperienze che hanno forgiato e modellato, sin dalla prima infanzia, ogni individuo. Sentirsi in armonia con se stessi, accettarsi per ciò che si è veramente e avere la consapevolezza di poter dare in ogni momento il meglio di sé consente di prestare alla vita un’attenzione totale e partecipe e di ricercare tutto ciò che può contribuire al proprio benessere. Una buona autostima coinvolge anche il senso di autoefficacia. Termine che definisce la fiducia nelle proprie capacità di organizzare e realizzare il corso di azioni necessarie a gestire adeguatamente le situazioni che si incontrano, in modo tale da raggiungere gli obiettivi prefissati. E’ sicuramente un senso di efficacia personale che deriva dalla convinzione (o meno) di essere in grado di affrontare una determinata situazione, grazie ad una fiducia realistica e autentica nella possibilità di riuscire a cogliere le opportunità più vantaggiose della vita. Gli individui che riescono ad adattarsi meglio alla vita sono proprio quelli caratterizzati da questa personalità: sono curiosi, sensibili, capaci di trasformare eventi spiacevoli e carichi di stress in stimoli creativi, fiduciosi della vita. Affrontano i compiti difficili (familiari, sociali, lavorativi) con impegno e costanza e non si allontanano intimiditi di fronte alle difficoltà, si pongono obiettivi ambiziosi sapendo di potercela fare, e di fronte agli insuccessi riescono a recuperare, a riorganizzarsi… in breve a scegliere l’alternativa valida.

… l’autostima non deve essere mai confusa con l’autocontrollo o con uno stato di equilibrio… l’autostima è la consapevolezza di quello che si è realmente, di cosa si prova in quel preciso istante, nel tempo presente… bisogna dare spazio a quello che c’è dentro se stessi… un mondo interno che non va combattuto, giudicato o cambiato a tutti i costi.




ECZEMA...

il dolore che scava

… la pelle delimita, separa, unisce, mette in contatto: termometro delle passioni senza finzioni… i disturbi della pelle segnalano un pericolo, rivelano conflitti profondi nei rapporti con gli altri: si entra in “guerra”… una spia, un mondo esterno (anche interno: qualcosa che vuole emergere in superficie) vissuto come minaccioso per i propri confini, la propria identità, la propria integrità… un confine perennemente minacciato… testimonia quei contenuti emotivi che non si vuol vedere …

L’eczema esprime sempre una battaglia interiore, un conflitto che brucia. I sintomi, rossore e prurito, rimandano a un fuoco interno che tende a distruggere un involucro vecchio ... espressione di una identità che vuole trasformarsi. Chi ne soffre ha energie forti che vorrebbe esprimere in ambiti diversi, ma paura, timidezza, sensi di colpa e fobie lo bloccano. Nella fase acuta, cioè quando si avvertono maggiormente i disturbi dell’eczema, compaiono vescicole sulla pelle, che possono rompersi liberando il liquido chiaro. Successivamente, le vescicole si trasformano in una crosticina. L’eczema provoca intenso prurito, che può impedire il sonno. Nelle dermatiti da contatto le lesioni compaiono per l’appunto nelle zone di contatto tra parti del corpo e sostanze irritanti. Nell’eczema atopico le parti del corpo più colpite sono il viso, il collo, la pelle dei gomiti, delle ginocchia, dei polsi e delle caviglie. Molto frequente nei bambini allergici, è espressione di una difesa nei confronti di un mondo sentito pericoloso a causa della sua progressiva artificialità: giochi in materiale sintetico, cibi dalla provenienza incerta, aria sempre più inquinata. Come alterato è anche lo stile di vita di molti genitori sempre di fretta e di corsa. La caratteristica “migrante” di questo disturbo, che può spostarsi in parti diverse del corpo, indica che la pelle del bimbo si difende in zone che man mano rappresentano - in modo simbolico - i punti più vulnerabili in quella precisa fase di sviluppo. La dermatite seborroica, invece, che colpisce adolescenti e adulti di mezza età, è proprio collegata a un conflitto con l’ambiente esterno dovuto a discrepanze tra la capacità di produrre risultati da parte dell’individuo e le richieste della società. Non è un caso che essa si manifesti soprattutto al cuoio capelluto, cioè sulla testa (il luogo dei pensieri), in persone fortemente stressate e che si “spremono” per impegni professionali frenetici. La seborrea inoltre indica che il soggetto non sta vivendo una quota importante della sua carica erotica, costretta ad uscire in forma indiretta sotto forma di sebo. L’eczema classico ha a che fare in modo prevalente con la difficoltà a esprimere un fuoco creativo che, per quanto si cerchi di nasconderlo, non può essere mai veramente domato. Una creatività intesa non solo in senso artistico ovviamente, ma anche possibilità di portare la propria impronta in ciò che si sta facendo. In molti casi la persona “arde di interesse” per qualcosa o per qualcuno, ed è così sensibile da “accendersi” per un non nulla … ma non sente legittima la decisione di seguire questa via perché teme che potrebbe portarla lontano dalle scelte e dallo stile di vita consueti, a cui è legata per abitudine ma non per passione. A un atteggiamento conciliante e comprensivo corrisponde nell’interiorità un temperamento sanguigno che facilmente si irrita: un filtro di autocontrollo molto forte inibisce le loro reazioni, lasciando che affiorino sulla pelle. Una vita interiore ricca e profonda ma che poco traspare all’esterno: per chi soffre di eczema è difficile parlare di sé, sfogarsi per un dolore o un’ingiustizia, raccontare o condividere.
Ma la loro tenuta ha un limite e spesso uno sfogo sulla pelle è l’equivalente di una parole.

Chi rischia di più.

• Persone che trattengono le proprie emozioni anche in contesti protetti in cui potrebbero lasciarsi andare;
• Persone ricche di passioni e di talento che però temono il giudizio degli altri e che sono molto influenzabili dalle figure dotate di autorità e autorevolezza;
• Persone insicure riguardo alle proprie capacità, che tuttavia sanno di avere, ma che non riescono a manifestare e utilizzare come è nelle loro possibilità;
• Persone timide e sensibili, poco propense a parlare delle cose importante di sé.

… la pelle è un grande organo che non sa fingere e non dipende dalla volontà… segnala al mondo circostante - sempre a modo suo - i sentimenti, a volte i conflitti più profondi, quelli, in particolare, che non si vogliono guardare direttamente … delimita e nello stesso tempo contiene… le lesioni cutanee raccontano e disegnano chi siamo veramente.




Autostima… questa grande sconosciuta.

Quante volte abbiamo pensato che la nostra esistenza (lavoro, studio, rapporti sociali, convivenza, matrimonio) è una continua tribolazione, ci fa star male, ci crea disagi e sofferenze a non finire, ansie e, per non farci mancare proprio nulla perché spesso siamo dei veri campioni in questo campo, anche depressione più o meno grave. Nonostante questa consapevolezza - con un immobilismo davvero da artisti - proiettati nel futuro colmo di ansia, lasciamo passare le ore, i giorni, i mesi, i “secoli” con la speranza di un futuro migliore. Il futuro blocca, uccide il presente, rende sordi e ciechi di fronte alle esperienze della vita: angoscia, tensione e ansia lentamente dominano la scena quotidiana spegnendo completamente passione e vitalità. Quante volte, ancorati nel passato - che genera solamente rimpianti e rimorsi - abbiamo ritagliato un “pezzo” di tale tempo burrascoso pieno di rancori, di ricordi negativi, di obblighi, di risentimenti, rendendolo attuale, fatto sopravvivere per - a seconda delle proprie condizioni emotive - rassicurarci, rallegrarci, consolarci, rattristarci e eventualmente per espiare. In questo modo, allontanandoci dalla vera esistenza, prendendo le distanze da quello che si vive nel tempo presente, essendo estranei a se stessi, si vive un atteggiamento mentale non reale, lasciando spazio a tempi “inesistenti” come passato e futuro (tempi che inquinano il terreno mentale). A volte - dando spazio a questi meccanismi mentali - siamo davvero decisivi nel rovinarci con le nostre stesse mani sprecando, nel contempo, le grandi occasioni che rinfrescano la vita. L’autostima, infatti, oltre ad essere parte integrante di una vita di qualità, significa piacere di vivere, sentirsi bene con se stessi e gli altri, adesso, ora, nel tempo reale. Il presente è l’unico momento in cui è possibile sentirsi bene perché si è direttamente in contatto con le proprie sensazioni in tempo reale… ciò che è ora, in questo momento, in questo istante. E’ una grande apertura mentale attraverso la quale si attivano zone cerebrali e mediatori chimici che portano lontano da stress, sofferenza e insoddisfazione. Cosa diversa è l’abitudine, la noia e la routine che riattivano sempre le stesse aree, gli stessi circuiti cerebrali ormai logori, vecchi e “atrofizzati”. Avere una buona stima di se stessi significa piacersi, essere soddisfatti di come si è e, soprattutto, volersi bene. Con questi atteggiamenti si diventa indubbiamente più creativi, più rilassati e si diffonde, in maniera davvero contagiosa, felicità e buonumore. Al contrario, la disistima scatta quando il nostro modo di pensare si traduce immediatamente in un vero e proprio tormento: rimpianti, rancori, sensi di colpa, giudizi, autocritica, confronti. Il tutto ruota attorno al passato (malinconia, sensi di colpa, rabbia), si è colti dal dubbio di non essere all’altezza in quello che si fa (timore di non riuscire), ci si sente inferiori (gli altri sembrano sempre migliori, più capaci), perennemente concentrati sugli insuccessi (il pensiero torna sempre lì, avvitandosi su se stesso, con lo stesso tormento). Basta una piccola delusione per “sgonfiarsi”, sentirsi dei falliti, degli incapaci. Ci si giudica continuamente, non si va mai bene, si è completamente in balia e vincolati al modo di pensare della gente. Arriva all’improvviso, senza trombe e tamburi, in un momento apparentemente tranquillo: un banale riassunto quotidiano, un superficiale bilancio giornaliero ed ecco che si affaccia un profondo senso di insoddisfazione, di malessere diffuso. Quando la disistima domina la scena, ci si vede brutti, non si ha più fiducia e manca un buon rapporto con se stessi, le malattie cosiddette organiche possono fare la loro comparsa. Una specie di autoaggressione corporea che, per analogia, corrisponde all’autoaggressione emozionale inflittaci in maniera continuativa a livello “cerebrale”. In breve, se la contentezza latita anche il fisico ne soffre. Il benessere del corpo e della mente, non vanno mai a velocità diverse, ma sempre di pari passo: una mente felice fa bene a tutto il corpo. Una vita confusa, piena di insoddisfazione, con la sensazione di non fare sempre le cose giuste, caratterizzata da lunghi ed interminabili periodi di scontentezza creano un drammatico sconvolgimento biochimico all’interno dell’organismo. I rischi più immediati sono indebolimento del sistema immunitario, depressione, sovrappeso, colite, gastrite e ipertensione. Non a caso, secondo recenti studi della medicina ufficiale, uno degli elementi fondamentali della salute psicosomatica è l’autostima. L’autostima è la base di una “saggia” sicurezza attraverso la quale si raggiungono gli obiettivi, non solo di ordine esistenziale, ma anche di natura fisiologica: equilibrio psicosomatico, amicizie e relazioni strette. Tale condizione fa in modo che ogni individuo abbia una giusta e soddisfacente collocazione in questo mondo: consapevolezza del proprio valore e di essere sempre originale, unico ed irripetibile. L’autostima non si basa su elementi esterni (denaro, potere, bellezza), è uno stato interiore, si sviluppa nel tempo, mattone su mattone, dentro di noi. La sua costruzione è riconducibile a momenti lontani, alla notte dei tempi, all’infanzia. Se chi ci accudisce ci accoglie senza remore, ci rispetta per quello che siamo e ci ama senza riserve sarà più facile per noi accettare le sfide della vita: imparare sarà sempre entusiasmante e una grande gioia (le cose nuove saranno sempre una sfida, uno stimolo costruttivo perenne, mai un timore paralizzante, pauroso, rinunciatario). Quando il piccolo ha la consapevolezza di poter contare sull’adulto e di avervi facile accesso nei momenti di bisogno, si dedica fiducioso all’esplorazione dell’ambiente circostante. Con queste caratteristiche il bambino svilupperà uno stile cognitivo caratterizzato da curiosità e ricerca attiva (autonomia, libertà, sicurezza). Se poi veniamo incoraggiati a prenderci cura del nostro corpo (come amico non come antagonista) saremo più liberi, spontanei e naturali: sarà più facile concentrarci su quello che si ha di buono e non sui sentimenti negativi e distruttivi. La disistima è più comune tra gli individui che da bambini sono stati trascurati, hanno subito in qualche modo abusi psicologici o fisici. Dati clinici, purtroppo, confermano che tali deprivazioni determinano predisposizioni a disagi emotivi come depressione, disturbi d’ansia e dipendenze fisiche da sostanze specifiche, quali ad esempio nicotina, alcol, farmaci e droghe. Ma anche dipendenze di natura psicologica in relazione al cibo, al lavoro, al gioco e allo shopping compulsivo.

… la disistima spesso dipende da noi… ma attenzione ai soggetti che frequentiamo, in particolare quelli con cui non ci sentiamo sulla stessa lunghezza d’onda, in sintonia... che manipolano, vogliono cambiare gli altri a tutti i costi perché solo loro sono migliori e perfetti, hanno sempre le soluzioni a portata di mano, notizie fresche, le più vere e le più importanti, che stendono al tappeto con lamenti continui, sono sempre nella ragione e mai nel torto, semmai gli altri sono difettosi… alla larga dai lamentosi che trascinano inesorabilmente nel vortice della depressione … se siamo in linea con noi stessi nessuno è in grado di manipolarci!




PSORIASI

… la pelle si “spacca” per far emergere quel mondo emozionale che, a tutti i costi, si vuole occultare nella vita quotidiana… soggetti prevalentemente con tratti depressivi e fobici…

La psoriasi si manifesta con placche secche di forma e dimensioni variabili, ricoperte di squame bianco e argento facilmente staccabili, al di sotto delle quali è presente un eritema più o meno spiccato. Le alterazioni descritte si generano per un difetto del turnover cellulare che da 28 giorni passa a soli 2 o 3 giorni: così la pelle si squama e si stacca quasi fosse una pelle morta esprimendo il bisogno di cambiare, ossia di rompere i limiti difensivi imposti e lasciar emergere il nuovo, ciò che si nasconde nel profondo. Ma tale desiderio è tutt’altro che sereno e lineare e l’accatastarsi delle cellule morte rivela un profondo conflitto tra un desiderio di rinnovamento e la paura di "perdersi". Ma da cosa si difende il malato di psoriasi? Dagli istinti più sanguigni, dall’aggressività, dall’impulsività, dalle passioni brucianti che rischiano di minare il suo bisogno di ordine e di pulizia, il suo candore morale e la sua immagine. Il rosso che si manifesta potrà essere espressione di una aggressività non vissuta e di sensi di colpa di cui non è facile liberarsi. Spesso la psoriasi si associa e si alterna a episodi diarroici, veri tentativi di scarica liberatoria verso gli impulsi inaccettabili. La scelta della sede dove la psoriasi attacca è casuale o ha un senso? Esaminando attentamente la sua localizzazione scopriamo che ha la tendenza a localizzarsi nelle pieghe delle giunture: gomiti e ginocchia sono articolazioni che consentono di muoverci in maniera autonoma, rappresentano da una parte la libertà di movimento e la possibilità di difendersi ... servono, infatti, a parare i colpi così come ad attaccare. Una localizzazione alle giunture parla del timore dell’aggressività, di subirla, come di manifestarla. Diverso è il caso delle mani: lesione difficile da nascondere, quella che colpisce le mani è in stretta relazione con la paura e il desiderio di entrare in contatto con l’altro ma anche con l’emergere di una carica aggressiva, un desiderio di “menar le mani”, fortemente colpevolizzato e represso. Una malattia da cui non si guarisce facilmente. Già nel modo di presentarsi racconta il mondo interiore di chi ne soffre (rosso sangue: aggressività non agita, le scaglie bianche è il tentativo di purificarsi da elementi che si accumulano e fanno da corazza di protezione).

Le persone affette da questa patologia hanno in comune alcuni tratti importanti:
• Per quanto possano sembrare socievoli, non mettono mai in gioco, nella relazione, il loro nucleo profondo: l’interlocutore, anche il partner, sente che “oltre un certo punto” essi non permettono di entrare e che non si mettono mai in gioco del tutto;
• Fanno fatica ad esprimere le emozioni in modo diretto e lineare, e altrettanta ne fanno per accettare dall’esterno senza mediazioni verbali che ne riducono l’intensità e l’immediatezza;
• Si percepiscono fragili in alcuni ambiti (soprattutto affettivi), e per non affrontare il problema si dichiarano indipendenti, senza accorgersi di cadere spesso in un atteggiamento di continua richiesta di supporto.

Il problema centrale dunque - la vulnerabilità - viene risolto eludendo e lasciandolo immutato. Il tutto, ovviamente, in modo inconsapevole. Quando l’energia che si esprime nell’eritema viene “coperta” dalla corazza, finisce per spingersi in profondità, dove si trasforma in intensi episodi di cefalea o di colite, a testimonianza di come essa contenga un’energia incomprimibile che cerca comunque di essere elaborata ed espressa. L’estensione della psoriasi è in proporzione alla insicurezza che la persona sente di avere: tentare di eliminare drasticamente il sintomo (psoriasi), quando è esteso, è pericoloso e mette a rischio di forti disagi psichici (ansia, depressione e, spesso, episodi psicotici), perché la malattia è, evidentemente, l’unico modo che la persona ha trovato per stare in equilibrio con il mondo. Va quindi sempre rispettato! La psoriasi esprime, in ultima analisi, un problema di identità. Chi soffre di psoriasi si muove a disagio nell’ambito emotivo, mentre si trova molto a suo agio in quello razionale. Discreti e riservati, lasciano trapelare poco i loro sentimenti, e si "lasciano" ferire facilmente dagli altri. L’intimità emotiva è difficile da raggiungere anche se spesso è fortemente desiderata. Si aspettano tanto da se stessi e dagli altri e reagiscono male quando rimangono delusi. Nell'ambito evolutivo, di frequente, si registra la presenza di genitori poco espansivi, piuttosto esigenti e moralmente rigidi, più attenti al versante disciplinare che a quello emotivo. La lontananza affettiva talvolta dipende anche dall’assenza vera e propria che induce a vissuti di abbandono e di rabbia impotente.

… le infiammazioni nell’organismo segnalano conflitti inconsci, disagi interiori non risolti vissuti, spesso, come estranei, opposti o pericolosi per il proprio equilibrio, vediamo il tema conflittuale e il processo infiammatorio ad esso collegato:

• identità personale… il processo infiammatorio riguarderà le infezioni, intestino e tiroide;

• rapporti interpersonali… si esprimeranno attraverso dermatiti, problemi allo stomaco, bronchiti;

• potere decisionale… artrite, tendinite;

• sfera morale… colite, artrosi, problemi agli occhi;

• sentimenti di rabbia e aggressività… fegato, patologie autoimmuni, esofagite;

• area indipendenza e autonomia… apparato respiratorio, tensioni muscolari.

… ricorda, una visione diversa verso se stessi evita al corpo di farsi carico di tutte quelle cose che non vanno o che, con un grande sforzo di volontà, si vuole dare intendere agli altri, costi quel che costi, di essere nella “norma”, la somatizzazione, quindi, arriva per segnalare che in quel personaggio finto, partorito da una mente fissa, rigida e sempre uguale non c’è felicità, che dietro quella maschera non si poi a proprio agio, non si vive bene, non si è contenti, ma che bisogna cambiare qualcosa: chiede di dare una svolta alla propria esistenza, si è saturi dell’attuale stile di vita … non guardiamo dalla parte opposta, cambia lo sguardo sui tuoi vissuti senza troppo giudicarli…

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TIMIDEZZA… un disagio che condiziona la vita

Capita a tutti di sentirsi intimiditi ed imbarazzati in situazioni impegnative, nuove o inconsuete. La timidezza, quella occasionale, è una condizione del tutto normale, mentre quella permanente - caratterizzata da un senso di disagio che paralizza l’azione - è un tratto “patologico” della personalità legato a carenze affettive, scarsa autostima e a profondi sentimenti di inferiorità. E’ una condizione che ostacola lo sviluppo, impedisce di conoscere, vivere il proprio talento, toglie l’entusiasmo, rovina la vita quotidiana. L’obbligo che il timido si autoimpone di incontrare persone e situazioni fa sì che i suoi tentativi di socializzazione risultino sofisticati, maldestri e sempre fuori tempo. Il soggetto, quindi, man mano che passa il tempo, tende ad isolarsi, evita l’intimità ed ogni tipo di incontro sociale. Il timido sembra colpito da paralisi psichica, dominato da rossori e tremori, non osa mai, ipersensibile alla critica, perennemente terrorizzato dall’idea di rendersi ridicolo, teme costantemente l’umiliazione, la vergogna e il rifiuto. Sempre dotato di una eccessiva dose di insicurezza, oltre a nascondersi agli occhi altrui, vede in sé carenze e difetti inesistenti: un vero agnello tra lupi affamati. Un disagio che può portare a totale sottomissione o ad incontrollabile aggressività (frustrazione = aggressività). A volte, infatti, usando un atteggiamento di compensazione al proprio sentimento di inferiorità e al basso livello di autostima, reagisce a certe situazioni in maniera eccessiva ed impulsiva, adottando spesso comportamenti autoritari ed aggressivi. Poiché le occasioni sociali sono incubi da evitare ad ogni costo, il timido nei vari rapporti fa di tutto per non essere notato, assume un atteggiamento “trasparente”, rannicchiato, con testa e collo completamente infossati sulle spalle; parla con voce strozzata e bassa, evita lo sguardo diretto, si rinchiude negli angoli con posture da vero contorsionista. L’essere osservato dagli altri poi lo fa sentire ancora più insicuro, goffo, inetto e continuamente sotto esame perché teme di rendersi ridicolo con qualche fantomatico gesto mal coordinato, maldestro e sgraziato. Rossori improvvisi, tachicardia, la voce con suono flebile… in cantina. Segnali corporei precisi, da interpretare come un linguaggio affascinante e particolarissimo. Arrossire non è altro che la manifestazione di una concentrazione di energia libidica nel volto e nel capo. Ben lungi dal potersi esprimere in un bacio o magari in una relazione aggressiva, confluisce tutto nella testa. E la pelle del viso avvampa, d’un rossore che svela, nostro malgrado, le nostre intime e segrete intenzioni. Anche la voce strozzata ci parla. Di un discorso che non vorremmo fare, una conversazione cui non vorremmo prendere parte, un aspetto di noi che non vorremmo svelare. Così, le parole si fermano giusto sulla soglia della gola. Mani e gambe irrequiete? E’ il corpo che, più saggio di noi, ci vuole portare altrove lontani dalla situazione imbarazzante. La testa, invece, nega la possibilità di una salubre evasione. E il tremore è il risultato più logico di questa lotta interiore. Allora compaiono tic facciali e buffi gesti nervosi, tutto il corpo si ritrae, lo stomaco si contrae e si avverte un crescente senso di nausea, le mani tremano e sudano copiosamente, le gambe irrequiete si muovono incessantemente, una fastidiosa vampata di calore si impossessa del volto, il cuore rimbomba in ogni piccolo segmento del corpo, la bocca improvvisamente si asciuga e le parole prendono forma in maniera confusa e pasticciata, le braccia si incrociano come segno di protezione o di resa… si ha la sensazione di non padroneggiare più le reazioni fisiche e di essere in balia degli eventi. Il solo pensiero di non essere all’altezza delle aspettative, di poter dire o commettere qualcosa di sbagliato lo spaventa terribilmente. Questi soggetti sottovalutandosi, terrorizzati dall’idea di ogni nuova relazione, pur desiderandola, arrivano a rinchiudersi in se stessi, isolandosi e ripiegandosi ancora una volta sulla loro sensazione di incompetenza sociale. Il timido teme gli altri perché odia il confronto, li ritiene estremamente esigenti, critici, impossibili da accontentare e soddisfare. Lui stesso è diventato un giudice particolarmente severo: la paura, i luoghi comuni, l’incertezza, la frenesia dipendono da ideali di perfezione, diktat, modelli sociali, spesso irraggiungibili, a cui deve aderire completamente: “Devo muovermi con grazia e stile”, “Devo parlare senza arrossire”, “Devo trovare argomenti originali”, “Devo dimostrare… essere… comportarmi”; condizionato da schemi mentali e blocchi emotivi; segue regole, si adegua rigidamente a qualcosa che non ha niente a che fare con lui. Sembra che in ogni rapporto rievochi un vecchio copione, un’antica paura, riapra di colpo una vecchia ferita affettiva: dal lontano passato, appare una vita povera di stimoli, piena di apprensione, insicurezza, rifiuti, indifferenza e timori. Un fenomeno conflittuale e di disagio spesso vissuto con una figura di riferimento distante, dalla personalità particolarmente ingombrante, schiacciante e incapace di valorizzare gli altri. Una terribile “ombra” giudicante che ha bloccato, soffocato, sepolto, inchiodato, spaventato, mai stimato, considerato ed incoraggiato. Un astuto manipolatore affettivo che si esprimeva attraverso derisione e severi giudizi di valore: “Tanto tu nella vita non concluderai mai niente… non ce la farai mai… non diventerai mai come Tizio… sei troppo debole per farti spazio nella vita… non ti impegni a sufficienza…guarda invece tizio, caio e sempronio… ci vuole coraggio e spina dorsale… Avrai tutto il tempo che vuoi per conoscere… ogni cosa a suo tempo… figlio mia la vita è dura!”; tutti “ritornelli” che, oltre ad ostacolare l’interazione col proprio ambiente - e quindi la vera conoscenza diretta della vita - rendono insicuri, predispongono alla solitudine, preparano una vita infelice e senza amore. La sensazione di non protezione e le esperienze precoci di instabilità sono gli “ingredienti” che hanno minato in qualche modo la sicurezza e l’autostima del soggetto. Questo timore eccessivo di inadeguatezza trasforma ogni piccolo rapporto interpersonale in una terribile sfida, soffoca la personalità e predispone ad un perenne imbarazzo. Ecco i luoghi dove si trova sotto processo. Il timido, come è già stato sottolineato, sogna la solitudine come il naufrago la sua isola felice. Perché è proprio nelle “occasioni mondane” che l’imbarazzo e le difficoltà diventano insopportabili. Entrare in un negozio. ‘Detesto andare a far compere. Sono così insicura che spesso non vedo nemmeno cosa sto guardando: la mia preoccupazione per quello che dovrò dire al commesso aumenta al punto da farmi dimenticare cosa dovevo chiedere. I timidi devono vincere il timore di essere guardati, di dover parlare con persone estranee, di essere al centro dell’attenzione. Per questo non riescono dire di no e si sentono obbligati a comprare qualcosa. Parlare in pubblico. Parlare davanti ad altre persone è la situazione più temuta in assoluto dai timidi, per i quali essere al centro dell’attenzione è il peggiore degli incubi. L’ansia da “esibizione” è proprio intollerabile e può produrre effetti inabilitanti quali sudorazione, rossore, tremore, balbuzie e incapacità di parlare, talvolta anche nausea. La paura che tutto questo possa accadere porta ad una perdita di lucidità: la mente si svuota per il terrore. E l’unico rimedio per molti consiste nel fuggire davanti al problema, cercando di evitare le situazioni di cui ci si deve esporre, con gravi conseguenze per lo sviluppo della carriera scolastica e professionale. La toilette pubblica. Si chiama disuria, o sindrome della vescica inibita: familiare a molti timidi, è l’incapacità di urinare in un bagno pubblico, o in alcuni casi in casa d’altri o anche nella propria se è presente qualcuno. E’ più diffusa tra gli uomini, e si presenta con modalità differenti. Alcuni sono inibiti dalla presenza di estranei, ma non di amici o familiari, per altri è esattamente il contrario; per alcuni l’inibizione deriva dall’essere sentiti, per altri dall’essere visti. Alla radice di questa sindrome, vari fattori, tra cui la vergogna del proprio corpo, l’identificazione della minzione con la sessualità, l’ansia da impotenza e un senso di colpa che porta al desiderio di punizione. Stare al telefono. Evitano l’uso del telefono ogni volta che possono e nelle loro case c’è sempre la segreteria telefonica a fare da filtro verso l’esterno. Ciò che più temono tutti è di essere presi alla sprovvista senza avere nulla da dire, senza rispondere a “tono”. Sono timidi con la fobia della cornetta, quelli che paventano silenzi imbarazzati e imbarazzanti, l’incapacità di sostenere una conversazione “come si deve”. C’è la preoccupazione di inviare un segnale di debolezza e di inadeguatezza, senza poter verificare “de visu” le reazioni dell’interlocutore. Occhi negli occhi. Per molti timidi guardare qualcuno negli occhi è un’impresa insostenibile. Per altri l’ansia nasce invece quando si è guardati. La preoccupazione è come rispondere allo sguardo altrui e come controllare il proprio, perché si è consapevoli che il contatto oculare ha un ruolo nei rapporti sociali e che lo sguardo diretto ha una connotazione positiva di chiarezza e sincerità. La paura del linguaggio degli occhi ha significati diversi per uomini e donne. I primi temono di apparire minacciosi e aggressivi, incontrollati o “strani”. Le seconde sono invece più preoccupate di trasmettere messaggi non voluti di seduzione o di disponibilità sessuale. Mangiare al ristorante. In genere non riescono a mangiare al ristorante, ma talvolta succede anche a casa in presenza di ospiti. L’essere osservati dagli altri li fa sentire sotto esame e ciò che li blocca, perché li terrorizza, è la paura di rendersi ridicoli con gesti goffi: rovesciare il cibo, mancare la bocca, mandare il boccone di traverso, non riuscire a deglutire, soffocare o vomitare. Molto spesso l’umiliazione che si prova in casi del genere, porta ad escogitare strategie complicate: dalla scelta del ristorante, informale e poco affollato, al cibo, che deve essere semplice e facile da mangiarsi. E, per finire … un goccino. Si comincia a bere un bicchierino prima di andare a una cena o a un impegno importante, per la sensazione di benessere e sicurezza che l’alcol trasmette. E’ così, per l’illusione di spazzare via quella paura degli altri che li opprime, che molto spesso comincia il rapporto privilegiato dei timidi con il bicchiere. E in effetti basse dosi di alcol agiscono sulle aree del cervello che controllano il comportamento, per cui chi beve si sente più libero e si comporta in modo “sciolto”. L’alcol libera nel cervello dei neurotrasmettitori che inibiscono l’ansia, producendo una sensazione di benessere sociale e di rilassamento. Il problema è che con il passare del tempo le dosi di alcolici aumentano gradatamente e cresce la tolleranza nei confronti dei suoi effetti, che diventano l’unico mezzo per combattere la timidezza, l’ansia che ne deriva, la paura della solitudine. Così l’alcol a lungo andare, interferisce con il processo psicologico che dovrebbe portare ad affrontare le proprie ansie e paure mano a mano che si presentano. Il problema è molto presente anche tra gli adolescenti: è provato il maggior ricorso a sostanze psicoattive da parte dei timidi. Sono soprattutto i maschi - anche se le femmine attualmente se la cavano molto bene – estremamente timidi che tendono a fare abuso di alcol. Non bisogna mai dimenticare che l’alcol dà coraggio ma è solo in prestito… chiede poi tutti gli interessi. Cosa fare. Il primo passo è quello di essere più flessibili e tolleranti con se stessi. Tutto ciò che è malleabile, morbido e fluido, trasforma e sviluppa la vita, mentre ciò che è rigido, inflessibile blocca ed “avvizzisce” ogni cosa vitale. Essere “sciolti” aiuterà ad eliminare la sensazione di “goffaggine” prima che degeneri in “patologia”. Attraverso massaggi psicosomatici, rilassamento, e visualizzazioni si possono sciogliere gradatamente la tensione e la rigidità legate a questo vissuto emotivo che limita l’immaginazione e lo spazio di libero movimento. Alzare, poi, il livello di autostima è fondamentale perché fa sentire bene con se stessi, al comando della propria vita, pieni di risorse e creativi. Poiché il sentimento di inferiorità è un terreno fertile per la depressione sarà importante “lavorare” sulla consapevolezza del legame tra pensieri e stati emotivi, che si modificano e variano di intensità grazie all’influenza reciproca. E’ una strategia che permette di controllare ed integrare pensieri ed emozioni, così da modificare in maniera più vantaggiosa il “comportamento” nelle relazioni interpersonali. Gli altri giudicano? Giudicherebbero ugualmente, anche se “andasse tutto bene… anche quando si è quasi perfetti”, anzi forse di più! Provaci, si può vincere da soli o, in casi più gravi, con l’aiuto di un professionista qualificato, su la testa… non fare il timido!

TIMIDEZZA nei

BAMBINI.

E’ un fenomeno moto diffuso che rende difficile l’integrazione sociale dei ragazzi d’oggi. Secondo la mia esperienza clinica, un buon 25% dei ragazzi (più maschi che femmine, perché avvertono in maniera schiacciante il giudizio dell’adulto e il peso di vivere secondo un modello prestabilito; alla femmina nella nostra cultura è concessa una più vasta gamma di reazioni emotive) che si rivolgono ad una psicoterapia presenta serie difficoltà relazionali. L’elemento fondamentale di questa richiesta è proprio la timidezza. Spesso, la timidezza esprime una condizione esistenziale momentanea, legata alla difficoltà di trovare un’identità solida. In questi casi intervenire è davvero superfluo, se non addirittura dannoso. La timidezza sfocia nella patologia quando dà sintomi di scarso adattamento sociale, distinguendosi così da profonda ansia e depressione. I segnali? Insicurezza, difficoltà di articolazione del linguaggio, problemi scolastici gravi e ritardo nello sviluppo intellettivo. Ma anche un comportamento aggressivo, può essere una valvola di sfogo per esprimere il disagio. In ogni caso, un’attenzione sensibile e costante verso i figli e un intervento tempestivo sono la chiave per risolvere il problema. La timidezza non è sempre un male silenzioso. Spesso si esprime con il linguaggio della malattia. O, persino, della devianza, in età preadolescenziale. L’asma, ad esempio, insorge solitamente intorno a tre o quattro anni, come richiesta di calore, attenzione e di coccole di un genitore distante. Si accompagna, soprattutto nell’età prescolare, ad un vissuto di isolamento. Ed esprime un bisogno di contenimento che il bambino non comunica, per paura di un rifiuto. Stipsi e diarrea presentano una chiara matrice simbolica: l’intestino trattiene e rilascia in maniera irrazionale, testimoniando la difficoltà del ragazzo a porre se stesso in relazione con il mondo. Quando la timidezza soffoca l’aggressività, non è raro rilevare problemi digestivi. E in alcuni casi, persino ulcera. Stessa eziologia anche per i problemi dermatologici, croce di molti preadolescenti: le difficoltà di relazione esplodono sulla pelle, che delimita simbolicamente lo spazio interno in funzione del (temuto) contatto con gli altri. E quando timidezza ed aggressività convivono? L’associazione di timidezza e aggressività, alcuni studi lo confermano, può essere un fattore di rischio per le “dipendenze” … l’abuso di sostanze stupefacenti. Cosa fare. Innanzitutto, evitare comportamenti errati, come quello di etichettare il bambino con definizioni improprie. Dargli del timido è decisamente sbagliato: magari il piccolo è solo poco socievole, a volte con la sua ritrosia esprime un’antipatia istintiva per qualcuno… si rischia di etichettarlo, di farlo identificare in quella parola – immagine (rendere una cosa permanente che invece è solo momentanea). Per di più si corre il rischio che il bambino si comporti da timido per non tradire le aspettative di un genitore che lo considera tale, finendo così per eleggere la timidezza a unica modalità di rapporto con gli altri (o come alibi: tanto io sono così quindi non posso…). In secondo luogo, se proprio di timidezza si tratta, è bene utilizzare il gioco per risolvere il problema. Tanto meno poi si “medicalizza” il piccolo (ti porto dal dottore, dalla dottoressa, dallo specialista…), tanto più facilmente si uscirà dal problema. In questo modo è possibile evitare che nel bambino si instauri un sentimento di inferiorità che sarebbe molto controproducente.




FINALMENTE MI PIACCIO…

adesso però!

Ma è proprio vero che piacere agli altri sia anche piacere a se stessi? Avere un fondo schiena come l’attrice del momento o possedere un “fisico bestiale” come auspica quel famoso ritornello musicale, sia davvero sufficiente? Purtroppo, non funziona in questo modo. Sentirsi belli non è solo una questione di immagine riflessa allo specchio, ma è un qualcosa che coinvolge molti aspetti della personalità; quello che conta realmente è già dentro di noi, a volte in maniera celata, ma è sempre lì, pronto a fare la sua comparsa. Non è raro, infatti, per chi - come me - si occupa di disagi emotivi verificare, accanto ad ogni “guarigione”, un cambiamento di atteggiamento verso la propria immagine; rievocare improvvisamente quella vera, unica, quella che, inspiegabilmente, nel tempo, è stata dimenticata e sepolta. L’immagine non è mai statica, è in continua evoluzione, cambia molte volte durante l’esistenza; può essere influenzata da pensieri, emozioni e aspettative catastrofiche. Il modo di vedersi e le varie convinzioni sull’attrattività fisica costituiscono, spesso, un forte ostacolo ai rapporti sociali, tale da mettere in pericolo l’aspetto affettivo, la serenità e l’equilibrio psicofisico. Il difficile rapporto con lo specchio nasce quando l’immagine riflessa non ha niente a che fare con la realtà. In base allo stato d’animo, infatti, lentamente prende forma - accanto ai lineamenti veri - una potente immagine di riferimento: figure idealizzate, modelle impeccabili, perfette e seducenti, quelle dei rotocalchi, della pubblicità onnipresente; modelli a dir poco “difettosi” e sempre irraggiungibili, fuori dal tempo e dallo spazio, che non tengono mai conto dell’unicità della persona. Tale errore nasce in parte dalla visione confusa ed appannata della “bellezza”, imposta sempre da una pressante cultura consumistica, che spesso disorienta e crea - propinando modelli non del tutto disinteressati - problemi nel percepire correttamente la vera immagine, imprigionandola in un persistente vortice di infelicità, in ruoli forzati, in copioni sempre più sterili e futili. Un’immagine, secondo questa visione, che per apprezzarla bisogna essere completamente diversi da come si è; aggiungendo alla propria esistenza sempre quel fastidioso e snervante qualcosa in “più”: ma chi può stabilire realmente il limite per quel “più”? In questo modo, calandosi nel territorio dell’immagine falsificata, dell’insicurezza e sopraffatti da una persistente frustrazione, oltre a non piacersi mai abbastanza, ci si allontana dall’originalità e dalla propria identità. Quando si esibisce una bellezza estranea a se stessi, non in sintonia con il proprio stile, si è costretti ad “elemosinare” con insistenza l’attenzione della gente per verificare la gradevolezza del proprio aspetto; pareri forzati, continue conferme ed approvazioni inutili che non portano da nessuna parte (distraggono, indeboliscono e sfiniscono come un interminabile giorno di lavoro). Basta un attimo di distrazione da parte di qualcuno perché il tutto si concretizzi in una profonda angoscia, in piccoli dubbi e oscure incertezze. Non ci si sente mai abbastanza attraenti perché i “cattivi censori” (noi compresi), ci hanno inculcato che dobbiamo essere diversi da come siamo, che è fondamentale correggersi continuamente - pena l’esclusione dal “gregge” - prendendo modelli di riferimento completamente estranei e distanti dalla propria natura, che spesso si rivelano irraggiungibili e frustranti. Modelli idealizzati e seducenti, perseguiti più per farsi accettare e piacere agli altri che per il proprio benessere. Spinti sempre più dalle mode del momento, dal timore del giudizio altrui, dall’apparire sempre più giovani e avvenenti, si perde di vista la vera e propria bellezza “interiore”, quella che rende davvero soddisfatti, sicuri, liberi, felici, in pace con se stessi e con gli altri, e fa sentire bene in ogni momento della giornata. Non quella bellezza sofisticata, instabile, affannosa, fatta di lifting e trattamenti ingannevoli, in cui basta davvero poco per sentirsi “fuori posto”. Le giornate in questo modo trascorrono svogliatamente con la convinzione di essere dei perdenti, in un clima di sfiducia, sotto il segno dell’ inadeguatezza e avvolte da un profondo senso di fallimento; ci si sente perduti, abbandonati in un mondo - sebbene non proprio pericoloso - che appare incerto, squallido e un po’ spaventevole. Fenomeno che allontana, in maniera subdola, dalla propria vera “trama”, fino a perderla completamente. L’immagine non riguarda solo l’aspetto estetico, è uno stato d’animo, un fenomeno soggettivo che coinvolge altri fattori della personalità come ad esempio lo sguardo, il profumo, la naturalezza, la spontaneità, le parole, il tono di voce, il modo di parlare, di ridere e gesticolare, di accarezzarsi i capelli, il muoversi in maniera armoniosa, il look, la sicurezza, il senso di libertà, indossare “bene”un vestito. Una condizione che favorisce l’armonia psicofisica, il senso di soddisfazione, il volersi bene e, soprattutto, stimola a mettere in atto tutte quelle risorse e strategie per vivere bene nel proprio corpo. Quando ci si sente “attraenti” tutto diventa armonioso: l’unità psicosomatica, essendo in perfetto equilibrio, annulla quel senso di inadeguatezza che paralizza l’esistenza e vincola a modelli troppo distanti da se stessi. Non si dubita più del proprio aspetto perché anche quel ‘peso’, quel ‘naso’ e quell’altezza’, se portati con naturalezza, senza condizionamenti, ruoli obbligati e immagini stereotipate, possono diventare un punto di forza, un qualcosa di speciale ed originale (… che attrae). La bellezza che nasce dall’armonia mente - corpo, non ha bisogno di “trucchi”, orpelli e maschere varie perché, in ogni momento, è autentica ed è costruita su valori solidi e sicure fondamenta emotive. Vedersi più belli significa saper “giocare”, ogni giorno, con il proprio corpo, uscire allo scoperto, alla luce del sole ... non strisciare più sui muri all’imbrunire del giorno per essere ancora una volta “invisibili”, “trasparenti” e impotenti sul palcoscenico della vita, ma essere sempre protagonisti … ritornare padroni del proprio destino. Mai arrendersi ed accontentarsi, tirare i remi in barca significa lasciare le cose al caso, la bellezza, invece, va coltivata, coinvolge ogni dimensione dell’esistenza, colora ogni aspetto della vita e, soprattutto, spinge a navigare, in maniera davvero originale, nel grande mare della vita. I miglioramenti devono avvenire sempre senza sforzo ed apprensione perché, diversamente, si crea fastidio, tormento, confusione, imbarazzo, instabilità e tensione ingiustificata nel corpo. Per piacersi, quindi, sarà utile concedersi anche quei “trattamenti” che - rispettando il proprio stile - contraddistinguono e valorizzano ogni tratto della personalità. Ogni processo di “cambiamento”, perché abbia valore nel tempo, deve essere sempre firmato da un grande autore: il soggetto stesso. Non è mai vanità, ma un’attenzione particolare che va a ricomporre, unificare, riconciliare e valorizzare quelle parti profonde trascurate che - proprio perché non ascoltate o considerate - si fanno sentire attraverso giudizi di valore, sfiducia, insoddisfazione e auto - commiserazione; la sensazione che manca sempre qualcosina … ancora e ancora, poi ancora di nuovo, all’infinito … risultato, non piacersi mai.




Mettiti il vestito più bello… indossa l’AUTOSTIMA.

Autostima significa piacersi, volersi bene ed essere soddisfatti di come si è adesso… sentirsi bene nella propria pelle. Se la “incontri”, te ne accorgi subito, ti cambia davvero la vita. Un processo interno che produce fiducia in se stessi e, soprattutto, permette di affrontare con serenità , lucidità e sicurezza tutte le esperienze della vita: la famiglia, la coppia, il lavoro e le amicizie. E’ uno stato di coscienza che - oltre a portarci fuori dai labirinti del quotidiano e dal pantano esistenziale - nasce quando si ha un buon rapporto con se stessi e gli altri… non ci si lascia mai influenzare o condizionare - per quanto allettanti - da aspettative “miracolose” esterne. L’autostima, impossibile farne a meno, è la colonna portante della nostra salute, restandoci accanto ci regala, in maniera naturale, senza sforzo alcuno, felicità, benessere e voglia di vivere. Si esprime attraverso la fantasia, la creatività, il talento, il buonumore e la voglia di fare. Chi si stima, infatti, è pieno di energia, ha una salute di ferro, diventa sereno, creativo, rilassato, meno svogliato e sa trasmettere il suo buonumore agli altri… sa prendere le decisioni e le “strade giuste”. Chi non si stima, invece, si giudica, si autocritica, si sente in soggezione, non riesce a rilassarsi in mezzo agli altri, presta troppa attenzione a ciò che la gente può pensare di lui, ragiona con la testa non sua, non sa mai cosa dire, si muove poco per paura di fare brutta figura… si sente sempre in prestito a casa propria. In breve, non va mai bene, non è all’altezza delle situazioni e pensa sempre male di sé. Soggetti sempre pronti a soddisfare gli altri e far contento - sopprimendo le proprie esigenze - chi vive al loro fianco…. pendono letteralmente dalle labbra altrui. Quando manca la giusta percezione di se stessi, la consapevolezza delle proprie qualità e del proprio valore è facile creare rapporti interpersonali difficili e conflittuali, e crescere figli che a loro volta avranno problemi relazionali (recita un vecchio adagio: oggi a me domani a te… di ripete la fotocopia del disagio). Chi si svalorizza lo si riconosce subito, in genere non si espone mai, usa frasi fatte con voce flebile, senza vitalità, con un eloquio incerto, evita - per bypassare le critiche - di mettersi al centro dell’attenzione, guarda in basso, si contorce in preda all’ansia: offre un’immagine di sé scarica, rinunciataria, perdente e pessimista. La disistima si manifesta attraverso una profonda insoddisfazione, un senso costante di inadeguatezza, un continuo nervosismo e una stanchezza generale… ci sentiamo dei perfetti falliti, ci vediamo incredibilmente goffi e brutti. Ogni volta, poi, che questo soggetto intravede la possibilità di un cambiamento viene preso dai dubbi, dall’incertezza e dai sensi di colpa che lo portano a “transennare”, se non bloccare completamente, il processo innovativo, condannandolo in tal modo ad un’esistenza senza via d’uscita. I danni più immediati della mancata autustostima, sempre incalcolabili, non si esprimono solo a livello psichico (depressione, ansia, panico) ma anche nell’organismo: se la soddisfazione latita anche il corpo ne soffre. I disturbi del corpo, spesso, riguardano fenomeni di rigidità e di trattenimento: mal di schiena, torcicollo, cefalea, artrite, mal di stomaco, stipsi e colite. Malattie classiche di chi è eccessivamente rigido, contratto e severo… tipico di chi non si vuole molto bene. Tutti malesseri che denotano una difficoltà a rilassarsi, lasciarsi andare e di essere se stessi, completamente estranei ad un agire spontaneo, autonomo e libero… così, l’ansia è di casa e il panico nell’androne. I danni del mancato amor proprio, alcuni studi lo confermano, sono anche fra le concause di patologie piuttosto serie e frequenti: abbassamento delle difese (scontentezza, rimpianti, rancori), infarto (agitazione, tensione e sforzo mettono a rischio il cuore) e soprappeso (la mancanza di creatività lascia un “vuoto” interiore incolmabile). Il pericolo maggiore quando si è presi dalla disistima è probabilmente quello di inciampare nella depressione. Quando la vita è caratterizzata da insoddisfazione, da frustrazione, da un profondo senso di inferiorità, dalla convinzione di non riuscire a fare nulla di buono, di essere inferiori, incapaci e inconcludenti (tendenza di chi non si piace) può cronicizzarsi in un drammatico quadro clinico depressivo. Molti sono i modi di pensare che si traducono immediatamente in sofferenza e frustrazione: credere di raggiungere la felicità solo quando si avrà successo, si incontrerà il partner giusto, si metteranno via più soldi, si comprerà l’auto di moda, la casa e il vestito più bello… l’autostima invece comincia subito, non domani, si vive ora, adesso! In questo modo, legando l’autostima ad obiettivi futuri, altro non si fa che rimandarla ad un tempo incerto e lontano… e così, proiettati pericolosamente nel futuro, gli anni passano tra illusioni e delusioni per obiettivi non raggiunti. I progetti mai realizzati e le ambizioni mai raggiunte sono tra i motivi principali che fanno entrare nel tunnel della depressione e cadere nella disistima. Anche il passato ha i suoi grattacapi: un tempo che fa cambiare lo stato d’animo attuale a seconda dei ricordi (positivi o negativi). Ritagliamo una sequenza, un pezzo del passato, un tempo che non esiste più, pieno di confronti, rimpianti e rimorsi, con tutti i suoi perché e i sensi di colpa (trappola della disistima), e lo facciamo rivivere nell’attualità. L’autostima, quindi, non è un lusso ma una preziosa chiave che apre la porta al benessere e mantiene in perfetta salute l’intero psicosoma nel tempo presente… vivere nel tempo presente fa incontrare se stessi e aiuta ad appropriarsi del proprio spazio fisico e mentale. Ma come si recupera la fiducia smarrita? Pensar male di sé, l’abbiamo visto, produce una grande quantità di effetti negativi sia nella mente sia nel corpo. Se cambiamo mentalità, la sicurezza, la salute e il benessere sono a portata di mano. L’autostima si crea giorno dopo giorno, mattone su mattone, quando si è presenti a se stessi, facendo piccole e semplici cose quotidiane: riattivando antiche sensazioni e realizzando qualcosa per se stessi che si vuole davvero. La rinascita dell’autostima, quindi, essendo un fenomeno interno non esterno a noi, passa esclusivamente attraverso una serie di atteggiamenti, pensieri e operazioni pratiche che hanno un unico obiettivo: dare spazio alle nostre risorse e recuperare un buon rapporto con noi stessi. Gesti che possono cambiare la percezione di noi stessi e delle cose. Una via maestra per ricominciare a rispettarsi e a volersi bene… fare di se stessi sempre un capolavoro. Uno stile di vita più spontaneo e un “sano egoismo” spengono i disagi e fanno ritrovare l’autostima… benessere che si può raggiungere da soli o, nei casi più delicati, con l’aiuto di uno psicoterapeuta qualificato.

… RICORDA, l’autostima, non solo ti libera l’organismo da pesi inutili e dannosi, ma è anche l’arma più potente a tua disposizione per sconfiggere ogni malattia … anche il cancro. Alla larga da tutti quei rapporti “tossici” che ti contaminano, ti fanno sentire sempre difettoso, allontanati da chi ti fa sentire “piccolo”, ti toglie aria e invade il tuo spazio di libero movimento … stai con quelli che ti fanno sentire spontaneo e naturale in ogni momento … senza maschera. … RICORDA, come la mucca caccia via istintivamente con la coda la mosca sulla sua schiena, anche tu hai il diritto di opporti a tutte quelle aspettative altrui che non ti appartengono e che spesso ti senti costretto a seguire, quei vincoli che non fanno per te … quelle cose che ti spingono a sacrificare le tue inclinazioni naturali, le tue vere esigenze: prenditi il tuo spazio, segui i tuoi progetti, le tue priorità, esprimi le tue passioni … la tua unicità (non è difficile, con l’allenamento emergerà un senso di soddisfazione, di piacere e di libertà).




FIDUCIA IN SE STESSI

La parola fiducia deriva dalla radice latina “fides”: sentimento di sicurezza che si esprime nel confidare in qualcuno o in qualcosa. Si tratta, pertanto, di un particolare legame che unisce l’individuo con l’ambiente circostante; la fiducia può essere considerata un elemento chiave del funzionamento psichico, per affrontare tutte le prove della vita semplici o complesse. Avere fiducia significa affidare all’altro, in maniera libera, autonoma, senza timori di sorta e ansie, qualcosa di importante, come ad esempio sentimenti, incarichi, segreti, ruoli, amicizia. La fiducia è un ingrediente fondamentale per una relazione significativa, sia nei rapporti interpersonali, sia nell’ambito lavorativo, in quanto rende, senza dubbio, più incisiva la comunicazione e più forte un legame. Questo termine viene utilizzato quindi per definire non solo la capacità di un individuo di percepirsi globalmente, nella sua totalità, in maniera positiva - riconoscere le principali risorse personali - ma anche la consapevolezza di possedere tutte quelle competenze necessarie per far fronte e gestire le evenienze della vita. Tale percezione realistica del proprio valore, che nasce dalla stima di sé, è estremamente importante per l’individuo, non solo per definire e programmare gli obiettivi realisticamente, ma anche per la loro realizzazione in maniera più concreta possibile (senza aspettarsi molto dagli altri). Senza questa condizione psichica, la convinzione, l’impegno e la fermezza verso la realizzazione di qualsiasi progetto diventano impossibile. Con una mediocre ed incerta valutazione delle proprie capacità l’individuo dubita di essere in grado di gestire le varie richieste che si trova di fronte ed è perennemente insoddisfatto anche dei risultati che ha raggiunto, convinto di non essere all’altezza dei colleghi, degli amici e dei familiari (… un perenne confronto e dubbio amletico). Chi è insicuro delle proprie capacità e teme l’insuccesso, non solo affronta gli impegni della vita con eccessiva apprensione, ansia e dubbi, o nei casi estremi li evita adducendo qualche pretesto, ma si assicura inevitabilmente - con questa “strategia” di chiusura, rifiuto e pessimismo - insuccesso e delusione, consolidando ulteriormente l’immagine negativa che ha di se stesso. Considerato che noi siamo le nostre decisioni (la fiducia in se stessi influisce sul modo in cui si vedono le cose, si interagisce con la gente e l’ambiente circostante), se non crediamo in noi stessi saremo certamente disimpegnati nei loro confronti. Ma supportati dalla fiducia, fondamenta indiscutibile del benessere e della felicità di ciascun individuo, diventa possibile raggiungere soddisfazioni, risultati consoni alle proprie esigenze ma, soprattutto, padroneggiare - in maniera veramente gratificante - qualsiasi compito, impegnativo o meno, si presenti davanti. Molto spesso la disistima viene compensata attraverso una facciata di millanteria e vanagloria, che non aiuta sicuramente a creare fiducia in se stessi, anzi aggiunge tensione e preoccupazione maggiore, in quanto tutte le persone con cui ci si rapporta inviano di riflesso, amplificando ulteriormente, un’opinione scadente e una pessima immagine. Se l’autostima è scarsa e la fiducia in se stessi risulta mediocre, determinando una situazione di stallo, invalidante e di grande sofferenza psichica, per sciogliere questa difficoltà emotiva può essere necessario arrivare alle cause che ne sono all’origine, e in tal caso il supporto di un professionista competente può essere opportuno e consigliabile. La fiducia in se stessi comunque può essere rafforzata, non in modo superficiale ma autentico, quando ad esempio ci si riconosce in maniera consapevole di avere più talento e risorse di quanto si possa pensare, senza criticarsi eccessivamente, senza porsi esagerate evoluzioni e aspettarsi cose grandiose, in breve, quello che si è veramente (con pregi e difetti). Il vero problema è che molte persone hanno perso il contatto con quello che costituisce le risorse personali. Non dobbiamo dimenticare che una solida fiducia non è un fenomeno genetico ma semplicemente un’abilità che si costruire - mattone su mattone, giorno dopo giorno - attraverso una relazione positiva con l’ambiente circostante: non troppo frustrante e non troppo protettiva. Lo sviluppo della fiducia è legata sempre alle caratteristiche soggettive e alle richieste ambientali, quando questi due elementi entrano in conflitto viene compromesso il senso di fiducia e di autostima. I primi momenti di vita del bambino sono fondamentali per la formazione della sua personalità. Sono formativi in quanto consentono, attraverso i vari apprezzamenti e i riconoscimenti dei suoi successi, di garantire il senso di sicurezza, continuità, affidabilità e regolarità. Si diventa adulti a poco a poco, sempre gradatamente, non bisogna bruciare le tappe evolutive. E’ in questa fase che si gioca tutto, il bambino riceve impressioni molto profonde e prende solidissime abitudini: diventa pauroso o intraprendente, fiducioso o dissimulatore, gioioso o triste. Deve diventare adulto, attraverso una sufficiente libertà - nel massimo rispetto dei suoi tempi e delle sue competenze - e contemporaneamente deve percepire la sicurezza che scaturisce dall’autorità che il genitore esercita (caratteriste mai contrapposte: libertà e autorità sono bisogni inscindibili e complementari). Tutto ciò che va ad accelerare la crescita (competenze fisiologiche, cognitive, sociali) non fa altro che turbarla e ritardarla, ma soprattutto, crea una profonda fragilità. I figli non imparano esclusivamente attraverso le parole e consigli, ma vivendo con loro in maniera realistica e reagendo sempre in maniera spontanea a ogni avvenimento. Superare insieme le piccole difficoltà esistenziali permette di sviluppare una valida capacità emotiva in grado di superare disagi molto più importanti. Le cose più spiacevoli per un bambino sono le incomprensioni e i continui litigi familiari in quanto con tali comportamenti si distrugge il senso di fiducia futuro: i genitori, è bene ricordare, sono gli strumenti e l’equipaggiamento per gestire la vita.

… quando si vive in funzione degli altri, si cerca continuamente l’approvazione dell’interlocutore non si è più se stessi, qualcosa si spegne lentamente, si ha la sensazione di essere incompleti, dentro manca qualcosa: calano gli interessi, perennemente stanchi, pesanti nel corpo e nella mente, si è spinti solo dal dovere, non dalla curiosità e dall’interesse: si è semplicemente impacciati, disorientati, annoiati, NOIOSI e OBESI!




Le SCELTE “giuste”…

Interrompere un rapporto in crisi o tenere duro? Coi familiari, essere severi o tolleranti? Cambiare attività o “restare lì”? In amore, in ufficio, con i figli, di fronte a situazioni più o meno complicate, volenti o nolenti, scegliere tra diverse linee di condotta è inevitabile. Nessuna persona, sana o bloccata che sia, può sottrarsi al processo decisionale. Tutti i giorni la vita impone la necessità di compiere delle scelte. La scelta, comunque la si veda, è sempre espressione di libertà. Ogni decisione può risultare faticosa e dolorosa: se si segue una possibilità, se ne deve abbandonare un’altra. Di solito, quando il malessere controlla la vita, si sceglie la cosa peggiore: rimandare… alle calende greche. Una vita “serena” non presuppone la capacità di non sbagliare mai, ma quella di prendere una strada anziché un’altra. In pratica, l’incapacità di scegliere non è semplicemente una disinvolta e spassionata analisi delle alternative. E’ un fenomeno che coinvolge molto di più del proprio essere, il proprio mondo emotivo; la propria capacità nel trovare delle soddisfazioni è in gioco. Nei fatti l’immagine autentica di se stessi è in ballo. Si è soddisfatti di se stessi quando si è fiduciosi, e ci si considera deboli, impotenti, e minacciati quando il potere decisionale è annullato. Spesso una quantità di seccature giunge ad infastidire il soggetto quando è dominato da questo stato di indecisione: irritabilità, insonnia e la semplice capacità di disfarsi di pochi problemi. L’opposto dell’incertezza è l’assenza di paura. Fiducia, sicurezza, certezza, convinzione non sono affatto associate con le condizione di questo turbamento emotivo. E’ il peso dell’incertezza che deteriora il proprio modo di vedere in alcune importanti biforcazioni della propria strada. Quando l’incertezza è dominante viene ostacolata non solo la crescita emotiva che porta ad innumerevoli insuccessi - soprattutto a livello interpersonale - ma crea dei presupposti per una cattiva condizione di salute psicosomatica. Spesso, la maggior parte delle vittime coinvolte in questo fenomeno non è consapevole del “veleno” in esso contenuto, anche se può essere cosciente della paralisi e dei sintomi che ne derivano. Il soggetto è calato in una dimensione di estraneità e di incertezza, ha la sensazione di essere fuori luogo, ma soprattutto, di essere perennemente a disagio, in “prestito”, in “affitto” in casa sua. Un atteggiamento di “stallo” determina sempre sentimenti di impotenza, frustrazione, rabbia, amarezza e disperazione senza rimedio. Certe scelte, senza rendersene conto, oltre a non far dormire, possono complicare in maniera esagerata la vita (la morale condiziona…mentre i preconcetti rallentano, bloccano, deviano). Ancor più difficile è fare delle scelte solide e positive in uno stato di disperazione, tensione o di grande agitazione. Ci sono situazioni, poi, in cui si deve agire con la massima solerzia e con coraggio perché non c’è molto tempo, ma anche “riposarsi sopra”, quando si devono prendere decisioni importanti, non è del tutto sbagliato. Decisioni come ad esempio matrimonio, convivere o rompere un rapporto devono essere sempre ponderate: l’arte di conoscere le persone e se stessi in relazione con gli altri richiede più tempo e molta attenzione (… soprattutto se si è confusi). Il successo in ogni settore teso verso conquiste che partono da scelte libere - in linea con la propria natura - che riflettono quello che l’individuo effettivamente è, i suoi valori reali, è un buon punto di partenza per rendere la vita più soddisfacente. Battaglie vinte in sintonia con la propria vera natura sono un terreno fertile per giungere alla felicità e farsi una “flebo” di autostima. Al contrario, conquiste derivanti puramente da un atteggiamento di aggressività compulsiva (bisogno di dominare gli altri), dall’obbedienza conformista ai dettami culturali e sociali, o da un bisogno di trionfo vendicativo (sentimento di vendetta… la testa piena di rancori rende confusi, produce incertezza e la sensazione di sbagliare sempre tutto) lasciano un senso di vuoto, di sbandamento, di tristezza e di povertà interiore, nonostante l’apparente grandezza della conquista. Ma perché è così difficile decidere, trovare le risposte? Sembra facile, ma come si fa a decidere? Quale “oracolo” ascoltare? Di fronte a certe situazioni complicate qual è la vera strada?. All’origine di tale fenomeno ci possono essere molte cause come la paura di sbagliare, una importante fragilità emotiva, la mancanza di fiducia e conoscenza di se stessi, l’ansia, lo stress e, soprattutto, la bassa autostima (quella purtroppo è come il prezzemolo, non manca mai!). Queste condizioni emotive avvolgono e permeano quasi tutti gli aspetti della vita, ma sono particolarmente deleteri nel processo decisionale. Come per tutti i malesseri di natura psicosomatica, la diagnosi è di primaria importanza, e questo è particolarmente valido nel caso dell’indecisione. Conoscere, individuare e capire perché si rimane al “palo” è fondamentale per vincere la battaglia contro l’indecisione e realizzare se stessi; è del tutto impossibile, infatti, combattere un nemico che non si vede e, ancor peggio, che non si conosce (non comprendere le origini, le cause e le declinazioni concrete di un fenomeno, non solo rende impotenti a livello risolutivo ma si amplifica nel tempo la produzione e la dimensione). Cosa fare. Saper fare delle “buone” scelte può davvero cambiare la vita e farle sicuramente bene; è una qualità che si impara nel tempo “allenandosi” ad evitare gli errori più comuni. E’ molto importante - per ripulire il cervello da dubbi e indecisioni - comprendere la differenza che esiste tra scelte false e quelle vere. Ogni volta che ci si trova davanti ad una decisione, piccola o grande che sia, e non si sa bene come affrontarla sarà importante ridurre le parole e i pensieri: evitare la tentazione di parlare con il primo che si incontra. Evitare, insomma, di addentrarsi in un labirinto di dubbi e di pensieri: la mente nitida e leggera è sempre più efficace. In questo modo, “spurgando” il cervello da tutti quei pensieri inutili, che non servono assolutamente a nulla (mettendo a tacere interferenze interne ed esterne), la scelta giusta può prendere forma. No diventare pesanti e lamentosi, parlare poco e con una persona fidata (che sa ascoltare, non da consigli e non giudica… perché l’unica cosa di cui si ha realmente bisogno è di fare chiarezza dentro se stessi) è la cosa più saggia che si possa fare in questi frangenti. Per rendersi, poi, più liberi, autonomi ed efficaci nel decidere ci vuole sicuramente un buon addestramento. Molto spesso si fatica a fare scelte giuste perché si è terrorizzati che possa spiacere a qualcun altro. In questi particolari momenti risulta fondamentale rispolverare un “sano egoismo”. Se non si è allenati a questo amore per se stessi, cioè la capacità di tenere in primo piano le proprie esigenze, diventerà sempre più difficile prendere decisione giuste ed in linea con la propria natura. Si sarà sempre in balia dei giudizi della gente e non si sarà mai in grado di dire di “no” a tutti coloro che sono abituati a raggirare, a calpestare la libertà altrui o, ancor peggio, ad usare gli altri. Uno sguardo, poi, distaccato e un po’ più neutro, da soli o con l’aiuto di un esperto se il quadro clinico è complesso oppure quando ostacola completamente la vita, aiuterà a purificare la mente, ad essere più obiettivi, a ridurre l’ansia. Se sono ben chiari gli obiettivi si riuscirà a prendere decisioni vincenti… favorire soluzioni nuove, inaspettate e originali. Riassumendo. Ma sempre, comunque… al di là di “Cosa fare”è fondamentale fermarsi un attimo e con consapevolezza formulare questo pensiero: “E adesso tocca proprio a me”. È un pensiero un po’ fantasioso ma che porta al centro di se stessi. Una espressione che rappresenta la propria unicità perché, non dimentichiamolo mai, la vita è nostra (non degli altri), la felicità da conquistare dipende solo da noi. Saper fare scelte giuste può davvero cambiare la vita e farle bene. Altro non è che sapersi offrire il lato migliore delle cose, quindi una vita migliore. E’ umano quando non riusciamo a levare un ragno dal buco, non saper cosa fare, lasciarsi abbattere dallo sconforto, dal dubbio. Allora ogni volta che si pone una difficoltà, piccola o grande che sia, e non si sa come affrontarla è fondamentale ricordarsi di alcune strategie per attivare strumenti semplici e concreti attraverso i quali ci si avvicina in un modo nuovo al mondo delle soluzioni: Ridurre parole e pensieri. Prima di tutto evitare di addentrarsi in un labirinto di dubbi e pensieri. La mente leggera è decisamente più risolutiva ed efficace. No a lamenti, parlare poco e solo con una persona fidata, il cui ruolo è fare “da specchio”: mentre si parla, le parole aiuteranno a rappresentare la situazione in ogni prospettiva. Non è di un consiglio che si ha bisogno, ma di lasciar emergere le parole evitando che i dubbi ridondino in testa. Diventare spettatori. Un’altra strategia efficace è quella di guardare se stessi come uno spettatore e non come un attore sul palcoscenico. Per fare la scelta giusta occorre per un po’… non decidere (a tutti i costi). Si è più lucidi quando si osserva un evento senza essere coinvolti in prima persona. Anche questa mossa sarà molto utile al conseguimento del risultato finale. Far parlare l’interiorità. Il terzo intervento colpisce il centro o, meglio, per usare un semplice eufemismo va dritto al “cuore” del problema. E’ il cuore, non la testa, che sa cosa serve alla propria felicità, che conosce il percorso giusto, la propria autorealizzazione. Il cuore, centro degli affetti, non può essere condizionato come la mente, lui batte al suo ritmo e non si è in grado di modificarlo. Pensare con il cuore significa far decidere a lui. Nutrire la propria autostima. Per rendersi più liberi, più autonomi ed efficaci nelle scelte ci vuole un po’ di allenamento. Spesso si è disorientati perché si teme che qualcuno, in base ad una eventuale scelta, possa essere ferito. In questi casi è utile riesumare un pizzico di egoismo: è un’ottima mossa per formare e nutrire le proprie decisioni rendendole sempre più lucide e autonome.

...è lo STUPORE che ci ricarica!

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ACNE

Fenomeno di natura infiammatoria, segnala, spesso, una persona che "ribolle" continuamente nella sua colera, sempre pronta ad esplodere, che non vuole essere avvicinata (difficoltà a far “uscire”), molto sensibile, imbarazzata, insicura, esigente con se stessa e con scarsa autostima … tende a isolarsi e a svalutarsi. Quando si riscontra negli adolescenti denota un rifiuto della propria persona e una riduzione dei contatti con gli altri … un ritiro sociale anche con l’altro sesso. Vista da questa angolazione, la manifestazione acneica serve ad alleviare lo stato ansioso del soggetto. L’acne, sotto questa luce, diventa un alibi per ridurre tutti quegli incontri che generano stati ansia ingestibili. Solitamente sono fanciulli che si sentono criticati, messi da parte, impazienti, sottomessi, dubitano delle loro capacità e hanno difficoltà ad inserirsi nel mondo sociale … sono particolarmente sensibili al giudizio altrui, paura di essere se stessi, di ciò che sono veramente. Sono alle prese con continui confronti e dilemmi a livello fisico: bello, brutto, alto, basso, grasso, magro. Chakra. La malattia acneica, se localizzata sul viso, segnala una forte tensione al Terzo C. (libertà, agire, potere, controllo, rinuncia). Mentre se l'acne è diffusa nell'area corporea del collo il C. in tensione sarà il Quinto (ricevere, prendere). Quando si manifesta sul tronco è il Quarto C. (amore).

AFTA

. Ulcera sulla mucosa orale. Un problema di scambio con l'ambiente circostante... un rapporto pieno di tristezza e carente dal punto di vista affettivo (baci). Colpisce soggetti spesso ansiosi e irritati dalla vita; il loro vivere è accompagnato da una perenne collera e frustrazione.

CISTI

. Cavità in un tessuto o in un organo che racchiude una sostanza liquida. Sono personaggi "chiusi" in antichi rancori, in sofferenze, in vecchi risentimenti, un processo evolutivo bloccato, "incapsulato"... una preoccupazione passata che fa la sua comparsa e, guarda caso, presenta il suo conto "salato".

CELLULITE

. Infiammazione sottocutanea ... il blocco della creatività e delle emozioni. Persona che si svaluta sul piano estetico e che si lascia influenzare facilmente. La cellulite si sviluppa lentamente a partire dalla pubertà e negli adolescenti. All'inizio in forma leggera: lieve ritenzione idrica nei tessuti sottocutanei e sensazioni di gonfiore. I sistemi venoso e linfatico drenano con difficoltà i liquidi che continuano a ristagnare. Il processo di smaltimento di grassi e tossine diventa via più lento, difficoltoso. Così, la cellulite si concentra in punti particolari. Circonda, pertanto, tutti i Meridiani (Meridiani: canali energetici che mettono in comunicazione le regione esterne del corpo umano con i nostri organi e i visceri interni) o, le più fortunate, il Meridiano. Quando si verifica una disfunzione energetica, liquidi e tossine si accumulano. Anche il fattore psichico può mantenere o aggravare uno stato celluitico. Infatti, l'effetto ansiogeno causa uno squilibrio neurovegetativo che si ripercuote sull'apparato digerente determinando varie disfunzioni (biliare, coliti, gastriti, stitichezza): fermentazioni e putrefazioni intestinali contribuiscono ad aggravare la situazione. L'equilibrio psichico indubbiamente gioca un ruolo di primo piano perché l'ansietà, come sappiamo, è la causa principale di alcune forme di obesità e di cellulite. Gli stress psichici, alterando il normale rapporto ipotalamo - ipofisarico, determinano un aumento dell'appetito, da cui errori alimentari qualitativi e quantitativi con tutte le negative conseguenze. Tipologie di cellulite (si veda l'apparato corrispondente): di origine epatica, gastrointestinale è determinata da accumuli di sostanze tossiche e da alterato metabolismo dei lipidi (Meridiani coinvolti: fegato - cistifellea, intestino crasso e tenue, stomaco). Di origine pancreatica per alterato metabolismo dei glucidi (Meridiano: milza - pancreas). Quella di origine endocrina, corticosurrenale, ovarica, tiroidea per stasi e rallentamento circolatorio e alterato metabolismo linfatico, ormonale (Meridiano: circolazione - sesso). Poi quella di origine idrometabolica per ritenzione idrica nei tessuti (Meridiani reni e vescica). Per quanto sopra evidenziato appare evidente che l'approccio di tipo esclusivamente cosmetico esterno, come pure il trattamento unicamente interno, risulta insufficiente nella risoluzione del problema. Solo dopo aver individuato la disfunzione specifica (Meridiano), attraverso un approccio olistico, è possibile iniziare il trattamento, eliminando le tossine e, nel contempo, ripristinare l'energia. Un modo di difendersi dalla aggressività affettiva, rinuncia alla sessualità e svalutazione a livello estetico.

ECZEMA (dermatite)

. E' un'affezione cutanea caratterizzata - a seconda dei casi - da: gonfiore, chiazze rosse, trasudazione, croste, squame, papule, macule e da piccole vescichette (bruciore e prurito indicano l’eccesso di energia). Tutti questi sintomi possono recidivare o peggiorare in situazioni di stress, dell’ambiente familiare e di conflitti psicologici. Chi è affetto da questo disturbo tende ad essere bloccato, introverso, trattenuto, ed è un campione nel reprimere le proprie energie più profonde (sessuali, sociali, relazionali)… ha il timore di mostrare le proprie emozioni (trattiene). Un vulcano di emozioni che ribollono nelle profondità dell’individuo. Essendo individui facilmente influenzabili, bloccano le emozioni perché in tal modo evitano eventuali critiche e giudizi di valore ... tendono ad esercitare un eccessivo controllo su ogni cosa. La persona, pur essendo molto passionale, ha paura di dare ascolto alla propria istintualità e, quindi, si trattiene perché teme le conseguenze. Conflitti che vorrebbero esprimersi ma sono bloccati da paura, disistima, incertezza, timidezza, senso di inferiorità e sensi di colpa ... tende ad essere sensibile e, come gli asmatici, a tenere sotto controllo le emozioni. Quando si arrabbia si tiene dentro la rabbia. Quando poi ha voglia di piangere si sforza a far finta di nulla.

HERPES (Simplex, Zoster)

. L’herpes simplex (labiale) è un’eruzione cutanea di vescicole particolarmente dolorose ed evidenti che interessano prevalentemente le labbra. E’ facile riscontrare l’insorgenza di questo fenomeno - oltre in persone che stanno attraversando un momento di grande stress - anche in soggetti in cui la collera è rimasta a “fior di pelle … anzi di labbra”. Tale sentimento è stato al punto di essere espresso ma poi, all’ultimo momento, è stato bloccato, trattenuto. Può segnalare anche una profonda frustrazione vissuta nei confronti di desideri inascoltati, o una forte rabbia che non si è riusciti ad esprimere attraverso la modalità verbale. L’herpes zoster (fuoco di Sant’Antonio), invece, è una infezione (riattivazione virus varicella) che colpisce a vari livelli i nervi sensitivi. Ha come sede elettiva la regione dorsale ma lo possiamo trovare nella zona del trigemino, del retto e dei genitali. In tale regione, particolarmente dolorante, sono presenti vescicole ed eritemi. Riguarda la riattivazione di uno o più eventi negativi vissuti da diverso tempo, vecchi conflitti rimossi (amori non corrisposti, umiliazioni subite e non espresse, separazione non accettata). Eventi che hanno ferito la propria sensibilità e che riaffiorano in superficie … attraverso i nervi a “fior di pelle”.

ORTICARIA.

E' una manifestazione cutanea caratterizzata da gonfiori, lesioni, pomfoidi e papule, di varie dimensioni, biancastre o rosa pallido; il tutto accompagnato da pruriti e da una sensazione di bruciore: fenomeno simile a un contatto diretto con l'ortica. Di solito è un fenomeno scatenato da forti emozioni, da rapporti fastidiosi, da fantasie sessuali vissute come peccaminose ma molto allettanti (attratti) e dalla paura legata a una situazione esasperata in cui si è obbligati a sopportare, come se non si fosse in grado a tener "testa alla vita"... qualcosa nella vita pesa davvero troppo. Persone molto religiose che negano e impediscono il fluire della sessualità. Svela un desiderio ardente, un eccesso di energia, una rabbia che affiora e brucia la pelle... qualcosa che irrita e tormenta l'anima. Sono persone, spesso ansiose e depresse, che vivono con inadeguatezza, sospetto e diffidenza le relazioni con il mondo esterno... con grande difficoltà i rapporti di natura lavorativa, scolastica e affettiva.

PSORIASI.

E’ una malattia cutanea - cronica e recidivante - caratterizzata da macchie rosse ricoperte di abbondanti squame secche compatte di colore grigiastro. Il fenomeno - accompagnato da intenso prurito e dolore - è localizzato prevalentemente nei gomiti, nelle ginocchia e nel cuoio capelluto, ma può interessare tutto il corpo unghie comprese (mai in viso). Colpisce individui con problemi di identità … non si permettono di essere se stessi; soggetti molto sensibili, vulnerabili e fragili che vorrebbero essere diversi da come sono … “cambiare pelle”. Sono di natura introversa, rigida, con poca fantasia, con tratti depressivi molto evidenti … difficilmente si lasciano andare all’emotività. E’ una malattia complessa legata al sentimento di vergogna, al senso di colpa o di impotenza … un modo per gestire e stare in “equilibrio” con il resto del mondo, tenere sotto controllo l’angoscia e l’ansia. Una potente “corazza” protettiva per ridurre la comunicazione emotiva con l’ambiente circostante perché vissuto come pericoloso. Un "carapace" per proteggersi dal mondo minaccioso in cui vive. Molti psoriasici per paura di essere feriti, infatti, nonostante la loro apparente socievolezza, sono isolati e completamente terrorizzati nel mettersi in gioco: un modo di sottrarsi ai problemi della vita e ai rapporti interpersonali.

VITILIGINE

. Patologia caratterizzata da un’assenza più o meno diffusa della melanina (sostanza che non solo colora ma protegge la pelle). E’ un problema di depigmentazione cutanea, un danno prevalentemente estetico. L’individuo cerca la propria identità attraverso la “ferita” cutanea che, in realtà, diviene una specie di “firma”. Queste macchie di colore biancastro, che variano per numero e per dimensione, rivelano emozioni connesse ad esperienze di separazione in cui il soggetto ha la convinzione di essere stato ingannato e umiliato. C’è una grande difficoltà ad accettare la rottura di un rapporto perché è vissuto come un rifiuto … qualcuno ha imbrogliato o si è approfittato della buona fede del soggetto. Alcuni studiosi hanno messo in evidenza il ruolo familiare nella comparsa della vitiligine: una figura paterna carente e assente nel processo educativo.

ULCERA

Lesione della cute o di una mucosa. Le ulcere superficiali sono collegate alla rabbia nei confronti dell'ambiente circostante. Mentre quelle profonde riguardano persone rose dentro da qualcosa... i loro risentimenti sono irremovibili.




3.0 .APPARATO RESPIRATORIO.

Avversione per l'ambiente circostante... richieste e pressioni, grande difficoltà a gestire i rapporti e le situazioni insopportabili col mondo esterno.

… trattenersi sempre, non fare uscire ciò che si è realmente… sono stati banditi sogni e speranze… si è calati in un’atmosfera irrespirabile…

… la respirazione simboleggia contemporaneamente la possibilità di trattenere o di abbandonarsi al mondo: accogliere e condividere qualcosa con gli altri… difficoltà di scambio tra “interno” ed “esterno”…

Bronchite… un modo di “filtrare” la realtà esterna - piena di insidie - spesso vissuta come troppo pericolosa e competitiva… una strategia che permette di difendersi da disagi relazionali e sensazioni spiacevoli: vietare in qualche modo di far entrare un clima conflittuale o un’atmosfera spiacevole… Un aiuto naturale: Alnus glutinosa MG…

Asma… guai alle scelte, decisioni e progetti autonomi!… si teme di perdere la continuità degli affetti: la sospensione dell’amore in un’atmosfera carica di tensione che fa completamente “mancare l’aria”… si cresce in un ambiente con una figura di riferimento che non comunica direttamente la propria disapprovazione ma si presenta in maniera fredda, rigida, intransigente e colma di aspettative… … i polmoni, attraverso l’asma, segnalano un forte timore - a seguito di qualche decisione o eventuale scelta - di perdere gli affetti: un fenomeno di natura conflittuale tra autonomia e paura di essere “abbandonati” …

Un aiuto naturale: Ribes nigrum MG, Viburno lantana MG…

Tosse … azione, volontaria o riflessa, per eliminare ciò che risulta fastidioso: pensieri critici o negativi non facile da esprimere (secca), contrarietà (grassa)… bisogna essere più tolleranti!

Laringite (riguarda la fonazione, l’esprimersi nelle relazioni sociali)… indecisione, insicurezza, alterazione della capacità di comunicare verbalmente, paura di dire qualcosa, di esprimersi (di non essere ascoltati, di dar dispiacere, di essere giudicati, di essere rifiutati… è meglio tenere le parole a “bada”… dentro!)… difficoltà ad esprimere le proprie opinioni di fronte ad una persona che rappresenta una autorità troppo “schiacciante”… ne consegue così: blocco - risentimento = infiammazione… Un aiuto naturale: Ribes nigrum.

Faringite (infiammazione faringe), poiché coinvolge la gola, cavità che rappresenta la comunicazione e la possibilità di esprimersi, segnala un’ostilità, un sentimento di rabbia inespresso, un qualcosa che non passa, che non va davvero giù, non si è potuto reagire o rispondere adeguatamente.

Pleurite (infiammazione della membrana che ricopre i polmoni: pleura)… grande stress fisico di natura relazionale, professionale e sociale, senso di scontentezza, delusione e di inadeguatezza… fenomeno che limita, ostacola, toglie l’ossigeno ma anche vitalità: si spengono speranze, sogni e progetti…Un aiuto naturale: Aesculus hippocastanum MG…

Polmonite… ...persone sone che attraversano un momento di malessere generale, un periodo di profondo scoraggiamento, non riescono ad intravedere nessuna soluzione alle proprie difficoltà: sono stanche di vivere… non si sentono ripagate per niente del loro investimento affettivo, non hanno ricevuto i dovuti ringraziamenti o considerazioni per questo si sentono abbattute e disperate, da qui nasce il dilemma se continuare a “comunicare” o “chiudere” invece i rapporti…

Enfisema polmonare (profonda dilatazione delle vie respiratorie): persone che si sono trattenute, non hanno vissuto completamente la loro vita per timore di deludere, temono di non essere degne… manca spazio, manca l’aria nel rapporto di coppia, famigliare e lavorativo…

Angina (infiammazione faringe)… parole trattenute, tenute dentro, che rimangono bloccate in gola, che non si dicono per timore di esprimere qualcosa di “troppo” (rabbia)… incapacità di mandar giù, trangugiare qualcosa che fa provare collera, di esprimere verbalmente i propri pensieri ribelli, quello che si sente, ma anche di chiedere quello che spetta, di cui si ha bisogno…




LA VITA E' RESPIRO...

Questa affermazione la troviamo anche nella Genesi: “E lo spirito di Dio aleggiava sull’acqua”: così ebbe inizio la vita. Dice ancora la Genesi: "Dio disse, facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza... allora Sua Santità plasmò l'uomo con polvere e insufflò nelle sue narici un alito di vita, così egli diventò un essere vivente". La vita dell'essere umano è iniziata, quindi, dal "soffio" di Dio. Ciò ovviamente, non per scomodare il buon Dio che ha sicuramente molte altre cose più importanti a cui pensare, ma per sottolineare che il primo respiro determina la consapevolezza di essere al mondo, segnala l’entrata sul palcoscenico della vita, di essere vivi ... mentre l'ultimo respiro spegne la vita. Il respiro nasce con noi ... con la gioia di vivere. Dalla vita uterina alla vita autonoma: il primo respiro segna la separazione dalla madre. Attraverso il processo della respirazione trasformiamo tutte le sostanze esterne per vivere … uno scambio incessante con la vita. I polmoni forniscono ossigeno a tutto il corpo ed eliminano l'anidride carbonica dal sangue... sono legati all'aria, quindi, al desiderio di vivere. Sono resi vulnerabili da un vivere soffocante: pianto, tristezza, depressione, scoraggiamento e disperazione. E' in questa area che avvengono gli scambi gassosi fra aria e sangue (sangue venoso in sangue arterioso). Mette in comunicazione il mondo esterno al corpo con la parte interna, una continua relazione con l’ambiente circostante: orifizio continuamente aperto verso l'esterno. Il controllo della respirazione può essere modulato dalla volontà ma anche in modo incosciente. Questo fenomeno, ripercuotendosi sulla respirazione e sugli scambi gassosi, riflette problemi sia energetici sia relazionali. Il respiro segnale il tipo di vissuto e i tratti della personalità. Un buon respiro garantisce l'elasticità, la sicurezza e la fiducia in sé ... ritrovare fiducia nella propria vita. Polmoni e pelle - respiro e tatto - sono entrambi organi che mettono in contatto con l’esterno. Questi organi rappresentano la vitalità, il bisogni di spazio di libero movimento e la libertà. In realtà, il loro linguaggio, il loro modo di comunicare, infatti, esprime sempre qualcosa che riguarda la relazione, il rapporto con l’ambiente circostante e con gli altri. Le malattie dell'apparato respiratorio segnalano la propria difficoltà, le situazioni più o meno conflittuali con l'ambiente circostante (dare e avere). Essendo un fenomeno collegato al desiderio di vivere, quando si verificano problematiche polmonari significa che qualcosa nella vita si è "spento" o sta "soffocando"... sono persone spaventate dalla vita. Alcuni detti popolari sono davvero significativi nel sottolineare come l'apparato respiratorio possa segnalare molte emozioni: "Avere il fiato corto, Una bellezza da togliere il fiato, Concedere un po' di respiro, Mi manca l'aria, Non ho neppure tempo di respirare, Quella cosa mi blocca il respiro, Sono rimasto senza fiato, Concedere un po' di respiro". Tutte espressioni che ci parlano di situazioni, di cose, di eventi, di persone che ci mettono in difficoltà, a disagio. Il corpo, con il suo disagio, ci dice di recuperare la nostra vitalità e di superare il profondo scoraggiamento in atto ... in breve, è giunto il momento di cominciare a sentire, riprendere contatto con la vita sociale, provare nuovi desideri e gioia di vivere.

STANCHEZZA. … ripetitività, mancanza di stimoli e iniziative portate avanti con infiniti sforzi di volontà: è questa la condizione che solitamente predispone ad un crollo dell’energia vitale… la mancanza di progetti e la vita che non attrae fa scivolare verso la stanchezza… la vita diventa faticosa non perché facciamo troppe cose e tutte faticose ma semplicemente perché quello che facciamo sono cose che non ci appartengono e starci dentro ci “stanca” oltre misura: bisogna essere vivi!… dai spazio agli interessi ed accendi la vita… si stimola, si mette in moto l’energia con un giusto atteggiamento, un buon cibo (legumi, cereali integrali, frutta) e una corretta attività fisica… se si agisce solo per l’approvazione altrui si è vinti dalla stanchezza: spenti, senza interessi, appesantiti… spinti solo dal dovere…

… le allergie che riguardano i polmoni sono reazioni improvvise ed esagerate del sistema immunitario a sostanze che alla maggior parte delle persone non lasciano alcun segno, non causano assolutamente sintomi come: • Respiro corto e affannoso, tosse; • Irritazione agli occhi; • Eruzioni cutanee; • Naso chiusi oppure gocciolante. … l’aria non è importante solo perché avendo spento le candeline del tuo compleanno ti rendi conto di aver passato un altro anno sereno, ma soprattutto ti dà vita, puoi giocare e stuzzicare tuo figlio soffiando aria nei suoi capelli oppure, nei giochi erotici, sull’orecchio del tuo amore …


Chakra.

Il naso riguarda il primo C. (sicurezza, fiducia, voglia di vivere), gola, laringe e faringe sono aree connesse al quinto C. (esprimersi, comunicare, farsi comprendere) mentre i bronchi e i polmoni sono associati al quarto C. (relazioni, amare gli altri e se stessi, dare, ricevere).




IL POLMONE…

le sue magie.

… lo stato difensivo dell’organismo dalle infezioni respiratorie è legato alla mancanza o alla perdita della capacità di difendere le proprie idee, i propri desideri e i propri sentimenti da ingerenti “influenze” esterne in cui non si è in grado di sottrarsi: una provvisoria perdita di confini… RINITE… certi virus trovano facile accesso quando si è più stressati ma è anche un modo di “espellere” l’invasore: chiudere un po’ i rapporti con il mondo…

Quando non si rispetta l’equilibrio energetico, è già stato detto, si creano alterazioni organiche visibili attraverso malattie e invecchiamento veloce. Gli squilibri energetici, inoltre, si riflettono sempre sul corpo in certi punti e in zone dolorose, con eliminazioni mediante l’apparato cutaneo (sudorazione, foruncoli, pruriti, forfora, ecc.) e con macchie colorate su alcune parte del volto. Un “indagine” che dà precise indicazioni sia sullo stato di salute sia l’intervento necessario per riequilibrare il tutto (evitare malattie). La disfunzione energetica del polmone si manifesta con una profonda ruga parallela al naso e che parte dagli zigomi (funzione energetica ridotta). Intorno a questo grosso “solco” appare spesso acne o qualche infezione. Se non è ben visibile per evidenziarla basta lavarsi il viso con l’acqua fredda e questa zona sarà segnata da una macchia bianca (insufficiente ossigenazione). Evitare quindi le sostanze grasse, perché la scarsità di ossigeno non riuscirà ad ossidare. Il tasso di carbonio provocherà spasmi nervosi, mal di testa e uno stato di profondo affaticamento. La funzione polmonare non è solo quella di ossigenazione e respirazione ma ha anche il compito di eliminare le tossine del corpo, quando i reni e il fegato non sono in grado di assicurare completamente (via secondaria di espulsione delle tossine attraverso le mucose del naso e dei seni nasali). I polmoni allora avranno il compito di espellere le tossine non eliminate, caricandosi eccessivamente di tensione potranno essere in qualche modo danneggiati o irritati (bronchiti, polmoniti, asma). Le tossine responsabili dell’asma sono il cloruro di sodio e i prodotti tossici dovuti all’assunzione di farinacei (eliminare dall’alimentazione cibi a base di cereali, latte, uova, cioccolato e pesci). Durante le sue crisi è necessario eliminare completamente il sale, stimolare le ghiandole surrenali e dare al fegato il minor lavoro possibile (mangiare: ortaggi verdi, cetrioli, zucchine, meloni). I raffreddori si verificano soprattutto in inverno, perché la pelle, che ha anche le sue funzioni di escrezione e di respirazione, riduce la sua attività. Inoltre si mangia di più, costringendo il fegato e i reni a una maggiore attività, cosa che di conseguenza sollecita maggiormente i polmoni, provocando infiammazioni con accumulo di catarro (eliminare farinacei, zuccheri e grassi). I sapori hanno un grande rilievo nell’alimentazione e nello stimolare energicamente gli organi: determinano la formazione degli specifici succhi gastrici che permettono la digestione e soprattutto l’assimilazione degli alimenti. Per favorire un organo il sapore corrispondente dovrà essere leggermente dominante nell’alimentazione (piccante per il polmone). Se al contrario, un sapore sarà in eccesso, l’organo al quale esso corrisponde avrà un eccesso di energia e lederà tale organo… quanto più si va alla ricerca di sapori forti tanto più l’organismo è intossicato! La genetica ci differenzia alla nascita con un aspetto morfologico e una predisposizione al proprio ciclo distruttivo. Il colore bianco a livello del viso è collegato con i polmoni (energia dominante dei polmoni). Il soggetto si presenterà con una morfologia longilinea e con il viso magro. La tristezza dominerà il suo carattere, sarà molto istintivo e con un andatura indolente. Avrà una predisposizione alle infezioni cutanee e polmonari. Nell’alimentazione, un po’ piccante, si consiglia: cavolfiore, fragole, mele, melone, ravanelli, sedano rapa (affezione polmonari); aglio, alghe, cipolla, rapa, ravanelli (affezione ai bronchi); fico, rapa (drenanti dei polmoni)… da eliminare le sigarette. La sua massima espressione energetica è dalle 3 alle 4; se è presente una disfunzione, l’organismo manifesterà, in questo periodo della giornata, aggravamento dei sintomi. Per dare sollievo a questo organo dovrà essere massaggiata la vertebra dorsale D3 (eccessiva traspirazione del viso, dolori al gomito e alla spalla, ossigenazione insufficiente, atonia e perdita sensibilità del seno).

.ASMA

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E' una malattia infiammatoria - un malessere episodico spesso notturno - con frequenza e intensità variabile, caratterizzata da crisi di dispnea acuta durante l'espirazione difficile e faticosa, mentre la fase di inspirazione risulta, il più delle volte, rapida e facile ... uno spasmo che ostacola l'emissione di aria, il polmone rimane pieno (controllo, chiusura con l'esterno). Al senso i soffocamento si accompagnano sempre dei sibili allarmanti... "fischia" per farsi sentire, attirare quell'attenzione necessaria per vivere. Un pianto che non può essere espresso con le lacrime, in quanto - non esistendo più naturalezza e spontaneità - il canale emotivo è già stato soppresso da tempo. Il soggetto è calato in un'atmosfera relazionale carica di tensione o di delusione ... una camicia di forza in cui non solo si aspetta il rimprovero (senso di colpa) ma, soprattutto, se esce dalle regole stabilite (da altri) viene immediatamente sospesa ogni manifestazione d'amore. Un rapporto ambivalente con una figura di riferimento iperprotettiva. Ecco perché questi soggetti scelgono nella loro vita affettiva partner che possano perpetrare (far rivivere) tali dinamiche emotive: presenza stretta e costante, tolleranza e comprensione, assenza di critiche e aspettative... un rapporto in cui non si sente amato e, spesso, ha paura di amare (amore soffocato). Non si permettono di esprimere la rabbia, il timore, le lacrime o la gioia. Sono spesso anime in pena, solitarie dominate da troppa sensibilità. Le persone depresse hanno un rischio più che doppio di ammalarsi di asma. Poiché riguarda la vita di relazione e affettiva ci sarà tensione irrisolta al quarto C. La contrazione muscolare, invece, coinvolgerà il C. relativo al controllo, ovvero il terzo C.

… la persona che affronta una crisi asmatica segnala il timore che le venga a mancare il nutrimento affettivo, vuole vivere un’atmosfera carica di sentimenti e d’amore: spazio alle passioni!... essendo il respiro e le emozioni strettamente legati è come se annusasse l’odore delle situazioni e, soprattutto, della persona con cui vive…




BALBUZIE

. La balbuzie è un’alterazione del linguaggio caratterizzata da continue ripetizioni o da blocchi che determinano una particolare rottura del ritmo e della melodia del discorso. Questa disfunzione nel corso delle interazioni orali, è spesso accompagnata a diversi movimenti motori: contrazioni del viso, tic o gesti variabili più o meno stereotipi del viso, della mano, degli arti inferiori e turbe respiratorie; sono spesso associate anche a manifestazioni emotive come ad esempio arrossamenti, disagi, sudorazione delle mani, ecc. Si devono tuttavia distinguere dalla balbuzie il farfugliamento e lo sproloquio. Chi farfuglia ha un pensiero proporzionato al linguaggio espresso, ma vuole formularlo troppo in fretta. Lo sproloquio invece contiene frasi imperfette, incoerenti nella loro sintassi, con rottura di costruzione e ripresa, ma senza alterazioni articolatorie. La balbuzie essendo uno stato psicosomatico, dove il sintomo è determinato insieme dal tipo di personalità e dalla difficoltà funzionale specifico a livello della parola, non può essere considerata fuori dal contesto comunicativo della realizzazione del linguaggio. Se è vero che può manifestarsi dopo uno shock emozionale, di solito il suo inizio, per lo più insidioso, si colloca agli esordi dell’età scolare. In seguito si evolve in maniera assai variabile, ed è influenzato dalle condizioni del dialogo, dei suoi retroscena inconsci, dallo stato emozionale e somatico del soggetto. Pur essendo un disturbo particolarmente diffuso tra i bambini (più frequente nei maschi che nelle femmine), la percentuale di balbuzienti nella popolazione adulta sarebbe di circa 1%. Le diverse ricerche neurofisiologiche non hanno evidenziato, se non in caso di patologia degenerativa, nessuna anomalia funzionale, ciò è confermato anche dalla variabilità della balbuzie da un giorno all’altro in base all’interlocutore, alla condizione affettiva del soggetto stesso ed al contenuto del suo discorso. Un gran numero di autori tendono attualmente a dare importanza soprattutto, in questi disturbi della comunicazione, alle caratteristiche del rapporto con l’adulto. Insistono sulla base ansiosa dell’adulto: ansioso o distante e poco caldo che può suscitare nel bambino un’aggressività ed un’ansia che sarebbero all’origine della balbuzie (modificazione dinamica dell’apparato pallido - striato); adulti che mancano di sicurezza e sono insoddisfatti, infantili e narcisisti, in cui agli atteggiamenti sono sottesi sentimenti complessi e contradditori (attaccamento possessivo, soffocante, che si alterna a rifiuto e aggressione e che comporta una profonda insoddisfazione da entrambe le parti). La balbuzie infatti viene particolarmente accentuata quando la relazione interpersonale è in grado di scatenare un’emozione e s’attenua, o magari sparisce completamente, quando lo stato emozionale è tenuto sotto controllo. Le alterazioni psicoaffettive del bambino balbuziente sono talmente significative che nessuno può tentare di ignorarle. Alcuni tratti di personalità, infatti, si ritrovano con un’elevata frequenza: introversione ed ansia, passività e sottomissione, aggressività ed impulsività in quasi tutte le descrizioni; tale alterazione diviene più marcata e più intensa se il soggetto è sotto stress e non riesce ad incanalare la sua aggressività naturale. In effetti, la genesi di questo fenomeno non può essere compresa al di fuori del problema della comunicazione e della realizzazione del linguaggio: le reazioni ansiose, ostili ed aggressive di fronte ad altri sono così in grado di bloccare la spontaneità verbale e di far emergere il sintomo. Le persone che balbettano, da piccole, tendenzialmente avevano tanta paura di chiedere ed esprimere i propri desideri; da adulti, invece, hanno timore di chiunque rappresenti l’autorità, soprattutto quando hanno necessità di esprimere quello che vogliono. Arrivato all’età adulta, il balbuziente sviluppa spesso un forte timore di balbettare che lo fa tartagliare ancora di più, cosa di cui si dovrà tener conto nel programma terapeutico. Quando la balbuzie si manifesta in una situazione specifica, in presenza di determinate persone, oppure nel corso di una azione precisa, la prognosi è sicuramente positiva. Non tutti i balbuzienti balbettano nella stessa maniera e la balbuzie è differente a seconda delle situazioni. In alcuni casi esistono situazioni elettive, quali la scuola o la famiglia, e situazioni stressanti, determinate da personaggi sconosciuti o temuti, dalla valorizzazione di pensieri pericolosi, dall’ambiente circostante ansioso. Al contrario, la balbuzie è minore quando il soggetto parla da solo, quando canta o enumera operazioni aritmetiche imparate a memoria, quando recita favole e poemi: tutto ciò che impegna dà impaccio, tutto ciò che è automatico facilita; il balbuziente si trova a suo agio nel parlare ad animali familiari e potrebbe facilmente parlare ad esseri inanimati. Le emozioni agiscono su di lui come blocco quando deve parlare, ma possono talvolta facilitarlo quando “perde le staffe”. Cosa fare. Moltissimi metodi, a seconda dell’età del soggetto, sono stati proposti per il trattamento di questo disagio: tecniche ortofoniche dirette alla cura dei disturbi della parola e del linguaggio; tecniche psicomotorie ed in particolare le metodiche di rilassamento; metodo di decondizionamento e di desensibilizzazione. Il trattamento deve comunque associare una rieducazione ortofonica con una psicoterapia, la quale anche se non sopprime il sintomo, migliora però il contesto psicologico. Tecniche caratterizzate da una focalizzazione meno esclusiva sulla parola, come il rilassamento o lo psicodramma possono essere di grande utilità.

BRONCHITE

. E' un'infiammazione della mucosa dei bronchi (gonfiore e muco: ostacolano l’entrata dell’aria). I bronchi avendo a che fare con il nucleo familiare segnalano, con il disturbo, problematiche in tale ambiente o in quello lavorativo (discussione, litigio, collera inespressa verso il comportamento di un membro del proprio ambiente familiare o lavorativo): un’atmosfera emozionale sgradevole ed irritante. Individui che - oltre a non sentirsi liberi - evitano il confronto, le competizioni e le sfide. A causa dei sensi di colpa non riescono a manifestare una ferma opposizione: non osano, come si suol dire, nemmeno a “fiatare”. E’ un modo di filtrare la realtà esterna … un rifiuto a mandar dentro ciò che si vive come spiacevole. E’ una condizione respiratoria legata al sentimento d'amore: richiama il tema del dare e del ricevere … un modo di tenere a debita distanza gli altri.

DISPNEA

. Sintomo di una respirazione difficoltosa: fame d'aria. Fenomeno normale quando si compie uno sforzo, diventa patologico se si presenta in situazioni inaspettate (asma bronchiale, ischemia cardiaca, broncopneumopatia cronica ostruttiva). Persone ansiose che temono tutto ciò che le circonda.

LARINGITE

. Infiammazione solitamente acuta della laringe... una comunicazione intensa ed alterata a livello verbale. Difficoltà, pur desiderandolo, ad esprimere le proprie opinioni e se stessi. La perdita di voce segnale una profonda paura, indecisione e insicurezza... parole che restano in gola.

PLEURITE

. Infiammazione della pleura (involucro che ricopre i polmoni)... conflitto nel campo della comunicazione... rapporti vissuti come inadeguati, difficili e, spesso, deludenti (partner, ambiente di lavoro, amici). Per una serie di eventi (interni o esterni) il soggetto ha dovuto ridimensionare le sue ambizioni e i suoi progetti ... ha spento i suoi sogni e le sue speranze future.

POLMONITE

. E' un'infezione grave caratterizzata da infiammazione acuta (focolaio o generalizzata) che colpisce il polmone. Si presenta con temperature alte, tosse, stanchezza generale, dolori muscolari, mal di testa e dolori al torace. La comparsa della malattia può manifestarsi facilmente in soggetti scoraggiati, feriti nel loro intimo, stanchi di vivere o che stanno attraversando un momento di disperazione. Persona che sta vivendo in un ambiente (familiare, lavorativo) in cui ha dato tutto se stesso e che lo ricambia con un'aria "irrespirabile" e "velenosa". Segnala una potente "esplosione", una grande tensione interna, un forte conflitto relazionale in quanto non è stato - a livello affettivo o emotivo - capito e corrisposto.

RINITI E SINUSITI

. Infiammazione temporanea o cronica della mucosa interna del naso ... prurito, ostruzioni, starnuti a ripetizione. Le funzioni del naso sono principalmente quelle di raccogliere l'aria necessaria per la respirazione e di concedere il lasciapassare agli odori, ma anche di "fiutare" le atmosfere esistenziali e relazionali (rancori, desideri, amarezze, sentimenti di vendetta)... "annusare" i pericoli e i timori di lasciar passare sottili messaggi di natura intima. In alcuni casi può richiamare l'attenzione su uno stato di grande nervosismo, un brusco mutamento dell'ambiente vissuto come oppressivo, i rapporti con gli altri non soddisfacenti, la paura della novità e l'ansia per il futuro. Una persona che di solito non ha una buona visione della vita: sempre alle prese con uno stato interiore di confusione e di disordine ... freddezza di sentimenti. 1° Chakra

TOSSE (funzionale)

. Espirazione forzata e rumorosa... espulsione violenta di qualcosa di irritante. Soggetti che hanno notevole difficoltà ad esprimere verbalmente alcune cose. Parole bloccate, una stizza trattenuta verso fattori irritanti o verso determinate persone ... un modo di farsi sentire, segnalare la propria presenza con rabbia. La tosse secca (non si deve espellere) è connessa al senso di critica e all'intolleranza, un modo di esprimere il proprio disappunto. La tosse con muco, invece, segnala il tentativo di allontanare da se stessi qualcosa di invivibile: un vissuto soffocante e intrusivo. Una collera che spinge fuori i torti subiti ... necessità di "sputar in faccia" al mondo intero.




ALLERGIE RESPIRATORIE …

e il suo linguaggio simbolico

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Per comprendere simbolicamente le allergie respiratorie occorre innanzitutto ricordare che i sintomi manifestati sono collegati alla dimensione aerea. Infatti, chi esprime i propri disagi psicosomatici prevalentemente attraverso l’apparato respiratorio, sovente vive calato in un mondo in cui tutto, dall’affettività al linguaggio, dal mondo emozionale agli atti fisiologici, è permeato da un che di aeriforme. Ciò risulta anche dal linguaggio, spesso ricco di espressioni quali “… qui c’è puzza di … che aria tira?... quella cosa mi ispira …” l’individuo caratterizzato da disturbi asmatici e allergici vive inoltre in modo particolarmente intenso e problematico l’ambito delle relazioni interpersonali e con l’ambiente. E questo è comprensibile tenendo presente che, fisiologicamente, la comunicazione tra l’interno e l’esterno è espressa e simboleggiata proprio dalla funzione respiratoria: l’aria immessa nel proprio corpo e successivamente emessa nel mondo rappresenta infatti una modalità di comunicazione tra noi stessi e l’Universo, in un continuo processo di scambio. Il senso profondo dell’allergia. Cosa può significare dunque una risposta allergica che ostacola tale scambio? L’allergia, in quanto alterata reazione immunitaria a stimoli che per la maggior parte delle persone risultano innocui, può essere letta come un modo per manifestare l’intolleranza a qualcosa proveniente dall’esterno. In questo senso l’individuo allergico si caratterizza come “iperdifeso”: il suo sistema immunitario entra in azione di fronte alla probabilità di un contatto con sostanze che vengono vissute come pericolose. Ma da cosa si sente minacciato, in realtà, chi è colpito da questo disturbo, che cosa rifiuta, cosa allontana da sé? Si tratta in genere di sostanze che richiamano temi, eventi, nuclei conflittuali spesso inconsapevoli, ma che per l’individuo allergico risultano particolarmente significativi. La primavera: il risveglio sessuale della Natura. E’ noto che alcune tra le allergie respiratorie più comuni, ad esempio, compaiono nella stagione primaverile, proprio nel momento in cui la Vita torna a germogliare e a rinnovarsi; e sono in particolare gli odori e le sostanze che circolano nell’aria i messaggeri più diretti e importanti di questo risveglio carico di valenze simboliche. Tra queste assumono particolare rilevanza gli aspetti sessuali e aggressivi, connotati tra l’altro in modo peculiare proprio dagli odori stessi. La tendenza dell’allergico di fronte a questi potenti e spesso temibili stimoli è di inconsapevole insofferenza e resistenza, e si può esprimere in particolare nei riguardi dei cambiamenti ciclici e del risveglio delle energie vitali sopite, proprio con le tipiche manifestazioni che interessano la funzione respiratoria. Le pulsioni provenienti da questi ambiti vitali vengono infatti spesso vissute dall’allergico come inconsciamente minacciose per il suo attuale assetto (emotivo), tanto da provocare l’energica attivazione delle proprie difese, che può sfociare addirittura nella tipica sintomatologia che investe naso, bronchi e congiuntive. L’allergico, quindi, più che dalla sostanza allergizzante in sé, cerca di difendersi da un elemento del vissuto soggettivo a cui questa è assimilata, evocando una difesa che assume significati simbolici differenti (si veda “i diversi aspetti delle sostanze allergizzanti”). Il polline, ad esempio, racchiude in sé tutto il potenziale creativo, la carica lipidica, in un certo senso sessuale, dell’attimo fecondante. Asma (il fiato diventa corto quando respiriamo “un’aria minacciosa”). L’ambito maggiormente in gioco in questo disturbo è quello delle relazioni interpersonali, del rapporto con l’ambiente familiare, lavorativo, sociale in cui ci si muove. A differenza della rinite, però, caratterizzata da una difesa nei confronti dell’ambiente espressa prevalentemente alla superficie, e quindi in qualche modo contingente, il conflitto appare qui più profondo e durevole, investendo spesso ambiti affettivi primari (il rapporto con la madre o le principali figure di riferimento). E’ un tipo di allergia che fa di frequente la sua comparsa nei primi anni di vita, a testimoniare il rifiuto o la difesa inconscia nei confronti di legami affettivi vissuti come “a doppio taglio”, dove cioè l’ambito vitale (simboleggiato dall’aria inspirata e espirata) è sentito come soffocante e pericoloso, al punto che è necessario “chiuderlo fuori”. La personalità di chi ne soffre. In molti casi può essere inconsapevolmente attribuita all’ambiente una minacciosità e un’invadenza che rendono ragione del tentativo, da parte dell’organismo, di ingaggiare una strenua difesa contro i presunti “invasori”, siano essi reali (pollini, polveri) e/o presenti come tali solo nel vissuto soggettivo. L’aria intrappolata nei bronchi dallo spasmo asmatico ha dentro di sé qualcosa di “nemico” (allergene): il paradosso è che si tratta di un’aria-nemica di cui non si può fare a meno per vivere. E’ questo il conflitto fondamentale in cui molte volte si dibatte chi è afflitto da questo disturbo, ovvero l’incapacità di accettare la dipendenza da qualcosa che appare temibile e comunque inaccettabile, anzi ostile. Anche un semplice cambiamento di luogo fisico (da casa a scuola, dall’ufficio all’aria aperta) può talvolta scatenare o risolvere un attacco d’asma, anche su base allergica. Questo è spiegabile tenendo conto delle valenze emotive e simboliche legate all’aria respirata (atmosfera) in questo o quell’ambiente, tra queste o quelle persone, in un certo clima affettivo e sociale. Cosa fare. Aprire gradatamente la comunicazione, prendere confidenza e approfondire gli spazi conoscitivi e relazionali può così rappresentare l’atteggiamento vincente per evitare l’insorgenza o l’estensione degli attacchi asmatici.

… l’asmatico cerca di stare alla larga dai suoi sentimenti, in particolar modo dalla rabbia: una grande difficoltà ad esprimere le emozioni, tirar fuori la sua aggressività, perché li considera troppo eccessivi, sempre esagerati e particolarmente distruttivi… reazioni che crede possano allontanare da lui tutte le persone con cui ha un rapporto affettivo e, quindi, teme di perdere completamente il loro affetto… la fame d’aria indica proprio il terrore di perdere l’amore… CAMBIARE aria con nuove esperienze e "personaggi" gradevoli, più coinvolgenti e aperti a livello affettivo, dare spazio alle proprie emozioni represse PUO’ essere la soluzione migliore.

Raffreddore

(il naso si “chiude” per non lasciar entrare odori “invadenti”).

La respirazione e la percezione degli odori – veicolati attraverso l’aria da particolari molecole, dette ferormoni – rappresentano una fondamentale modalità, per il corpo e per la psiche, di entrare in contatto con il mondo esterno; una modalità che nell’essere umano è passata un po’ in secondo piano, almeno razionalmente, rispetto alle altre, ma pur sempre presente e importante. Può però accadere che durante questo scambio avvenga l’incontro con cose, situazioni, persone vissute come ostili o fastidiose. Uno starnuto, ovvero la violenta espulsione dell’aria dalle narici, può stare a significare una situazione di rifiuto o di tolleranza ... starnuti o una rinite allergica, dove l’edema della mucosa nasale blocca il respiro e la percezione degli odori, può infatti manifestare il tentativo di chiudere fuori una situazione o un’aria divenute “irrespirabili”. Si tratta spesso di soggetti ipersensibili ai mutamenti ambientali, che recepiscono immediatamente “l’aria che tira”, specie sul versante dei rapporti interpersonali e affettivi. Questa stessa ipersensibilità, d’altra parte, li rende più vulnerabili e quindi maggiormente difesi nei confronti di quanto viene da loro percepito. Questo atteggiamento può però portare a disattendere o negare, ad esempio, le situazioni di conflitto, oppure coinvolgimenti emotivi quali ad esempio l’innamoramento. Anche la relativa facilità con cui i bambini e gli adolescenti, cioè individui psicologicamente ancora poco definiti e non ancora ben strutturati, vanno incontro alle allergie in genere può avere lo stesso significato di rafforzare dei confini non ancora ben saldi. Ovviamente, il contatto con l’allergene è l’evento scatenante della sintomatologia. La natura della sostanza allergizzante può però il più delle volte chiarire anche da che cosa, in realtà, ci si sta difendendo (si veda più avanti “i diversi aspetti delle sostanze allergizzanti”). E una volta allontanata la paura del contatto con quella certa pulsione simboleggiata dall’allergene, l’allergia stessa non ha più ragion d’essere. 1° Chakra (organo colpito naso: olfatto).

Congiuntivite

(se blocchiamo la tristezza, gli occhi “piangono” da soli).

Molto spesso alla rinite allergica si associano sintomi oculari di rossore delle congiuntive, gonfiore alle palpebre, lacrimazione che attribuiscono a chi ne è affetto, sembianze di uno che sta piangendo sul serio. Ma che cosa si difende, lacrimando, l’occhio allergico? Sentimenti come il dolore, la rabbia, la disperazione, la gioia possono far piangere ma, quando sono temuti, le lacrime vengono ricacciate indietro e le emozioni che le accompagna viene negata e nascosta a se stessi e agli altri. Per riuscire allora a “buttar fuori” quel particolare, sofferto stato d’animo, possono intervenire anche in questo caso gli occhi, lacrimanti stavolta per qualcosa (l’allergene) di concreto, ma comunque altrettanto fastidioso e insidioso. Come per altre manifestazioni allergiche, il problema principale è la difesa nei confronti di stimoli emozionali vissuti come troppo coinvolgenti o preponderanti. In particolare, chi soffre sovente di oculoriniti può esprimere con la sua sintomatologia il bisogno di eliminare dalla propria vista o di liberarsi il più velocemente possibile di situazioni, cose, persone dalle quali si sente minacciato o emarginato. Se non si riesce a far fronte a queste sorgenti di sofferenze e frustrazione, e viene impedita l’espressione del proprio disagio, può subentrare insomma questa lacrimazione “forzata”, che permette di manifestare in modo innocente ad esempio il proprio vissuto depressivo, inerente una perdita, una rinuncia, un “lutto” che ha investito in particolare il proprio campo affettivo. Non sempre l’andamento della sintomatologia oculare va di pari passo con quella complessiva provocata dall’allergia: talvolta, infatti, gli occhi cominciano a lacrimare prima ancora che il naso sia otturato o che si inizi a starnutire. Può darsi infatti che la sola presenza o la vista dell’allergene, prima ancora del contatto vero e proprio, possa scatenare la lacrimazione. L’ideale prevenzione, in questo caso, passa naturalmente dall’accettazione dei propri vissuti “lacrimevoli” delle proprie parti deboli oscure.

I Diversi aspetti delle varie sostanze allergizzanti. Ecco allora che un’allergia a una determinata sostanza (ad esempio, il polline) può esprimere da un lato una conflittualità legata alla sessualità – intesa in particolare come riproduzione – e contemporaneamente una resistenza al rinnovamento interiore, al cambiamento sollecitato dall’ambiente nel suo naturale ciclo vitale. Anche l’allergia ai peli degli animali può indicare una difesa nei confronti della sessualità, ma in questo caso si teme, maggiormente la sua quota impulsiva, istintuale. Un’allergia ai peli di cavallo, per esempio potrà essere rappresentativa di una paura legata all’istintività propria della sessualità, mentre un’allergia ai peli del gatto potrà indicare la presenza di difese nei confronti degli aspetti femminili – di volta in volta passivi o aggressivi – della stessa. Quando l’allergia si manifesta invece per i peli del cane saranno senz’altro in gioco le componenti più aggressive della sessualità. Diversamente, l’allergia alla polvere di casa può esprimere una difesa contro lo sporco, contro ciò che l’ambiente chiuso, casalingo o familiare, propone. Così come il naso starnutisce, anche gli occhi esprimono una modalità difensiva attraverso la loro particolare forma di allergia, la congiuntivite. In questo caso, l’eccessiva lacrimazione e la produzione di materiale di scarico testimoniano, simbolicamente, la presenza di un dolore o di un sentimento di rabbia da cui l’individuo cerca di difendersi.

CONCLUSIONI e piccole CURIOSITA’

La funzione respiratoria viene attivata subito dopo la nascita, assicurando in tal modo l’afflusso di ossigeno all’organismo… si dà vita così a numerose modalità espressive umane (grido, sorriso, riso, singhiozzo, parola). Il primo bisogno dopo la separazione dall’organismo materno... il primo grido che mette fine allo stato di apnea, la prima espressione di vita indipendente. E’ il primo scambio autonomo con il mondo esterno… il primo nutrimento vitale che il mondo offre. La sua regolazione dipende sempre dalle condizioni dell’organismo, dal metabolismo e dai bisogni energetici. E’ strettamente legata alle varie organizzazioni funzionali del sistema nervoso centrale… ai vari stati psichici ed affettivi. La respirazione riflette e rivela processi emotivi e affettivi, ed è un indicatore più affidabile di qualsiasi altra funzione controllata dal sistema autonomo. La sofferenza riduce la profondità del respiro, mentre la felicità la fa aumentare… le persone ansiose hanno una respirazione corta, superficiale e irregolare. L’emozione fa mancare il respiro o ansimare, l’angoscia soffoca, l’imprevisto fa restare senza fiato, lo stato depressivo induce a sospirare, mentre la serenità si accompagna a una respirazione tranquilla. L’espirazione è un momento di riposo, l’inspirazione è un movimento attivo. Come accade con tutti i malesseri funzionali, i problemi respiratori possono dunque accompagnare le emozioni, assumendo in tal modo un carattere comunicativo. L’angoscia può così esprimersi mediante l’iperpnea accompagnata da agitazione. Durante una crisi d’angoscia infatti il soggetto segnala sensazioni di soffocamento. I sospiri convulsi, la tosse nervosa, la bolla faringea sono associati a stati affettivi, così come la sensazione di mancanza d’aria esprime una paura specifica nel fobico. L’oppressione depressiva mediante l’iperventilazione con stridore. Certi disturbi respiratori, come ad esempio gli sbadigli irrefrenabili, permettono di trasmettere contemporaneamente il sentimento di noia e l’aggressività verso l’ambiente circostante. Le turbe funzionali possono organizzarsi in sindrome, e ne è un tipico esempio il fenomeno di iperventilazione (si veda D.A.P.) crisi che rivela la presenza di un disagio emotivo molto profondo, un’organizzazione psichica comportante una tendenza all’espressività mediante un linguaggio corporeo. L’aspetto psicosomatico dell’iperventilazione, e del legame con l’angoscia, è abbastanza evidente. In certe patologie come ad esempio l’asma, il fiato diventa corto durante certe relazioni interpersonali… quando l’ambiente esterno (familiare, lavorativo, sociale) viene vissuto come invadente o minaccioso. Come la tosse secca e “stizzosa” che viene espressa in determinate circostanze… quando si devono affrontare situazioni nuove, parlare in pubblico, ci si sente particolarmente coinvolti. Un modo di far sentire al mondo la propria presenza perché si ha difficoltà ad esprimere la propria aggressività (affermare la propria personalità, di essere disinvolti, autonomi e spontanei). Correlazione viso - apparato respiratorio. Le condizioni dei polmoni possono essere diagnosticate premendo un dito nella zona situata al centro della gola, sotto le corde vocali: se risulta dolente questi organi hanno iniziato ad accumulare tossine che possono evolvere in qualcosa di più complicato. I polmoni, inoltre, si riflettono nelle guance, in particolar modo nel colorito. Le guance diventato di colore rossastro quando essi sono infiammati. Pustolette in questa zona segnalano la presenza di grassi o muco nei polmoni. Mentre un pallore alle guance ci parla della debolezza di tale organo.

… lo sapevate che un buon respiro nasce dopo aver consumato un buon piatto di riso, nutrienti con vitamina A, B, C, E … e per finire un buon caffè (dilata i bronchi) … bandire, però, le sostanze urticanti, carne rossa, cioccolato, latte …




4.0 .APPARATO DIGERENTE.

I problemi dell'apparato digerente parleranno della difficoltà ad "inghiottire", a "digerire" ed "assimilare" ciò che incontriamo nella vita... quando si "mandano giù" persone o situazioni indigeste, lo stomaco reagisce col "fuoco" della gastrite.

La “fluidità” della bile prodotta dal fegato, raccolta dalla cistifellea (se non è accolta in questo organo passa nel sangue: itterizia) e inviata attraverso il condotto biliare del duodeno è sempre un funzione dello stato emotivo: gioia, ira, furore, paura e tristezza (ogni processo interessa l’intero organismo)… felicità o infelicità, tristezza o allegria, contentezza o scontentezza sono stati che volenti o nolenti, se non lasciati fluire liberamente, si ripercuotono sul corpo attraverso secrezioni, modificazione del sangue e dei tessuti…

Bruxismo… di giorno trattieni la rabbia e le parole non dette, di notte invece, in silenzio, vorresti aggredire, ti prepari per addentare qualcuno...sfreghi i denti … sentimenti aggressivi non espressi nel momento opportuno con il diretto interessato trovano voce solo di notte…

Stipsi… un problema che non riguarda solo l’intestino, ma soprattutto emozioni, affetti e tutto uno stile di vita: un vero e proprio atteggiamento mentale, uno specifico modo di essere… è un disturbo che mette in risalto tratti di una personalità controllata, trattenuta, chiusa, tendente all’avarizia e alla gelosia… molto sensibile al giudizio altrui… soggetti sempre pronti, in ogni occasione, ad offrire un’immagine “pulita” e di grande rettitudine… nel colitico invece domina la voglia di trasgredire, ha spesso cattivi pensieri (natura sessuale), teme le responsabilità per cui è ben felice di delegare (paura di essere giudicato, di non essere all’altezza delle cose), la sua aggressività è indirizzata male, dipendente e con un linguaggio il più delle volte spinto (parolacce, espressioni volgari)…

Aerofagia: deglutire aria in grande quantità - un ‘bulimico’ d’aria - e, nel contempo, ingoiare parole per timore della loro validità e fondatezza, ma anche un tentativo di coprire il “nulla”, i “silenzi” con le parole (un perfetto chiacchierone): bisogna imparare ad ascoltare di più!… soggetti (ansiosi e frettolosi) che anticipano le difficoltà e le pressioni esterne, hanno problemi nella gestione delle responsabilità e degli impegni lavorativi… Un aiuto naturale: Ficus carica MG, Tilia tormentosa MG e Rosmarinus officinalis…

Anoressia… visione distorta dell’immagine corporea e rifiuto della propria femminilità perché non riconosciuta e stimolata da una figura di riferimento non disponibile (solo critiche, aspettative e una grande competizione)… grave conflitto relazionale madre-figlia (non vuole essere come lei ma per essere accettata deve assomigliarle): un personaggio che si sente tagliato fuori, escluso dal rapporto familiare…

Morbo di Crohn (intestino tenue: ileo)… soggetti costretti a vivere dinamiche sociali forzatamente, subiscono in silenzio le aspettative altrui reprimendo rabbia e frustrazione: una lotta continua tra sottomissione e ribellione… offrono un’immagine di se stessi “pulita”, tranquilla e pura… Ernia iatale (stomaco: parte “bassa”, mondo degli istinti)… un mondo emotivo che con forza vuole esprimersi perché troppo a lungo represso… un soggetto che ha subito eccessive sottomissioni e parecchi divieti: reclama più spazio, vuole farsi largo in un ambiente che lo limita…

Meteorismo (gas, gonfiore, fermentazione intestinale)… un eccesso di attività mentale, difficoltà a “concretizzare” il pensiero: un rimuginare continuo sugli stessi pensieri (personalità ossessiva)… ingigantire personaggi o certe situazioni di poca importanza… un soggetto insicuro che tende a trattenersi, non vuole esporsi perché teme critiche e giudizi, non vuol lasciare trasparire nulla di se stesso se non un’immagine esagerata (“pallone gonfiato”)…

Nausea… quando si presenta troppo frequentemente segnala una sensazione di disgusto, una gran “voglia” di vomitare, di dire no, di rifiutare… avversione verso relazioni, situazioni o persone (pensieri e idee che fanno venir la nausea) perché ci si sente minacciati, fanno in qualche modo paura… fenomeno che segnala un atteggiamento di accondiscendenza verso situazioni ed impegni anche quando non sono condivisi…

Acalasia (rallentamento del cibo verso lo stomaco: deglutizione dolorosa)… incapacità di far passare, di assimilare, di riceve, di accogliere e far passare il cibo ma anche integrare cose, idee e nuove situazioni: non si riesce più a “deglutire” (la gola si chiude ai liquidi e ai solidi) … sensazione di essere criticato, giudicato, ridicolizzato, umiliato di fronte ad una “platea”…

Acidità di stomaco… non bisogna mai dimenticare che questa area rappresenta la capacità di accettazione: accettare o non accettare (cibo ma anche situazioni, cose, idee) … sensazione di essere dominati, paura, inquietudine e preoccupazioni accompagnato le giornate: cose che non si riescono a gestire, a controllare…

… Helicobater pylori (batterio presente nello stomaco, si pensa sia responsabile dell’ulcera) trova forza e terreno fertile in tutti quegli individui che sperimentano un senso di abbandono o di impotenza nei confronti di certe situazioni che “corrodono”: un insieme di contrarietà, di insoddisfazioni familiari e lavorative, di rabbia, di collera e di ansia … questo batterio, inoltre, è stato da un po’ di tempo - secondo alcune ricerche accreditate - rivalutato in quando produce una proteina (Hp2-20) in grado di riparare le lesioni gastriche (la presenza del batterio può essere individuata attraverso l’analisi del sangue e del respiro)… non dimenticare che la Propoli può essere utile: inibisce questo batterio e abbassa l’acidità… riso, carota, zucca, mela, banana, albicocche e broccoli rinfrescano e gestiscono infiammazione… l’insalata e patate assorbono l’eccesso di acidità …

TUMORE allo stomaco… malattia a cui bisogna prestare SEMPRE molta attenzione e MASSIMO rispetto - per la sofferenza e l’inquietudine che porta con sé - nel fare interpretazioni e, soprattutto, per comprendere il fenomeno psicosomatico che ne deriva è necessario prendere in considerazione la parte del corpo in cui si manifesta… soggetti che sperimentano “amori” in maniera ossessiva e rancorosa, che coltivano vecchi dolori, rabbia e odio, si sentono impotenti nei confronti di una situazione vissuta nel passato come ingiusta che ha tolto loro, giorno dopo giorno, il gusto di vivere, di cui si sentono responsabili fino a provare rimorso… … nell'esofago, quando si manifesta in questa zona segnala un vissuto, una sensazione di essere entrati in un vicolo cieco, non si vede alcuna via d’uscita in una certa situazione … NON DIMENTICARLO MAI, c’è sempre una speranza di riprendersi, anche dai peggiori dei tumori, finché il sistema immunitario continua, con NOI, a combattere … ATTENZIONE al pH (acidosi) perchè il tumore "ODIA" l'ossigeno e il suo equilibrio, mentre "SGUAZZA" nell'acidità. Già Ippocrate aveva sospettato e richiamato l’attenzione sul possibile fattore emozionale nell’insorgenza delle malattie tumorali e precisamente le mise in relazione con il temperamento malinconico…

… ATTENZIONEal livello di acidità nell’organismo (condizione di acidosi) perché può essere una delle cause che - oltre a creare stanchezza, infiammazione nei tessuti, irritabilità e aumentare le tossine - facilita la massa tumorale nell’organo più debole e più vulnerabile…

Cancro - mente … l’influsso della psiche. E’ convinzione ormai diffusa che lo stato d’animo sia in qualche modo legato alla possibilità di ammalarsi ... compromette il metabolismo e la funzionalità cellulare. Già Galeno affermava che le donne tristi sono più facilmente vulnerabili al cancro rispetto a quelle ottimiste. Da sempre, viene attirata l’attenzione su l’influenza esercitata dall’infelicità, dagli improvvisi crolli di “fortuna” e dall’abituale temperamento malinconico in rapporto all’eventuale sviluppo di formazioni tumorali. In breve, una profonda sofferenza emotiva è tra le condizioni favorevoli allo sviluppo di alcuni tumori. I soggetti, particolarmente vulnerabili a questa patologia, pare facciano fatica a manifestare sentimenti ostili e con enorme difficoltà riescono ad esprimere le proprie emozioni; presentato tratti di personalità molto rigidi e sensi di colpa invalidanti … sono sempre profondamente abbattuti e sfiduciati. Si riscontrano in tali soggetti, vissuti di abbandono, disperazione e rapporti problematici connessi al loro naturale periodo evolutivo. Il rievocare tali esperienze attraverso rapporti conflittuali disastrosi e attività lavorative deludenti attuali, nell’età adulta, può portare l’individuo alla disperazione e ad una sofferenza atroce … risveglia in qualche modo le percezioni dolorose dei primi anni di vita; e, così, a lungo andare, un senso profondo di impotenza e sfiducia deprime anche il funzionamento cellulare … sono, pertanto, maggiormente a rischio a causa della loro storia e formazione emotiva. Emerge che questi soggetti sono particolarmente timorosi, sono inclini a reprimere la rabbia, non riescono ad esprimere paura, disperazione, dolore e ostilità, mostrandosi in ogni occasione, proprio per il loro eccessivo conformismo sociale, sempre gentili, dolci e benevoli. Atteggiamenti che non permettono di “resistere” alla malattia, di prendere in mano la propria vita in maniera naturale e spontanea: stati d’animo che fanno perdere la voglia di lottare e di vivere. Le persone particolarmente disagiate oltre a sentirsi completamente svuotate di ogni potere e di qualsiasi capacità creativa, diventano, in questo modo, facile preda della frustrazione e, soprattutto, della depressione. Se il “pessimo” umore la fa da padrone, inevitabilmente, si ha un effetto di indebolimento diretto sulle difese immunitarie e sulla funzionalità del metabolismo in generale. I temi emotivi ricorrenti che nel tempo hanno fatto ipotizzare la loro connessione col cancro, o comunque contribuiscono a peggiorarne la prognosi, sono: la modalità con cui ogni individuo affronta le problematiche esistenziali (il suo modo di reagire agli eventi della vita), le emozioni non espresse, i fatti traumatici della vita, l’isolamento e la depressione. Tutti questi elementi stanno, senza timore di smentita, a indicare che lo stato emotivo personale influenza lo sviluppo e l’evoluzione (biochimica) di questa patologia nell’organismo. Attraverso importanti ricerche, passate e recenti, si è capito che il benessere psicologico e le varie tecniche mente – corpo rivestono un’importanza tale nel confronto di questa complessa e delicata patologia che tutte le metodiche terapeutiche rivolte alla prevenzione devono tenere in conto sempre il fattore psicosomatico. Grazie a queste conoscenze, in collaborazione SEMPRE con altri orientamenti scientifici, si potranno mettere in cantiere importanti strategie psicologiche di prevenzione per coloro che mostrano una evidente vulnerabilità emotiva … le giuste scelte salutari, sani stili di vita, comportamenti più adeguati e responsabili rimangono sempre prerogativa del singolo e, soprattutto, elementi fondamentali a livello di prevenzione…

In questo periodo storico, più di altri momenti caratterizzati da carestia, si dice che uccide più la gola che la spada! Il sistema digestivo ha il compito di trasformare gli alimenti solidi e liquidi introdotti nell'organismo ... anche quelli "spazzatura". L’alimentazione rappresenta un bisogno primario per assicurare l’esistenza di ogni essere vivente, mentre la digestione è una forma di “gestione” e di utilizzo di sostanze acquisite: una struttura di trasformazione e di cambiamento che “assorbe” anche, in questo caso, il mondo esterno. In questa alchimia sono coinvolti altri organi indispensabili per la sopravvivenza (stomaco, fegato, cistifellea, milza, pancreas). Anche in questo apparato, a seconda dell'organo digestivo coinvolto, conosceremo il ruolo specifico delle emozioni nello sviluppo del malessere gastrointestinale. Un fenomeno che, a prescindere dai vari organi, ruota sempre attorno al tema della sicurezza e della protezione … al mondo delle idee, pensieri e relazioni interpersonali. Quando l’intestino perde il suo naturale equilibrio, contemporaneamente, anche il cervello perde la sua lucidità, esaurisce la sua efficienza mentale. I disturbi legati al sistema digestivo, quindi, segnaleranno le difficoltà a digerire, inghiottire e assimilare … “digerire” quello che avviene nella vita, un continuo “ruminare”. Una psiche che non riesce a gestire e rielaborare alcuni contenuti emotivi considerati “impuri”… paura di sentire emozioni considerate vergognose. Sono individui molto sensibili all’ostilità e al rifiuto. Il rapporto tra emozioni e funzione digestiva come ad esempio nausea, deglutizione, secrezione, motilità, vomiti e sensazione di bolla faringea, è evidenziato in numerose ricerche cliniche e confermato direttamente in molte esperienze umane. Alcuni individui con tratti ossessivi – compulsivi - essendo molto sensibili ai cambiamenti, incapaci di eliminare ciò che è inutile e, quindi, rimanendo aggrappati a comportamenti, atteggiamenti, modi di pensare e a condizioni vecchie e superate - ostacolano il ricambio organico. In tal modo, con il timore di eliminare le cose passate sono trattenute anche le feci (stipsi). Molte problematiche intestinali sono accompagnate da tratti depressivi mascherati, da esperienze deludenti e da una insoddisfazione cronica. Tali problemi si risolvono solo se si comprendono le vere cause profonde che li hanno determinati. Speranza e futuro, per questi soggetti, sono stati completamente cancellati dalla loro vita. I problemi del sistema digestivo ci parlano, in ogni caso, della difficoltà di digerire alcune vicende esistenziali, di affetti tenuti a freno, di legami bloccati, di angosce ossessive, di come sono gestiti i sentimenti, del timore di fallire, di non essere all’altezza delle cose, di sbagliare. Una involontaria scarica diarroica, infatti, segnala la tensione sperimentata nel tentativo dominare un profondo sentimento di vergogna o una situazione di grande paura … un modo di sottrarsi a situazioni vissute come molto pericolose.

Chakra.

Lo stomaco è connesso al terzo C. (riguarda la personalità, libertà e controllo, essere se stessi).



STOMACO…

una meravigliosa linea di difesa.

… lo stomaco si ammala non solo quando blocchiamo la nostra spontaneità, ma anche quando perdiamo fantasia e libertà, siamo troppo accomodanti, gestiti dal pessimismo e rassegnazione … zittirsi e bloccare le proprie espressioni più naturali e spontanee è il danno maggiore … per far “respirare” lo stomaco tira fuori le tue emozioni nascoste ed “indigeste”…

Il problema allo stomaco può essere visualizzato con gonfiore nella zona sopra l’ombelico (addominale) dopo l’assunzione di cibo, sonnolenza postprandiale, rossore agli zigomi dopo il pasto … si dovrebbe mangiare verso le undici del mattino o verso le 4 – 5 del pomeriggio. Lo stomaco è uno degli organi della digestione … prima linea di difesa dell’organismo. Lo scopo della digestione è quello di trasmettere all’organismo l’energia necessaria alla trasformazione dei prodotti grezzi. Le materie prime come proteine, i grassi, gli idrati di carbonio, le vitamine e i sali minerali sono trasformate sapientemente in combustibili e successivamente in energia. il processo inizia nella bocca a contatto degli alimenti e della saliva, e termina con le scorie nell’ano. Il tutto passa per lo stomaco che inizia l’azione chimica delle secrezioni, poi pancreas, fegato e ghiandole contenute nell’intestino tenue. Tutto il cibo assimilato viene a depositarsi sull’intestino tenue, dove, se il bolo alimentare va incontro a un’eccessiva putrefazione o fermentazione, si avrà un’infiammazione. Queste sostanze sono assimilate, se il soggetto continua ad assumere alimenti “spazzatura”, provocheranno un rigetto naturale da parte dell’organismo, con presenza di diarrea, di stasi e di stitichezza, e un rigetto di tossine nel sangue. Molto emicranie sono dovute ad una fermentazione alcolica dello stomaco. Queste fermentazioni non provengono da un consumo di alcol, ma fabbricata dallo stomaco, in seguito a un consumo di zucchero e di farinacei che fermentano. Questo alcol è più tossico dell’alcol grezzo normale, perché contiene le scorie di questa fermentazione. Anche i disturbi di stomaco imputabili a fattori stressanti o psichici sono numerosi. Sono provocati da pasti consumati troppo in fretta, dall’assunzione di alimenti troppo caldi o troppo freddi, da pasti consumati a orari irregolari e dall’abitudine di mescolare liquidi (bere) e solidi durante il pasto. I cibi dannosi e le cose che fanno male in generale allo stomaco sono: alcol, alimenti troppo caldi, bere durante i pasti, caffé, mangiare senza masticare, pane e zucchero raffinato. Alimenti ottimi per l’infiammazione: mele, pomodori, ribes, uva (succo diluito se troppo irritato). Per la dilatazione dello stomaco si consiglia: aglio, mela, pompelmo, sedano, rabarbaro. Il colore giallo (giallo – grigio) al viso indica problemi energetici a livello di stomaco e della milza. Uno squilibrio energetico allo stomaco si manifesta con gastroenteriti, foruncolosi, ossidazione cutanea, infezione cutanea. Gli zigomi riflettono lo stato energetico dello stomaco, si evidenzia soprattutto dopo i pasti perché si congestionano. Il soggetto ha digestioni lente, con possibilità appunto di gastriti, di crampi, di gonfiori addominali e di aerofagia. L’alimentazione viene male assimilata, il soggetto è spesso nervoso, mangia in fretta. Tutto ciò determina un’intossicazione progressiva dell’organismo, che può essere la causa di artriti, artrosi e successivamente di tumori o di ulcere. Il cuoio capelluto sarà molto intossicato, con forfora e pruriti. Deve modificare il modo di alimentarsi, eliminare caffé, tè, zucchero raffinato e frutta fresca, fare una cosa disintossicante, non assumere né alcolici né liquidi troppo caldi o troppo freddi. Se il viso tende a gonfiarsi e a diventare grigiastro, l’intossicazione organica è a uno stadio molto avanzato. Gli organi diffondono la loro energia in tutto il corpo. E’ possibile individuarne l’intensità e regolarla su linee di forze energetiche relative a ciascuno di essi. Su queste linee di forza si possono esercitare massaggi che permetteranno di mantenere la salute e l’armonia del corpo. Per quanto riguarda lo stomaco, qualora ci sia una lesione o come prevenzione, il punto da massaggiare (presenta una temperatura elevata) sarà la vertebra dorsale 12 (DS12: cattiva digestione, gonfiore dopo i pasti, aerofagia, acidità di stomaco, crampi allo stomaco). Tale massaggio è consigliato per: cattiva digestione, gonfiori dopo i pasti, aerofagia, acidità di stomaco, crampi di stomaco. La sua massima espressione energetica è dalle 7 alle 8; se è presente una disfunzione, l’organismo manifesterà, in questo periodo della giornata, debolezza e aggravamento dei sintomi. La sua massima espressione energetica è dalle 13 alle 14; se è presente una disfunzione, l’organismo manifesterà, in questo periodo della giornata, aggravamento dei sintomi.

… chi ha problemi di stomaco preferisce “incassare”, mandare giù il magone, “digerire”, rabbia, livore e cinismo: vuole evitare in tutti i modi e maniera lo scontro e il conflitto, non riesce più a “digerire” il mondo che incontra.

… impara a comunicare a “caldo” con franchezza, spontaneità e naturalezza così elimini la rabbia e le parole indigeste, “sputando il rospo”, poi, scarichi dallo stomaco tutti i pesi inutili e ritrovi la vera “leggerezza”: elimini finalmente l’imbarazzo di “pancia”.

... ALLONTANATI DAI LEGAMI AFFETTIVI CHE "INFIAMMANO", divertiti con passione e spontaneità... scegli l'atmosfera, le cose e le situazioni che ti mettono completamente a tuo agio...

… la rabbia impotente viene presa in consegna dalla stomaco: fare finta, controllarsi, non far trapelare nulla... l'acido che corrode lo stomaco …



INTESTINO.

.... produce anche l'ormone (95%) della felicità: la serotonina ...

... ecco perché un "buon" intervento sullo stato dell'intestino può essere utile, non solo nella fastidiosa colite, ma anche negli stati depressivi e ansiogeni... depuriamolo dalle varie tossine della "mente" e dalle scorie del "corpo": se sblocchi la mente sblocchi anche la pancia. L'intestino percepisce l'ansia ancor prima del cervello... comunica le proprie tensioni attraverso la colite... … l’intestino - con la sua motilità alterata - percepisce i segnali emotivi nello stesso momento del cervello: una voce potente che batte tutti gli altri organi in velocità (cinque volte più rapido) … il “blocco” di pancia rispecchia quello mentale: una “testa” che si basa troppo sulla razionalità, paura e ingorghi affettivi…

… quando le relazioni sono faticose da gestire - i rapporti interpersonali non sono basati sulla reciprocità ma solo finti - è l’intestino che tenta di risolvere la situazione ribollendo e sbottando: è la prima voce, il primo segnale di protesta, cerca di farsi strada attraverso il malessere intestinale, la pancia la metti al sicuro solo se la lasci esprimere, faciliti la curiosità e assecondi il bisogno di novità …

Osservando la forma dell’intestino e del cervello si rimane immediatamente colpiti dalla straordinaria somiglianza: le circonvoluzioni cerebrali infatti richiamano le tortuosità delle pareti intestinali. La prima immagine a cui rimanda l’intestino per la sua particolare forma tortuosa è quello di un labirinto, luogo buio, tetro, oscuro dove ciò che avviene non è sotto il controllo della mente. Questi due organi comunque sono accomunati anche dalla medesima funzione: sia l’intestino - preposto alla produzione delle feci - sia l’apparato cerebrale adibito tra le tante funzioni alla produzione di pensieri, assimilano l’ambiente circostante, dando luogo ad un prodotto che dovrà poi essere eliminato (feci e pensieri). L’intestino i cibi, li assimila ed elimina le sostanze di rifiuto. Il cibo che raggiunge questa parte “bassa” del corpo ha subito tutte le trasformazioni (della materia) metaboliche necessarie a produrre il potenziale energetico: materia utilizzata e assimilata fino a ridursi a prodotto di scarto. Esso digerisce i cibi, li assimila e scarta le sostanze di rifiuto. Non si tratta però solo di rifiuti metabolici: a non essere assimilati sono spesso anche i pensieri e gli impulsi. Gli alimenti che arrivano nel labirinto rappresentano dunque simbolicamente la conclusione di un viaggio. L’intestino in quest’ottica compie un rituale di purificazione ogni volta che evacua, eliminando sia rifiuti organici che contenut psichici “indigeribili”. In questo senso gli attacchi diarroici del colitico possono rappresentare il processo di elaborazione ed esternazione ritenute inammissibili (bloccate). Quando si parla di colite si fa riferimento a un malessere che presenta diversi "volti" e che tende a manifestarsi in maniera soggettiva. Imparare a leggere il suo linguaggio è essenziale per comprendere e affrontare il disagio, tutt’altro che banale, come la colite. Ogni colite è un fatto a sé, anche se all’interno delle diverse manifestazioni sintomatologiche è possibile individuale tratti comuni che aiutano a capire il senso profondo di questo disturbo, spesso, particolarmente invalidante. E’ ben diversa infatti una colite che colpisce nel pieno della notte con crampi, da una che si manifesta prima di affrontare situazioni stressanti o compromettenti. Occorre, inoltre, prestare attenzione anche ai momenti e alle fasi evolutive (della vita) in cui questo malessere si manifesta. Crampi dolorosi, ventre gonfio, attacchi di diarrea o costipazione ostinata. E’ questo il linguaggio d’organo attraverso il quale l’intestino racconta il malessere e il profondo disagio di chi soffre di colite. Conflitti aperti ma negati e una personalità complessa e tendente all’introversione sono tratti tipici del colitico che manifesta difficoltà ad interagire con il proprio ambiente in modo fiducioso e sereno. Attraverso un’accurata analisi dei simboli legati al mondo intestinale emergono varie caratteristiche connesse in chi soffre di stipsi e di colite. Chi soffre di disturbi intestinali è difficile che si conceda ad acquisti spensierati, o doni consistenti. Tranne in qualche raro momento per pentirsene subito dopo. Il suo spiccato senso di possesso lo porta a trattenere avidamente tutto ciò che è suo. Tipica di questo carattere è la tendenza a collezionare ogni cosa e a non buttar via nulla, neppure le cose vecchie o inutili. Relazioni finite, amicizie concluse, ricordi abitudini ormai inadeguate: tutto va tenuto e conservato. Il colitico sviluppa un vero e proprio attaccamento verso il vecchio, da cui non riesce a separarsi. I ricordi e i cimeli del passato ingombrano la sua vita come scorie tossiche, esattamente come fanno le feci nell’intestino. E gli impediscono di fare spazio al nuovo, di evolvere e cambiare con il tempo. Risultare “a modo”, “per bene”, è molto importante per il colitico che ci tiene a dare un’immagine di se “pulita” e sempre impeccabile (di tanto in tanto chiunque può essere sfiorato da queste caratteristiche, ma per il colitico esse sono dominanti e continuative: sono pochi i momenti di sollievo). Movenze e gesti sono studiati e trattenuti, fino a risultare talvolta artefatti e innaturali. La naturalezza (spontaneità) è scambiata spesso, a torto, per volgarità e mancanza di raffinatezza e viene poco apprezzata anche negli altri. L’atteggiamento controllato e difensivo verso il nuovo traspare anche nei rapporti con gli altri. Ama confrontarsi con persone che percepisce simili a lui, difficilmente si lascia attrarre da persone diverse, per quanto in fondo lo incuriosiscono. Preferisce muoversi su un percorso o un terreno conosciuto e rifiuta tutte quelle situazioni che potenzialmente potrebbero farlo cambiare. Il colitico, il più delle volte, ha un atteggiamento moralista che gli fa assumere posizioni inflessibili verso errori e debolezze proprie ed altrui. Ci tiene molto alla buona educazione e a risultare corretto e onesto. Spesso il suo idealismo sconfina in un atteggiamento mistico. Chi soffre di colite ha nei confronti dello sporco una vera repulsione, è davvero esagerato. Persino gli odori del corpo vengono considerati disdicevoli e vergognosi. Ecco perché spesso il colitico fa un eccessivo uso di profumi, deodoranti e detergenti. Anche con la fisicità e la sessualità spesso è difficoltoso e inibito, dimensioni ritenute pericolose e particolarmente “difficili”. Il malessere fisico provoca tre tipi di atteggiamenti differenti: avido, aggressivo e insicuro. La stipsi è un malessere che anche nei bambini ha un’origine di natura profonda e sottile. Per il bambino le feci hanno un significato più profondo che per l’adulto. Sono tre infatti gli atteggiamenti alla base della stipsi infantile: atteggiamento aggressivo, tipico dei bimbi con un carattere egocentrico, che tendono ad attirare l’attenzione su di sé attraverso il malessere fisico. In questo caso è consigliabile stare con il bambino anche in bagno, rendendo l’evacuazione un momento gioioso. Atteggiamento insicuro: tipico dei bambini remissivi, la loro paura è quella di deludere. Atteggiamento avido: il bambino mangia voracemente e tende a mantenere tutto per sé. Nella maggior parte dei bambini stitici l’aggravante del disagio è l’insistenza incessante dei genitori. Niente di più sbagliato, quando il bimbo si siede sul vasino, o spesso ancor prima di avvertire qualsiasi stimolo a defecare, i genitori cercano di forzare il bimbo al tanto sospirato “regalino”. In questo modo si perde uno degli ingredienti indispensabili per questo atto: la naturalezza. E’ importante cercare di coinvolgere il bambino in situazioni piacevoli, giocose, rilassanti che impediscano l’insorgere della cosiddetta ansia di prestazione. I dolorosi crampi addominali, lo spasmo e la contrattura muscolare tipici di quella forma di colite parlano di una lotta interna, una sorta di “tira e molla” tra la tendenza a procedere in avanti e verso l’esterno (spirito di iniziativa, aggressività) ed un movimento che agisce in direzione opposta. Questa spinta in avanti, in realtà, viene bloccata da una resistenza interna tanto forte da renderla del tutto inefficace e, anzi, da far compiere addirittura una sorta di “guizzo” all’indietro. Può essere un individuo dominato da due forze uguali e contrapposte (agire o subire, istinto o ragione) che lo bloccano, nonostante un più o meno consapevole desiderio di muoversi e di passare all’azione. E’ la classica persona che vorrebbe partire all’attacco, dando l’impressione di sapere bene quello che vuole, ma che all’improvviso compie una sorta di “retromarcia”, trattenendo dentro di sé tutto quello che avrebbe voluto esprimere. Anche e soprattutto l’aggressività viene ripiegata e rivolta verso se stesso in un doloroso meccanismo autoaggressivo. Molto spesso l’attacco di colite spastica si presenta all’improvviso, senza un apparente motivo. Ciononostante si possono individuare alcune costanti che accompagnano la comparsa del sintomo: a volte i crampi addominali possono iniziare dopo i pasti, magari in un momento di inconsapevole agitazione o durante un’attività particolarmente impegnativa. Spesso sono sufficienti un momento di riposo ed una boule riempita di acqua calda a far cessare il doloroso attacco. Per riuscire a sciogliere il blocco che non gli permette di portare le cose, le azioni, le iniziative fino in fondo, l’individuo che soffre di colite spastica deve iniziare a lasciare fluire, a portare fuori, ad esprimere questi stimoli che sente dentro di sé e che lo spingerebbero all’azione. Ampio spazio quindi ai momenti “scatenati”, siano essi in discoteca piuttosto che allo stadio o a far baldoria con gli amici e magari, in un secondo tempo, a litigare, sempre nelle dovute maniere. Il lasciare andare veloce e violento della scarica diarroica fa pensare al bisogno impellente di liberarsi di un materiale inaccettabile, che non si può né contenere né, tantomeno, assimilare. Questa carica a livello intestinale trova il suo corrispettivo, a livello mentale, nel tentativo di espellere un contenuto (fatto di pensieri, idee, emozioni, fantasie) disturbante e spesso vissuto in maniera “vergognosa”. Chi soffre di colite con forti e frequenti scariche diarroiche è una persona che tendenzialmente cerca di nascondersi e di nascondere determinati contenuti – spesso con spiccata valenza sessuale – che non può accettare. Assillato dal bisogno di “liberarsi” (purificarsi) da un materiale vissuto come sporco, molto spesso tende a manifestare anche all’esterno la sua “mania” per la pulizia. Una casa sempre linda, dunque, un linguaggio scevro da volgarità, un aspetto sempre piuttosto in ordine sono i tratti tipici di questi soggetti. La colite diarroica si può manifestare con diverse modalità, ad esempio con o senza crampi e meteorismo; può essere anche favorita da una determinata condizione ambientale come, ad esempio, un improvviso colpo di freddo. Ma, come è noto, persino un momento di particolare agitazione o di paura può facilmente causare un improvviso attacco di colite: molto spesso ciò accade prima di un esame o di una prova importante. Il gonfiore e i dolori che ne derivano spariscono subito dopo la scarica diarroica che segue all’attacco. Le situazione che rappresentano una fonte di ansia e agitazione sono vivamente sconsigliate ai soggetti che soffrono di questa forma di colite; non potendo ovviamente eliminarle del tutto, si può però cercare di ridurle al minimo. Anche prendere pian piano contatto con le componenti tanto temute da essere così urgentemente espulse, potrebbe giovare a queste persone. Come? Ad esempio permettendo, durante una discussione, di tirare fuori queste parti “sporche”… alle volte un linguaggio “colorito” può risultare anche più incisivo (senza nuocere ed essere lesivi verso gli altri). Con aria: qui il problema centrale si manifesta nel gonfiore, nel meteorismo, ovvero nella massiccia e fastidiosa presenza di aria all’interno del colon. Un’aria scomoda, che preme dall’interno e crea disagio soprattutto nel momento dei contatti e degli scambi interpersonali. Dunque, è come se chi soffrisse di questo fastidioso disturbo immettesse nell’ambiente, e quindi nelle relazioni, una presenza fatta di rumori triviali e scurrili. Una pancia che emette rumori può rappresentare un modo di manifestare all’esterno un’aggressione, una coloritura volgare. Chi ne soffre cronicamente risulta quasi sempre una persona decisamente formale, spesso incapace di portare fuori la propria rabbia e le proprie parti “impresentabili”, manifestandole apertamente nelle situazioni spiacevoli. Soprattutto vi è una attrazione – repulsione verso tutto ciò che inquina un’immagine di sé linda e inappuntabile. Questo sintomo fastidioso fa spesso la sua comparsa in situazioni significative, quando cioè si avverte l’attenzione o addirittura l’ostilità dell’altro e se ne teme il giudizio o la disapprovazione. Soprattutto nei luoghi affollati si può avvertire la sensazione di non avere spazio e contemporaneamente può insorgere la paura di rivelare, attraverso i propri rumori, quelle parti di sé, che si vogliono tenere nascoste. Può accadere così che la pancia si metta a “borbottare” rendendo manifesta proprio la presenza e l’attività di quelle parti tanto temute. In genere questo soggetto con tale tipo di colite è fortemente imbarazzato quando si trova in mezzo agli altri e cerca di occultarsi ogni volta che la pancia “rumoreggia”. Trattandosi molto spesso di pulsioni sessuali trattenute, è probabile che agendole più liberamente, inizialmente almeno a livello immaginario, questo sintomo si possa attenuare. Pur se nella maggior parte dei casi si tratta di una forma occasionale e sporadica di colite, quella cioè da cibi guasti, si può ugualmente riconoscere, quando il problema assume connotati di cronicità o di ripetitività, un significato più profondo. Così, eliminare frequentemente, in seguito a vomito o diarrea, certi alimenti (latticini, frutta e verdure non lavate, fritti) assume il senso di un rifiuto e del timore che qualcosa di poco pulito vada ad inquinare e alterare il corpo e la mente. E’ proprio l’incapacità a tollerare che cibi poco genuini o poco lavati vengano trattenuti nell’organismo e, seguendo i tempi fisiologici, regolarmente espulsi, a delineare la personalità di chi soffre di questo tipo di disturbo. Si tratta per lo più di persone molto attente alla pulizia interna ed esterna, spesso inclini a controllare la provenienza dei cibi, la loro composizione e tutti i possibili effetti sull’organismo. Questa tendenza al controllo è generalizzata e rivela in particolare il timore di avere qualcosa a che spartire con un mondo esterno considerato improprio e inferiore, l’idea di un contatto imprevisto che rischierebbe di alterare una dimensione interiore considerata pressoché perfetta. L’evento scatenante, ovviamente, è l’ingestione di cibi e bevande potenzialmente tossiche o verso le quali può scatenarsi un’intolleranza. La reazione di rapida espulsione di queste sostanze da parte dell’intestino è tesa a salvaguardare l’integrità. Non bisogna dunque intervenire troppo precocemente per controllare l’intensità della scarica, ma piuttosto favorire la fisiologica disintossicazione dell’organismo. L’ideale asetticità ricercata nell’alimentazione si può analogamente estendere al campo delle relazioni interpersonali. La paura di venire contagiati (fisicamente, ma anche emotivamente) dagli altri può condurre infatti anche ad una progressiva chiusura sociale. Ecco perché è importante “assaggiare” un po’ di tutto – cibi, bevande, ambienti, persone, situazioni – ovviamente avendo cura di scegliere, perlomeno in un primo momento, gli elementi che risultano maggiormente tollerabili. Ogni spostamento, ogni viaggio, comporta la necessità di modificare, anche per poco tempo, le proprie abitudini e di saper affrontare qualche imprevisto. Quando si viene sradicati da situazioni e relazioni ben conosciute, e pertanto non preoccupanti, e catapultati in luoghi in cui l’insolito e il confronto con esperienze nuove sono inevitabili, può insorgere, insieme all’inconsapevole timore di non essere pronti ad assimilare questi cambiamenti, anche una sofferenza intestinale. Se è vero che ogni mutamento (fisico, psichico, ambientale) può essere accompagnato da uno stato di leggera ansia e preoccupazione, chi soffre di questo disturbo manifesta una spiccata sensibilità e ricettività nei confronti dell’ambiente che lo circonda. In particolare risulta evidente la difficoltà a distaccarsi da cose o situazioni passate e la necessità impellente di rifiutare ogni possibile cambiamento. Ancora una volta, per analogia, l’intestino si fa interprete di questo disagio attraverso la veloce espulsione di cibi appena ingeriti. Non solo i viaggi, ma anche tutte le occasioni di cambiamenti significativi sul lavoro o nella vita affettiva possono scatenare la sintomatologia colitica in coloro che sono predisposto a ciò. L’ansia e la preoccupazione che possono subentrare in occasione a tali mutamenti costituiscono già un’ottima spinta fisiologica, unita al tentativo di liberarsi al più presto di quanto appena incontrato, prima che sia incorporato ed elaborato. Il motto “mai lasciare la strada vecchia per la nuova” da un lato esprime la necessità di avere punti di riferimento stabili e sicuri, dall’altro non considera un aspetto fondamentale della vita: attraverso nuovi incontri ed esperienze l’uomo arricchisce e modifica la visione di sé e del mondo. Così, ogni cambiamento porta in sé una rinuncia, ma anche il potenziale della crescita individuale. Accettare consapevolmente questa rinuncia in favore di una evoluzione della propria personalità è pertanto l’obiettivo a cui questi soggetti devono tendere.

… il caldo espone l’apparato digerente a stress, attacchi batterici e virali… per riequilibrarlo prova con gli oligoelementi: manganese – cobalto; per le infiammazioni usa Vaccinium myrtillus, tarassaco e malva.

… i veri nemici dell’intestino non vengono solo dal piatto ma possono scaturire dai nostri atteggiamenti, ci ammaliamo, infatti, quando non facciamo più scelte di “pancia”, quando non si hanno più desideri e sogni quotidiani, ci si chiude in se stessi, si è perennemente indecisi (crampi), si trascinano continuamente i problemi (infiammazione) … RICORDA, se ti trattieni lo infiammi, se liberi invece le emozioni profonde, anche quelle meno pulite, in modo “sano”, la pancia si alleggerisce, si sblocca completamente, la metti al “sicuro” e, alla fine, vedrai che ti ringrazierà: serve uno stile di vita più rispettoso dei ritmi quotidiani e un modo più genuino di esprimere pienamente talento e creatività … colite, stipsi e altri mal di pancia fastidiosi li tieni lontani - dai salute, equilibrio, ritrovi il vero benessere - solo se lasci spazio alla spontaneità e alla naturalezza: BASTA stress, isolarsi, timore del giudizio altrui, diffidenza, insicurezza, giudizi di valore, lottare all’infinito contro i pensieri considerati “scomodi” … la pancia “riparte” quando ti trovi bene con le tue emozioni e le esprimi senza aver il terrore di sbagliare o essere tormentato dalla paura di offrire un’immagine di te stesso negativa …


INTESTINO TENUE.

L’intestino tenue, aiutato dalla bile, secerne il lisozima che serve a mantenere l’equilibrio della flora intestinale. La bile svolge una funzione antisettica e neutralizza l’ambiente intestinale. Quando questi normalizzatori non funzionano bene, compaiono scariche diarroiche o infezioni. La loro visualizzazione è segnalata in una zona rossa in mezzo alla fronte tra le sopracciglia, un’eccessiva sensibilità della pelle del volto. Un disturbo nell’elaborazione del plasma sanguigno provocherà altre turbe del sistema di difesa dell’organismo e la persona sarà aggredita da malesseri come influenza e raffreddori. Le putrefazioni alimentate da carni spesso troppo cotte, da uova, o da oli per frittura di pessima qualità, producono sregolatezza nell’intestino e mantengono per migrazione cellulare il carattere infiammatorio, che può, alla lunga, lasciare il posto a metastasi intestinali. Lo zucchero raffinato causa una superproliferazione della flora batterica a livello delle mucose intestinali. L’alterazione della qualità di queste mucose intestinali favorisce il passaggio dei colibacilli nel sangue, e dà disturbi ai reni, provocando cistiti con minzione dolorosa, sensazione di bruciore e stanchezze anormali. L’intestino tenue ha un’importanza ancora maggiore nel procedimento della digestione. Dopo il passaggio nello stomaco, il cibo occupa tutta la superficie dell’intestino tenue, lungo da 8 a 9 metri e ricoperto di milioni di piccole asperità sempre in movimento e impregnate di zuccheri naturali, di sali minerali e proteine. La fermentazione e la putrefazione provocano irritazioni (diarrea o stipsi) su questa parete alimentare dallo zucchero raffinato. Se il soggetto continua ad alimentarsi in modo sregolato si avrà deterioramento delle cellule intestinali, procedimento che favorirà l’accumulo delle tossine che passeranno nel sangue. L’intestino tenue è responsabile di numerose obesità (allarga il bacino con presenza di accumulo di grasso o di cellulite). Svolge un ruolo importante nella formazione delle cisti alle ovaie nelle donne. L’intestino tenue è una delle più importanti barriere di difesa del corpo. Essendo uno degli organi che fabbricano il plasma sanguigno, presiede all’equilibrio generale dell’organismo. Per una buona funzionalità, bisogna eliminare: alcol, carne e formaggi che provocano una putrefazione, oltre alle uova troppo cotte, pane bianco, salumi grassi, ingredienti troppo piccanti, zuccheri raffinati. Ha invece bisogno di: prodotti latteofermentati, yogurt e lievito in caso di irritazione. In caso di parassitosi: aglio e crescione; con problemi infiammatori: alghe e lieviti freschi; infezione: carote, ciliegie, fragole, lattuga, patate, mele, pomodori, porri, sedano, spinaci, uova; apporto di sali minerali: alghe, cavolfiore, lenticchie, rape, sedano, soia; cerali specifici: frumento (adatto a migliorare la funzionalità), riso non brillato, segale. La sua massima espressione energetica è dalle 13 alle 14; se è presente una disfunzione, l’organismo manifesterà, in questo periodo della giornata, debolezza e aggravamento dei sintomi. Migliora con il sapore amaro. Se si hanno problemi di circolazione sanguigna, di cistite, o di presenza di gas nell’intestino, significa che l’intestino tenue non funziona bene. Fornisce, con il cuore, il massimo del suo sforzo energetico in estate. Il punto di massaggio sarà la vertebra sacrale 1 (S1: stitichezza, infezioni cutanee, colite).


INTESTINO CRASSO.

Colite … con la scarica diarroica si cerca in qualche modo di purificarsi (allontanare, scaricare) da idee e contenuti mentali inaccettabili, vissuti come “sporchi"…

La stipsi è l’origine di numerosi disturbi: parassitosi, lesioni intestinali, problemi epatici. È sempre un’impresa ardua valutare il grado di stitichezza di una persona. Molti pensano che, andando regolarmente di corpo, non siano soggetti a problemi di stitichezza; in realtà vi sono materie fecali che soggiornano troppo a lungo nell’intestino e si putrefanno, mentre le tossine che contengono provocano un avvelenamento dell’organismo. Bisogna fare dunque attenzione ai sintomi che accompagnano la stitichezza come la stanchezza, l’angoscia, l’anemia, le insonnie, le acidità, il mal di testa, le vertigini, alcune colibacillosi, i gonfiori, le emorroidi, le nausee e certi casi di mestruazioni irregolari che , in alcune donne, possono provocare una predisposizione alle cisti ovariche. Inoltre, le aderenze fecali agli intestini possono causare a lungo andare un cancro su questi organi. L’igiene alimentare svolge naturalmente un ruolo di grande importanza ed è necessario adeguarsi s un regime adatto per lunghi mesi per poter rieducare l’intestino crasso. Le cause del fenomeno di stipsi sono molte: una secrezione biliare difficoltosa, un’alimentazione non adatta, un eccessivo consumo di carne rossa che facilita la fermentazione, il pane bianco, l’alcol, numerosi farmaci che asciugano le pareti intestinali o le irritano, l’abuso di lassativi, soprattutto di quelli molto saturi di sale. Si dilata e si gonfia quando non ossida in modo sufficiente le scorie da evacuare. Il soggetto sarà spesso linfatico, gli mancherà quindi l’energia e avrà una tendenza alle ulcere varicose e in seguito alle metastasi intestinali Oltre a seguire un’alimentazione ricca di oligoelementi per permettere una migliore ossigenazione del sangue che provocherà l’ossidazione delle scorie. Si notano spesso cause psicologiche in persone che, in occasione di un viaggio, devono cambiare le loro abitudini: questo porta a una stitichezza che può durare anche parecchi giorni. Anche persone introverse, chiuse, incapaci di lasciarsi andare, di confidarsi in modo tale da scaricare un po’ delle preoccupazioni soffrono spesso di stitichezza. Questo si può verificare anche con altri problemi, e mette in evidenza il rapporto esistente tra la funzione psichica di eliminazione e la stessa funzione organica. La sua funzionalità verrà visualizzata intorno alle pieghe della bocca. Dilatazione dell’addome e del bacino. Viso bianco e dilatato verso il basso. Ventre gonfio dopo i pasti. L’alimentazione da eliminare e comportamenti da adottare: carni troppo cotte, farinacei, grassi e burro fritto, eccesso di sale, non bere durante i pasti. Regime consigliato: cipolla, dente di leone, porro, sedano, riso integrale e grano saraceno. Contro la stipsi: alghe, ciliegie, cocomero, porro, prugne, uva, olio di oliva (al mattino a digiuno). Per drenarlo: cereali, fichi, sale di potassio. Per una migliore eliminazione: cloruro di magnesio. Migliora con il sapore piccante. La zona di massaggio sarà la vertebra lombare 4 (L4: stitichezza, infezioni cutanee, colite). La sua massima espressione energetica sarà tra le ore 5 e le ore 7.

… l’identikit di chi soffre di stipsi è particolare: appare sempre come un personaggio indaffarato, occupato anche quando non è necessario … nel lavoro, poi, “troppo” attento, disciplinato, eccessivamente severo, volitivo, scrupoloso, selettivo e meticoloso (un “super” bravo che ha perso la sua “regolarità”…) ma nel vivere quotidiano si sente spento, bloccato, timoroso di mostrarsi come è realmente (è importante ricordare che “dare” può essere un gesto generoso ma è anche un modo di esporsi, sentirsi indifesi, evidenziare la propria vulnerabilità e “debolezze”)…

… la stipsi s’inchina davanti alle verdure cotte o crude, bevendo qualche litro di acqua perchè facilita il lavoro dell’intestino, al consumo di legumi e cereali integrali (stimolano il movimento intestinale), a qualche caffé perché può aiutare la peristalsi intestinale e assumendo, soprattutto, al mattino frutta cotta… ma prima di iniziare la colazione un bel bicchiere d’acqua… limitare i prodotti lattiero caseari (a parte lo yogurt probiotico che con i suoi fermenti riesce a riequilibrare la flora intestinale) perché fermentando producono gas e rallentamento della peristalsi… il latte può causare dolori e gonfiore… prova, inoltre, a far bollire qualche fico essiccato, scioglilo nel liquido e bevi due o tre tazze durante la giornata: può essere davvero fantastico!




FEGATO… il grande alchimista.

… il fegato essendo collegato con la rabbia ci parla dell’incapacità di metabolizzare l’ira: pezzi di un vissuto e di ricordi non smaltiti nel tempo …

Molte persone sofferenti di disturbi epatobiliari sostengono di non avere problemi al fegato. Per riuscire a comprendere in quali condizioni si trova questo organo vitale, è necessario comprendere alcuni sintomi. Il fegato è uno degli organi della digestione. Agisce come filtro tra lo stomaco e il cuore. La sua azione è molto importante nella formazione del sangue e nella trasformazione dei protidi (proteine) e dei lipidi (grassi). Esso neutralizza anche sostanze nocive e produce enzimi, ormoni, vitamine e, naturalmente, è legato alla formazione della bile. Senza di esso gli alimenti non si adatterebbero ai bisogni delle nostre cellule e l’organismo si intossicherebbe. Inoltre neutralizza molti degli elementi tossici contenuti nei medicinali. Da questo possiamo comprendere che vi è una notevole quantità di alimenti e farmaci che colpiscono il fegato. I disturbi che lo riguardano sono l’epatite, gli itteri (accumulo di elementi biliari nel sangue), la cirrosi, le litiasi biliari (formazione o presenza di calcoli), le coliche epatiche. Ma vi sono anche disturbi indiretti con conseguenze sulla digestione, il meteorismo, i bruciori di stomaco, le anemie, le carenze di sali minerali, l’obesità o il dimagrimento. Anche l’ipertensione, i disturbi della vista e dell’udito, l’artrite, l’artrosi, l’asma, i raffreddori da pollini, i reumatismi, le emorroidi, la tubercolosi e il cancro sono spesso legati indirettamente al complesso formato dal fegato e la cistifellea. Quando vi è una disfunzione del fegato, il colorito è giallo - verde e il soggetto avrà mal di testa, meteorismo e gonfiori, capogiri e risvegli verso le prime ore del mattino. Ai numerosi alimenti proibiti nel quadro clinico che riguarda la cistifellea, bisogna aggiungere il cioccolato, il pane bianco, il caffelatte, che è un vero veleno, un consumo eccessivo di carne e naturalmente l’alcol. Il colesterolo, che erroneamente viene frequentemente attribuito alle patologie cardiache e vascolari, è da imputarsi al fegato. L’ipertensione può provenire da una disfunzione del fegato e il malato rischia di venir colpito da disturbi come l’infarto o determinate malattie delle arterie. Quando non riesce a compiere interamente il suo lavoro, sollecita il pancreas, che si esaurisce e rende il soggetto vulnerabile alle malattie infettive e ai disordini nervosi. Questo organo è quindi il grande “chimico” dell’organismo. È un organo dalla vitalità incredibile: è infatti capace di ricostituirsi sette volte nel corso di una vita e può funzionare anche se la sua porzione attiva è ridotta a un quinto. Dopo la digestione di un pasto tutto il sangue degli intestini penetra direttamente nel fegato. Questo tratterrà gli elementi necessari e neutralizzerà le tossine che saranno eliminate attraverso il suo secreto: la bile. Ma se il fegato non riesce a neutralizzare le tossine, la bile scorrerà nell’intestino tenue carica di tossicità e provocherà, nel migliore dei casi, il vomito. La presenza di una eccessiva quantità di bile nell’intestino disturba la digestione e provoca acuti dolori con presenza di gas e di acidità che risalgono nello stomaco. Una bile troppo irritante e troppo corrosiva viene immagazzinata temporaneamente nella cistifellea che ha la funzione di neutralizzarla. Una delle importanti attività del fegato è la suddivisione del glucosio che permette l’azione muscolare. Numerosi incidenti muscolari, soprattutto negli sportivi, nei quali l’intensità della preparazione fisica non è stata accompagnata da un adeguato regime alimentare, sono imputabili al fegato. Visualizzazioni e segnali: viso tendente al verdastro, pelle giallastra e cuoio capelluto grasso, risveglio verso le due o le tre del mattino, crampi ai polpacci, irritabilità, mal di testa che comincia alle tempie e scende verso la nuca, artrite e artrosi, calcoli a livello della vescica biliare, pelle che presenta macchie, difficoltà di digestione e nausea. Cibi troppo piccanti o eccessivo consumo di frutti di mare creano diarrea. Gli ortaggi utile al benessere: carciofi (acqua delle foglie), cipolla, limone, spinaci.; tutti i tipi cereali. Ingrossamento: asparagi, carote, cicoria, denti di leone, olio di oliva, pompelmi, ravanelli, ribes nero, Congestione: crescione e rapa (drenanti), sedano, uva spina. Insufficienza epatica: asparagi, carciofi, carote, gambi di sedano, limoni, rabarbaro, ravanelli, soia. Le controindicazioni saranno: burro, caffé, olio di semi, grassi, zucchero. Per riequilibrare la cistifellea: lievito di birra fresco. Ingorgo della cistifellea: olio di oliva spremuto a freddo purissimo al mattino a digiuno. Per i calcoli biliari: dente di leone, pomodori e uva. Massaggiare, per mantenerlo in armonia, la vertebra dorsale 9 (D9: tutti i disturbi epatici, dolore ai muscoli adduttori, dolore alla minzione, dolore ai tendini, tendenza ai crampi muscolari). Il sapore aspro stimola fegato e cistifellea. Il colore è il verde. Fornisce il massimo dello sforzo energetico in primavera.

… fegato e cistifellea (raccoglie e “spruzza” la bile) non solo hanno un legame con fenomeni di irascibilità e indignazione (rabbia, ira, collera) ma segnalano anche coraggio, fermezza e speranza… sono organi che possono incidere sulla vita emozionale di ogni soggetto fornendo vivacità oppure possono spegnere la voglia di vivere (amarezza, delusione, apatia, depressione).

... il fegato si ammala quando:

si è tristi e rassegnati;

troppo vittimismo;

rabbia trattenuta, repressa;

dipendenza affettiva.




Una SPINA nel fianco…

Ci sono emozioni intense ed invadenti che - a seguito di frustrazioni, risentimenti, amarezza nei confronti delle situazioni o persone - non si esauriscono proprio per niente in un semplice stato di eccitazione mentale, ma provocano una violenta e debilitante reazione fisiologica (reazioni nervose e ghiandolari: accelerazione del battito cardiaco, aumento della pressione arteriosa, tensione muscolare, esantemi, stanchezza, sudorazione, ulcera, insonnia, emicrania, problemi tiroidei…). Ogni stato d’animo, volenti o nolenti, si traduce sempre in una condizione fisica: un momento di felicità fa sentire leggeri, un’emozione intensa accelera il battito cardiaco, uno stato di tristezza opprime il petto o irradia nei muscoli una pesantezza che ostacola il movimento. Tale sollecitazione emotiva se permane per molto tempo nell’organismo, oltre a far soffrire, silenziosamente intossica la vita, modifica il comportamento, distrugge i rapporti affettivi, crea insicurezza e lentamente spegne l’autostima. Si diventa vulnerabili a livello cognitivo, la capacità di adattamento si sgretola, mettendo continuamente in discussione le proprie abilità e capacità nei rapporti sociali. Un fenomeno davvero pericoloso quando sfugge al controllo (diventa insistente, più forte di noi), si trasforma in rancore (legarsi al dito una vicenda) e dura al di là dell’evento che può averlo scatenato. Soggetti che prendono fuoco facilmente, si usava dire un tempo, con la “miccia” assai corta. Quanto affermato può essere tranquillamente verificato nelle vicende di cronaca nera. Se, ad esempio, ascoltiamo attentamente le interviste fatte ai vicini, agli amici o ai parenti del “mostro sbattuto in prima pagina” i contenuti appaiono sempre positivi, scontati e nettamente in contrasto con il gesto avventato commesso dal soggetto: era una persona a modo, sempre con un atteggiamento benevolo, gentile, educata, silenziosa, anche se un po’ schiva, ma molto, molto buona e tranquilla. In realtà, per i più attenti, non è mai stato un individuo sereno e tranquillo ma sempre in tensione, taciturno, schivo, trattenuto, controllato, con una vita compressa, che ribolle come un vulcano in piena attività. Un personaggio che accumula, nel tempo, tanta tensione senza mai riuscire ad incanalarla e utilizzarla in maniera produttiva. Quando un individuo non riesce a fare quello che desidera, a realizzare le cose che si è prefissato (sviluppa aggressività, diventa una vera e propria polveriera), ovviamente in base ai suoi schemi mentali (secondo una logica difettosa), si scaglia furiosamente su tali situazioni frustranti per ottenere in qualche modo, a torto o ragione, attraverso anche la violenza fisica, “soddisfazione” o “giustizia”. E’ una battaglia persa in partenza, un conflitto inevitabile per gli individui rigidi, incapaci di adattabilità, in quanto il mondo non sarà mai come lo si vuole e secondo le proprie aspettative. La vita con questo soggetto, spesso, sempre ipercritico e con la cura esasperata sui dettagli, diventa difficile e conflittuale perché crea, nell’interlocutore disagio, una diffusa sensazione di imperfezione e una profonda insicurezza. Sono moltissimi i termini linguistici che si riferiscono a questa condizione emotiva (ira, collera, furore), la rabbia comunque è quella che descrive in maniera più appropriata questa reazione psicosomatica intensa. La rabbia stimola l’attivazione del tessuto muscolare e se per qualche ragione l’attività viene “soffocata” il muscolo rimane in tensione. Questo meccanismo spiega l’origine di molte fastidiose contrazioni alle spalle, al collo, allo stomaco, alla mascella e alla zona sacrale. E’ un fenomeno che ha radici sia biologiche (la frequenza è connessa al testosterone) sia culturali: il bambino che piange viene additato come una femminuccia, la bambina che si infuria, invece, viene immediatamente richiamata all’ordine perché tale reazione “negativa”contrasta con l’immagine sociale della donna debole, dolce e materna. Non è la rabbia in sé altamente pericolosa, bensì quella non espressa (repressa o trattenuta).Così, a seguito di continue repressioni, di contrarietà mai espresse, di grandi litigi senza mai sbottare, improvvisamente, basta un nonnulla, una semplice banalità, per “eruttare”. La rabbia esplosiva, quella paralizzante, è una modalità espressiva impropria che, paradossalmente, permette di farsi “sentire”, di “affermarsi”, diventa una protesta e una rivendicazione in chiave violenta verso un ambiente insensibile, sordo e cieco, vissuto, sempre dal soggetto, come ostile, ingiusto e conflittuale. La manifestazione più specifica di questo fenomeno è il risentimento che si sviluppa in genere in funzione a un senso di ingiustizia diffuso a fronte delle responsabilità e degli sforzi eccessivi di cui spesso, il soggetto, più di altri, si fa carico. E’ un sottofondo emotivo accompagnato sempre da un atteggiamento di critica (irritazione, sfuriata, mutismo, rimprovero, fastidio, disappunto, odiosità) verso le situazioni e la gente in generale. Assume caratteristiche evidenti quando la si ritiene giustificata, ed è proprio in questa circostanza che può concretizzarsi in una forma davvero violenta. Al di là degli aspetti patologici, la rabbia, con la sua forza propulsiva, sapientemente gestita, rende efficienti, può offrire infinite opportunità, aprire altre porte, percepire nuove occasioni, cambiare la propria vita che, senza la sua spinta aggressiva, non si avrebbe mai avuto il coraggio di fare. Questo sentimento, portato agli estremi (cattiva gestione), se permane a lungo nell’organismo, secondo la medicina cinese, provoca un ristagno di energia nel fegato e, quindi, un forte dolore al fianco destro (“spina” nel fianco). Quando si usa, invece, un atteggiamento ripetutamente esplosivo verso l’ambiente circostante, si sottrae energia necessaria al funzionamento di tale organo. Questa modalità reattiva, particolarmente impulsiva ed ingestibile, oltre a segnalare difficoltà di ordine emotivo, può predisporre la ghiandola epatica a varie patologie. Prepara e facilita, nel tempo, un terreno adatto per disfunzioni e malattie più o meno degenerative. Saper gestire, pertanto, in maniera appropriata anche le manifestazioni di rabbia aiuterà a mantenere in ottima salute questo organo così prezioso al nostro benessere.

… la rabbia triste viene raccontata dal fegato: una rassegnazione e una profonda amarezza …

… ricorda che il fegato ha bisogno di piccoli bocconi semplici e leggeri, non di esagerazioni, per riprendersi sono necessarie buone vitamine (C e gruppo B), quindi, frutta (lontano dai pasti) e verdura fresca a volontà… bandire alcolici, limitare caffè e cioccolato, molluschi e crostacei…

SAPEVATE che... la vitamina B1 e la vitamina C sostengono e proteggono il fegato... la vitamina B3 e lo Zinco lo disintossicano.




LO STOMACO

...il grande “selezionatore” a livello sia fisico (cibo) sia mentale (relazioni attraverso il nervo vago)… LA PANCIA (bruciore, dolore, pesantezza, crampi, nausea, digestione lenta, eruttazioni) E’ COINVOLTA NELLE PROBLEMATICHE DELLA VITA RELAZIONALE… i suoi messaggi più fastidiosi sono:. Bruciore - rabbia repressa per cose che non si riescono a gestire e a non risolvere, Nausea - rifiuto sottovalutato connesso ad un certo contesto, Digestione lenta - difficoltà ad elaborare quanto accade durante il giorno, Pesantezza - troppe responsabilità ed emozioni trattenute e Crampi- farsi passare come qualcosa di piacevole una cosa che proprio non piace e in cui ci si trova male (lavoro, amicizie, coppia, famiglia)… i rapporti con il mondo esterno sono perlopiù tesi ed ansiosi, difficilmente sereni e rilassati…

ATTENZIONE ... le delusioni possono bruciare più del cibo piccante consumato a tavola.... MAI fingere di stare bene!

In quanto organo cavo, rimanda al concetto di contenitore e di caverna, entrambi simboli dell’istanza psichica femminile: il grembo materno è il luogo dove la materia si trasforma in vita. E’ la dimensione che accoglie, avvolge e nasconde. Ma esso si fa anche portavoce di un simbolismo maschile: la digestione è infatti opera dell’acido cloridrico che rappresenta il fuoco purificatore, una forza maschile che aggredisce e trasforma gli elementi. Inoltre, non va dimenticato che il cibo non è qualcosa di isolato, ma si riempie dei significati legati all’atmosfera in cui viene consumato: ciò che si ingerisce si carica di valenze emotive che vengono legate alla struttura stessa dell’alimento. Quando la mamma allatta il neonato gli fornisce il nutrimento non solo alimentare ma anche affettivo. Ecco perché è importante, durante tutto il ciclo di vita, che il cibo/pensiero sia “leggero e digeribile” altrimenti rischia di “restare sullo stomaco” e creare indigestioni non solo fisiche ma anche emozionali. Fin dalla nascita, l’essere umano mangia non soltanto per vivere: su quest’atto biologico si radicano fattori emozionali e sociali che rendono indissolubili gli aspetti fisiologici e psicologici del comportamento elementare. Il nutrimento ha dunque un valore particolarmente simbolico (sicurezza, soddisfazione, amore), di soddisfazione, di investimento del piacere, di aggressività (fame che divora). Il rapporto con il nutrimento, quindi, traduce il rapporto della madre con il bimbo dove si intrecciano piacere, ostilità, odio, affetto, calore, timori, preoccupazioni, aggressività. Il corpo è un nostro grande alleato: segnala sempre ciò che non va e ci permette, se vogliamo, di contrastare la sofferenza. Il dolore, una voce che ci rivela che qualcosa non va. Una voce da ascoltare e non da “far tacere”. Il corpo è un grande alleato che tramite la “sofferenza” avverte un modo d’essere sbagliato, di comportamenti ed emotività che probabilmente non ci appartengono. Così la lettura psicosomatica può mostrare gli aspetti che determinano le gastropatologie, partendo da segnali minimi, atteggiamenti e piccoli gesti preziosi che spesso non vengono visti e restano ignorati. Una separazione, un lutto. Oppure semplicemente l’arrivo della primavera o di una nuova stagione. Sono molti i fattori che possono scatenare le “proteste” dello stomaco, quasi tutti caratterizzati dalla "sindrome" del cambiamento. L’addio di una vecchia situazione per una nuova sembrerebbe la scintilla che fa nascere gastrite e ulcere. Ma non solo: è durante il pasto, quando emozioni e cibo si incontrano, che lo stomaco rischia di farsi sentire con bruciori e nausee violente. L’apparato digerente diventa, così, un termometro che rivela disagi e destabilizzazioni in corso. Un pasto, la vacanza, il gruppo: tutti i cambiamenti in cui gli attacchi si fanno sentire. I momenti di cambiamento, infatti, il non riuscire ad adattarsi con facilità alla transizione, può provocare nausea e vomito, proprio perché la nuova situazione “non va giù” (traslochi, cambiamento del posto di lavoro, nuova situazione sentimentale). A digiuno, prima di pranzo e cena, lo stomaco libero richiama la sensazione di “vuoto d’amore”: il bruciore che ne deriva si placa solo quando viene introdotta una dose di cibo/affetto. In mezzo alle persone, poi, per il timore di ricevere una critica, la bocca dello stomaco si chiude e si contrae per non fare entrare i pericolosi giudizi degli altri. In vacanza: lasciarsi andare tutto in un colpo ad uno stile di vita più libero trova corpo e psiche impreparati; così lo stomaco, sottoposto al surplus di lavoro, oppone un rifiuto a queste richieste. I tratti di personalità più comuni in chi soffre di gastrite e ulcera sono un alto livello di introversione, un’apparente indipendenza e un atteggiamento che vorrebbe essere ironico, ma che risulta sarcastico e spesso irritante (corrosivo). Inoltre la dimensione quotidiana di chi ha “lo stomaco in subbuglio” è ricca di altre sfumature che rendono il carattere dell’ulceroso molto complesso. Ciò che è più evidente nei soggetti con gastrite è un’aggressività che difficilmente riescono a gestire: sono infatti molto sospettosi e qualche volta arrivano anche ad avere veri e propri complessi di persecuzione. E’ possibile che ogni tanto la rabbia trattenuta si tramuti in esplosioni di collera (di solito evitate in quanto temute). Il “digerire” torti, offese e l’ingoiare “bocconi amari” è sicuramente una delle cose più difficile per questi soggetti che tendono “a legarsi al dito” ogni contrarietà. Chi soffre in particolare di nausea e vomito frequenti, ricorre inconsciamente a questi sintomi per salvaguardarsi da eventi (o presunti tali), tentando di rifuggire una situazione percepita come minacciosa. Essi cercano di espellerla da loro, “vomitandola” e negando successivamente ogni contatto con situazioni “pericolose”. Gli stomaci gonfi di frequente, invece, esprimono generalmente il costante bisogno – che resta insoddisfatto – di un nutrimento affettivo, puntualmente compensato da un suo surrogato, l’aria. In tali individui le relazioni affettive sono in genere vuote e fredde. Un vuoto colmato apparentemente con l’aria introdotta nello stomaco, quell’aria che causa frequenti eruttazioni. E’ un atto di compensazione che rivela una grande caratteristica dell’ulceroso: il desiderio d’amore. Secondo la medicina psicosomatica il corpo, è bene ricordarlo, è un grande alleato: segnala ciò che non va e ci permette di contrastare la sofferenza. Le dinamiche simboliche che innescano i disturbi gastrici sono in relazione alla funzione nutritiva, nel senso più ampio del termine, se è vero infatti che il corpo deve essere nutrito da un cibo "buono", ossia sano e adatto alle esigenze di crescita, anche la mente necessita di essere nutrita in maniera altrettanto adeguata (affetto, amore, rispetto, considerazione). Tutti i disturbi dello stomaco infatti hanno un legame diretto con le difficoltà di accettare o “digerire” un evento o una persona (viene prodotto nello stomaco, attraverso lo stato emozionale, l’acido cloridrico in maniera eccessiva ed inutilmente). Chi soffre di stomaco, prova soprattutto intolleranza e paura di fronte a qualcosa che prova stomachevole (nauseante, schifoso). Oppone resistenza alle idee nuove, soprattutto se non provengono da lui. Ha difficoltà ad adattarsi a qualcuno o a qualcosa che contraddice i suoi piani, le sue abitudini o il suo modo di vivere. Nello stomaco il cibo viene scisso, sciolto, bruciato, si prepara a diventare parte del corpo. Questo processo trova il suo corrispettivo mentale nell’elaborazione dei vissuti, delle emozioni, dei pensieri e degli stimoli che ogni giorno si assorbono. In questa ottica i disturbi gastroenterici, molto frequenti e diffusi, sono spesso in relazione con disagi che poco dipendono dal cibo che si assume e invece molto hanno a che fare con la difficoltà a digerire esperienze ed emozioni, passaggi di crescita che risultano particolarmente “pesanti” da affrontare. Nella gastrite infatti i diversi sintomi risultano connessi a specifici significati. E’ importante, per questo, cercare di leggere il dolore nelle sue tipologie che possono variare da persona a persona. Una sensazione a “tenaglia”, ad esempio, può riferirsi a situazioni sentite come soffocanti: chi le avverte potrebbe essere indeciso tra l’agire di “testa” e l’agire “d’impulso”. Un fuoco che divampa (produzione eccessiva di acido cloridrico) indica una rabbia che vorrebbe scoppiare e che invece rimane bloccata dentro. Così il bruciore è il sintomo di un’emozione trattenuta che ribolle e “corrode” internamente. La gastrite altro non è che uno stato infiammatorio dello stomaco, il bruciore deriva da una iper produzione di acido cloridrico (sostanza indispensabile per sciogliere le proteine)... un eccesso in pratica arde lo stomaco. Da un punto di vista simbolico, come più volte sottolineato, esprime spesso una carica aggressiva, focosa appunto, che non trova adeguato sfogo all’esterno e che finisce col diventare un’auto aggressione. Per quale ragione ad essere colpito è proprio lo stomaco? Si tratta di una “scelta d’organo” primitiva: la nostra prima modalità di conoscere il mondo, di relazionarci con gli altri consiste nell’atto del mangiare. Insieme al primo cibo, il latte materno, portiamo dentro tutto ciò che esso rappresenta: amore sicurezza, dedizione. Ma anche tensioni, ambivalenze, angosce, scatti d’ira, nervosismo, impazienza … lo stesso accade anche per le esperienze di cui ci “nutriamo”: anch’esse sono intrise di emozioni da “digerire”. Senza saperlo ogni giorno portiamo dentro di noi varie tossine (emozioni, impegni eccessivi, tensioni, contrarietà, arrabbiature, arroganza) che ci tocca, volenti o nolenti, digerire, da cui non sappiamo difenderci e lo stomaco ne fa le spese. Cosa succede allora dentro di noi? La mucosa può ispessirsi o assottigliarsi, in ogni caso compromettere le sue funzioni, soprattutto quando la nostra capacità di affrontare le cose, le situazioni della vita si indebolisce. Si tratta di difficoltà di relazionarci con un ambiente che percepiamo come invadente, aggressivo a noi (per il nostro modo di pensare) e potenzialmente nocivo. E’ il caso di contesti ed impegni lavorativi particolarmente pressanti, esigenti e competitivi ma anche di dinamiche familiari conflittuali ed autoritarie. La gastrite non nasce a caso: essa si nutre a pieno dei disagi e delle sofferenze; imparare a conoscere la sua “voce”, permetterà di capire cosa non va in se stessi. Il bruciore tipico della gastrite viene spesso descritto da chi lo prova come una fiamma che divampa e “mangia” dall’interno. In effetti, l’aumento dell’acidità gastrica equivale a un meccanismo autoaggressivo, all’esplosione che non trova sbocchi. Il “fuoco gastrico” (produzione eccessiva di acido cloridrico) può anche manifestare dubbio, sfiducia e sospettosità nei confronti degli altri. Al contrario una carenza della produzione di succhi gastrici può svelare una forte mancanza di energia nel “digerire” situazioni, cose o persone della vita di ogni giorno. Chi soffre di gastrite sa bene cosa voglia dire sentire le fiamme nello stomaco, il bruciore che sale lungo il canale digestivo, dando sensazioni di calore doloroso. E ciò, se facciamo caso, accade soprattutto quando proviamo rancore o pensieri inaccettabili verso qualcuno o verso se stessi (soprattutto quando non riusciamo ad esprimerci per ciò che siamo realmente). Pensieri inaccettabili che il più delle volte dobbiamo trattenere: non possiamo esternarli per non generare dei conflitti.

... lo stomaco si ammala quando:

non si riesce a "mandar giù" cose o situazioni;

si è continuamente irritati;

si rifiuta di accettare le cose, persone, atmosfere...

.TIRA FUORI LA TUA VOCE!!!

… lo sapevi che pulendo l’intestino e purificando il sangue con cereali integrali (Vit. Gruppo B), frutta e verdura (tarassaco, radicchio, cicoria) mantieni leggero e sano il tuo “involucro”?... NO a carne e prodotti lattiero caseari … mangia riso, orzo e grano saraceno in abbondanza, qualche albicocca e patate lessate per spegnere il “fuoco”, togliere pesantezza, acidità, proteggere dal reflusso, rinforzare l’intestino e curare le “ferite” dello stomaco… durante le scariche diarroiche evitare cibi integrali!

SAPEVATE che... la vitamina A protegge la mucosa dello stomaco nei casi di ulcera.... la vitamina B12 protegge i disturbi del tratto digerente (stomaco, intestino, fegato, cistifellea)... la vitamina Acido Folico ristruttura le cellule del tratto digestivo... il Potassio può essere utile contro la stitichezza.

Anoressia mentale.

Perdita dell'appetito, nella maggior parte dei casi, di natura emotiva... segnala la perdita del gusto per la vita, un rifiuto del proprio corpo... le forme e le funzioni femminili si bloccano (seni, mestruazioni) per non somigliare a quella figura tanto odiata. Non riesce a passare da uno stato affettivo infantile a quello adulto... un rapporto con la figura di riferimento insoddisfacente e poco amorevole... una madre che detesta come il cibo che ingurgita e che le fa rievocare il dramma del rifiuto.

Bulimia.

Bisogno compulsivo di ingurgitare ogni cibo si presenti davanti, mangiare a dismisura (per poi vomitare)... una perdita di controllo come se il soggetto volesse mangiarsi "qualcuno". Attraverso il cibo il bulimico crede di colmare un vuoto esistenziale, imbavagliare tratti depressivi profondi, frenare le proprie ansie e frustrazioni... bloccare la paura dell'abbandono. Qui troviamo una figura di riferimento vissuta come invadente che non lascia spazio, che ostacola l' identificazione femminile.


BULIMIA …

fame da bue.

… bisogno di grande attenzione e, contemporaneamente, timore di non esserne degni …

… un continuo oscillare tra desiderio di dipendenza (abbuffate) e la difficoltà di rendersi autonomi (vomito) … rende nemica la tavola...

Fin dalla nascita, l’uomo mangia non soltanto per vivere: su questo atto biologico si radicano fattori emozionali e sociali che rendono indissolubili gli aspetti fisiologici e psicologici dal comportamento alimentare. Il primo contatto sociale, infatti, consiste nel ricevere il nutrimento. Si ottiene in questo modo la soddisfazione della fame, conforto, gratificazione dei bisogni e dei desideri; più tardi, man mano che si cresce, insorge la possibilità di opporsi, di non ricevere, di rifiutare, di sputare il cibo e, infine, con la dentizione, di mordere. Il bambino quindi porterà alla bocca e inghiottirà tutto ciò che gli sembra “buono”, desiderabile, suscettibile di soddisfare i bisogni, rifiutando e sputando ciò che considera “cattivo”. Soddisfare la fame produce un sentimento di sicurezza e di benessere; nell’allattamento il bambino prova il primo sollievo dal disagio fisico, e il contatto “caloroso” con la pelle della madre gli dà la sensazione di essere amato. Inoltre, durante l’allattamento egli sperimenta sensazioni piacevoli nella bocca, nelle labbra e sulla lingua, che poi cercherà di produrre, in assenza della madre, succhiandosi il dito. Per certi versi è possibile affermare che la relazione tra madre e bambino è ancora più importante del metodo di alimentazione. Fattori, comunque, quali amore e attenzione insufficienti, disattenzione, alimentazione frettolosa suscitano il primo sentimento di aggressività. Tali reazioni conflittuali provocano esperienze vegetative. Da una parte l’organismo del bambino è pronto ad assumere il cibo, dall’altro la persona che accudisce viene respinta. In questa condizione si creano stimolazioni nervose negative con crampi allo stomaco e vomito, che possono predisporre a un vero e proprio disagio psicosomatico. Alcuni studi recenti affermano che le pause per il caffè abituali negli uffici e in altri ambienti lavorativi non hanno la finalità di soddisfare un bisogno calorico ma piuttosto quello di alleviare l’irrequietezza collegata a quella situazione particolare del momento, esattamente come il bambino collega l’esperienza della poppata al sollievo del disagio fisico. L’atto del mangiare è in realtà molto adatto a far rivivere umori e sentimenti provati in passato in un’atmosfera simile. Abbiamo visto che la funzione alimentare, per quanto essenziale, non è tutta quanta innata, ma ha bisogno di essere formata, e ciò equivale a dire che tale funzione può essere deviata dalla propria destinazione originaria (sublimata), qualora la formazione in questione sia mal condotta. E’ come se i bulimici non fossero capaci di avvertire la sazietà, come se continuassero a mangiare pur essendo da un pezzo sazi. Mangiano dunque per altre ragioni che non per la soddisfazione dei loro bisogni fisiologici, per lo più per ragioni d’ordine emozionale. Quando non si risponde in maniera adeguata ai messaggi alimentari si perde la capacità di discriminare fame e sazietà. Vi sono madri che alimentano il proprio figlio tutte le volte che piange, proprio perché sono incapaci di immaginare altri bisogni. Il rapporto madre – figlio, quindi, svolge sicuramente un ruolo importante nello sviluppo (almeno in buona parte) della sintomatologia bulimica. Si crea in tal modo il nesso simbolico in cui il cibo rappresenta amore, sicurezza e soddisfazione del bisogno; nel bulimico il cibo sarà utilizzato in maniera inadeguata ed esagerata allo scopo di risolvere tutti i problemi della sua esistenza. In età adulta, quello che per alcune persone è un “buco nero”, per altre è un “vuoto incolmabile” e mangiare diventa l’unico modo per riempirlo o riempirsi, per non sentire il vuoto affettivo e relazionale circostante. Quando è una carenza affettiva ad aver segnato e caratterizzato l’infanzia, quando non si riesce a percepire il calore e l’amore di chi sta attorno, ingerire una grande quantità di cibo è un modo per “scaldarsi” e gratificarsi. L’attacco bulimico si distingue da un eccesso di fame o di “golosità” in quanto l’individuo sembra da un lato non percepire un vero e proprio stimolo di fame, dall’altro non discriminare, in quel frangente, i diversi sapori dei cibi che sta mangiando. Le sostanze più svariate vengono così consumate insieme, dando luogo ad un tentativo di soddisfare questa “fame insaziabile”, tutto ciò avviene generalmente in casa, in assenza di qualunque altra persona, o al limite di nascosto. Tale atto segue un forte senso di colpa (che si caratterizza nella paura di ingrassare) e il bisogno di espellere il cibo introdotto. Compare allora il vomito, quale tentativo di liberarsi di un cibo dapprima indispensabile poi riconosciuto come “tossico”. La bulimia è una forma di compulsione che induce chi ne soffre a mangiare a dismisura o, in casi peggiori, a inghiottire tutto ciò che gli passa sotto gli occhi, senza distinzione. In brevissimo tempo vengono ingurgitati enormi quantitativi di cibo al alto contenuto calorico. A tutto ciò segue, in genere, vomito autoindotto, abuso di lassativi e di diuretici. Queste grandi mangiate sono spesso pianificate o fanno parte di un rituale quotidiano. Dopo un breve periodo di particolare soddisfazione, questo fenomeno è seguito da forti tensioni interiori e da profondi sentimenti di colpa e di vergogna. I disturbi dell’alimentazione hanno a che fare, come già menzionato più volte, con il contatto, il nutrimento, la relazione con il proprio ambiente ma, soprattutto, con la rabbia, la delusione, il dolore; è un segnale rivolto direttamente a qualcuno o qualcosa, difficile da decifrare. Non è ancora ben chiaro il numero preciso dei casi, la cifra sommersa sembra piuttosto elevata. Il decorso abituale è cronico e intermittente su un arco di molti anni. Di solito le abbuffate si alternano con periodi di alimentazione normale e di digiuno. Alcune persone sono soggette a intermittenti abusi di sostanze, più frequentemente barbiturici, anfetamine o alcol. Altre persone possono manifestare grande apprensione per la loro immagine corporea e il loro aspetto, frequentemente in relazione con la mancanza di attrattiva sessuale; tale inquietudine è focalizzata su come gli altri possono vederli e su come possono reagire nei loro confronti. La bulimia raramente inabilita, se si eccettuano alcuni individui che passano l’intera giornata dietro alle loro abbuffate e al vomito autoindotto. La maggior parte delle complicanze fisiche deriva dal comportamento di “eliminazione” e di “purificazione”. Il vomito autoindotto porta all’erosione dello smalto dei denti incisivi e all’ipertrofia dolorosa delle ghiandole salivari. A volte si crea ipopotassiemia particolarmente grave. L’abuso di lassativi e diuretici può provocare squilibri elettrolitici ed edema; il vomito di succhi gastrici provoca esofagite, lesioni dentali, ingrossamento cronico della parotide. La masticazione frequente induce ipertrofia del massetere che conferisce tratti facciali caratteristici. Completano il quadro somatico la distensione dello stomaco, stipsi conseguente all’abuso di lassativi e disturbi mestruali. Cosa fare. L’aspetto fondamentale nel trattamento della bulimia è la personalizzazione del programma terapeutico (ogni caso è unico ed irripetibile). Concomitanti disagi emotivi, come tratti depressivi, disturbi della personalità, l’abuso di sostanze, dovrebbero sempre rientrare nel piano di intervento globale. L’approccio terapeutico a questo particolare disagio, certamente non facile, prevede spesso interventi integrati ma, soprattutto, un aiuto esterno sapiente e qualificato. Poiché chi vive questa difficoltà appartiene ad un gruppo sociale in cui il livello di confusione e contrapposizione è molto forte, gli obiettivi terapeutici sono rivolti a favorire la definizione dei confini generazionali, separazione e differenziazione dei membri di tale sistema (definire i ruoli). In realtà si cerca di promuovere lo sviluppo del processo di autonomia (indipendenza), rafforzare quelle parti della personalità indebolite ed aumentare il livello di autostima. Sarà indispensabile elaborare, successivamente, le tematiche collegate alla dipendenza, alla simbiosi e all’aggressività. Riassumendo, come per l’anorresia, la psicoterapia individuale di natura espressivo – supportiva è la pietra miliare del trattamento bulimico. Anche gli interventi sulla famiglia sotto forma di sostegno e di educazione sono in genere necessari per rafforzare la terapia individuale. Ogni trattamento, al di là dei vari orientamenti scientifici, deve sempre armonizzare, se non si vuole fallire, con gli interessi e il sistema di credenze del paziente. Le tecniche ipnotiche, abbinate a terapie psicoterapiche, saranno di estrema utilità per rilassare alcuni distretti corporei, riequilibrare a livello biochimico l’organismo e stimolare, nel contempo, i contenuti profondi in modo tale che essi abbiano la possibilità di esprimersi attraverso il variegato linguaggio delle immagini.

… bisogno di grande attenzione e, contemporaneamente, timore di non esserne degni …

… Vomito… rifiuto di cose, situazioni o persone… opposizione a idee nuove… si è nauseati e disgustati… non si riesce proprio a digerire gli eventi della vita: preoccupazioni, fastidi e contrarietà.



Colite.

Indica un dolore addominale, un forte “mal di pancia” causato da contrazioni che aumentano in situazioni di stress, di forti livelli d'ansia - non sempre caratterizzato da infiammazione - accompagnato da diarrea alternata a stipsi. Il soggetto si sente paralizzato e continuamente sotto attacco, alle prese con tensioni sottili, a volte impalpabili, ma che questo organo inesorabilmente registra. Poiché è il luogo in cui vengono assorbiti liquidi e carboidrati riguarderà anche la capacità di trattenere a proprio vantaggio il contenuto di un’esperienza o lasciare andare ciò di cui non si ha bisogno o risulta non più necessario. Un fenomeno che ruota intorno al dare e al ricevere. E’ il luogo in cui si prepara l’espulsione delle sostanze ancora non digerite … ma anche una zona in cui sono espressi i vari blocchi e ingorghi mentali. I “brontolii” della pancia, quindi, altro non sono che una energica protesta del mondo emotivo a cui non si presta molta attenzione. Diarrea. La diarrea funzionale è spesso scatenata da angoscia acuta o da eccessiva tensione … non si vuole trattenere nulla del passato. Il problema si manifesta in quelle persone molto sensibili, con poca autostima, caratterizzate da un profondo timore dell’autorità e da un forte sentimento di dipendenza impotente. Si sentono diverse, di poco valore e svantaggiate rispetto ad altri, perennemente sottoposti a richieste eccessive e, quindi, sviluppano la sensazione di essere prigionieri in molte situazioni della vita. Individui che soccombono alle paure anziché affrontarle … rifiutano a priori idee, situazioni e ciò che magari può essere buono. Il soggetto, “lasciando uscire” velocemente, il contenuto intestinale - essendo tale “scarica” considerata una forma infantile di “regalo” - spera di ottenere, attraverso il corpo, riconoscimento e considerazione. Stipsi (costipazione). E' fenomeno generalmente legato allo scambio, al "trattenere", non dare nulla di sé, all'eccessiva prudenza (paura degli altri), ad una robusta chiusura difensiva (minacciati deprivati e invasi dall’ambiente), anche se spesso sono soggetti che tendono a dare il massimo in ogni occasione ... tendono a rimanere ancorati alle cose passate. La defecazione, infatti, è un processo che si svolge in modo riflesso ma, come tutti sanno, può essere influenzato dalla volontà … l’impulso a defecare (chiusura o apertura), quando l’ampolla rettale è piena, è sotto il controllo della volontà. Schemi mentali caratterizzati da eccessiva autosufficienza che portano dritti dritti all’isolamento più totale. E' un fenomeno che si manifesta in soggetti con tratti ansio - depressivi che, nonostante la maschera di beati, sono internamenti tesi, scoraggiati, abbattuti e con enorme difficoltà relazionale. Diarrea e stipsi sono la spia organica del livello d'ansia. Figura indecisa, immatura e sempre estremamente preoccupata di evitare conflittualità. Generalmente brillante, sensibile ed emotivamente labile ... per lui scoppiare in lacrime è davvero facile. I disturbi dell'apparato digerente sono collegati al terzo C. (legami tra responsabilità e l'immagine di sé, rabbia, voglia di controllare gli altri). 1° Chakra (tensione area sicurezza; diarrea; crede di non essere stato nutrito dalla figura di riferimento)1° Chakra (diarrea e stitichezza). 2° Chakra (infiammazione, sessualità, cibo; rifiuta le emozioni e ciò che il corpo vuole). 3° Chakra (febbre alta). 4° Chakra (con melena).

Emorroidi.

Sono varici (vene dilatate e tortuose) ano – rettali localizzate all’interno o all’esterno dell'orifizio. La loro uscita è favorita da condizioni di stipsi e di diarrea… ruota attorno al tema dello spingere “fuori”, del “lasciare la presa”. E’ un fenomeno presente in persone che vivono un eccessivo senso di pressione sociale o di impegni esistenziali che non piacciono più e, quindi, sono costantemente sotto tensione e sforzo continuo (nel lavoro e nella vita). Uno stato di tensione che favorisce indignazione, collera, rancore, senso di impotenza e di colpa.

Le emorroidi.

E’ una patologia caratterizzata dalla dilatazione e dallo sfiancamento di un gruppo di vene, strettamente collegate tra loro, situate a livello del retto dell’ano. Le vene dilatate e tortuose (varicose) si classificano in interne ed esterne, cioè che fuoriescono dall’orifizio anale. Sono favorite da eccessivi sforzi durante la defecazione in soggetti stitici, da sollevamento di pesi e gravidanza (aumentata pressione sulle vene di retto e ano). Le donne comunque, dopo la nascita del figlio, guariscono solitamente dopo circa tre quattro mesi, quando l’organismo non ha più lo stress di dover trasportare il feto. Il sintomo principale in caso di emorroidi è una perdita di sangue (colore rosso brillante, liquido e privo di coaguli) a ogni emissione di feci, associata a bruciore, dolore e senso di peso rettale. A causa dell’irritazione della zona interessata può manifestarsi anche un fastidioso prurito. Una possibile complicanza è il cosiddetto prolasso emorroidario, determinato dalla protrusione di un’emorroide interna oltre il canale anale. Possono verificarsi in qualsiasi periodo della vita, ma sono più frequenti con il passare degli anni. Le emorroidi simboleggiano qualcosa che, come nel caso dell’ernia iatale o dell’ernia inguinale, sta uscendo dalla sua sede. Me se nell’ernia iatale ciò che il viscere – stomaco rappresenta va verso l’alto, tentando di farsi sentire a livello razionale, nelle emorroidi, invece, la mucosa anale, che prolassa verso l’esterno, con i suoi contenuti simbolici, va invece verso il basso, sfugge ancora di più alla coscienza: si tratta di contenuti che proprio non vogliono essere presi in considerazione. Ovviamente, sono pulsioni profonde, legate perlopiù al mondo degli istinti (atti, fantasie, desideri) a una sessualità non vissuta o vissuta all’interno di un forte conflitto morale, dove è giudicata “sporca”, come qualcosa di cui vergognarsi e da allontanare al più presto; ma può trattarsi anche di un dolore profondo, viscerale appunto, legato a un lutto, ad una separazione, che vuole essere controllato e subito spinto via, spinto fuori, prima ancora di essere elaborato. L’emorroide esprime quindi, in questo caso, il rifiuto di un dolore troppo grande, di una sofferenza insostenibile che “non ci sta dentro”. Quando si collega alla stipsi, il tema dello “spingere fuori” è correlato al trattenere tipico della persona stitica, e in tal caso le emorroidi “compensano” le feci mancanti. Esse tuttavia possono avere anche una valenza difensiva nei confronti dell’ambiente circostante: soprattutto nella donna, quando si sente minacciata dal forte desiderio sessuale del partner o, più in generale, quando sente di poter essere invasa da eventi più grandi di lei. Qui le emorroidi indicano il bisogno di “chiudere” il passaggio simbolico di entrata, mettendo un ostacolo alle insidie che giungono dall’ “esterno”. In altri casi ancora, tale disturbo segnala una stasi esistenziale; associato a un eccesso di sedentarietà, indica che si sta “covando” troppo qualcosa che si ha dentro: un progetto, un’energia, un desiderio. Quando sanguinano possono avere due valenze: la prima, legata alla sessualità e alla morale, riguarda l’espiazione, ed è una sorta di autopunizione; la seconda riguarda invece un grande dolore vissuto, e indica il pianto: lacerazione affettiva profonda, nascosta agli altri e anche alla propria coscienza. Chi è a rischio. Persone che tentano in tutti i modi di occultare le emozioni profonde (è ovvio che anche il soggetto il più delle volte non ne ha consapevolezza), soprattutto quelle negative; Persone sottoposte a pressioni dall’esterno che però intimamente rifiutano, alle quali di solito dicono di “no” attraverso un malessere fisico; Persone particolarmente soggette ai sensi di colpa dai quali non riescono mai a liberarsi del tutto; Persone che temono, oppure giudicano peccaminose, le fantasie sessuali molto spinte proprie e/o del partner; Persone con tendenza al pensiero ossessivo, alla logorrea e alla stitichezza, tre aspetti spesso compresenti. 1° Chakra.

Gastrite.

Infiammazione della mucosa dello stomaco. L’associazione tra gastrite e stress è ormai da tempo accertata … è un organo molto sensibile alle sollecitazioni di tipo emotivo e mentale: non gli sfugge mai nulla. Fame di amore, affetto, considerazione, paura, impulsività, stima, rispetto possono provocare un aumento della secrezione gastrica, proprio come la fame di cibo. L’uomo non manda giù soltanto pane e companatico, egli inghiottisce anche eventi, cambiamenti, umiliazioni, delusioni. In questi casi, lo stomaco si comporta come se dovesse realmente digerire ogni cosa, come se stesse di fronte all’ingestione di un pasto reale. Produce dunque il suo acido cloridrico, che in questo frangente è una sostanza non necessaria, la quale col tempo attacca completamente la mucosa. La mucosa dello stomaco si infiamma e auto – corrode … i conflitti aperti o nascosti si manifestano attraverso i disturbi dello stomaco. La gastrite, attraverso questo meccanismo, è una sorta di “autocombustione”… lo stomaco mangia se stesso. La persona con questo disturbo si sente completamente logorata perché sta lottando, senza riuscire a gestire la situazione, contro qualcosa che non vuole più … non si sente libera di agire, accumula rabbia e tensione. 2° Chakra (controllo eccessivo, libertà limitata; difficoltà ad essere se stessi


Quella FAME irresistibile …


… si perde peso quando si ricomincia a vivere… la strategia vincente per placare la fame è quella dell’equilibrio e del divertimento: non confondere mai il bisogno di nutrimento con il bisogno di affetto e considerazione… un vuoto “affettivo” e mentale riempito di cibo è condannato al “silenzio”… il cibo - sostituendosi al piacere libidico - compensa la mancanza di erotismo… … si dimagrisce in modo duraturo solo quando si è “leggeri”, messa in moto la vita: piccole soddisfazioni e follie, interessi ed entusiasmo… se torna la gioia di vivere si perde peso… si ingrassa quando si dipende da una mentalità rigida e statica…le cose che ingrassano: noia, abitudine, routine, rassegnazione, illusioni, lamento, vittimismo… far fluire rabbia e sconforto aiuta a non compensare con il cibo: sfogarsi col cibo…

Nel sesto canto della Divina Commedia, Dante Alighieri poco clemente, posiziona nella terza cerchia dell’Inferno i peccatori di gola, costretti ad ingoiare la fanghiglia generata da una incessante pioggia fredda e nera. La condanna per questo desiderio di ingurgitare più di quanto l’individuo necessita, arriva anche dal cristianesimo. Tale ordine religioso includeva la “gola” fra i sette peccati capitali, ma poiché questa attività “peccaminosa” era legata al cibo, ciò la rendeva in qualche modo meno grave degli altri. Essendo però una passione per il piacere, un’incapacità di moderarsi nell’oralità, un esempio di sfrenatezza e di lascività, temeva potesse distogliere l’individuo dalle sue vere potenzialità di autorealizzazione; fosse, in breve, un soggetto molto sensibile, influenzabile e più vulnerabile alle tentazioni. Riteneva, in realtà, che tale fenomeno potesse ingabbiare la psiche e creasse confusione mentale all’individuo, esponendolo al vizio e lo lasciasse completamente in balia delle insidie esistenziali. Tornando ai tempi nostri, forse il motivo principale del soprappeso, metabolismo permettendo, è proprio l’opposto: la perdita del piacere, della gratificazione e della gioia di vivere. Il più delle volte ci rimpinziamo per compensare il bisogno costante di tenerezza, di protezione, di disistima, di incomprensione, di disperazione … il corpo “allargandosi” cerca di tappare quel vuoto emotivo da sempre incolmabile. Sono i disagi esistenziali che creano i chili di troppo: la vita piatta e noiosa, le delusioni, l’insicurezza, l’insoddisfazione sessuale, l’incubo della vecchiaia, il peso del quotidiano, i drammi professionali e, soprattutto, le profonde “ferite al cuore”. La “lievitazione” corporea nasce, quasi sempre, dalla disperazione, dalla disistima, da una vita bloccata, spenta e poco gratificante … le emozioni “soffocate” si fanno “pesanti”, deformano lentamente il corpo e la mente. Un’esistenza deludente che crea una inutile e ingombrante “zavorra”: il corpo si riempie se la vita è vuota, si gonfia di illusioni e di desideri inappagati. A scatenare un comportamento alimentare sbagliato e distruttivo può essere un evento sconvolgente carico di stress, come una relazione amorosa tormentata, il timore di prendere decisioni, la paura di affrontare i cambiamenti evolutivi o un’attività lavorativa non completamente soddisfacente … abitudini mentali che portano direttamente al soprappeso. Il cibo placa i timori, gestisce l’ansia, scarica la rabbia da litigio, tiene a freno “altri appetiti” e, spesso, riempie il vuoto esistenziale: più ci riempiamo e più ci svuotiamo (senso di colpa). La fame compulsiva, ribelle, ostinata, subdola, gonfia lo stomaco ma non lo “riempie” perché il vuoto è da un’altra parte … bisogna dare alla propria vita il “peso” giusto e il gusto della “leggerezza”. Non è del companatico che siamo carenti: ci mancano i sogni, i desideri, gli obiettivi e le novità … non c’è più avventura, abbiamo bisogno di “nutrirci” di nuovi stimoli; non servono i sacrifici per mantenere un fisico statuario ma una giusta carica. Al cibo è difficile rinunciarci perché, oltre ad essere un buon anestetico, è un ottimo tappabuchi relativamente poco costoso, facilmente raggiungibile e con effetto immediato: diventa la piccola droga quotidiana. La fame nervosa non nasce mai dallo stomaco ma dalla mente: gli atteggiamenti mentali e gli stili di vita errati la fanno da padroni. Un conflitto psichico (depressione mascherata, ansia, compulsione) spostato completamente sul cibo e sulla propria immagine in cui si annulla nel grasso la propria forza creatrice. Si rischia di essere “ostaggio” del cibo quando: ci si lamenta in continuazione ma non si reagisce mai, si dipende emotivamente dagli altri, si scappa dalle responsabilità e si rimanda ogni cosa, si ha una cattiva considerazione di se stessi (non valere nulla, disistima), si cova rabbia senza esprimerla. Cosa fare. Il segreto principale per scacciare dalla mente i “bocconi amari” è favorire l’eccitazione, coltivare i propri desideri, risvegliare la gioia e riaccendere la passione per la vita (chi si innamora dimentica il cibo). I piccoli gesti quotidiani gioiosi, infatti, oltre ad innescare profondi cambiamenti interiori, rendono la mente molto ricettiva, più riflessiva e libera. Fare le cose che piacciono, inoltre, senza vincolarsi ai modi di fare altrui, fa sentire bene, rende indipendenti, unici e allontana i sensi di colpa. Si può togliere cibo dalla dispensa solo se rompiamo le abitudini mentali che portano al soprappeso, se riscopriamo il piacere nei gesti quotidiani ed eliminiamo, il più possibile, tutte le fonti di tensioni che condizionano la libertà, l’autonomia, la novità e l’entusiasmo … in questo modo la vita appesantita e ristretta, pian piano, prenderà il volo, ritrovando finalmente la sua “forma" ideale. Attività fisica (sport vicino alle nostre esigenze, senza fatiche), un’alimentazione sana, imparare a dire di no, inserire nella vita quotidiana azioni piacevoli, evitare di farsi assorbire da certe atmosfere svalutative e critiche inutili, meno rapporti pesanti e relazioni - gabbia, sono tutti ingredienti ed esercizi antifame indispensabili per innescare un potente e fantastico meccanismo dimagrante. Si dimagrisce perché dentro scatta qualcosa … la vita allora diventa “movimentata”, ci si sente davvero più vivi che mai.

… fastidio, insoddisfazione, dubbi, amarezza e stress sono tutti stati emotivi che sono “affamati” di anestetici… ATTENTI, il piacere e le piccole gioie che non si trovano nel quotidiano si cercano poi di sera nel frigo o svuotando completamente la dispensa di nascosto.

… i CHILI di troppo non sono solo un problema sociale o sanitario ma coinvolgono SEMPRE quel mondo emozionale che non si riesce MAI a manifestare liberamente e apertamente, esprimere spontaneamente e direttamente all’esterno… la ”famosa” stramangiata, infatti, cerca di neutralizzare le arrabbiature e i dissidi quotidiani, addolcire una vita piena di sacrifici, di autolimitazioni e di continue insoddisfazioni, smantellare quelle relazioni affettive deludenti, quel vissuto vuoto senza nessuna novità, sorpresa e passione, eliminare i ricordi ingombranti trasformati inesorabilmente in rimpianti: “appesantisce” la voglia di vivere, annulla la “leggerezza” e la voglia di fare, prende il posto a un nuovo modo di essere più felice … una difesa psicologica messa in atto per consolarci, ingoiare e sopportare tutte quelle esperienze noiose e ripetitive che non ci soddisfano più, per riempire il vuoto di una vita fredda priva di affetti veri e sinceri, per placare ansia e zittire la depressione, per mettere a tacere tutti quegli amori andati “persi”, per togliere quell’indigestione di frustrazioni, di mortificazioni e di delusioni ingurgitate ogni giorno, per tenere sotto controllo quella fastidiosa paura di fallire o quel senso diffuso di sconfitta, per placare quel timore di non essere capiti, compresi e accettati, per spazzar via quella drammatica sensazione quotidiana di non essere all’altezza nel gestire i vari incarichi o di non avere più il controllo delle situazioni, per liberare dai veleni emotivi quotidiani, per resettare quelle convinzioni balzane di valere meno, di inferiorità e di nullità: uscire da quel tunnel esistenziale pieno di limiti, apatico, monocolore e monocorde, resuscitare da una vita controllata e compressa, oramai “spolpata” nei rapporti, relazioni, sorrisi e piaceri … le gratificazioni negate e i desideri schiacciati vengono inutilmente imbavagliati dalla pancia “gonfia” e tormentata, bloccando così le energie mentali, entrano in conflitto con la voglia di vivere che, non essendo più coinvolta perché messa sullo “sfondo”, vuole essere considerata, ascoltata, gratificata e “saziata”: una situazione che urla trasformazione e leggerezza, invoca una nuova sensazione di “pienezza”, ma soprattutto, una vita soddisfacente, sana ed appagante … la chiave del successo di un fisico snello è AMARLO volergli BENE … RICORDA, attraverso l’esercizio fisico, il modo in cui rispondi allo stress e mangiando le cose giuste non solo rendi felice il tuo corpo, stimoli il metabolismo e liberi le emozioni che ti “appesantiscono” ma, depurandoti e liberando la tua vera creatività, smaltisci cellulite, elimini il “girovita”, fai emergere le tue energie più profonde … quando si è FELICI ci si sente davvero “diversi”, non dovrebbe quindi sorprendere - soprattutto per alcune categorie di persone, ovvero gli innamorati che “vivono” solo di aria - che il mondo emozionale, in particolare i modi con cui si affrontano gli aspetti non razionali della vita, possano avere un “PESO” (impatto) enorme sul funzionamento del corpo … impara ad “accudire” te stesso, mettiti sempre al primo posto e vedrai che la tua “zavorra” e i tuoi “pesi” si ridimensioneranno …


SOVRAPPESO... i bocconi amari della mente.

Chi è alle prese con un problema vasto e complesso come l’eccesso di peso, gli riesce più facile credere di essere vittima di sottili disfunzioni metaboliche o di fantomatici “marchi” genetici. La persona che è in soprappeso, proprio per il senso di insicurezza e di sfiducia che spesso accompagna questo stato, afferma compiaciuta che la sua condizione fisica dipende - quasi sicuramente - da oscuri “difetti” del sistema ghiandolare. Ma dopo svariate ed interminabili indagini cliniche (sempre da fare) arriva la grande “delusione”: non si è in balia di una sofisticata aberrazione biologica a cui non si può opporre alcuna resistenza. Il verdetto, in realtà, può disorientare ma è semplice ed univoco: vengono introdotte nell’organismo troppe calorie rispetto al normale fabbisogno quotidiano (dieta ipercalorica). Nessun dubbio: chi vuole eliminare il proprio grasso eccedente deve limitare l’ingestione di calorie. Questo squilibrio, tuttavia, non è da imputare sempre ad un eccessivo apporto calorico, occorre infatti prestare molta attenzione anche agli errori che portano a rallentare il metabolismo e, soprattutto, bisogna valutare le fatidiche “uscite” (attività fisica). Un altro aspetto fondamentale di questo fenomeno è che il cibo, oltre ad essere legato a specifici problemi psicologici (si veda bulimia, anoressia, depressione), può tenere sotto controllo i brutti pensieri, essere utilizzato come sfogo, rifugio, rassicurazione e automedicazione facilmente reperibile e a buon mercato. Non si deve mai dimenticare che il corpo è sempre espressione della personalità: se quest’ultima si “inquina” l’altro inevitabilmente si “appesantisce”. Quando si è chiusi, avvitati su se stessi, spenti, statici, tristi e depressi, l’energia del corpo rallenta e ristagna (metabolismo lento). Con il cibo è possibile ristabilire, spesso in modo sbagliato, un rapporto armonico con le condizioni psicologiche: anestetizza e calma ogni “appetito”… anche quello sessuale. L’assunzione del cibo, in forma morbosa, infatti, non serve a mantenere in salute il corpo ma a “saziare” altri bisogni di natura emotiva: sicurezza, compagnia e calore affettivo. Il cibo è un forte simbolo a cui è legato un valore sociale molto profondo che, nel tempo, può compensare e distrarre da mancanze o rimpianti esistenziali. Una consolazione facile ed immediata, davvero a basso costo dal punto di vista economico, ma con risvolti drammatici a livello psicosomatico. Gli alimenti, dunque, oltre a nutrire il corpo, veicolano infiniti altri significati culturali, affettivi e psicologici. La cartina tornasole di quanto appena affermato è che quando si è completamenti presi dalla gioia, passione, felicità e soddisfazione non si percepisce alcun stimolo della fame, si dimentica perfino di mangiare. In pratica, se l’esistenza scorre senza entusiasmi, immediatamente, la mente si getta a capofitto sul cibo per portare un po’ di consolazione e un parziale senso di calma. Chi è calato in questa dimensione continua a subire la vita facendo cose poco stimolanti, a cui spesso non crede, tutte esperienze per la maggior parte deludenti, monotone, ripetitive e sempre uguali: uno sforzo che, a lungo andare, “appesantisce” e rovina completamente la “forma”. Una personalità poco “incisiva” che non riconosce realisticamente il proprio valore, visibilmente disorientata, smarrita, imprigionata, irrequieta e fagocitata dalle sue stesse rinunce. Abbandonando completamente la strada della passione e del divertimento, si diventa piano piano sempre più estranei alla soddisfazione e al godimento: il cibo altro non è che un potente tappabuchi, viene usato come sostituto di attività entusiasmanti e piacevoli. Quando il senso di deprivazione è diffuso - togliendo sempre più spazio alle esigenze personali - la fame, come per incanto, si riaccende con smodata voracità. Alla fine della giornata, tirando le somme, la vita appare spenta, troppo addomesticata, statica, piatta, che non emoziona più… allora, sfiniti, ci si butta letteralmente su un colmo bicchiere di fresca “nutella”. Un vivere fatto di continue rinunce, frustrazioni e insoddisfazioni: se l’esistenza si “restringe” il corpo si “appesantisce” e si “gonfia” velocemente. Più si reprime quello che conta realmente nella vita, più ci si scatena a tavola attraverso piccole o grandi abbuffate. Dipendere dagli altri, non farsi valere, dire sempre sì, troppa disponibilità senza un vero tornaconto, creare a tutti i costi un mondo privo di problemi, eccessivamente conciliante per il quieto vivere (annullarsi e mettere la propria vita in mano ad altri): ecco i peggiori nemici che tolgono felicità, allontanano da se stessi, annullano l’autostima, fanno saltare i bottoni e allargare la cintura. Le cose invece che cancellano questa particolare dipendenza, sopprimendo completamente la fame nervosa, sono: innamorarsi, passione per il lavoro, per qualche hobby e per le novità, una sessualità “selvaggia”, viva e coinvolgente, e una sana amicizia. E’ un grave errore riversare i lamenti vari e le frustrazioni nel piatto, la felicità va sempre ricercata fuori dalla tavola perché il malcontento, a lungo andare, allarga e fa aumentare i buchi della cinghia. Per contrastare il “peso” bisogna cavalcare il piacere, risvegliare la passione e godere delle piccole cose che stanno attorno… e sono davvero tante se si cercano nella direzione giusta. Per raggiungere tale equilibrio psicosomatico sarà utile - da soli o con l’aiuto di un esperto - liberare la creatività e il proprio talento ma, soprattutto, togliere i “bocconi” amari dalla mente e “alimentarsi” delle piccole gioie quotidiane. Non ci sono dubbi, quando le situazioni assorbono completamente, ogni attimo diventa un’occasione speciale, si è felici, eccitati, soddisfatti, la dispensa rimane piena e il frigo perennemente chiuso. Molte sono le metodiche terapeutiche psicosomatiche utili per raggiungere armonia, equilibrio e forma. Ascoltare e osservare se stessi è sempre il primo passo. Conoscere poi il conflitto da cui scaturisce la fame nervosa risulta fondamentale non solo per affrontare il disagio psicologico ma anche per rendere più duraturi e stabili gli effetti di una eventuale dieta… che va realizzata sempre senza ossessioni, sforzi e sacrifici vari. Quest’ultime, sono tutte parole che evocano il senso di fatica, di tortura ed immergono completamente in un’atmosfera di cupo sacrificio, creando in tal modo sensi di colpa, inutile stress, frustrazione e disistima. Come si può “competere” o, meglio, pensare di sostituire l’effetto piacevole e “appagante” del cibo se si sceglie la strada del tormento corporale, se si pratica la tortura e la privazione?


OBESITA'.


...si dimagrisce se si ritrova finalmente un rapporto armonioso con il proprio mondo interiore… se la testa va per conto suo diventa facile aumentare di peso… il pesa va fuori controllo e ci si allarga se la realtà non soddisfa più e non ci si sente completamente appagati, quando manca passione e avventura: bisogna far ripartire la voglia di novità, ritrovare e coltivare nuovi interessi … i rapporti “pesanti” e deludenti, sempre uguali, privi di entusiasmo e vitalità fanno abbuffare perché il cibo è diventato l’unico momento di piacere, tutto ruota attorno a questo rituale quotidiano: si diventa senza saperlo “buone” forchette… lo stomaco non desidera essere riempito di cibo ma semplicemente vuole essere nutrito di dolcezza, di piccole e grandi emozioni: altrimenti affonda nei bigné… i chili di troppo non sono segno di debolezza o mancanza di forza di volontà ma semplicemente frustrazioni accumulate nel tempo…

I “metodi miracolosi” che ci vengono oggi proposti per dimagrire sono tanti; e, per certi versi, sono tutti "inefficaci". Certo, se ci atteniamo a diete rigorose, se riusciamo a reprimere le spinte biologiche che il nostro stesso organismo ci propone quotidianamente, ci è possibile perdere qualche chilo. Ma a quanti sacrifici, per quanto tempo, dobbiamo sottoporci per ottenere minimi risultati? In realtà, non si tratta di martoriare il nostro corpo per raggiungere il sospirato “peso forma”, ma di agire su alcuni meccanismi psicosomatici. Vediamoli. Si ingrassa per ragioni diverse. Alcuni mangiano troppo perché sono, in qualche modo, depressi. Altri, invece, sono ansiosi. A volte l’obesità sembra una caratteristica di famiglia, però non è chiaro se ciò corrisponda a fattori ereditari oppure al fatto che i vari membri della famiglia si siedono a tavola insieme e, inesorabilmente, si abbuffano tutti quanti (o, magari, a strane abitudini alimentari). Malgrado tutta questa varietà di cause, una cosa è certa: la maggior parte delle persone obese non sarebbe tale se ascoltasse i messaggi del proprio corpo su che cosa mangiare e quando. Le abitudini alimentari di solito si sviluppano quando siamo bambini: inevitabilmente, perciò, è la madre che detta le regole di base (ecco perché il cibo è sempre un simbolo della madre; ostilità e rabbia rimossa ed inconscia contro di lei). Quando si è piccoli si è spinti a mangiare alle ore stabilite per i pasti. Quasi certamente la madre si inquieta molto se si rifiuta il cibo e, probabilmente, anche di più se si lascia il cibo nel piatto (ci possono essere reazioni di preoccupazione, allarmismo, ecc.). Se uno è stato allattato artificialmente, il suo “addestramento” è cominciato anche prima che fosse in grado di sedersi davanti al piatto. Una ragione per cui l’allattamento artificiale tende a fare ingrassare di più è che - mentre è impossibile stabilire quanto latte è stato succhiato dal seno materno - risulta fin troppo facile vedere quanto ne è stato succhiato dalla bottiglia. Le mamme ansiose tendono a spingere i lattanti a vuotare la bottiglia anche quando essi non hanno fame. Queste tendenze alimentari distorte fanno sì che il “centro di controllo” dell’appetito sia abitualmente scavalcato. Alla fine il rapporto col cibo verrà a essere governato non dall’autentico bisogno di cibo per il proprio organismo, ma da un motivo del tutto artificiale di bisogno. Quando diventiamo adulti, nella maggior parte dei casi siamo già abituati a mangiare secondo l’orologio della sala da pranzo e non secondo i “tempi” interni del nostro corpo. Mangiamo negli orari stabiliti dai nostri genitori o quando ci sembra di dover mangiare. Mangiamo quello che la pubblicità ci dice di mangiare e alle ore in cui le persone che ci circondano pensano che si deve mangiare. Queste abitudini dannose, però, se prendiamo in esame alcuni meccanismi psicosomatici, si possono cambiare con la stessa facilità con cui si sono formate. Ascoltando i segnali interni del corpo, abbandonando le abitudini che scavalcano il “centro di controllo” dell’appetito e mangiando quando si ha fame, si scoprirà che è possibile dimagrire o mantenersi snelli senza alcun aiuto esterno, seguendo alcune elementari norme. La maggior parte delle persone mangia a ore prestabilite, che possono essere o non essere in relazione con il loro effettivo bisogno di cibo. L’abbandono di ore fisse per i pasti può suonare una proposta anarchica e, certo, in una famiglia può portare a un certo grado di confusione. Ma il disordine sarà decisamente minore di quanto si possa credere. Comunque, al di là delle belle parole, questa è una regola imprescindibile: ogni volta che si mette in bocca qualcosa, bisogna chiedersi se si sente l’effettivo bisogno, se si ha fame. Se mentre si mangia, si chiacchiera, si guarda il giornale, si legge una rivista, si guarda il televisore, probabilmente i segnali provenienti dal proprio “centro di controllo” dell’appetito sfuggiranno. Bisogna fare attenzione al fatto che si sta mangiando, se si vuol cogliere i messaggi che ci dicono che siamo sazi. Non si deve aver paura di lasciare del cibo nel piatto. E’ sicuramente uno spreco buttar via il cibo. Alcuni si sentono così in colpa, quando vedono buttar via il cibo, che mangiano anche gli avanzi degli altri. E’ importante prendere l’abitudine di servirsi di porzioni piccole. In questo modo si sarà meno portati a mangiare troppo e capiterà più raramente di trovare il coraggio di buttar via il cibo. Lo scopo è quello di smettere di mangiare non appena si è sazi. Quando si ha fame bisogna fare attenzione ai messaggi del corpo: si scoprirà che il corpo dice di che cosa si ha bisogno (non è facile e richiede allenamento). Le strane voglie, che vengono alle donne incinte, sono spesso ragionevoli. Si sente il bisogno di mangiare una cosa dolce, si deve mangiare una cosa dolce; se viene voglia di una arancia la si deve mangiare: probabilmente il corpo sente la mancanza di qualcosa che c’è in quel alimento. Generalmente facciamo pasti piuttosto abbondanti a intervalli abbastanza lunghi, perché la società ci chiede di mangiare in questo modo. Ciò non aiuta per nulla il “centro di controllo” dell’appetito a svolgere la sua funzione, il corpo agisce di conseguenza: non aspettandosi di ricevere per diverse ore, ci incoraggia a mangiarne il più possibile e mette da parte il sovrappiù che non è immediatamente necessario. Questo è immagazzinato come grasso. Se si fanno pasti più frugali e più frequenti, il cibo che si mangia viene bruciato dal corpo immediatamente, non viene immagazzinato. Perciò si mangia solo quello che il corpo richiede (mangiare poco e spesso). Se si mangia perché si è tristi (il cibo non è mai una stampella), perché si è felici, perché la persona amata ci ha lasciato, il “centro di controllo” dell’appetito perde orientamento. Non mangiare la sera tardi. Non si deve usare il cibo come un’arma. Non si devono costringere i bambini a mangiare o anche solo a mangiare cibi che a loro non piacciono. Non devono essere privati del cibo perché hanno fatto qualche marachella. Non associare cibo e punizione, cibo e premio. Questi comportamenti hanno un effetto distruttivo sul “centro di controllo” dell’appetito. Bisogna avere pazienza nel rieducare il corpo ad ascoltare gli ordini del “centro di controllo” dell’appetito. Se uno lo ha ignorato per anni ed anni, ci vorrà un po’ per imparare ad ascoltarlo di nuovo e, soprattutto, per adottare alcune indispensabile e benefiche regole psicosomatiche. Il mangiare in modo compulsivo è un sintomo di una disperazione interna che scaturisce direttamente dalla mancata accettazione di sé perciò quando si inizia una dieta la disperazione non cessa. Prende una nuova forma. Si diventa compulsivi nella dieta come lo si era nel mangiare. Mangiare e divorare sono modi infantili di esprimere l’aggressività. E’ una rabbia rimossa. Se non si risolve, in alcuni casi, il senso di colpa, il problema dell’alimentazione eccessiva è spesso insormontabile. 1° Chakra.

… dimagrisci quando diventi te stesso, se dai via libera alla parte di te più autentica: lontano dai ruoli che tengono al guinzaglio e imprigionano… … un pasto raffinato e abbonante sostituisce una GIOIA della vita non assaporata…



Problemi ALIMENTARI

BULIMIA NERVOSA…

una grande necessità d’amore ma anche un enorme bisogno di rifiutarlo

PREMESSA. Gli essere umani mangiano per vivere. Ma non è sempre così semplice. Per gran parte della storia dell’umanità - e in molte regioni del mondo ancora oggi - gli uomini hanno dovuto lottare per procurarsi il cibo. Ora, invece, con vasta scelta di proposte alimentari a nostra disposizione, l’alimentazione eccessiva è diventata un grave problema sanitario. Paradossalmente, mentre il peso medio è aumentato, la ricerca della linea si è ormai trasformata in una vera e propria ossessione. In una società in cui “più snello” . è sinonimo di “migliore” ., chiunque non sia in perfetta forma può sentirsi un fallito. Molte persone, in particolar modo le giovani donne soprappeso (in questo periodo storico coinvolge una buona fetta di uomini), si vergognano del proprio aspetto oppure, sopraffatte da una sensazione di inadeguatezza, si convincono che sarebbero più felici, più attraenti o più realizzate in un corpo più magro. Sebbene compaiono in costante aumento, i comportamenti alimentari anomali e scorretti non sono una peculiarità della nostra epoca. Gli antichi romani si rimpinzavano di cibo nel corso di colossali banchetti e quindi si provocavano il vomito. Per secoli “osservanti” e “devoti” di entrambi i sessi hanno digiunato con l’intento di purificarsi per motivi religiosi. L’anoressia nervosa fu identificata per la prima volta oltre un secolo fa, da un medico inglese che la descrisse come un disturbo caratterizzato da uno stato di inedia imputabile a una costante ricerca della magrezza ideale. Come accade per la maggior parte dei disturbi emotivi, il contesto culturale gioca un ruolo significativo: chi vive in una società industrializzata viene continuamente bombardato da messaggi che sottolineano, specie per le donne, l’importanza di una linea perfetta, essenziale non solo per la bellezza fisica ma anche per raggiungere il successo in campo economico e sentimentale. La maggior parte delle persone è in grado di regolarsi nell’alimentazione senza difficoltà. Molte persone mantengono un peso più o meno stabile anche senza particolari controlli sulla dieta, basandosi solo sul proprio appetito. Il problema è che l’appetito non è automaticamente regolato come lo sono il bisogno di bere o di respirare. Se non respiriamo adeguatamente moriamo in pochi minuti; se non assumiamo adeguate quantità di liquidi moriamo in pochi giorni; ci vogliono invece settimane per morire di fame. Questo minor controllo sul comportamento alimentare è causa, in situazioni estreme, di anoressia nervosa, bulimia nervosa, obesità. Non esistono disturbi emotivi analoghi - se non a livello analogico - rispetto alla regolazione del respiro o all’assunzione di liquidi perché queste funzioni sono di importanza vitale e non presentano margine di tolleranza. Molti problemi legati all’alimentazione non sono veri disturbi mentali, sebbene chi ne soffra possa avere conseguenze emotive e possa trarre giovamento da una psicoterapia. Gli adolescenti e i giovani mostrano spesso varie forme di comportamento alimentare, che includono diete frequenti, abbuffate e vomito per evitare di ingrassare. Questi comportamenti che sono molto più comuni dei veri e propri disturbi dell’alimentazione, non sono quadri clinici gravi, ma aumentano il rischio di sviluppare abitudini alimentari più pericolose e possono essere le prime avvisaglie di problemi potenzialmente gravi, per cui non devono essere, per nessuna ragione., ignorati.



Le persone affette da BULIMIA non sono in grado di controllarsi nel mangiare, allo stesso modo in cui l’alcolista non si controlla nel bere (vedasi i vari articoli sulla “dipendenza”). Abbuffate voraci si alternano a frenetici tentativi di eliminare le calorie ingerite; il prezzo da pagare per essersi lasciati tentare dal cibo è il VOMITO, l’utilizzo di LASSATIVI, di DIGIUNO forzato e l’ ESERCIZIO fisico intenso. La contraddizione insanabile alla base di questo comportamento consiste da un lato nell’impossibilità assoluta di controllarsi nell’alimentazione, dall’altro dal desiderio di controllare a tutti i costi il proprio peso. Quando la linea non rappresenta un grosso problema, questo modo impulsivo e vorace di mangiare porta inevitabilmente all’obesità; al contrario, se l’obiettivo prioritario è mantenere una linea perfetta, ci si impegna in disperati tentativi di neutralizzare l’effetto delle grandi mangiate per evitare l’aumento di peso: è un circolo davvero vizioso.

La BULIMIA è un problema molto comune, specialmente fra le giovani donne dalla pubertà ai vent’anni. Spesso comincia con i primi tentativi di dieta per sbarazzarsi dei chili in più che ci si porta dietro dall’infanzia; con il digiuno forzato lo scopo viene “presto” raggiunto, rinforzando la motivazione a seguire. Ci vuole poi poco tempo per scoprire (da soli o tramite amicizie) il vomito e i lassativi come rimedio, o anche come punizione, per ogni abbuffata: una volta innescato, il ripetersi ciclico di questi comportamenti non lascia spazio e tregua. Vi sentite in colpa per quanto e come mangiate, e anche per quello che fate dopo per contrastare gli effetti del cibo. Siete i primi a disapprovare questo comportamento: sgattaiolate furtivamente in bagno per procurarvi il vomito ma state sempre attenti che nessuno vi scopra. Il vostro problema è un segreto per tutti, anche per chi vi è più vicino, arrivate anche a evitare di fare nuove amicizie per paura che il vostro segreto venga scoperto. I soggetti con questo disturbo hanno ripetuti episodi di abbuffate, durante i quali consumano molto rapidamente grandi quantità di cibo, perlopiù di dolci, e smettono di mangiare solo a causa di forti dolori addominali, della necessità di dormire o di una interruzione. Chi soffre di bulimia di ‘tipo purging’ si induce il vomito o assume lassativi per alleviare i sensi di colpa e controllare il proprio peso. Che invece è affetto da bulimia di ‘tipo nonpurging’ ricorre ad altri mezzi, quali il digiuno e l’esercizio fisico eccessivo, per compensare le abbuffate. La bulimia è molto più comune della anoressia, benché i due disturbi spesso si sovrappongano. A differenza dei soggetti affetti da anoressia, i bulimici tendono ad avere un peso più o meno normale. Tuttavia, anche le complicanze mediche di questo disturbo sono gravi e possono mettere a repentaglio la vita del soggetto. La bulimia - alla moda - o sperimentale è piuttosto diffusa tra alcuni gruppi di studenti delle università e delle scuole superiori. Le giovine donne che provano a mangiare grandi quantità di cibo e a vomitare subito dopo non soffrono necessariamente di un disturbo emotivo; spesso queste ragazze vomitano quello che mangiano per un periodo che può durare da qualche mese a un anno e quindi smettono quando le loro condizioni di vita o sociali cambiano.

Per chi cerca aiuto, l’ INFORMAZIONE, la CONOSCENZA e la PSICOTERAPIA si rivelano estremamente efficaci. La bulimia è piuttosto comune tra le giovane donne; tra i giovani maschi questo disturbo ha un’incidenza pari a un quinto rispetto alle donne. L’età media di insorgenza è di diciotto anni; il disturbo può manifestarsi tra i dodici e i trentacinque anni. Le persone che da adolescenti soffrivano di obesità hanno maggiori probabilità di sviluppare la bulimia in età adulta. La bulimia solitamente si manifesta al termine di una dieta ferrea protrattasi da alcune settimane fino a un anno o anche più a lungo e che può avere avuto successo oppure no. Le diete molto rigide possono influire sulla chimica cerebrale al punto da scombussolare i normali meccanismi che regolano l’appetito o la sazietà. Questo semidigiuno scatena un’abbuffata, che a sua volta porta all’eliminazione del cibo ingerito. Nel momento in cui si rendono conto che il vomito riduce l’ ANSIA provocata dalle abbuffate, queste persone smettono di temere tali episodi. In questo case le abbuffate diventano sempre più frequenti e più gravi, fino a trasformarsi, con il passare del tempo, in un mezzo per affrontare qualsiasi forma di stress. Tuttavia la chiave di questo disturbo non sta nel mangiare quanto nel vomitare, poiché probabilmente queste persone eviterebbero di mangiare troppo se non potessero vomitare dopo. Anche alcune anomalie biologiche possono avere un ruolo importante, benché non sia chiaro se rappresentino una causa o una conseguenza di questo disturbo. Poiché la bulimia, come l’anoressia, tende a manifestarsi verso gli ultimi anni dell’adolescenza, può essere associata alle difficoltà derivanti dal passaggio all’età adulta. Anche i conflitti familiari, sentirsi combattuti tra i due genitori, possono portare una giovane donna (o uomo) a sviluppare un comportamento bulimico. Il disturbo sembra inoltre essere associato allo stress, per esempio all’allontanamento da casa per motivi di studio o alla ricerca di un posto di lavoro. Sebbene quasi tutti i soggetti bulimici siano infelici e scoraggiati perché sentono di avere perso il controllo sul proprio comportamento alimentare, la bulimia può anche essere un sintomo di depressione. Anche i disturbi d’ansia possono coesistere con la bulimia. Altri problemi osservati spesso nelle persone bulimiche includono l’abuso di alcol, la difficoltà a tollerare la frustrazione, problemi nei rapporti interpersonali e comportamenti impulsivi. Alcuni soggetti fanno uso di anfetamine o di farmaci da banco per ridurre l’appetito e perdere peso. Altri rubano cibo, capi di abbigliamento, gioielli o altri articoli oppure cedono all’impulso di procurarsi dei tagli (PATOMIMIA CUTANEA).

Tra i familiari dei soggetti bulimici si registra un’incidenza superiore alla norma di DEPRESSIONE, ALCOLISMO, ABUSO DI SOSTANZE CHIMICHE e OBESITA’. La vita dei soggetti affetti da questo disturbo ruota intorno al cibo. Sebbene abbiano generalmente un peso normale, queste persone sono estremamente preoccupate per il proprio peso e tentano di tenerlo sotto controllo sottoponendosi a diete, vomitando oppure usando lassativi e diuretici. Alternando le abbuffate all’eliminazione del cibo ingerito, ingrassano e dimagriscono ripetutamente di vari chili. La loro vita è dominata dai conflitti derivanti dal cibo. Molte di queste persone non fanno pasti regolari e non si sentono sazie alla fine di un pasto normale. Inoltre, preferiscono mangiare da sole in casa propria perché provano vergogna e sensi di colpa. Il cibo è costantemente al centro dei loro pensieri. In alcuni casi i soggetti bulimici non vedono l’ora di uscire dal lavoro per correre a casa a mangiare. Le abbuffate sono programmate con cura; qualsiasi cosa interferisca con questi piani determina un estremo stato d’ansia nel soggetto e prolunga ulteriormente il ciclo abbuffata - vomito. Solitamente scelgono cibi ipercalorici e dal sapore dolce, per esempio torte, gelati o pane, che possono essere trangugiati il più rapidamente possibile senza dover masticare troppo a lungo. Un’abbuffata dura in media un’ora o due: quando cominciano a mangiare, non sono più in grado di smettere. In uno stato di estrema frenesia, cercano in continuazione altro cibo e smettono solo a causa di interruzioni o perché non sono più in grado fisicamente di mangiare. Al termine dell’episodio, si sentono piene di vergogna, autocritiche e depresse. L’eliminazione del cibo ingerito allevia i dolori allo stomaco e spesso riduce il rimorso e l’angoscia. Solitamente queste persone si infilano un dito in gola; alcune imparano a vomitare a comando. Un numero più limitato di persone fa uso di lassativi, e c’è chi può digiunare per un giorno intero oppure impegnarsi in un’attività fisica estremamente intensa. La bulimia può continuare a manifestarsi di tanto in tanto per vari anni, con abbuffate che si alternano a periodi di alimentazione regolare. Solitamente i soggetti bulimici hanno un aspetto normale e un peso più o meno nella norma, sebbene anche le persone snelle abbiano un addome pronunciato a causa delle frequenti abbuffate. In linea generale queste persone conducono una vita normale nonostante la bulimia, anche se nei casi estremi possono dedicare tutto il loro tempo a programmare le abbuffate, ad acquistare cibo e quindi mangiare e a eliminare il cibo ingerito. Spesso sono i dentisti i primi a individuare un caso di bulimia, in quanto osservano danni ai denti e alle gengive, tra cui l’erosione dello smalto dentario, causati dagli acidi gastrici contenuti nel vomito. Altri segni medici della bulimia includono graffi e calli sul dorso della mano (segno di Russel), dovuti allo sfregamento della mano contro i denti mentre si induce il vomito. Anche il fatto che il soggetto si scusi durante o dopo un pasto per andare in toilette, dove si procura il vomito, è un indizio significativo. I soggetti bulimici possono arrivare a consumare più di 15.000 calorie in una singola abbuffata, ma ciò che causa i danni più gravi è la successiva eliminazione di quanto si è ingerito. Gli acidi gastrici contenuti nel vomito irritano le gengive e corrodono lo smalto dentario portando alla formazione di numerose cavità. Il vomito ripetuto priva l’organismo di sostanze nutritive e liquidi essenziali, il che provoca disidratazione e squilibri a livello degli elettroliti. La deplezione potassica (ipokaliemia) compromette la funzionalità del cuore e di altri muscoli e può causare aritmie cardiache e, in alcuni casi, la morte improvvisa. Altre complicanze includono spasmi muscolari alle mani e ai piedi, palpitazioni, irritazione e sanguinamento dell’esofago e dello stomaco e disturbi dell’apparato digerente. Molte persone credono erroneamente che l’uso di lassativi o di diuretici acceleri la perdita di peso e perciò fanno spesso uso di questi preparati. In realtà l’assunzione di lassativi e di diuretici provoca una ritenzione di liquidi di rimbalzo, prolungando così la sensazione di gonfiore e rinforzando il ciclo di eliminazione del cibo ingerito. L’abuso di lassativi comporta gravi complicazioni, tra cui stipsi e prolasso del retto, nonché la rara condizione nota con il nome di colon catartico, che richiede un immediato intervento chirurgico. Anche nel caso in cui sembrino avere un peso e una salute normali, i soggetti bulimici possono soffrire degli effetti psicologici dell’inedia, che includono cambiamenti di umore, affaticamento e depressione. Tra queste persone si riscontra inoltre un’incidenza superiore alla media di disturbi d’ansia, disturbi bipolari (sindrome maniaco – depressiva) e disturbi di personalità; hanno difficoltà a livello sessuale o mostrano comportamenti impulsivi autodistruttivi quali il taccheggio, la promiscuità e l’automutilazione..

… hanno avuto esperienze con una figura di riferimento controversa.


Dieta… togliamo dalla mente i bocconi amari.

… le persone intransigenti, sbagliate e “scomode” non solo creano disagio e tolgono completamente le forze, ma fanno anche ingrassare e ammalare… … le emozioni sono il “cibo” dell’anima, ma è il corpo a segnalare i “bocconi amari” difficili da digerire…

… il “cibo tappabuchi” cerca di riempire il tempo e il vuoto affettivo, di placare i timori, frenare il senso di protezione, bloccare la noia, l’infelicità e l’insicurezza: di compensare insoddisfazioni, tormenti e dolori… molte sono le fantasie che girano nella mente di chi è in sovrappeso: nascondersi, scomparire, annullarsi… se nella vita si perde il “gusto” e latita la passione, la mente ci getta in pasto al companatico per consolarci: legandoci al piatto cerca di tappare quel fastidioso e profondo vuoto emotivo… se la vita si arricchisce di nuovi stimoli e interessi il sovrappeso fugge a gambe levate… si mangia per rabbia, noia e delusione: il corpo si riempie se la vita è vuota… quando si è innamorarti, felici, eccitati, soddisfatti, attratti, coinvolti il mangiare passa in seconda posizione: non si mangia più solo quando sono sazi tutti i “sensi”… i piaceri e i divertimenti sciolgono il grasso, rendendo leggeri…… la routine e l’abitudine ingrassano (una vita spenta) mentre la fantasia “ brucia” i grassi e snellisce (risveglia la voglia di vivere): si vola davvero… il “giro-vita” dipende dalla qualità della vita…

Diceva Platone, con grande saggezza, che non si dovrebbe mai, per nessuna ragione, tentare di curare il corpo separato dall’anima, e per ottenere la salute di quest’ultima e del corpo è necessario curare la mente. Questo prezioso insegnamento, ancora oggi di grande attualità, lo ritroviamo nella massima latina “mens sana in corpore sano”. Fin dai tempi antichi era ben noto lo stretto legame tra mente e corpo, di cui quotidianamente, attraverso sofisticate ricerche di neurofisiologia o esperienze personali dirette, ne abbiamo conferma. L’uomo è ammalato nel corpo perché la sua mente è ammalata e la mente ha perso la sua salute perché si è avvizzito il suo “involucro”. Il benessere, quindi, dipende sempre dal perfetto equilibrio corpo - mente: il primo può influenzare, in ogni momento, l’altra e viceversa. Quando una di queste componenti non funziona bene, o magari la si trascura, è segno che c’è qualcosa che non funziona nella propria vita: la “scorza” adiposa non fa eccezione e può essere un segnale davvero inequivocabile. Quante volte, dopo una giornata storta, piena di delusioni, di litigi, di frustrazioni oltre ad aprire il frigo e mangiare in modo sconsiderato ogni cosa, ci siamo ulteriormente anestetizzati con un buon bicchiere colmo di nutella o buttati a capofitto in un profumato calice di pinot? Quasi quotidianamente annuisce, con un certo pudore, la signora Lucia in un recente incontro terapeutico, pure Maria afferma, a malincuore, tale abitudine, ma anche Camilla, nella sua timidezza, ammette di aver fatto ricorso più volte a questa “magra” consolazione e, poi, Ettore che non sa proprio darsi pace per queste sue grandi abbuffate… tutte vittime di qualche chilo in più. Se la vita è immobile, scorre senza passioni e soddisfazioni, la mente “capricciosa” cerca delle compensazioni altrove, ci butta in pasto al cibo per consolarci. Quando i problemi della vita si fanno “pesanti”, anche il corpo, con la sua difficoltà a “digerire”, lentamente si fa carico di una vistosa ed inutile zavorra; una vita “piatta”, vissuta nell’anonimato, che non emoziona più, allarga la cintura, fa lievitare pancia e fianchi… fa perdere la linea. L’alimentazione, infatti, può rientrare in questo intricato meccanismo psicosomatico, è legata al benessere, non solo fisico ma anche mentale; più si escludono dalla vita i veri interessi, i desideri profondi, più l’orco con tutta la sua voracità, risorto prepotentemente dagli inferi, si scatenerà a tavola facendo piazza pulita di ogni cosa. Durante il giorno, con gli altri, sempre ben misurati, ordinati, scrupolosi, responsabili, controllati, ossessivamente attenti all’immagine, mentre di sera, al rientro, invece di godersi un meritato riposo, l’aggressività repressa, finalmente, trova la sua modalità espressiva, ogni tensione accumulata improvvisamente esplode: i ruoli svaniscono, i veli di colpo cadono, ci si trova completamente privati della maschera quotidiana, spogliati, nudi, faccia a faccia con il vuoto profondo, travolti e confusi da quelle paure vaghe da tempo trascurate, mai espresse, calati in una atmosfera affettiva e sociale che dà veramente poco, convinti di non valere, il timore di non riuscire, di rimanere soli, di perdere quel che si ha… tutto si colora di sofferenza e disistima. Per calmare la grande inquietudine, dunque, è necessario azzittire questa allarmante confusione ecco, allora, presentarsi un potente ansiolitico, la soluzione è lì a portata di bocca… la grande abbuffata, è pronta e servita. Un altro tratto caratteristico di chi tende ad ingrassare è quello di non riuscire a dimenticare ipotetiche umiliazioni, eventuali sconfitte, presunte offese o torti subiti: si lega ogni cosa al dito, lasciando sempre - attraverso un estenuante rimuginare - tutto in sospeso. Più la vita lascia il comando alla noia, ai sacrifici e alle rinunce, più si cerca la felicità, la compensazione e il piacere nel piatto… in questo modo il giustiziere della dispensa può operare indisturbato. Cibo, emozioni e atteggiamenti mentali agiscono sempre in maniera sinergica. Il cibo non è solo materia da cui trarre proteine e vitamine ma è connesso - metabolismo e tiroide permettendo - a bisogni emotivi, con le parti più profonde del mondo infantile; é legato, spesso, a tendenze svalutative, a valori familiari, alla sensazione di infelicità, a quella insaziabile fame d’amore che non abbandona mai… nemmeno di notte. Quando poi il cibo è sempre in testa, oltre a diventare l’unico motivo di consolazione, può trasformarsi in un comodo e potente analgesico nei confronti di una vita spenta, priva di vitalità, che per quanto ci si impegni non emoziona più… soprattutto, quando si è a “dieta” di gratificazioni e di libertà. Il piacere, il divertimento, l’innamorarsi perdutamente, il riscoprire la passione sono gli ingredienti fondamentali utili a modellare il corpo, il vero ed unico antidoto ai chili di troppo… fanno dimenticare di mangiare e bloccano veramente l’ago della bilancia. Il cibo è, erroneamente, un “buon” rifugio contro l’ansia e l’insicurezza, un “vero” antidepressivo, mette a tacere sofferenze, abbandoni, mancanze, rimpianti, delusioni e privazioni affettive; un’abitudine negativa che, prima o poi, si fa sentire con voce grossa per riscuotere i “sospesi”, da tempo depositati nel corpo e nella mente… sempre, però, con gli “interessi”. Cosa fare. Poiché una esperienza simile espone sempre a una potenziale fragilità e vulnerabilità, nel corpo e nella mente, addentrarsi in tale avventura è possibile solo quando si è davvero convinti, sereni e tranquilli: sentire il desiderio di cambiamento, la voglia di liberarsi di vecchie abitudini e condizionamenti vari; trattarsi e volersi bene al punto di cambiare non certo per gli altri ma per se stessi, riscoprire quel senso di benessere che si è perduto nella routine e nella banalità. Quando le giornate sono “alleggerite” e gli stati emozionali più clementi, sarà più facile raggiungere fino in fondo gli obiettivi… sempre con i risultati sperati.

… se dai spazio al piacere - non dovendo più colmare quel vuoto interiore - ti allontani dalla noia, dall’insoddisfazione e soprattutto ti “togli” dai dolci, … solo se si “gusta” la vita con cose che fanno stare bene si ha il senso della “pienezza” diffusa e, quindi, non avendo più bisogno del cibo - spazzatura - tappabuchi si dimagrisce DAVVERO!!!

… problemi all’apparato digerente (pesantezza, nausea, vomito), un succo di: mela, menta, carota, zenzero, kiwi e ananas può aiutare.

Ulcera.

Erosione del tessuto epiteliale, mucoso o cutaneo, accompagnata la lesioni... una grande rabbia e rancore che rode internamente.

… la vendetta diventa l’obiettivo principale, fino a trasformarsi in autodistruzione… il rancore non espresso si trasforma in distacco e odio represso, mettendo a rischio completamente il benessere psicofisico… insieme al companatico ingeriamo anche le esperienze della vita, le digeriamo ed entrano a far parte del corpo: vissuti indigesti e difficili da mandar giù… se la vita è amara lo stomaco e l’intestino protestano: esprimono il proprio dissenso o avversione “bruciando”…

L’ulcera peptica.

(dal greco peptikos “digestivo”) consiste in una perdita di sostanza della mucosa gastrointestinale, generalmente nello stomaco (gastrica) o subito dopo nel duodeno (duodenale).

… un maggior afflusso di sangue e ipersecrezione di acido cloridrico a livello gastrico … un eccesso di fuoco che “brucia”, ovvero una forte aggressività trattenuta nei confronti di un ambiente vissuto come minaccioso… diverso è il discorso della colite che segnala un bisogno di eliminare velocemente certi contenuti emotivi ritenuti inaccettabili.

Di recente è stato identificato un batterio - heucobacter pylor - che favorisce l’eziologia dell’ulcera duodenale. La sintomatologia ulcerosa può comunque peggiorare bevendo caffè, assumere medicinali (acido acetilsalicilico), fumando e mangiando in modo inadeguato. L’ulcera gastrica, inoltre, può essere collegata a una vita stressata o svilupparsi in periodi in cui si è sottoposti a stress prolungato, con scarsa capacità di “coping” ovvero di trovare strategie di soluzione ai diversi problemi. Tale patologia si sviluppa comunque quando si altera l’equilibrio tra elementi aggressivi (acidità e enzimi) e i fattori di difesa della mucosa. I sintomi, alternati a periodi di latenza, dipendono dalla localizzazione dell’ulcera (stomaco o intestino) e sono caratterizzati da un dolore a crampo, un senso di bruciore (urente, corrosivo), leggeri gorgoglii, dolori laceranti, nausea oppure sensazione di fame o pienezza addominale. Le numerose ricerche sull’ulcera peptica hanno messo in evidenza risultati e opinioni molto diverse. Alcune funzioni gastriche, la motilità, il flusso sanguigno e la secrezione sono sempre strettamente connessi, al di là dei vari orientamenti scientifici, all’attività di processi nervosi e allo stato emotivo prevalente. Alcuni sentimenti come l’aggressività e il risentimento accelerano il transito del cibo nello stomaco, mentre l’ansia e le emozioni forti inducono a “contrazioni” e rallentano il transito del cibo. L’ansia, i pensieri depressivi o il pessimo umore riducono le secrezioni di acido cloridrico, la motilità e il flusso sanguigno nello stomaco. Gli stati emotivi conflittuali, che generano ostilità e tendenze aggressive, aumentano la secrezione gastrica e, se persistono, creano alterazioni della mucosa: il contatto costante con i succhi gastrici può dare avvio ad una formazione ulcerosa. La letteratura psicosomatica descrive l’ulceroso non solo come un uomo ambizioso, senza scrupoli concentrato sul successo, con un forte bisogno di essere riconosciuto e ammirato, ma anche una figura estremamente sensibile al rifiuto, al timore della sconfitta, alla paura dei cambiamenti irreversibili e, soprattutto, della solitudine. Cosa fare. Oltre al trattamento medico standard per favorire la riparazione della mucosa, saranno utili colloqui concentrati sull’attuazione dei cambiamenti nella vita quotidiana del soggetto facilitando, inoltre, l’espressione dei propri bisogni senza il timore di essere giudicato. Anche le metodiche distensive sono utili per l’ulceroso, in quanto è estremamente importante che il soggetto iperattivo impari che è possibile avere una vita dinamica anche in uno stato di rilassamento.



Un piccolo “sorso” di collera...

RABBIA… contrasti di lavoro, contrasti familiari, contrasti d’amore, giudizio degli altri, speranze e attese deluse sono eruzioni emotive che possono essere direttamente espresse o trattenute… la rabbia può essere una manifestazione immediata (ira, collera, aggressività) o controllata (rancore, odio, frustrazione)… un corpo “soffocato” è spesso il segno gli istinti aggressivi non hanno avuto la possibilità di esprimersi… porta alla somatizzazione o alla depressione… … la “vendetta” - prodotta dalla rabbia covata e non espressa - è acida e corrode: si mandano giù bocconi amari e insulti… l’ulcera parla di bocconi amari, di un bruciore interiore intenso (fuoco emozionale)… soggetti combattuti tra la fame di successo e il bisogno di essere “nutrito”, attenzione e cura… un continuo bisogno di conferme esterne, un conflitto tra autonomia e dipendenza…

L’essere umano, sappiamo, non manda giù solamente pane e companatico, egli inghiottisce anche l’umiliazione, la delusione per la sua mancata realizzazione o promozione, una catastrofe finanziaria o affettiva e tanti sentimenti di colpa. Paradossalmente, l’organo della digestione, cioè lo stomaco, si comporta come se dovesse realmente digerire tutto ciò, come se fosse di fronte a un succulento pasto. Produce dunque il suo acido gastrico, che in questa situazione è una sostanza corrosiva non necessaria, la quale col tempo attacca la sua mucosa: lo stomaco in pratica mangia se stesso. In realtà, la secrezione e la circolazione di tale organo viene influenzata in maniera determinante da reazioni emotive e particolari stati d’animo (fame di amore, affetto, stima, rispetto, rabbia, collera, autonomia, dipendenza, ecc.). Lo stomaco, pertanto, partecipa a reazioni di cui il soggetto, molto spesso, non ha consapevolezza. Se lo stomaco produce acido cloridrico ma non riceve nulla, nessun cibo scende a riempirlo, tale sostanza prodotta, tuttavia, non può neutralizzarsi, quindi, insorge un pericoloso funzionamento a vuoto: i conflitti aperti o nascosti si esprimono attraverso un preciso segnale ammonitore, cioè con un disturbo allo stomaco. Molto spesso, si riscontra nei malati di stomaco, dopo una lunga terapia priva di successo, una guarigione in maniera spontanea, a volte, del tutto inattesa. Tale guarigione, apparentemente miracolosa, diventa comprensibile solo quando si prendono in esame le condizioni e cambiamenti di stili di vita del paziente. Chi soffre di mal di stomaco si riconosce già dal suo aspetto esteriore. Egli non è quasi mai grasso, mai corpulento, a livello costituzionale è slanciato, pallido, sottile. Di solito è un individuo che prende “troppo” sul serio le cose della vita: è alle prese con un continuo rimuginare. Estremamente sensibile, nervoso, facilmente irritabile. Si preoccupa dentro di sé, si dedica al lavoro più degli altri, cerca in maniera spasmodica continuamente successo, affermazione e riconoscimento, in breve, ha una vita caratterizzata da un ritmo vorticoso e un’attività molto intensa con il continuo rodersi interiore caratteristico appunto di chi soffre di stomaco. Anche l’aggressività in questi soggetti è particolare e “corrosiva”. E’ contorta, indiretta, cova interiormente ed emerge a fatica (trattiene le cariche aggressive). Qualora dovesse venire a galla, però, è particolarmente graffiante, piena di sarcasmo: si potrebbe definire un’aggressività al “vetriolo”. Il motivo di tale strategia nasce dal fatto che questi individui sono legati a un doppio filo (la dipendenza) a situazioni e a persone di cui soffrono nel fare a meno; ecco perché, quando si arrabbiano, in qualche modo tendono a trattenersi: temono di rovinare il rapporto e, quindi, trovarsi soli. Può accadere che reprimano i loro desideri, che possono restare inconsapevoli e addirittura non trovare alcuna forma espressiva, compensati da un’esibita affermazione di autonomia; ma può anche accadere che li esprimano apertamente e si scontrini con l’incomprensione da parte del loro ambiente circostante. I tipi di personalità risulteranno, nei due casi, opposti, ma in entrambi ci sarà comunque un certo grado di frustrazione, in relazione al desiderio di ricevere, affetto, attenzione, ecc. Anche a livello sessuale è presente la dimensione conflittuale, e dunque i rapporti saranno vissuti in modo estremamente ambivalente. In realtà, vuole affermare la propria autonomia e al tempo stesso cerca la dipendenza, attivando meccanismi spesso carichi di aggressività, quasi sempre repressa o magari assente, proprio per paura di restare deluso nel proprio bisogno d’amore. Non dobbiamo dimenticare che vive in uno stato di profonda dipendenza, di cui però ha molto timore e che vuole nascondere a tutti i costi. Un tale individuo può apparire come il tipico soggetto “rampante” ma è invece particolarmente spaventato dall’idea che qualcuno possa accorgersi della sua grande esigenza di rassicurazione. Cosa fare. Le metodiche terapeutiche sono tantissime, molto efficaci anche come prevenzione: alimentazione, agopuntura, rilassamento … ma, soprattutto, è importante che la persona impari, attraverso un aiuto qualificato, due elementi fondamentali: chiedere agli altri ciò di cui sente il bisogno – superando la paura di ricevere un rifiuto – e essere meno pretenzioso e severo con se stesso.

La RABBIA … permette in qualche modo di affermare le proprie posizioni… se la fai uscire, se ne va anche la gastrite! … quando si cerca di far tacere la rabbia per troppo tempo, il corpo trova sempre la sua modalità espressiva: un modo di esprimerla per vie traverse… la rabbia nasce sempre quando per troppo tempo ci si è voluti adeguare a un ruolo, un modello o a un personaggio perfetto: coerente, altruista, tranquillo, moderato, bravo…

… permette in qualche modo di affermare le proprie posizioni… se la fai uscire, se ne va anche la gastrite! … quando si cerca di far tacere la rabbia per troppo tempo, il corpo trova sempre la sua modalità espressiva: un modo di esprimerla per vie traverse… la rabbia nasce sempre quando per troppo tempo ci si è voluti adeguare a un ruolo, un modello o a un personaggio perfetto: coerente, altruista, tranquillo, moderato, bravo… la rabbia, agendo sul ritmo cardiaco, fa aumentare la circolazione sanguigna , quindi, calore e gonfiore (infiammazione)…

Spesso il malato di stomaco non ha bisogno di dieta ma di imparare a sviluppare la capacità di accogliere e “digerire” tutto ciò che incontra… lo stomaco è davvero un “sismografo” per molti stati emotivi… sono i conflitti aperti o nascosti a comandare male questo organo: “fame” di amore, affetto, stima, offesa, rispetto possono provocare un aumento della secrezione gastrica, proprio come la fame di cibo…



Quando i pensieri inquieti fanno “CORRERE”…

… una lotta inconscia tra bene e male… un fenomeno che dà voce al bisogno di rimuovere contenuti emotivi vissuti come inaccettabili, “sporchi”… se le necessità più intime e vere sono represse o sacrificate all’altare dei “doveri”, l’intestino si ribella per riportare il colitico sulla giusta strada… l’intestino sconta spesso i sensi di colpa (pentirsi per quel che si è fatto)…

La colite è una delle malattie nelle quali osserviamo con maggiore evidenza come nel corpo la “parte bassa” (intestino - istinto) possa farsi carico di ciò che la “parte alta” (psiche - ragione) non riesce a contenere e a elaborare completamente. Un’infiammazione dolorosa, tanto bruciante quanto silenziosa che, oltre a raccogliere in un attimo tutta la sofferenza umana, svela il malessere e il disagio emotivo di una personalità complessa e introversa. L’intestino è un organo fragile, facilmente attaccabile e particolarmente sensibile ai cambiamenti: alimentazione, stress, ritmi quotidiani e cattive abitudini. Pensieri, tensioni, delusioni, impulsi e pene si smarriscono, improvvisamente, nel labirinto oscuro della massa intestinale. Una motilità intestinale - accelerata quando si è tesi - davvero capricciosa che non conosce età, ragioni e stagioni. Colpisce, il più delle volte, a tradimento, senza un preavviso, in modo originale e soggettivo. Una dittatura che si manifesta, come dicono gli specialisti, con un “alvo alterno”, cioè con l’alternarsi di periodi di stipsi serrata e di scariche diarroiche. Questi malesseri, lentamente, iniziano a dettar legge e a condizionarci con tutta una serie di limitazioni che sconvolgono il nostro stile di vita in senso restrittivo. Spasmi involontari e fitte improvvise arrivano quando siamo assaliti da timori, paure e condizionamenti, ci sentiamo sotto esame, crediamo di non essere all’altezza della situazione e, soprattutto, di non essere abbastanza bravi … siamo attanagliati dai complessi di colpa e avviliti dai sensi di inferiorità. Spesso, queste patologie invalidanti, sono più gravi dal punto di vista psicologico che fisico, minano infatti l’immagine di sé e quindi le basi dell’autostima: una spia che rivela una mente sensibile e un profondo disagio emotivo ignorato. Un segnale inequivocabile di uno stile di vita conflittuale, non ascoltato, che riversandosi sulla pancia ci spinge a “correre” subito ai ripari: segnala che qualcosa non va nei nostri atteggiamenti e nel nostro modo di essere. Un “grido di dolore” perché, da tempo, neghiamo una naturale dimensione espressiva … annulliamo le fantasie, soffochiamo le passioni e reprimiamo i desideri. Un modo maldestro di ingabbiare l’ansia e l’angoscia. Questa strategia di “contenimento”, anche se a livello sociale rende più presentabili e docili, può creare squilibri nel ricambio organico. Ne soffrono perlopiù le persone ansiose, più aumenta la tensione, maggiori sono i disturbi vissuti. Una pancia “imbarazzata” che protesta per i nostri errori, tratteniamo emozioni e manteniamo in vita false identità. Una pancia ferita dagli affetti che, con il suo dolore improvviso o costante, condiziona anche l’efficienza mentale. Quando tale malessere non è imputabile ad ormoni sessuali (menopausa-stipsi), a infezioni batteriche o virali, è proprio il caso di dire che la tensione gioca un brutto scherzo alla dimensione intestinale. Un’altra protesta dal “basso” è la stipsi. Gonfio e chiuso, l’intestino va al rallentatore, anzi si blocca per giorni se non per settimane. Tale stato, spesso accompagnato da tratti depressivi, segnala che siamo “isolati”, troppo calati nella dimensione del “trattenere” e del “conservare”… così attaccati alle cose, alle nostre convinzioni, da non riuscire a “liberarci” neppure nel senso fisiologico del termine. Un intestino intasato corrisponde, spesso, ad un cervello sovraccarico e incapace di staccarsi dal vissuto quotidiano (autocontrollo e ruminio interiore). Esprime, in chiave simbolica, un rapporto con il proprio ambiente caratterizzato dal controllo eccessivo, da una coscienziosità ostinata e da un agire offuscato dalla diffidenza. Le scariche, invece, colpiscono e arrivano nei momenti meno opportuni, rendendoci vulnerabili e insicuri … viene messa in discussione la capacità di “assimilazione” in tutti i sensi. E’ un modo di sottrarsi a una situazione percepita come pericolosa per il proprio equilibrio psicofisico. Secondo la medicina psicosomatica è una condizione fisiologica di chi ha la tendenza a “mandar sempre giù”. Un prezzo che si paga per continuare a “far finta di niente” … trattenere rabbia e rancore: pensieri che ingorgano la psiche e infiammano l’intestino. Di solito le modificazioni metaboliche intestinali sono influenzate da conflitti psicologici che ruotano intorno al tema di “non scelta”. Il colitico, infatti, è combattuto sul prendere decisioni, di scegliere liberamente, a vivere e a esprimere le proprie scelte. Tende ad agire in un certo modo non per se stesso, ma per conformismo, per far piacere all’altro, per sbalordire o per spirito di sacrificio. Quando poi la perturbazione intestinale è generata direttamente da comportamenti affettivo - emozionali bisogna prendere in considerazione lo sviluppo psicosessuale perché anch’esso – inibito, intrappolato e ingabbiato sul piano mentale - può influire sull’aggressività e, quindi, complicare ulteriormente la situazione attraverso uno stato cronico di allerta. Cosa fare. L’esercizio fisico graduale e continuo, alcune ricerche lo confermano, mette al riparo il tratto di intestino predisposto alle infiammazioni. Anche una corretta alimentazione può rappresentare un punto fondamentale nella prevenzione e nel trattamento vero e proprio di questa affezione che è sempre una manifestazione soggettiva. Le tecniche distensive sono utili perché insegnano gradualmente a rilassare la muscolatura, far scorrere tutte le energie che ristagnano nell’organismo e, soprattutto, a liberare la mente dai pensieri ingombranti (… pensare poco ma agire molto). Anche una psicoterapia ad indirizzo psicosomatico - metodica terapeutica solitamente non gradita a questi soggetti in quanto l’alto grado di diffidenza e il senso di sfiducia che li accompagna costantemente non permette loro di avvicinarsi a tale esperienza - oltre ad aiutare ad interpretare correttamente i messaggi che la pancia invia, può stimolare la fiducia in se stessi, favorire in maniera più vantaggiosa i rapporti con gli altri, allenare ad essere più “sinceri”, spontanei, naturali e autonomi … una cura che ridà benessere all’intestino passando prima, se vogliamo, dalla ”parte alta”.

… con la scarica diarroica si cerca in qualche modo di purificarsi (allontanare, scaricare) da idee e contenuti mentali inaccettabili, vissuti come “sporchi…

… problemi alle emorroidi, un succo di: ciliegia, more e mirtilli può aiutare.

CONCLUSIONI e piccole CURIOSITA’.

Ci vuole davvero “stomaco”… Nel corpo gli stati emotivi diventano molecole, sostanze che successivamente saranno eliminate attraverso gli organi emuntori. Sono numerose le situazioni in cui si è obbligati, controvoglia (contro - stomaco), a mandar giù bocconi amari. Costretti a gestire e tollerare situazioni fastidiose, eventi frustranti, imboccare un vicolo cieco: sembra non esista un’altra via d’uscita. Tener testa persino a situazioni insostenibili… bocconi amari, pensieri, ricordi, rapporti sbagliati, una vita e relazioni indigeste (vuote e fredde). Proprio all’interno di questo organo, in questo otre nascosto, con tutti i suoi segreti, si compie sia la digestione vera e propria sia l’elaborazione del contenuto mentale connesso a certe situazioni… alcune cose, certi comportamenti, alcuni eventi e sentimenti (troppo “pesanti”) rimangono in stand by (come sospesi). A non essere assimilati spesso non sono solo gli alimenti ma anche i pensieri che per analogia potrebbero essere definiti le “feci della mente”. Lo stomaco, infatti, è il grande laboratorio dove cibo e pensieri vengono “sapientemente digeriti”. Questi organi compiono un rituale di purificazione ogni volta che si liberano, evacuano rifiuti organici e contenuti psichici. La stitichezza è simbolo di una tendenza a conservare le dimensioni psichiche che si temono di più… la scarica diarroica ripulisce la coscienza sporca. Liberarsi in modo rapido e quasi violento delle feci come avviene nel caso della diarrea è un modo per ripulire la coscienza da tutti quei contenuti che la rendono “impura”: pensieri meschini, desideri volgari, impulsi violenti o fortemente trasgressivi, antisociali. Difficoltà a conoscere se stessi, disagi psicologici non affrontati sono solo alcuni elementi responsabili dei vari disturbi dell’apparato digerente. Secondo la cultura popolare ha fegato chi dimostra coraggio, resistenza e, soprattutto, capacità di incassare. Il fegato, infatti, è l’organo che simboleggia il coraggio e la resistenza, non a caso è impegnato nella “distillazione” delle sostanze nutritive e nella distribuzione delle energie. E’ uno dei pochi organi in grado di rigenerarsi e di mantenersi giovane nel tempo. Quando però si tende a pretendere troppo da se stessi, abusare delle proprie forze, lo stress e l’ansia si fanno sentire. Bruciori intestinali, difficoltà digestive, gonfiori possono comparire con una certa insistenza. L’aumento dell’acidità gastrica e l’abbassamento delle difese della parete di tale organo raccontano di una evidente difficoltà a gestire la carica aggressiva. Nelle situazioni di prolungata tensione emotiva l’acido cloridrico, elemento fondamentale nel processo digestivo, viene prodotto in eccesso, anche quando non è necessario. Crampi addominali, aerofagia, eruttazioni, stipsi o diarrea, bruciore allo stomaco, sempre di corsa con lo stomaco stretto e dolorante, in una morsa d’acciaio. Il tutto può succedere nelle situazioni in cui è difficile gestire la propria carica aggressiva, così la rabbia trattenuta “lavora” senza tregua all’interno… mandar giù bocconi amari per non ferire familiari o colleghi. Tipici malesseri di chi, oltre ad imporsi una ferrea disciplina, mette sempre al primo posto il dovere e l’inflessibilità. Uno scambio con l’ambiente circostante limitato, poco equilibrato, di paura degli altri, ma anche di un comportamento sempre sulle difensive che rende rigidi, per nulla malleabili e poco adattabili ai vari cambiamenti della vita. Mai perdere il controllo della situazione: perfetti sempre e comunque. Non ci si concede, né ci si perdona errori, cedimenti. E allora, giù la maschera, siamo sinceri, molla il controllo, basta trucchi, largo al colpo di testa… basta recitare comportamenti e ruoli non propri, soffocare in tal modo desideri, spontaneità e naturalezza: altrimenti vanno in scena i dolori (di stomaco). Si è particolarmente intransigenti verso se stessi (e gli altri)… ansiosi di essere sempre una guida e d’esempio agli altri. Cosa si nasconde dietro il malessere digestivo? Perché questi organi deputati alla digestione si ammalano? Ricordiamo che l’apparato psichico (le emozioni più autentiche bloccano l’intestino) è il primo motore della digestione: stomaco, intestino e fegato scontano tensioni e stress ma, soprattutto, una forma di pensiero “zavorroso” che li appesantisce giorno dopo giorno. In questo modo la vita quotidiana diventa davvero indigesta. Digerire significa anche assimilare ciò che ci circonda. Il cervello, quindi, la fa da padrone. Tollerare, accettare, elaborare, assimilare sono “elementi” che si addicono al cibo quanto ai vari processi mentali… bisogna svuotare la mente per alleggerire lo stomaco. Secondo questa concezione, ne deriva che ad attivare o a bloccare la digestione, può essere sia il mangiare sia un pensiero… un’emozione che a esso simbolicamente si associa o si sostituisce. Gastrite, nausea, acidità: i segnali dell’organo principale della digestione rivelano una difficoltà ad amarci e ad accettare le proprie emozioni più naturali e spontanee… un rospo che proprio non va giù. Spesso la colpa è di una cattiva respirazione legata all’ansia, ma anche di un atteggiamento famelico e avido che spinge a portare dentro in fretta il cibo per riempire un vuoto angosciante (si veda “Obesità”)… l’areofagia segnala un conflitto tra il bisogno di riempirsi e la resistenza ad accogliere ciò che viene dall’ambiente circostante. Chi ha difficoltà digestive fatica a prendere posizioni e a vedere il mondo come uno spazio ricco di opportunità… così questo soggetto rimane sempre indeciso e confuso su chi è e sul da farsi. Ha paura delle novità e dell’ignoto, non cambia idea… segue sempre le abitudini. Correlazione viso – apparato digerente. L’aspetto del viso segnala disfunzioni, riflette sempre la condizione fisica, lo stato generale di salute degli organi interni. Se riusciamo a leggere il viso possiamo comprendere le condizioni dei nostri organi interni. I segni sul viso, pertanto, corrispondono all’eliminazione delle tossine in generale (diagnosi). Studiando il viso è possibile comprendere lo stato di salute degli organi interni ma anche, se vogliamo, correggere tali disfunzioni. Se si osserva attentamente il viso, in particolare la bocca è possibile comprendere cosa rivelano gli organi digestivi si sono indeboliti: hanno perso la loro capacità di elaborare e di assorbire. Il labbro superiore gonfio ci segnala la condizione dello stomaco, mentre il labbro inferiore (gonfio e sporgente: costipazione cronica) corrisponde al Tenue e al Crasso. Anche un cambiamento (foruncoli = accumulo di grasso) della parte centrale della fronte è un segnale degli intestini Tenue e Crasso (eccessivamente dilatati). La zona, invece, tra le sopraciglia (solchi verticali, foruncoli: accumulo di grasso) segnala la condizione del fegato. Gli angoli della bocca corrispondono al duodeno. Un cambiamento di colore alle labbra segnala problemi digestivi. Anche la lingua segnala una certa disfunzione (punta: Tenue e Crasso; radice: Stomaco). Nell’estremità esterna delle sopraciglia (viso esterno) si esprime la Milza. Una carnagione del viso color giallastra indica disturbi al fegato, cistifellea, e pancreas.




5.0 .APPARATO CARDIOCIRCOLATORIO.

Il centro degli affetti... i suoi problemi segnalano la difficoltà a lasciar scorrere la vita, una grande difficoltà ad esprimere gioia e amore... … luogo dei sentimenti, delle passioni e degli affetti: parla di un mondo affettivo che vuole finalmente farsi sentire… è il motore che mette in circolo il fuoco (emozioni) della vita e della creatività… quando perde il suo ritmo significa che la vitalità è stata soffocata o bloccata da regole rigide autoimposte: batte più velocemente solo per trovare il suo spazio…

Aritmia cardiaca… esprime la necessità di vivere ritmi giornalieri diversi da quelli imposti (forse troppo regolari: una parte profonda che non vuol farsi domare tanto meno controllare): emozionarsi di più… parallelamente a questo fenomeno si associano pensieri veloci e vita frenetica… Un aiuto naturale: Crataegus oxyacantha MG, Ficus carica MG e Tilia tormentosa MG……

Pericardite (infiammazione della membrana che avviluppa il cuore: pericardio)… incapacità di gestire i troppi impegni quotidiani, lo stress: un cuore soffocato da una collera rimossa che non gode più della vita affettiva… una persona troppo impegnata, frenetica, iperattiva (produce un dannoso stress) in ambito sociale, familiare e lavorativo che non lascia spazio al mondo emozionale… Un aiuti naturale: Crataegus oxyacantha MG, Tilia tormentosa MG… …

Angina pectoris (Angor: insufficiente apporto di sangue al cuore)… persone sempre sotto pressione, stressate, si sentono continuamente oppresse, sole e in difficoltà nell’affrontare gli sforzi loro assegnati, hanno la sensazione di aver perso lo spazio di libero movimento, il proprio territorio (familiari, lavorativi, sociali)… perdita della gioia per troppa serietà…

Fin dall'antichità il cuore era considerato il centro dell'amore, degli affetti, dell'emozione e della passione... la centralina dei sentimenti. Un prezioso campanello di allarme che segnala i pericoli per il corpo provenienti sia dall'esterno sia dall'interno (alimentare, passione, gioia, collera): un muscolo intelligente che sente e registra ogni cosa. Il cuore, essendo un muscolo involontario, funziona al di fuori della nostra consapevolezza. Tale fenomeno - lo sanno bene gli ansiosi durante un importante squilibrio neurovegetativo - può spiegare e chiarire l'influenza di semplici stati emozionali sul ritmo cardiaco... rallentare o diventare frenetico, essere in balia delle emozioni. Tornando ai nostri tempi, considerando la vasta e complessa rete nervosa del cuore, è stata dimostrata - attraverso studi recentissimi e accreditati - una stretta correlazione tra attività cardiaca ed esperienza emotiva... una stretta correlazione fra salute e stili di vita. I tratti caratteristici di quando il muscolo si "arrabbia" sono: aumento della frequenza del battito e della pressione sanguigna, vertigini, sensazione di debolezza, abbondante sudorazione. Sappiamo da tempo che un'emozione "mal controllata" può radicarsi in qualsiasi parte del corpo, ma quando essa ristagna nel cuore significa che tale fenomeno coinvolge la nostra identità, va in profondità, tocca l'interiorità e la gioia di vivere... pochi piaceri indeboliscono le energie del cuore. Se "raffreddiamo" lo stato affettivo anche il sangue non circola più come si deve. Il distacco esagerato dalla sfera affettiva è dunque indice di poco equilibrio esistenziale... l'atmosfera emotiva e rapporti familiari in cui si è immersi giocano un ruolo fondamentale su questo muscolo intelligente. Il soggetto non solo tende a bloccare le emozioni ma gli risulta difficile anche gestire il proprio mondo affettivo. Se si coltivano stati emotivi negativi, prima o poi, questi saranno distribuiti all'interno del corpo nello stesso modo. Tale mondo affettivo, allora, altro non può che esprimersi attraverso l'azione: sempre di corsa, non ci si ferma nemmeno per un attimo... la paura di restare un momento da soli - con emozioni e sentimenti - bussa alla porta. Il cuore esprime i desideri e i progetti di ogni persona. Con il cuore a posto si vive in piena armonia, nella gioia e nell'amore. Anche nei detti popolari troviamo tantissimi riferimenti e modi di pensare legati più all'aspetto emotivo che fisico: "Ascoltare la voce de cuore, Sentirsi stringere il cuore, Avere il cuore in gola, Sentire un tuffo nel cuore, Quella vicenda mi sta molto a cuore, Prendersi a cuore qualcosa, Quell'individuo ha il cuore di pietra, Un uomo senza cuore, Sentirsi allargare il cuore, Fare un gesto di tutto cuore, Togliersi un peso dal cuore, Rubare il cuore di qualcuno, Il cuore che si stringe d'angoscia". Quando il cuore si "arrabbia" significa che ci sono difficoltà a gestire le emozioni che hanno la tendenza a prendere il sopravvento e, quindi, gestire e condizionare l'esistenza. Un corpo che segnala - attraverso il suo linguaggio sottile - la tendenza a tenersi tutto dentro ma anche la voglia di farsi "sentire"... una lotta continua contro la routine che "spegne" e toglie il "ritmo" giusto. Quando la lotta, infatti, si colora di tinte troppo accese, - cioè si ricorre a emozioni forti per sentirsi vivi - il ritmo del cuore finisce per perdere il suo equilibrio... il cuore "esplode". Forti stai emotivi improvvisi sono nocivi per il cuore, al punto da determinare un invecchiamento fisico. Tali condizioni emotive possono determinare un aumento della pressione, come pure condizionare il regolare funzionamento del meccanismo di riparazione e far restringere i vasi sanguigni, rendendo problematico il passaggio della quantità di sangue necessaria. Uno stato emotivo più passivo e continuativo, inoltre, come la depressione, è associato solitamente a malattie cardiache (facilita l'aggregazione delle piastrine, esponendo il soggetto a formazione di trombi nelle arterie). In effetti, le persone con tratti depressivi a lungo termine corrono il rischio di avere un attacco di cuore maggiore rispetto a coloro che non sono depressi... un senso di impotenza prolungato indebolisce il sistema immunitario e fa invecchiare più velocemente. Non dovrebbe più meravigliare, quindi, che le emozioni, in particolare il modo in cui si affrontano gli aspetti non razionali della propria esistenza, possano avere un impatto più o meno violento sul funzionamento del corpo. Lo stesso fenomeno che porta all'occlusione delle coronarie si può manifestare con le arterie che portano il sangue agli arti inferiori. Il risultato? Dolori alle gambe quando si cammina.

Chakra.

L'apparato cardiocircolatorio è connesso con il quarto C. (amare gli altri e se stessi, dare e ricevere, relazioni).


CUORE.

… un cuore negato e pietrificato - con pochi sentimenti ed emozioni - si ammala modificando il suo “ritmo”… un cuore “frettoloso”, che non si innamora, che non si lascia andare e che non conosce il piacere blocca le pulsioni: il libero fluire dell’erotismo…

Le patologie cardiovascolari oggi, ormai detto in tutte le salse, sono le più diffuse: il 50% delle persone muore in seguito a infarto, arteriosclerosi, congestione, trombosi. Le cause fisiche o alimentari, e spesso tutte e due insieme, solo l’origine di queste malattie. Abbiamo una buona circolazione attraverso le vene e i capillari sanguigni e le arterie, quando il sangue spinto attraverso il cuore porta gli elementi necessari alla nostra vita e drena le scorie dei vari metabolismi. Tra le cause fisiche delle malattie vascolari vi sono le aggressioni permanenti (stress) le preoccupazioni, le inquietudini, la mancanza di armonia tra i cicli naturali e la nostra vita, la mancanza d’esercizio giornaliero, o gli esercizi troppo violenti a carattere episodico, gli ambienti inquinati e gli squilibri della vita sessuale. E’ la secrezione della ghiandola tiroidea che controlla il ritmo dei battiti del cuore. In caso di eccesso di questa secrezione si avrà tachicardia. Sapendo che uno degli effetti dell’aceto è quello di assorbire il fosforo e stimolare la tiroide, è facile intuire le conseguenze di una forte assunzione di esso. Nell’alimentazione, sappiamo che alcuni grassi animali sono all’origine delle malattie cardiovascolari. Gli acidi grassi saturi non si sciolgono e, mescolati al colesterolo, si fissano sulle pareti arteriose, e possono arrivare addirittura a ostruire le arterie. I kg superflui sono dovuti a uno squilibrio alimentare e anche al tabacco, soprattutto quando è accompagnato da una elevata percentuale di colesterolo. Riguardo al consumo eccessivo di grassi e di olio, dobbiamo tener presente che normalmente essi non rappresentano un pericolo per il cuore, perché il corpo li tiene come riserva sotto forma di grasso. I disturbi intervengono solo quando i grassi non sono naturali o sono alterati dal riscaldamento (olio scaldato troppo a lungo, carni cotte con il burro…). Il colesterolo è necessario alla lubrificazione delle arterie e protegge le cellule delle pareti vascolari. Quando le cellule sono consumate, vengono rigettate con il loro colesterolo nella circolazione e altre cellule riassorbono il colesterolo del sangue fresco. Quando questo processo naturale viene turbato, la distruzione delle cellule arteriose è più rapida della costruzione di nuove cellule. Così, la concentrazione del colesterolo aumenta nel sangue e si verifica una vera ipercolesterolemia. La presenza di colesterolo, solo i grassi alterati sono nocivi; questo rende difficile la fabbricazione di un colesterolo di qualità accettabile, e nuoce alla buona lubrificazione delle arterie, cosa che accelera l’usura delle cellule. Il sangue ha bisogno di alcuni periodi di depurazione durante l’anno. E’, dunque, necessario, attraverso periodi di depurazione, lasciare il tempo all’organismo e al sangue di purificarsi per evitare incidenti circolatori; in questo caso nulla può sostituire un’alimentazione specifica. Come si visualizza: viso congestionato, rossori pronunciati al di sopra della sopracciglia, lobi degli orecchi rossi e gonfi, traspirazione sottolabiale, viso caldo e umido (tachicardia); colorazione bianca al di sopra delle sopracciglia e delle labbra (bradicardia). Le cose nocive: grassi non saturi, le attività sportive troppo violente, sale. Alimenti consigliati: aglio, limone, ortiche, prezzemolo, segale (disturbi circolazione); cipolle, sedano - rapa, uva (cuore affaticato); se il sangue diventa troppo acido gli scambi non avvengono più in modo perfetto e si sviluppa gonfiore. Per renderlo più alcalino: cipolle, fragole, pesche, pomodori, uva; aglio limone, pere, prezzemolo, ribes nero, riso non brillato, segale (ipertensione); asparagi, carciofi, limoni, ravanelli, sedano - rapa, zucca (depurazione). Il suo momento energetico più espressivo è dalle ore 11 alle ore 13. Il massaggio per mantenere l’armonia e la salute del cuore avverrà sulla vertebra dorsale 5 (D5: utile per cattiva circolazione, dolori alle articolazioni della spalla e del gomito, congestione del volto.

… Vene: distributore di energia (conducono il sangue - deossigenato - dai tessuti al cuore, poi viene inviato ai polmoni per pulirlo dall’anidride carbonica), arterie (trasportano il sangue espulso dal cuore ai tessuti)… un problema alle vene segnala la perdita di gioia e entusiasmo, non si vive nell’armonia desiderata… essere bloccati, stare fermi, non essere in grado di far fronte alle difficoltà … aspettative deluse, perché magari si attendeva un riconoscimento diverso in base a quello che si è dato o fatto…

… sapevate che per mantenere stabile il colesterolo HDL (buono) e contrastare il colesterolo LDL (cattivo) è “sufficiente” sedersi a tavola e mangiare cereali integrali (fare un pieno di: zinco, rame, manganese, selenio, magnesio, fosforo, Vit. E e del gruppo B) e legumi (ricchi di: ferro, Vit. C e del gruppo B)… non dimenticate il movimento!

.Angina pectoris.

Apporto insufficiente di ossigeno al miocardio durante uno sforzo fisico o una situazione di stress... senso di soffocamento, di pesantezza e di dolore acuto che si irradia in tutto il braccio (schiena, collo, mascella). Sono soggetti privi di energia, angosciati al solo pensiero di dover fare qualcosa o di perdere ciò che hanno... di sottoporsi a sforzi voluti da altri. Segnala una certa rigidità sul modo di vedere le cose, due stili di vita opposi che si scontrano: un alternarsi di freddezza - durezza da una parte e affettività - emotività dall'altra ... il mondo degli affetti circola a singhiozzo, ecco allora la tensione cardiaca, uno spasmo doloroso che all'improvviso ribalta la situazione. 1° Chakra (sicurezza: lavoro, casa, denaro).

. Infarto.

Mancanza di irrorazione sanguigna al muscolo cardiaco (trombosi, un coagulo che ostruisce un'arteria indurita). Tratti socio - psicologici intrecciandosi con fattori fisici come colesterolo, diabete, fumo, obesità, scarso esercizio aumentano il rischio di infarto. Anche questa patologia ruota attorno al tema della difficoltà a vivere le emozioni e gli affetti: un cuore inaridito. L'ostilità come l'amore sono sentimenti non accettati e, quindi, il soggetto avendo ristretto le proprie emozioni obbliga il sangue a passare in canali troppo angusti. Le persone a rischio di infarto non godono certamente di equilibrio psicologico, hanno sviluppato nel tempo uno stile di vita rigido, un atteggiamento di eccessivo adattamento a una società sempre più concentrata sull'efficienza. Individui incapaci di mettere in funzione gli aspetti gioiosi della loro vita... quando la vita si spegne anche il cuore muore. I sintomi cardiaci costringono l'uomo a dare di nuovo ascolto all'interiorità, al proprio cuore dimenticato e sacrificato al mito del successo, del calcolo, dell'attività lavorativa. Se sei aggressivo, particolarmente impaziente, fortemente competitivo e avido di popolarità, hai probabilità decisamente elevate di essere ricoverato in un'unità coronarica. Individui depressi che vengono colpiti di infarto hanno un più alto rischio di morte rispetto a quelli non depressi.

.Ipotensione.

Diminuzione della pressione arteriosa. In molti casi è un soggetto passivo, disfattista, debole e triste: si sente continuamente sopraffatto dalle vicende quotidiane. Ha la sensazione di essere sempre un perdente, di essere sconfitto in anticipo... i "battiti" della vita sono deboli. Poiché si scoraggia sempre e si arrende troppo facilmente di fronte agli avvenimenti della vita, crede che la partita sia persa ancora prima di cominciare. Convinto di essere un incapace e di non poter reggere la "pressione" esistenziale affronta la vita con uno stile di vita da perdente.

.Ipertensione.

Aumento della pressione arteriosa... controllo delle emozioni. Persona caratterizzata da iperemotività, sempre alle prese con la gestione di un carico emotivo molto forte: si mette sempre sotto pressione. Sempre ipercontrollati, negano il loro stato emozionale, gestendolo con un attivismo continuo e frenetico.. Rievoca ferite affettive non metabolizzate, non risolte... emozioni negative di lunga data, legate a sentimenti di rabbia, collera e paura. La paura continua di lasciarsi andare, di commuoversi e di entrare in contatto con l'interiorità cronicizzata indurisce le arterie aumentando in tal modo il fenomeno della tensione. Il corpo dice: calmati e critica di meno! .

.Flebite.

Fenomeno infiammatorio in cui è presente un coagulo nella parete venosa. Indica una situazione di incertezza, di gioia bloccata che ristagna... non c'è più la voglia di continuare. Una vita monocolore senza alcun momento di felicità. Sono persone tormentate, deluse, agitate, orgogliose, senza passione e gioia. Il fatto di attribuire sempre l'infelicità e la gioia bloccata agli altri determina uno stato di collera e di frustrazione... un senso di impotenza e forzatura ad accettare le cose a cui la vena, per sua natura, si ribella per questo non cedere … obbliga in qualche modo la persona a fermarsi, ad essere più cedevole.

.Tachicardia.

Accelerazione del ritmo del battito cardiaco. Fenomeno presente in persone tormentate da emozioni che premono per riaffiorare... un mondo affettivo nascosto e trattenuto che ha voglia di farsi sentire attraverso il cuore in gola. Sono soggetti caratterizzati da una grave inibizione emotiva che spesso li fa apparire molto arrendevoli e calmi ma con un'ostilità nascosta che viene alla luce attraverso scoppi di aggressività.

.Trombosi.

Formazione di un coagulo nell'apparato circolatorio. Un fenomeno che colpisce soggetti che vivono in solitudine; non sentendosi apprezzati come persone di valore si chiudono completamente... hanno spento il piacere e bloccato la gioia di vivere.

LEGENDA. Pressione max: forza con cui il sangue spinge sulle pareti delle arterie (sistole); pressione min: momento in cui il cuore si rilassa (diastole); arteriosclerosi: indurimento delle arterie (ispessimento e perdita di elasticità); angina pectoris: sensazione di peso, di oppressione o di dolore al torace, accompagnata da senso di soffocamento; aritmia: anomalia del ritmo e della frequenza del battito del cuore; cardiopalmo: sensazione soggettiva spiacevole che riguarda il battito del cuore (irregolarità, rallentamento, accelerazione); infarto: lesione cellulare irreversibile e circoscritta cui va incontro un tessuto, un organo o una parte di questi per insufficiente irrorazione sanguigna (ischemia). Gli organi facilmente suscettibili a questo fenomeno sono: cuore, rene, cervello, intestino, polmoni; ictus (emorragico, ischemico): diminuzione del normale apporto di sangue in un certo distretto dell’organismo.

CONCLUSIONI e piccole CURIOSITA’

Fare o non fare, soffocare o esprimere le emozioni, tenere a freno o in bella vista la lingua… ma quanto è difficile lasciarsi andare e far circolare ogni cosa. Lasciare libero sfogo al malumore e all’ira, le regole sociali però impongono freno e autocontrollo. Essere flessibili, lasciarsi andare, ecco il vero segreto del cuore: è lui che tiene accesa la vita. E’ indispensabile ascoltarlo, perché una sua alterazione segnala un modo di essere che non ci appartiene davvero. La tachicardia colpisce chi scappa dalle passioni forti. Se il suo “pulsare” si fa troppo protagonista può stressarsi e ammalarsi all’improvviso. E così sembra tutto a posto, ma all’improvviso una leggera emicrania, formicolio alle dita e il viso completamente rosso segnalano una brusca impennata dei valori pressori, una chiara reazione ipertensiva. Quando l’autocontrollo batte l’istinto, la parte più vitale (sangue) che scorre nell’organismo si ribella: sale immediatamente alla testa. Silenziosa e quasi invisibile, l’ipertensione, esprime il tentativo di controllare, resistere e mantenersi lucidi rispetto all’irruzione di impulsi violenti che potrebbero sconvolgere completamente il soggetto. Non dobbiamo dimenticare che la frequenza dei battiti cardiaci aumenta in seguito ad angoscia e ad uno stato di rabbia. I parametri cardiovascolari sono influenzati anche da: anticipazione di argomenti conflittuali e stress psicologico. Nella nostra cultura il cuore assume un ruolo privilegiato: rappresenta il lato affettivo dell’uomo, è l’organo dei sentimenti… se non vengono espressi ci si ammala. L’emozione può, secondo i casi, essere più o meno accantonata e i sintomi possono acquisire un più o meno marcato valore di espressione simbolica (linguaggio del corpo). Questi individui possono essere paragonati a un vulcano ribollente prima dell’eruzione… che però non si verifica mai.. Poiché si sentono vulnerabili, cercheranno di evitare i conflitti aggressivi rifiutandosi di prenderne atto. La personalità di questi soggetti viene fatta risalire al periodo evolutivo denominato stadio anale: impulsi aggressivi da un lato e sentimento di dipendenza dall’altro. Sono caratterizzati da una grave inibizione emotiva che spesso li spinge ad apparire molto arrendevoli, calmi e perfino imperturbabili agli occhi del terapeuta. Il quadro completo della personalità, comunque, contiene un’ostilità nascosta e rimossa che prima o poi viene alla luce rivelando occasionali scoppi di aggressività. Esiste, inoltre, una correlazione tra l’ansia e il metabolismo dei lipidi, persino del tasso di colesterolo. Le abitudine alimentari rispecchiano, in generale, i bisogni affettivi e l’attuale stato della salute mentale di questo soggetto e, a loro volta, influiscono su tali aspetti psichici. Ricordiamo che spesso il cibo è identificato con l’amore… c’è una certa verità nel detto “La via che porta al cuore di un uomo, passa prima attraverso lo stomaco”. Diciamo anche di essere “affamati d’amore” e la bocca è per tutta la vita un mezzo per esprimere tenerezza e amore. Questo legame tra affettività e cibo, che lo si voglia o no, risale ad esperienze e a una fase precoce dell’essere umano. Alimentazione a base di cereali e legumi, attività fisica, una buona dose di buonumore quotidiano salvano il sistema cardiocircolatorio. Correlazione viso - apparato cardiocircolatorio. Le condizioni del cuore sono rispecchiate nell’intero volto. Se il viso si colora di rosso o risulta gonfio, significa che anche il cuore è dilatato e ingrossato. Se invece ha un colore pallido vuol dire che la circolazione in tale organo è scarsa (non sufficientemente irrorato). Un volto con pelle grassa e untuosa può significare che il cuore è avvolto da depositi adiposi. La punta del naso indica le condizioni del sistema circolatorio e in particolare del cuore: le parti sx e dx del naso corrispondono rispettivamente il lato sx e dx del cuore. Se il lato sx del naso è più duro del dx, a causa di depositi adiposi, ciò significa che anche nel lato sx del cuore le tossine sono presenti in maniera maggiore. Un naso molto ingrossato segnala che il cuore è ingrossato, mentre un naso “sodo” rivela delle condizioni di sovraffaticamento cardiaco con conseguenti irregolarità a livello pressorio. Anche una piccola “fessura” al centro della punta del naso può segnalare un soffio al cuore (indica che il lato sx e quello dx del cuore non si sono mai saldati correttamente, con la conseguente irregolarità del suo battito). Il punto al centro dello sterno e la gabbia toracica può essere utilizzato per controllare lo stato del cuore: se alla pressione si avverte dolore significa che l’organo è ingrossato.

SAPEVATE che... la vitamina E può dimezzare il rischio di infarto. La vitamina B3, B6 e l'Inositolo possono abbassare un tasso troppo alto di colesterolo nel sangue. Il Calcio può essere utile nella pressione alta... il Magnessio nelle patologie cardiache... il Potassio nel ritmo cardiaco, ipertensione... omega 3 (EPA) nelle malattie cardio - circolatorie.

… alla tavola se ci si avvicina con “criterio”, oltre a non penalizzare e a rendere più piacevole la vita, può aiutarti a tenere bassa la pressione, soprattutto, se consumi molta frutta (mele, banane, melone, pompelmi), verdure (cavoli, broccoli, zucca, asparagi, aglio), carni magre (pollo e tacchino) e pesce ( orata, trota, branzino, sogliola)… e inserisce legumi integrali ogni giorno … il tè verde, inoltre, pare abbia un buone effetto protettivo, oltre per la pressione e l’arteriosclerosi, anche per l’intero apparato cardiocircolatorio… NIENTE insaccati e carni trattate… attenzione alle calorie e al sale (senza bandirlo completamente)! Aiutati, inoltre, con piccoli e frequenti pasti leggeri quotidiani.




6.0.APPARATO UROGENITALE (Genitale).

Dona la vita, rappresenta la capacità di rigenerare... indica la relazione, la tensione verso l'altro... il lasciarsi andare.

… incapacità di lasciare andare il passato, rimanere legati a cose e situazioni… non lasciar fluire le tensioni e paura del futuro…… giudicarsi di continuo, non piacersi… far vedere di valere per essere accettati… difficoltà a dare e ricevere… anorgasmia (assenza di orgasmo): un segnale di un rapporto che non funziona più… una femminilità “stanca”… un’atmosfera erotico - sentimentale “spenta…

Sindrome premestruale (S.P.M.)… un femminile non accettato completamente, conflittuale e frustrante: sia fisico sia morale (difficoltà a “cedere”, a rinunciare, a lasciar andare, alla passività a favore di un attivismo sfrenato) … uno stato psicologico caratterizzato da sensibilità e vulnerabilità, chiede più cura, attenzione e comprensione… un femminile vissuto come ingombrante e poco invidiabile…

Candidosi (infezione causata da funghi: micosi cutaneo - viscerale)… infezione == collera (da verificare in base alla localizzazione della micosi)… una lotta tra autonomia e indipendenza… soggetto molto pretenzioso e troppo perfezionista, vive il suo spazio psicologico in maniera confusa, non ben delimitato e ambivalente: io – tu (fusi) … simbiosi soffocante, difficoltà a prendere posizioni se non dietro il beneplacito dell’altro: ecco allora una candidosi vaginale che crea le dovute “distanze”… rimpiangere un passato più eccitante o paura di un evento sessuale trascorso particolarmente aggressivo, rifiutare, nascondere o mascherare una certa situazione (sentirsi in colpa)…

Calcoli biliari… mancanza di libertà espressiva: rancore, paura e rigidità bloccano completamente il soggetto… difficoltà a sfogarsi, a ribellarsi, ad esprimere contrarietà e aggressività: un’energia che si accumula… il tutto si pietrifica (cristalli solidi che si formano nella cistifellea o nei dotti biliari… la bile si indurisce, diventa una “roccia”: pietra) perché tutta la tensione rimane dentro… la Colica… dice devi cambiare: esprimerti ed essere più malleabile… Un aiuto naturale: Fraxinus excelsior MG e Acer campestre MG…

Calcoli renali… un passano che non si riesce a togliere di torno (difficoltà a distinguere le cose passate dal presente, ciò che e utile e quello che non serve più)… incapacità di far fluire la vita: troppa durezza e rigidità nell’affrontare la realtà: il calcolo segnala la necessità flessibilità e malleabilità di atteggiamento… testardaggine, rigidità, poca disponibilità e difficoltà di adattamento bloccano il fluire della vita con la “roccia”… Un aiuta naturale: Betulla verrucosa (linfa) MG…

Cistite… una estenuante lotta per mantenere inalterate le situazioni, difficoltà a cambiare atteggiamento… un conflitto profondo nel lasciar scorrere il flusso degli eventi (lasciare o trattenere, controllo o cedevolezza)… un mentale che non cede e non si piega al cambiamento…

Colecistite… un accumulo di umiliazione, frustrazione, rabbia, rancore e aggressività… fantasie di vendetta mai espresse, da sempre trattenute per mantenere un’immagine affidabile, civile e perbene (sempre supercontrollata)… una energia aggressiva tenuta a bada magari con grandi abbuffate… Un aiuto naturale: Rosnarinus officinalis MG, Acer campestre MG, Fraxinus excelsior MG…

Vaginite (infiammazione della vagina: prurito, perdite, bruciore, spasmi)… può segnalare una certa avversione, collera, risentimento nei confronti del proprio partner… attraverso tale fenomeno, proprio per il proliferarsi di micosi brucianti, è possibile astenersi dai rapporti sessuali… opporsi alla “penetrazione” può indicare una profonda paura o per punire l’altro… ma può indicare anche un forte senso di colpa per aver tradito o per essersi concessa troppo facilmente… ci porta nel campo della sessualità: carenza femminile, difesa, troppa disponibilità, accoglienza, passione, abusi...

Prostatite. Le infiammazioni, come più volte sottolineato (suffisso ITE), sottendono sempre una grande collera con irritazione. Segnalano un senso di rabbia o di impotenza perché non si riesce più a gestire come si vorrebbe certe situazioni e questioni (come uomo: si teme di essere meno potente, di non riuscire a “possedere” la partner, ci si sente responsabili per il calo dell’energia sessuale… un soggetto che ha impostato il suo valore sulla libido, sul potere sessuale, vuole dimostrare la sua potenza con l’eccesso sessuale… hanno un’immagine della virilità eccessiva: teme di perderla), frustrazione per la perdita di competitività (lavoro)… un conflitto con l’immagine del padre (punizione)…

Neurinoma al seno (tumori benigni al seno)… il seno rappresenta la maternità e l’affettività, il problema in questa zona segnala una invasione, una forte avversione di essere palpeggiati, toccati insistentemente senza “autorizzazione”, una mancanza di rispetto da parte di altri verso il proprio seno.

Bartolinite (infiammazione Gh. di Bartolino)… perdita di lubrificazione della mucosa vaginale durante il rapporto sessuale (menopausa: timore di non essere più desiderati) … secchezza vaginale… fenomeno legato a paure nei confronti del rapporto sessuale, ma anche calo del desiderio (depressione) o, magari, verso QUEL partner che non rispetta i tempi e il piacere dell’altro …

E'composto da organi sessuali maschili e femminili interni ed esterni (ghiandole, testicoli, ovaie, utero): consente di procreare, di dare la vita. Dal momento della nascita fino a quando non si muore si è esseri sessuati (organismo provvisto di organi sessuali di riproduzione). La sessualità è parte integrante della propria identità, dell'opinione che si ha di se stessi e delle relazioni con gli altri … un’azione sociale che si completa sempre con un’altra persona. Il darsi completamente ad un'altra persona sconfina nei grandi temi dell’esistenza umana: tocca il senso profondo della vita. L'attività sessuale, essendo un prodotto relazionale di contatto e di intimità - rispetto a tutti i tipi di rapporto con altre persone - può rendere la vita piacevole o sconvolgente, se non disgustosa e avvilente: può procurare un'immensa gioia o una grande sofferenza. Un argomento che suscita sempre, a prescindere dall'ambiente scolarizzato o meno, grande perplessità, attenzione, curiosità, tormento, preoccupazione e ansia. Tale atteggiamento ambivalente si sviluppa, non tanto perché ci sia attualmente una epidemia di disturbi sessuali, ma perché questo periodo storico è disorientato da timori generalizzati connessi allo stato di precarietà esistenziale, all’incertezza patologica, ai pregiudizi, ai giudizi di valore, alla totale disinformazione... un fenomeno sempre guardato con diffidenza, timore e sospetto. La sessualità, infatti, non è circoscritta agli organi sessuali ma, considerati gli indubitabili (infiniti) condizionamenti culturali e sociali cui solitamente è sottoposta, la sua funzione coinvolge un ambito ben più vasto: personalità e comportamento individuale. Il problema sessuale, quindi, visto in questi termini non è altro che l'espressione di un disadattamento che investe globalmente la persona nella gestione dei rapporti con se stessa e con gli altri. Sono tantissime le influenze culturali e sociali che possono incidere sull'atteggiamento nei confronti del sesso. Altrettanto numerosi e importanti sono i fattori che esulano da questo argomento - oltre a quelli psicologici - che interagiscono tra loro nella comunicazione sessuale: farmaci, alcol, droghe e problemi economici. In tema di sesso, infatti, alcuni ambienti culturali ed educativi possono inviare alla popolazione, fin da tenera età, messaggi confusi, accusatori, contraddittori e fuorvianti. Una educazione priva di moralismi, invece, è fondamentale per vivere una sessualità adulta naturale, spontanea, gratificante ed appagante. Quando si parla del sistema riproduttivo è inevitabile, quindi, entrare nel mondo complesso e tortuoso della sessualità, ovvero di tutti quei fenomeni fisiologici e psicologici che si riscontrano negli esseri umani in rapporto al loro sesso: desiderio, eccitazione, fantasia, piacere, felicità, gioia e riproduzione. Molti malesseri funzionali sono il risultato di un conflitto psicologico che viene rievocato ogni qualvolta si intraprende una nuova relazione. Sentimenti di inibizione, di imbarazzo, di vergogna e di colpa influiscono sempre sulla prestazione sessuale (“ottimale”, “soddisfacente”). Conflitti relazionali e problemi psicologici, secondo questa visione, la fanno da sempre da padroni … interferiscono sempre sul rapporto sessuale iniziale e finale. Fenomeno accompagnato dalla paura di non essere all'altezza delle aspettative... il timore di fallire ostacola il piacere. Timore di fallire, scarso desiderio sessuale e difficoltà di eccitazione, inoltre, possono essere il risultato di un'ostilità latente presente nel rapporto di coppia, una profonda tensione con l’altro ... un rapporto rancoroso e travagliato che spegne la passione ancor prima di iniziare. Intense tonalità emotive in cui si è autorizzati ad ipotizzare un terreno nevrotico.

Chakra.

Un problema dell'apparato urogenitale indica una tensione al primo C. (sicurezza, voglia di vivere, madre), al terzo C. (riguarda la personalità, libertà e controllo, essere se stessi) e al quarto C. (relazioni, amare gli altri e se stessi, dare, ricevere).

Amenorrea.

… i pensieri, lo sappiamo, influiscono sul sistema endocrino, sulla chimica cerebrale e possono facilitare o ostacolare la produzione ormonale da parte dell’ipofisi… la persona paralizzata da atteggiamenti mentali rigidi - con un forte bisogno di potere e controllo - tende a ridurre la produzione dell’ormone coinvolto nel ciclo (progesterone)… un femminile poco “arrendevole” che fa fatica a fluire naturalmente, ad esprimersi liberamente: razionalità e attività dominano sull’istintualità e passività … un fenomeno spesso legato anche alla professione: atlete, donne “manager”… l’assenza del ciclo (amenorrea) segnala un femminile poco plastico, che non cede, che non si lascia andare…

Perdita del flusso mestruale... sospensione della sensibilità, difficoltà ad accettare la propria femminilità e un ruolo di donna considerato non certamente soddisfacente o positivo (amenorrea primaria: assenza di mestruazioni nell’età dello sviluppo; amenorrea secondaria: arresto temporaneo o permanente del ciclo dopo che si era presentato). Persona particolarmente vulnerabile che sta attraversando un periodo conflittuale - di incertezza, di delusione sentimentale, di rapporti sessuali colpevolizzati - pieno di paura e di frustrazione connesso alla sua femminilità... sentimento di svalutazione del modo di sentirsi donna. Accanto ad un forte timore per l’attività sessuale si trova sovente una struttura psicologica con tratti ossessivi – depressivi.

Anorgasmia

(assenza di orgasmo).

… assenza di orgasmo, incapacità di abbandonarsi al piacere… difficoltà ad abbandonarsi completamente, non si vuole lasciare ad un altro la conduzione del gioco… resistere, non fidarsi, un certo grado di diffidenza verso l’altro al punto di non riuscire a perdere la presa, il controllo: non si è disponibili a mettersi nelle mani del partner

Incapacità di raggiungere l’orgasmo (impotenza maschile - frigidità femminile). Una difesa per non lasciarsi andare completamente... il bisogno di tener lontano qualcuno, un timore legato al contatto. L'orgasmo rappresenta non solo il punto massimo del piacere fisico ma anche il momento più delicato dell'individuo perché durante l'acme sessuale "esce" da se stesso, dai propri schemi mentali, dalla propria coscienza ordinaria, annulla completamente il suo controllo sulle normali funzioni e sui normali pensieri. Non essendo più in grado di padroneggiare e di gestire l'aspetto razionale può sentirsi smarrito, sopraffatto e terrorizzato... essere in balia delle sue stesse emozioni. Quando l'atto sessuale viene percepito in maniera troppo intensa - da un soggetto con tratti depressivi - si crea uno stato di terrore, di tensione, di allarmismo e di insicurezza. Un modo di reagire invalidante che lo spinge ad "astenersi" da questa attività, lasciandolo fuori dal gioco... fino ad evitarlo completamente. Per tenere tutto sotto controllo non riesce a lasciarsi andare, non riesce ad aprirsi all'altro e, quindi, raggiungere la piena soddisfazione sessuale... concedersi al partner e ai piaceri della vita quotidiana.

… il senso di “impotenza” nel gestire le varie situazioni della vita ha un suo preciso riscontro: in un importante calo della libido

la difficoltà a raggiungere l’orgasmo, donna uomo che sia, è un fenomeno spesso funzionale, legato a problematiche emotive: brutte esperienze recenti o passate, disistima e sensi di colpa la fanno da leoni, sono le cause che si ripetono e ostacolano continuamente il raggiungimento del piacere sessuale… è fondamentale chiedersi in questo frangente se tale problema si manifesta con tutti i partner o solo con alcuni… in quale circostanza o relazione il blocco si verifica… mai nascondere o negare questa difficoltà… poi imparare a lasciarsi andare, soprattutto in questo atto che solo piacere e benessere dà: BASTA rovinare, mettere alle corde l’eros con autocontrollo e ragionamenti vari!

Dispareunia.

Dolori che una donna può provare durante i rapporti sessuali. Relazione disturbata spesso con "quel partner"... difficoltà a lasciarsi andare, a concedersi completamente nell'attività sessuale.

Eiaculazione precoce.

… un modo per togliersi da una situazione il più velocemente possibile… … una grande paura di non essere all’altezza, inadeguati, amati, stimati e accettati… una “grande fuga” che permette di allontanarsi a gambe levate da una situazione che è vissuta in qualche modo come rischiosa… il letto non deve diventare un campo di battaglia ma un luogo dove potersi esprime liberamente… … una rabbia inespressa verso la propria partner, viene vissuta come un autentico atto aggressivo, una specie di vendetta verso l’altra che rimane lì di sasso. A bocca asciutta!

E' un problema che coinvolge soggetti spesso in preda all'ansia o con un forte desiderio di offrire e di dimostrare alla partner grandi e infinite capacità amatorie. Di possedere un'invidiabile natura virile e di essere un "vero" macho... un desiderio ossessivo di possesso della compagna (temuta e incontrollabile) che rende insicuri perché viene vissuta come troppo libera, esigente, competitiva, intraprendente e disinvolta. Una situazione di intensa tensione difficile da reggere per molto tempo perché rende troppo instabili a livello emotivo. Essendo timoroso, preoccupato e dubbioso sulla propria virilità - fallito anche il tentativo di controllo - tende a concludere al più presto tale prestazione sessuale... una fuga per mantenere stabile la propria immagine e sottrarsi all'ansia sempre più difficile da gestire con tale mentalità.

Testicoli. Sono organi che producono gli spermatozoi e l’ormone maschile, il testosterone: energia sessuale e riproduttiva. Un disturbo in questa zona del corpo segnala la difficoltà a vivere o accettare la proprio mascolinità: l’essere e la funzione maschile più profonda … dubbi e perplessità sulla propria identità sessuale: sentirsi e definirsi uomo e maschio… non sentirsi desiderati, accettati o amati come appartenenti al sesso maschile … difficoltà nel concretizzare un progetto… poca sicurezza nel gestire e fare le cose… segnala il rapporto con la partner, un blocco … può derivare da un antico ricordo di un padre “autoritario” oppure troppo “assente” con cui non si è mai sviluppata una vera propria relazione affettiva… il gonfiore indica uno stato di limitazione nel proseguire, un sentirsi bloccati nell’espressione della propria mascolinità… l'eczema in questa zona significa sentirsi lontani, distanti dal partner … l’ernia segnala che il soggetto si sente intrappolato in certe situazioni relative ad essere uomo e alla propria mascolinità.

Prostata (cancro) … è una ghiandola annessa all’apparato maschile (potenza maschile) la quale secerne un liquido che oltre a diluire e a dare quel caratteristico odore di pesce, protegge, colora e nutre gli spermatozoi … sensazione di fallimento (sentimentale, professionale), di impotenza (perdita del potere maschile, della libido)… si teme di non riuscire più a controllare le cose come si vorrebbe…

Endometriosi.

...(tessuto ghiandolare dell’utero al di fuori dal suo normale sito) forte paura di avere bambini (concepirsi come donna): si teme che la nascita possa in qualche modo rompere l’armonia di coppia o portare a una vita piena di rinunce; (endometrite: rancore e rabbia verso il partner perché ostacola la gioia di diventare madre)…

Leucorrea.

...(perdite bianche) richiama in qualche modo un profondo senso di colpa: colpevolizzazione per essersi lasciati troppo (facilmente) andare, tradimento, avere rapporti sessuali al di fuori del nucleo familiare… oppure rabbia verso un uomo irrispettoso…

Impotenza.

… non si inizia e non si conclude… un maschile fragile, piccolo e indifeso incapace di esprimere la sua potenza sessuale...

Impossibilità di raggiungere un'erezione adeguata per consentire l'atto sessuale. E' un fenomeno che inizia in modo insidioso ed episodico senza tanti disagi, poi, vissuto sempre con grande drammaticità e profonda sofferenza perché influisce sulla sicurezza e il modo di interagire con gli altri . L'ansia da prestazione può essere un fattore importante nei casi del disturbo erettivo. I problemi di erezione a "ripetizione"sono "contagiosi" e creano distanza emotiva.... tendono a perpetuarsi, persistere nel tempo. Quando il periodo è piuttosto lungo non fa altro che accentuare l'imbarazzo e il timore di insuccesso. La condizione ansiogena e gli stati di tensione sono responsabili o aumentano il senso di inadeguatezza e di fallimento (si veda a tale proposito il romanzo "Il Bell'Antonio" di V. Brancati, portato sugli schermi da M. Bolognini). Dopo una prima esperienza negativa, si può temere che questo possa accadere di nuovo... essere talmente turbati da non riuscire a raggiungere l'eccitamento. Spesso in questi soggetti è presente - anche in altri settori della vita - il timore di non essere all'altezza della situazione, di fallire e di essere giudicati. Disertare tale rapporto, quindi, significa tenere sotto controllo impulsi sessuali trasformanti e pericolosi dal punto di vista emotivo.



Litigi, battaglie, conflitti…

Forti contrasti sono presenti in tutte le relazioni umane, ma i conflitti coniugali, possono disturbarci più di ogni altro rapporto, renderci la vita davvero difficile. Quando due persone decidono di vivere insieme, le inevitabili frustrazioni generano pesanti conflitti. Dipende, più qui di ogni altra cosa, dalla maturità emotiva e dalle capacità dei membri di contenere il conflitto e risolverlo in maniera costruttiva, prima che arrivi a produrre disagi e disturbi. Ogni coppia che vive insieme per un certo periodo di tempo giungerà inevitabilmente a divergere su pochi o molti punti di vista. L’armonia matrimoniale, si raggiunge accettando “metabolizzando” le tensioni e affrontandole realisticamente. La disarmonia coniugale nasce quando le tensioni sfuggono di mano, non vengono prese in considerazione o non vengono risolte. I contrasti, lo sappiamo, possono sorgere fin troppo facilmente. L’amarezza, i rancori e la tristezza (il non vivere) rovinano tutto, e anche se entrambi i partner siano animati dalle migliori intenzioni, in un modo o nell’altro finiscono per “scannarsi”. Spesso i motivi di queste liti appaiono banali, ma se osserviamo attentamente la situazione, rientrano in tre importanti categorie, relative all’autonomia dei soggetti stessi, alle loro aspirazioni e alla sessualità vissuta (denaro, alcol, coinvolgimento alla conduzione della casa, interessi familiari, amicizie personali, problemi sessuali, malattie). Molte delusioni e malintesi tra i membri della coppia sembrano sorgere dalla delusione che un partner prova quando l’altro non corrisponde alle aspettative, al modello preconcetto di ciò che l’altro dovrebbe essere. Questo modello è basato sulla fantasia, ed esprime tutte le aspettative, i desideri e i bisogni emotivi di chi lo ha prodotto (lo crea). E’ costruito sulla base delle esperienze vissute nella famiglia di origine, di ciò che si è visto delle altre famiglie e matrimoni, nei libri, film e televisione. L’individuo in base a quello che ha appreso estrapola lentamente l’immagine di quello che è per lui il coniuge ideale, un ideale con cui nessun essere umano potrebbe sperare di competere. La delusione porta alla tensione e la tensione al risentimento. Il coniuge reagisce in maniera ostile al risentimento… così i vari motivi immaginari di lagnanza sono ora connessi a motivi concreti e reali. Sono spesso proprio quelle qualità che, in qualche modo, inizialmente hanno attratto l’una verso l’altra le persone della coppia che conducono alla sofferenza, all’insoddisfazione e alla disperazione. Un uomo anziano, ad esempio, sposa una donna molto più giovane di lui. All’inizio cerca una “figlia” che abbia cura di lui, lo ammiri e non metta a repentaglio in alcun modo la sua autonomia. La giovane fanciulla a sua volta, cerca un uomo forte che giochi al “padre” con la sua “ragazzina”. Man mano che passa il tempo e le esigenze cambiano, dopo aver raggiunto maggior maturità individuale, la consorte comincia ad essere infastidita delle continue premure del marito, e desidera la libertà. L’uomo entra in campo, interpreterà come una sfida ciò che in realtà altro non è: sentendosi tradito diverrà ostile nei suoi della “figlia” che non vuole più stare al gioco. O ancora due persone, unite da interessi professionali comuni decidono di sposarsi. Inizialmente ciascuno è sostenuto dalle aspirazioni dell’altro. La moglie vuole essere accanto al marito mentre progredisce nella sua carriera, ma col passare degli anni, soprattutto se si trova legata dal lavoro di casa o dalla famiglia che cresce di numero, comincia a risentirsi del tempo che lui passa fuori… invidiandogli la sua libertà. Il marito a sua volta, comincia a risentirsi dei suoi rimproveri e dei piccoli modi con cui sembra intenzionata a rovinare la sua carriera e le sue aspirazioni. In tutte queste situazioni ci sono tormenti e contrasti. Sono relativi a cose superficiali, spesso banali in se stesse, ma rappresentano esigenze profondamente sentite e che possono destabilizzare il rapporto. Di fronte a questi continui disagi, molti chiedono consiglio (anche alle fattucchiere con la speranza di togliere il “malocchio”), ma pochi vogliono veramente accettarli, o ammettere che gli altri possono sapere più di loro qual è la cosa migliore da farsi (proprio come è accaduto recentemente nel mio studio, per non ascoltare i risvolti di una certa situazione alla deriva, uno dei partner ha cercato di mettere in dubbio le mie capacità professionali). Di fatto un buon “consiglio” per la maggior parte delle persone coinvolte in questa situazione, se sono oneste, significa semplicemente una conferma di ciò che hanno già deciso di fare. Mentre il vero approccio terapeutico consiste nell’aiutare i due membri della coppia a passare dai litigi ad una comprensione delle loro esigenze più profonde. Aiutarli a capire a livello emotivo ciò che sta dietro ai sintomi, alle tensioni e ai contrasti.

… RICORDA, non si “CAMBIA VESTE” alla coppia pensando o parlando, la si rinnova introducendo semplicemente piccole novità, mettendo in atto semplici e chiari gesti che fanno uscire dalla staticità… rompendo la routine e attivando nuovi comportamenti più soddisfacenti …

… contrariamente a convinzioni diffuse, l’amore non è attaccamento né simbiosi, tantomeno adeguarsi a ciò che pensano gli altri, fare le stesse cose, avere le stesse attività, avere gusti e abitudini simili, essere sempre disponibili, rifuggire le critiche… NO e poi NO, un rapporto diventa solido quando si riesce a mantenere la propria originalità, i propri interessi e seguire le proprie tendenze… essere liberi di poter scegliere e decidere.

… attenzioni ai segnali “asmatici” quando si presentano nella coppia: segnalano un legame in cui dell’altro non riusciamo a farne a meno (si ha paura di restare soli) ma è un rapporto che “ toglie il respiro, l’aria” completamente …

L’amore è al capolinea e si conclude con l’abbandono? … perché questo dolore insopportabile e tanta rabbia (se sei stato abbandonato)? … perché tanto accanimento, rimpianti e sensi di colpa (se sei tu ad abbandonare) anziché pensare invece che questa rottura può diventare, in base all’esperienza, un punto di forza, una buona opportunità per fare incontri più interessanti, rivivere nuovi rapporti pieni di gioia, più funzionali, appaganti, sereni e spontanei, un modo per ritornare a vivere con vero entusiasmo e profonda passione? … che è una grande occasione per guardarsi nuovamente intorno, la soluzione migliore per riappropriarsi della propria vita nel tempo presente senza più ‘dipendenza’, logorio e prigioni? … RICORDA, perdere il partner non significa perdere se stessi, le coordinate della propria vita, perdere completamente i punti di riferimento, il sostegno, sprofondare, “crollare” con lui … quel rapporto era davvero FELICE o pieno di DELUSIONI, di OFFESE, di INCEREZZE, di BANALITA’, portato avanti, il più delle volte, con FATICA, NOIA e a STENTI?



Il quieto vivere… nuoce alla COPPIA

... pro bono pacis ...

… cercare di cambiare gli altri, perdere tempo per adeguarli ai propri ritmi, è solo fonte di sofferenza e tensioni: si fa solo del male all’amore… a vivere per l’altro si perde se stessi… un amore finito, se si cerca di riesumarlo, procura soltanto guai… “rispolverare” e “nutrire” quotidianamente il rapporto, non chiudere il partner in gabbia, essere aperti ai brividi, all’avventura e all’innamoramento permanente, rende la coppia solida e felice … l’amore, con i suoi mediatori chimici dopamina e serotonina, apre la mente e rende felici… solitudine e senso di colpa portano spesso a scegliere “cose” non in linea con se stessi…

Molte persone confondono le relazioni felici con quelle tranquille. Il timore di battibecchi non fa bene alla coppia perché addormenta completamente il rapporto nelle “buone maniere”. Per molti, non c’è niente di meglio che condividere - a casa o in ufficio - gli stessi principi, le stesse cose, lo stesso orientamento politico, gli stessi gusti… quella sensazione - più vagheggiata che reale - di pace, di sicurezza e di protezione che si può ricavare da una qualsiasi relazione. Rinunciare ad esprimersi in maniera chiara e diretta, evitare volutamente screzi e litigi, oltre ad ostacolare la propria naturale evoluzione, rende insoddisfatti e dipendenti dagli altri. Una sana divergenza di punti di vista, invece, stimola e porta vivacità in ogni rapporto. Il confronto aperto e dirsi ciò che si pensa nel modo giusto - senza far degenerare la discussione in un litigio sterile, violento e selvaggio - favorisce la conoscenza reciproca, può portare alla luce un dissidio che si covava da tempo, rimette in discussione le proprie priorità e fa emergere importanti esigenze che, se non direttamente espresse, potrebbero venire oscurate (dal “buonismo” a tutti i costi!). Una buona discussione è sempre una scossa benefica (rimette in moto la vita), rompe i blocchi mentali, rigenera una mente troppo statica e banale. Diminuendo i propri spazi di libertà e di autonomia ci si allontana da se stessi e si entra, inevitabilmente, nel tunnel della confusione, dell’insicurezza, dell’infelicità e della sfiducia in se stessi. Se ci si adatta ai modi e alle esigenze di chi sta accanto, se ci si lascia controllare dal timore di ferire, di perdere tutto e dalla paura di restare soli, si volta le spalle a se stessi, si perdono di vista le cose più preziose dell’esistenza umana: naturalezza, talento, creatività e unicità. Quando si trasforma il quotidiano in un palcoscenico in cui si recita la parte del manichino e si rinuncia a ciò che si desidera veramente, la salute è a rischio: il corpo “tradisce”, prima la schiena poi la pancia… ma proprio perché non vuole farsi mancare nulla anche testa e difese immunitarie. Il ruolo “subordinato” trasforma lentamente il soggetto in un essere debole, inutile, vuoto, goffo e inadeguato. Una maschera grottesca che, oltre a “manipolare” le relazioni e soffocare ogni desiderio, nasconde una profonda e devastante aggressività rimossa. In questo modo, con l’accumulo di tensione, rancore e rabbia che acceca - spesso compressi da obblighi e da comandi non rispettosi - si rischia di esplodere in questioni futili o di poco conto, sulle persone più vicine che non centrano assolutamente niente… un fenomeno gestito da modelli mentali rigidi che spengono la gioia di vivere, fanno tacere i veri desideri e spingono a svuotare il frigo ogni sera. Da ciò non derivano unioni felici, ma nascono anzi discordie e contrasti insanabili… cresce per compensazione, se non si vuole “esplodere”, una gran voglia di “trasgredire” (innescando così - per i più sensibili - un ennesimo senso di colpa). Se ci si ostina, inoltre, ad adeguarsi ad uno stile di vita altrui, diventerà sempre più faticoso capire quel che si è in realtà e cosa si desidera veramente per il proprio benessere. Si finisce in una recita continua: “Va tutto bene, sono felice, una vita perfetta, tutto procede per il verso giusto, sorrido, tutto ok - tutto ok (come recita quel famoso ritornello) … quando invece non se ne può più e nulla è perfetto! Così la vita noiosa e prevedibile, senza passione non scuote più, brucia i “sogni” e fa ammalare… il corpo modificandosi dice no, si ribella (ipotalamo e ipofisi materializzano, attraverso gli ormoni, il rancore represso). Lentamente la situazione sfugge al controllo e si deteriora: testa pesante, riflessi rallentati, poca memoria e umore incerto… avvolti in una specie di ottundimento emotivo niente interessa e nulla attrae. Le giornate sono scontate e tendono a somigliarsi tutte. Dove è finito quel desiderio straordinario di avventura, quell’intensa smania di vivere e tutte quelle iniziative che un tempo davano una profonda scossa, facevano battere il cuore, rapivano, sorprendevano, sbalordivano, stupivano (e così ci si ritrova in silenzio a giustificare, a dire che sono tutte cose di altri tempi, passate, superate…cosa vuoi mai, sono illusioni da fanciulli... il disagio, il tormento e il malessere però aumentano)? E’ una sofferenza che arriva non perché sei “sbagliato” ma semplicemente perché quella “fanciullezza” negata vuole tornare in campo. Distruggere quei vissuti che ormai sono diventati una gabbia, un vestito elegante ma troppo stretto e soprattutto per portare via da quella palude biochimica cerebrale in cui ci si è impantanati: nuovi “volti” che spingono ad entrare in scena. Chi è calato in una dimensione di “spontaneità” - moderni studi di neurofisiologia lo confermano - percepisce più intensamente le sensazioni corporee che danno benessere e sperimenta uno stato di maggior consapevolezza delle proprie capacità… più lucido e meno influenzato dalla fatica psicofisica e dallo stress. Il quieto vivere obbligato, come abbiamo visto, diminuisce la fiducia in se stessi e la possibilità di esprimersi liberamente… pian piano porta l’autostima su un binario morto. Un gesto privo di libertà e di autonomia che allontana da ciò che si prova davvero. La mancanza di conflitti non è mai un segnale di un’unione perfetta, ma solo una modalità reattiva spinta dalla paura di deludere, di ferire o di far “scappare” il partner. Un’azione che non ha niente a che fare con la spontaneità e la naturalezza del vivere insieme: la sola finalità è quella di farsi accettare, far bella figura e sentirsi più “bravi”… rimanere vincolati a quei vissuti anche se creano un senso di desolazione, di estraneità e di lontananza da se stessi. Un atteggiamento rivolto più a soddisfare un bisogno di consenso che una reale volontà di dare un’impronta genuina alla propria esistenza e spessore al rapporto. Quando si chiude la vita nel recinto del “buonismo” i disturbi come ansia, desolazione, amarezza, tristezza, depressione, rabbia, panico, ossessioni e paure, fanno visita per aprire dei varchi in un’esistenza cieca, spenta e bloccata. Un fenomeno più vasto che va ascoltato, interpretato e capito per ritrovare un benessere psicofisico generale e inaspettato… l’emozione allora si trasforma in consapevolezza e guida l’armonia interiore. Riconoscere e prestare attenzione ai propri bisogni e desideri, con il rispetto che meritano, ricorrendo all’aiuto di un esperto qualificato quando si è disorientati e “storditi”, è sempre un investimento salutare e benefico… si diventa così dei veri protagonisti, si vive senza mai rinunciare ad essere felici.

… attenzione ai rapporti colmi solo di lamenti: piangersi addosso continuamente si rischia di creare una “coppia sfortunata”… l’errore imperdonabile nel rapporto è quello del confronto, del paragone, di far rivivere un amore idealizzato, alla larga dalla minestra “riscaldata”: può avere un buon sapore ma ha perso le vere caratteristiche “organolettiche”, il gusto del nuovo, della prima volta e, soprattutto della novità …

… il quieto vivere - prodotto da abitudini, luoghi comuni e modi di fare - non solo favorisce un equilibrio fermo, statico ed immobile, ma condiziona sempre la creatività, blocca energie preziose e grandi risorse interiori: tutto diventa scontato, ci si allontana dalla passione, dai piccoli piaceri… dalla vita… lo stare zitti e tutti buoni, per non scontentare nessuno, per il timore di perdere stima ed affetto di coloro che sono a fianco, non significa vivere una valida storia o “prova d’amore”, ma solo rapporti striminziti, dipendenti, trattenuti e sofferenti.

… non farti MAI influenzare da chi vuole spegnere la tua vita, da chi vuole bloccare la tua voglia di vivere, da chi cerca di ostacolare la tua vera natura … fai attenzione ai loro TRUCCHI, alla loro INVADENZA - non aprire le porte alle personalità “estrose”, eccessivamente gentili ed assecondanti, ai perfetti incantatori di serpenti, ai MANIPOLATORI - non cadere nella loro trappola perché ti sfruttano, ti usano, ti obbligano a fare la “crocerossina”, ti mettono fuori gioco, ti confondono, ti fanno perdere la capacità nitida, lucida e serena di valutazione, ti sfiniscono, ti indeboliscono, ti succhiano completamente tutte le energie vitali, ti fanno sentire in colpa, ti convincono che senza di loro non fai molta strada: sei sempre un partner mignon, insicuro e bisognoso di cure … con la scusa di aiutarti e proteggerti ti ingabbiano, ti annullano: smantellano idee e progetti, creano dipendenza, rendono schiavi … prendi le distanze, ALLONTANATI, perché il loro punto “forza” si basa sul ricatto affettivo, in mano a loro diventi vulnerabile, ti convincono che vali poco senza la loro presenza, chiedono sacrifici inutili e ti fanno AMMALARE! … è facile riconoscerli o smascherarli: appaiono pieni di sogni grandiosi e con grandi idee immaginarie, si presentano come superiori e altruisti, sono bravissimi ad illudere e “alleggerire” la vita pesante dell’interlocutore, molti, nel tempo, diventano potenti parassiti, sono astuti nel convincere, chi è al loro fianco, che è difettoso, altri, invece, sono dei veri campioni nel sedurre con mille lusinghe e infinite strategie fantasiose, bizzarre e inutili … una cosa è certa, sono bravissimi nell’individuare i punti deboli e amplificare le difficoltà altrui, usano gli altri per diventare più forti, sono davvero maestri nel compensare qualche estemporaneo vuoto emotivo; se presti attenzione ti accorgi che il rapporto con loro è il peggior incubo della tua vita: sono noiosi, fastidiosi, invadenti, pedanti e soffocanti, alimentano continuamente rabbia e disagio, esasperano con il loro “saper tutto” … esci da questo MALEFICIO, rompi questo INCANTESIMO infantile, rispolverando gli aspetti piacevoli della tua vita, risvegliando la tua emotività, dando spazio alla tua autonomia, alle tue scelte, ai tuoi entusiasmi, alle tue passioni e alle tue decisioni, SOLO così puoi delimitare il tuo territorio : all’inizio sarà faticoso ma pian piano, aumentando l’autostima e la tua sicurezza, non sarai più in balia di illusionisti ed oppressori che si rinforzano solo quando hanno una platea di fronte, finalmente allontanerai dal tuo raggio d’azione parassiti e “vampiri” emotivi, potrai sconfiggere questi stani personaggi che, anch’essi, purtroppo, per sopravvivere sono costretti a recitare questa “farsa” … solo così, tornando in possesso delle tue energie profonde e risorse più autentiche, sarai immune dalla loro influenza malefica, potrai uscire da questi labirinti, ragnatele e rapporti veramente malsani, eviterai sofferenze inutili e, soprattutto, cosa più importante MALATTIE invalidanti …

Comunicare bene rende il rapporto migliore e più soddisfacente. Le parole sono importanti diceva quel famoso regista, non solo nei rapporti interpersonali, ma anche, soprattutto, dico io, nel rapporto di coppia. Anche il continuo tormentare, punzecchiare con battute al vetriolo, taglienti come una lama da macellaio, non sono da meno, sono modalità comunicative che nuocciono e fanno andare alla deriva il rapporto. Certe parole usate in maniera inopportuna - come quelle non dette fanno male dentro - possono diventare velenose, scatenare un senso di vuoto diffuso, profonde insoddisfazioni, confusione, malumore e far esplodere litigi inutili. Possono diventare un pretesto per aggredire, isolare e allontanare le persone, soprattutto, quando certe frasi sono concentrate sul vittimismo, sul sacrificio e sulle lamentele continue oppure possono spegnere completamente il rapporto quando le usiamo per colpevolizzare o accusare l’altro. Anche le opinioni espresse attraverso un’impronta apparentemente positiva possono diventare disastrose, far vacillare anche la relazione più solida, rendere infelici e malati, come ad esempio l’uso di certe espressioni apparentemente innocue: insieme siamo una forza invidiabile, una coppia PERFETTA, solida a qualsiasi “bufera”, andiamo sempre d’amore e d’accordo, in ogni momento della giornata siamo sempre lì, instancabilmente, a tubare cipicip, cipicip e cipicip, per mettere in piedi questo rapporto ho lasciato tutto, ho rinunciato a ogni cosa, persino cambiato lavoro e città, ed ora tu non puoi mandare a ramengo tutto quello che ho fatto, il MIO GRANDE investimento. Tutte parole piene di amarezza, rabbia e livore che rendono gli animi tesi ed esplosivi anziché placarli … modi di pensare carichi solo di aspettative, di rinunce e di sacrifici … ma la coppia si nutre davvero di questo? TUTTE le cose che spengono, svalorizzano, inibiscono la coppia, vanno affrontate e dette … dirle ovviamente, nel rispetto dell’altro e con le dovute maniere … solo in questo modo ciascun membro potrà evolversi e occuparsi autonomamente dei propri bisogni ... risvegliare passione, creatività e talento … tutti elementi indispensabili al funzionamento della coppia libera che sa amarsi, scegliere e decidere senza influenze esterne.




ONANISMO …

la solitudine del piacere

Nel “Libro” in cui si narra la creazione del mondo si dice che Giuda, separatosi dai suoi fratelli, si stabilì in maniera permanente sui prati di Odollam. Sposatosi ebbe tre figli: Er, Onan e Sela. Er, dopo il matrimonio, si rese talmente odioso al Signore che lo fece morire. Al secondogenito (Onan) fu assegnato, secondo l’antico costume ebraico - detto levirato - il compito di sostituirlo nel nucleo familiare, in modo tale da assicurare prosperità al fratello defunto. Ma Onan, essendo consapevole che i figli non sarebbero mai stati riconosciuti come un suo “prodotto”, ogni volta che giaceva con la cognata, per non dare appunto prosperità al fratello, disperdeva il seme per terra: praticava in realtà il coitus interruptus. Ma anche questo gesto non fu molto gradito al Signore, e così fece morire anche lui. Da questo gesto ebbe origine - anche se in maniera impropria - il termine onanismo, ovvero l’atto solitario del piacere. L’onanismo è praticato, seppur in maniera diversa e saltuaria, dai due sessi in tutte le quattro fasi evolutive (infanzia, adolescenza, adulta, vecchiaia). Tale pratica autoerotica, contrariamente ad un’opinione molto diffusa, non provoca nessun disturbo mentale… solo se praticata in maniera compulsiva può interferire o ostacolare studio e lavoro. Quando viene preferita ad un partner in carne ed ossa può essere un segno di sofferenza psichica, poiché essa rappresenta uno stadio infantile della sessualità. Non deve essere considerata anormale durante l’infanzia, nel periodo della pubertà e negli adulti impossibilitati ad avere rapporti sessuali normali. E’ considerata anche uno sfogo di impulsi istintivi, attivati nella prima infanzia e nell’adolescenza per una situazione transitoria dei sistemi ormonali e nervosi. Fenomeno secondo la psicanalisi, collegato a fantasie edipiche da considerare presociale. Continua poi nella pubertà, con maggiore frequenza. Diventa quindi morbosa quando viene preferita al rapporto con un proprio simile. Può rimanere il solo modo di soddisfazione sessuale per chi ha un handicap fisico o per gli appartenenti a certi ordini religiosi. La maggior parte delle volte si pratica occasionalmente in sostituzione della possibilità eteroerotiche, di cui si è provvisoriamente privati (prigione, navigazione, malattia). Tutto ciò, però, termina quando vengono ristabilite le condizioni normali. Pur appartenendo a tutti gli animali, trova la sua massima espressione creativa nell’essere umano. Nell’uomo, infatti, il raggiungimento dell’orgasmo (oltre a vari strumenti occasionali) avviene frizionando il glande attraverso il prepuzio: in questo caso lo strumento stimolatore è la mano. Nella donna l’onanismo può essere clitorideo o vaginale. Anche qui, nella maggior parte dei casi, oltre all’olisbo, i mezzi utilizzati sono le dita (strofinio, oggetti inanimati). Ricordiamo che l’onanismo si deve considerare una deviazione soltanto se è praticato in modo esclusivo anche quando un’attività erotica sarebbe perfettamente realizzabile. I pericoli dell’onanismo sono stati mostruosamente esagerati da un modo di pensare “irresponsabile” che imperversava nel diciottesimo secolo (non dobbiamo dimenticare che è un prodotto morale di quel tempo). La “pseudo” scienza, poi, non ha avuto un peso minore in quanto prediceva ai “colpevoli” impotenza, cecità, sterilità, idiozia, epilessia e morte certa. Veniva confusa ingenuamente la causa con l’effetto: molti psicopatici si abbandonano a un onanismo sfrenato perché hanno problemi mentali. Così per molto tempo l’onanismo ha subito le più severe condanne sia di ordine morale sia a livello scientifico. La masturbazione resta sempre molto colpevolizzata e angosciante sia per le terribili dicerie (paure poi mantenute nella vita adulta) sia per l’atteggiamento di condanna socio – culturale. Alcuni studi e ricerche - affermando la naturalezza e la legittimità di certe esperienze - hanno sicuramente eliminato ipocrisie e rimozioni circa questo rituale autoerotico. Non dobbiamo dimenticare che questa attività ancora oggi - soprattutto quando si tratta di sessualità infantile e adolescenziale - crea imbarazzo e inquietudine. La sessualità in età adulta assume vari significati. C’è quella che si fa di tanto in tanto con il partner, e allora si tratta di una delle tante piacevoli varianti dell’atto sessuale, e c’è quella che si verifica come gesto solitario, che si alterna al rapporto di coppia… fenomeno davvero molto più diffuso di quanto non si creda. In questo caso ci sono probabilmente elementi di natura sessuale legati a fantasie molto segrete che non possono essere condivise con l’altro. Spesso la masturbazione si realizza per placare l’ansia e la tensione sessuale… una fantasia erotica che crea situazioni piacevoli che non ci sono. Tutti, mentre fanno l’amore hanno parallelamente un’attività fantastica: per alcuni questo fantasticare erotico è consapevole, per altri resta inconscio. Spesso accade però di vivere fantasie durante l’atto sessuale con un grande senso di colpa o di inadeguatezza o come se fosse la prova della mancata qualità del rapporto. Questo avviene tanto più spesso quanto più la fantasia è passibile di un giudizio esterno e moralistico, come nel caso di fantasie con un contenuto violento, di amore di gruppo e così via. Si tratta di quote della sessualità che hanno spesso sfumature di perversione, ma che sono innocue e destinate a rimanere fantastiche e irrealizzate. Proprio per questa ragione è rarissimo che due partner se le comunichino. Una coppia può fare gesti sessuali spregiudicati, però ha quasi sempre molta difficoltà a confidarsi le immagini che accompagnano tale pratica... le fantasie fanno parte di un’area mentale molto soggettiva e privata, particolarmente legata all’inconscio.

ATTENZIONE

...la masturbazione non rende ciechi, tantomeno folli, semplicemente - quella eccessiva - mette in catene, intrappola nella solitudine, allontana dagli altri, succhia in maniera esagerata energia, spegne la vera passione, ostacola i rapporti interpersonali, azzera il talento, toglie spazio alla creatività… attenti ai tratti depressivi!

… ma non CREDIAMOCI che quel gesto solitario fa: venire i brufoli, ritarda la maturazione fisica e psichica, fa perdere la vista lentamente, esaurisce gli ormoni, crea impotenza, fa ammalare… tuttalpiù POTREBBE, quando tale pratica diventa OSSESSIVA, determinare stanchezza, svogliatezza, uno stato infiammatorio più o meno importante (prostata e vescicole seminali) e, da non sottovalutare mai, isolamento sociale che tale atto in solitudine può creare …

… Mario, dopo la sua esperienza psicoterapeutica, racconta: …”prima della terapia ipnotica la mia mente girava a vuoto, era come un vampiro, consumava inutilmente ed eccessivamente la mia energia, un pensiero che ruotavo esclusivamente attorno a questo gesto solitario… per un attimo di eccitazione che subito dopo si esauriva e complicava la vita con sensi di colpa; l’unico mio pensiero era concentrato lì, ora e dopo, orientato su come far passare tempo e noia attraverso l’attività masturbatoria esagerata: solo lei mi coinvolgeva, mi entusiasmava … ora sono più lucido, ho altri interessi, una ricca e soddisfacente vita sociale, parecchi rapporti interpersonali (prima erano inesistenti: sempre appartato, isolato, concentrato sulla “solitudine”, su una cosa sola) e, soprattutto, ho forza ed energia da vendere… con l’energia a disposizione e utilizzata in maniera più produttiva, sono creativo, concentrato e attento alle cose, ho trovato altre forme di piacere e soddisfazioni adatte alle mie esigenze e ai miei tempi”…



Sessualità …

istruzione per l’uso.

… una sessualità “intermittente” nasconde sempre un equilibrio emotivo instabile …

I problemi sessuali sono i veri nemici della felicità. Calo del desiderio, frigidità, impotenza, rapporti dolorosi sono alcuni dei malesseri più comuni. Sofferenza che può diventare nel tempo causa di gravi problemi all’interno della coppia. Si dice che con l’arrivo dell’estate i sensi si risvegliano completamente. Si avvicinano le sospirate vacanze e la voglia di lasciarsi andare completamente si fa sempre più intensa. Alcuni ostacoli, però, sono lì, pronti in agguato: stress, routine, problemi familiari, cattiva comunicazione possono aver trasformato la vita intima in un vero inferno. Un approccio felice con una spontanea e naturale sessualità è l’unico scudo contro numerosi malesseri psicosomatici. Aumenta infatti le difese dell’organismo in quanto le endorfine che si liberano durante il rapporto sessuale contribuiscono a rafforzare il sistema immunitario. Un rapporto sessuale soddisfacente, inoltre, fa bene al cuore, grazie alla produzione di adrenalina e noradrenalina, esercita un’azione cardiostimolante (ovviamente con il partner abituale: sono le ansie prestazionali il vero pericolo!). Durante questa attività il cuore batte più forte e questo lo mantiene “allenato” migliorando anche la circolazione sanguigna. Recuperare un buon rapporto con la sessualità può essere di grande aiuto in caso di gravi disturbi dell’alimentazione, come ad esempio la bulimia. E’ risaputo inoltre che vivere il sesso in armonia riduce l’ansia, migliora il tono dell’umore e agisce positivamente sul sonno. Anche in questa situazione sono chiamate in causa le famose endorfine, sostanze prodotte dal cervello che agiscono sulla serenità, distensione muscolare e conciliano il sonno. Grazie alla “produzione” di queste sostanze durante l’attività sessuale, si migliora anche la cefalea perché, oltre a favorire la circolazione, aumenta la soglia del dolore. La sessualità è ricca di sfaccettature e lati oscuri, fatta comunque sempre di complessi e sottili equilibri. Per questo basta un nonnulla per rompere questo incantesimo. Stress, noia, pensieri fastidiosi, incomprensioni sono i nemici in attesa, pronti a colpire inesorabilmente. Se l’intesa con il partner non è più quella passione di un tempo e al solo pensiero di mettere in cantiere una benché minima attività sessuale con una certa persona produce solo la voglia di darsela a gambe elevate forse è arrivato il momento di affrontare la questione e di non trascurarla pensando che prima o poi passerà. Fare sesso significa comunicare qualcosa di sé e conoscere qualcosa dell’altro, caratteristiche che molto spesso non sono trasmissibili con nessun altro sistema. Dopo questo atto, due soggetti non restano mai gli stessi: non solo mantengono la memoria biochimica dell’incontro ma il contatto stesso li ha “cambiati”, rendendoli più ricchi e disponibili nei rapporti con gli altri. La sessualità è una cosa seria, ma la sua principale caratteristica è la spontaneità che oggi, purtroppo, è molto facile perdere. Per riappropriarsi di questa naturalezza a volte può bastare saper sdrammatizzare e ironizzare sul concetto di prestazione, sulle sporadiche defaillance, sui confronti temuti (perché inutili) e sulla durata dell’atto. In questo modo - oltre ad evitare pensieri fastidiosi, ossessivi ed apprensivi che minano ovviamente l’esecuzione - l’attività sessuale potrà fluire in modo più autentico. Eliminare erotismo e passioni - diventare pantofolai anche in amore - vuol dire semplicemente condannarsi a una prigione asettica e invisibile. I problemi di coppia negli ultimi tempi, secondo alcune fonti autorevoli, sono decisamente aumentati, soprattutto a causa del peggioramento dello stile di vita della nostra società. A volte ci si sente svogliati, i pensieri lasciano il posto a qualcosa che non ha niente a che vedere con questo atto piacevole e, ben presto, la passione diventa solo un lontano ricordo. La “svogliatezza” o meglio il calo del desiderio si verifica in periodi di stress prolungato, o di gravi difficoltà con il partner (la solita solfa, la noia, l’abitudine, la difficoltà di rinnovarsi). Ci si sente depressi, oppure si hanno sbalzi di umore, si teme di invecchiare in maniera repentina, ci si sente poco attraenti perché si è troppo impegnati e quindi si dedica poca attenzione a se stessi (essere trasandati e trascurati spegne l’eros). Oppure nella fantasia e nei sogni il sesso è eccitante e soddisfacente, ma nella realtà è deludente, la solita minestra riscaldata. Così, in breve, si cerca di evitarlo, prediligendo altre attività parallele come per esempio l’onanismo che ha però effetti fisiologici diversi dal vero rapporto sessuale. In tutte queste situazioni la frustrazione aumenta e con essa i sentimenti di rabbia, rancore, ostilità, forse il sesso è stato idealizzato e non è appagante come un tempo si sperava. A volte, invece, manca decisamente la confidenza con il partner e non si ha il coraggio di confidare all’altro quali sono i profondi desideri e le vere esigenze. Nel rapporto ci sono dei momenti in cui l’autostima viene fortemente messa in discussione: non solo quando i ruoli dei partner sono sbilanciati, ma anche quando uno dei due si sente trascurato o cala l’interesse erotico. Quando non c’è più quel frizzo entusiasmante nell’atto sessuale, manca una salutare eccitazione, il legame dura ormai da tempo e non è più vivace come una volta, significa che qualcosa è andato perso, tutto questo soffoca e spegne in profondità il rapporto di coppia. Nella coppia questo malessere, a volte, non è di natura sessuale ma semplicemente carenza di erotismo nei suoi vari aspetti (curiosità, rinnovamento, gioco, routine). Quando certe difficoltà sono espresse verso il partner e non riguardano fantasie verso altre situazione erotiche o si pratica l’onanismo con profonda soddisfazione, indicano un’indisponibilità all’incontro intimo con quella persona specifica: troppi conflitti, troppi giudizi di valore, troppe critiche … e, col tempo, anche l’odore aiuta l’allontanamento. Questo significa che non c’è nessuna patologia in atto ma semplicemente qualcosa è cambiato nella complicità e nell’intesa. E’ bene ricordare comunque che se certe disfunzioni sessuali, come le rughe - aumentano con l’età - non sempre in questo campo, è utile fare da soli. Se le cose non migliorano nel giro di qualche mese allora è meglio rivolgersi senza timori ad un andrologo oppure ad uno psicoterapeuta. Alcuni rimedi omeopatici, fitoterapici e infinite metodiche terapeutiche naturali (massaggio psicosomatico, moxa, alimentazione, rilassamento, ipnosi), inoltre, possono aiutare a riaccendere il fuoco dell’eros, migliorare l’intesa sessuale e creare l’atmosfera … giusta.

… spesso nei rapporti, quando non ci si ‘cerca’ - dominati dal pensiero di non essere abbastanza sensuali o per niente desiderati - si attiva un pericoloso processo di autosvalutazione, il non “considerato”, pertanto, tormentato da tale dubbio, andrà alla ricerca di assurde conferme e diaboliche verifiche, mettendo in atto comportamenti ‘seduttivi’ oppure ‘provocatori’



Le posizioni dell’

AMORE …

trova quella che ti fa star bene.

L’atto sessuale per la razza umana non è circoscritto all’apparato genitale ma, dati gli indubitabili condizionamenti culturali e sociali cui è continuamente sottoposto, la sua funzione investe sicuramente un ambito ben più vasto e complesso. La tendenza, infatti, a scoprire sempre nuove e diverse posizioni dell’atto sessuale non è prerogativa dell’attuale periodo culturale, è stata una costante nelle grandi civiltà (ellenica, latina, egiziana, cinese, indiana). Ci sono interessanti manuali antichi, preziosi vasi e fantastiche terracotte (fortunatamente scampati al moralismo del Rinascimento) con curiosi, bizzarri, espliciti atti e raffigurazioni, il cui unico scopo era istruire uomini e donne ai piaceri legittimi del sesso. In realtà, erano tutti insegnamenti che conducevano, attraverso il piacere, a riscoprire aspetti diversi del proprio carattere: attraverso la posizione comunichiamo sempre il nostro modo di scendere in campo nella vita (sicurezza, decisione, sospetto, autostima, disistima, incertezza, fierezza). E’ molto probabile, quindi, che l’individuo attraverso svariate posture esprima, fin dalla notte dei tempi, non solo la sua vera personalità ma, in particolare, anche gli atteggiamenti mentali ed emotivi nei confronti del proprio partner: paura, diffidenza, titubanza, forza, decisione, timore, arroganza, affermazione, predominio, controllo, potenza, resa, aggressività. La posizione coitale, pertanto, segnala sempre, contrariamente a quello che si pensa, un diverso modo di vivere il rapporto con il proprio corpo e con l’altro. Ogni cambiamento spontaneo della postura sessuale, inoltre, consente di superare inibizioni, accende la fantasia e migliora incredibilmente la salute; allontana dal rapporto di coppia quella drammatica routine (rapporto scontato, logoro, stantio) che è la principale nemica dell’amore. Quando adottiamo una particolare posizione ci caliamo inevitabilmente in una dimensione in cui spazio – tempo e gli aspetti psicofisici si impregnano di significati simbolici completamente differenti. Che un partner stia sopra o sotto, di fianco o rovesciato, infatti, non è solo una caratteristica spaziale, ma cambia in profondità l’atteggiamento mentale e, soprattutto, la “forza” (la spinta energetica, la grinta, l’aggressività). Così come stare sdraiati oppure in piedi, ad esempio, non coinvolge solo l’atto, la “prestazione erotica” ma, indubbiamente, facilita (favorisce) una unione con significative differenze a livello di sensazioni e di ruolo (affettivo, dominante, insicuro, intimo, scatenato, violento, passionale). In questi termini, il cambiamento di posizione, proprio perché fa bene all’amore e alla salute, diventa indispensabile in quanto dà spazio alla creatività e voce a tutte quelle parti della nostra personalità che se assopite renderebbero, nel tempo, il rapporto poco fantasioso, privo di vitalità, ripetitivo e completamente noioso. Cambiare posizione – in totale sintonia con la situazione ed il momento – alimenta il “fuoco” sessuale e può migliorare molti disturbi psicosomatici. In realtà, se la sessualità si modifica – eliminando rigidità mentali e fisiche – anche la salute può beneficiarne: i disturbi organici, senza alcun dubbio, migliorano. Purtroppo, le abitudini sessuali vengono abbandonate con estrema difficoltà perché quell’unica posizione adottata, essendo più “facile” e più “naturale” per il soggetto, consente a priori di prevedere con “certezza” i risultati raggiunti (avendo la convinzione di realizzare una buona prestazione si evita in tal modo di sviluppare l’ansia di prestazione) e, quindi, non viene messa in discussione la propria immagine, cosa che invece accadrebbe se si intraprendessero nuovi “percorsi” sessuali che, oltre a dare quella sensazione di incertezza, fanno emergere quelle parti della personalità soffocate (sacrificate) di cui a volte non si conoscono concretamente i loro complessi significati emotivi, ovvero non si è in grado di prevedere le reazioni psicosomatiche, a volte devastanti, connesse alle nuove esperienze (sono queste le sensazioni che potrebbero destabilizzare, creare preoccupazione e disagio!). Molte posizioni, tuttavia, definite canoniche, vanno bene per tutte le occasioni (la fantasia del momento suggerirà, in modo spontaneo, le varianti desiderate). La loro realizzazione, inoltre, è bene ricordare, dipende dall’età, dalle condizioni fisiche e, soprattutto, dalla “fame sessuale”. La confidenza (o l’armonia) che regna all’interno della coppia è sicuramente il solo viatico che consente di mettere in atto numerose posizioni purché, ovviamente, non vengano eseguite con lo spirito della solita “zuppa riscaldata”. Alcune posizioni, inoltre, possono donare all’uomo padronanza con il minimo sforzo, mentre per la donna un immenso e profondo piacere. Posizione: ma quale scegliere… La posizione “more ferarum” (da tergo: uomo in piedi o inginocchiato e la donna prona), molto vicina agli istinti e al mondo animalesco, non consente di vedere in viso il partner, ma gli “oggetti” sono ben visibili: la testa si abbassa e i genitali vengono “esibiti”, ovvero si alzano diventando un elemento particolarmente “forte” del rapporto. E’ una posizione che richiama un femminile completamente dipendente. Tale posizione può essere utile a tutti coloro che sono “trattenuti” (rigidi, controllati) e che esercitano un eccessivo controllo sulla propria istintualità. Quella del “missionario”, considerata più facile e naturale, sicuramente poco fantasiosa e originale, è una posizione in cui si verifica un maggior scambio di affettività e pare possa facilitare un’eventuale gravidanza, in quanto favorisce spontaneamente la migrazione degli spermatozoi verso l’utero. Il partner è completamente avvolto (protetto) non solo dalle braccia, ma può completamente “saziarsi” di tenerezza, carezze e baci. E’ quella più praticata e consente di “dilatare” maggiormente, rispettare in maniera naturale le esigenze della “prima volta” (rende meno dolorosa la deflorazione). E’ una posizione particolarmente indicata per coloro che hanno difficoltà erettive (stringendo gli arti inferiori si riesce a trattenere e a stimolare maggiormente il partner). La posizione del “postino” (uomo in piedi donna distesa) testimonia una sessualità improvvisata, caratterizzata dalla forza e dalla passione: infrange gli schemi ed esce dalle regole; è un maschile che irrompe su un femminile che si arrende piacevolmente. Non solo si crea un’atmosfera particolarmente travolgente e passionale ma consente al maschio di recuperare, all’interno del rapporto, un ruolo decisamente “attivo” mentre alla donna permette di riscoprire l’abbandono e la passività. Sarà particolarmente indicata a tutti coloro che hanno messo in discussione il proprio ruolo all’interno della coppia (virilità, passività) e per tutti quei “malesseri” caratterizzati da: rigidità, inflessibilità, indecisione, difficoltà ad esprimersi e per chi non oltrepassa mai i limiti e si tiene continuamente (prudentemente) a freno. Quella della donna sopra è una posizione caratterizzata dal dominio femminile; si verifica un ribaltamento dei ruoli tradizionali: maschile attivo femminile passivo. E’ il mondo femminile a condurre il gioco: la donna non è bloccata e si libera anche dai condizionamenti culturali. Con questa posizione si verifica una maggiore stimolazione clitoridea, consentendo un piacere più completo, e non viene favorito il concepimento. E’ una posizione adatta a tutte le donne che hanno problemi di frigidità e per tutti quei soggetti iperattivi che non sanno accettare la passività. Può essere utile inoltre a tutti gli uomini che presentano il disagio di ejaculatio precox in quanto “rinunciando” al ruolo guida possono abbassare notevolmente il livello d’ansia di prestazione. Sembra particolarmente utile per chi soffre di ipertensione.



Erotismo …

meglio del viagra.

Un buon rapporto con la sessualità è sempre garanzia di salute e di felicità: cura ogni malessere e allunga la vita. Vivere con naturalezza la dimensione erotica, senza nessuna forzatura, fa diminuire i livelli d’ansia, alza il tono dell’umore e combatte l’insonnia; uno tsunami che inonda di benessere l’intero psicosoma. Quando nella corteccia cerebrale (ipotalamo) si forma una potente immagine erotica, immediatamente, si diffondono, a cascata, dei salutari e potenti mediatori chimici in tutto l’organismo. Tutte le funzioni vitali del corpo, infatti, attraverso l’onda eccitatoria, sono coinvolte in maniera positiva, prevenendo in tal modo svariate patologie. Da questo stato di eccitazione cuore, pelle, reni, polmoni e ossa ne traggono giovamento tanto da consentirci di affermare che l’erotismo, rallentando l’orologio biologico, è un formidabile lasciapassare per la salute, un potente controveleno per la noia, l’apatia e malesseri vari: apre la via alla longevità. Se le “molecole dell’amore” fluiscono liberamente, senza luoghi comuni, sforzi, blocchi e inibizioni, il sistema immunitario si rinforza e il sangue si rigenera: ci si ammala di meno, si vive di più e meglio. E’ molto comune, infatti, nella pratica clinica, trovare collegamenti tra patologie e rapporti disturbati con la sfera erotico - sessuale. In realtà, la vita, per chi ama, si fa più lunga perché la carica erotica incrementa la produzione di neurotrasmettitori (dopamina, endorfine, serotonina) i quali, oltre ad acquietare mente e corpo, combattono stress e i suoi risvolti negativi sulla salute (garanzia di benessere). Senza questa energia e questa singolare guardia del corpo la vita sfiorisce, viene azzerata la vitalità, le giornate girano a vuoto, si colorano di grigio, diventano opache, trascorrono senza senso: la freschezza mentale si spegne, la lucidità si intorpidisce e la creatività svanisce. Una forza che se viene mossa da sentimenti di dolcezza e di tenerezza trasforma davvero le persone: si diventa euforici, aperti, disponibili, carichi di energia, forti, ottimisti … cancella l’ombrosità e fa perdere la testa... una perfetta fusione tra felicità e salute. Se però tale vissuto emotivo viene trascurato, si esce dal vortice benefico della vita, si diventa improvvisamente depressi e, soprattutto, si ricorre, per sentirsi carichi e vitali, a surrogati come cibo spazzatura e stimolanti a dir poco nocivi (meccanismi compensatori superficiali). Se la sessualità abdica, la gola si impossessa della situazione rendendo il soggetto completamento schiavo dal cibo (chi è innamorato si dimentica di mangiare). Sono le forzature, le pressioni, le prestazioni impossibili, i confronti temuti, il sentirsi sempre sotto esame, i dubbi, l’insicurezza, l’atteggiamento mentale perdente, gli scrupoli, il timore di non riuscire, le inibizioni che, agendo sull’ipotalamo, creano impotenza, disturbi, sofferenza nel corpo e nella mente; un termometro che segnala non solo lo stato di salute della coppia ma anche eventuali problematiche individuali e relazionali. Sono gli l’atteggiamenti mentali errati che frenano o bloccano, fanno seccare l’istinto, il desiderio … spengono o ravvivano la fiamma della passione. Si può dire, quindi, senza timore di smentita, che sono le immagine forti, distorte, sbagliate, attivate nella massa cerebrale che, disorientando e spaventando, creano disfunzioni e impotenza. Ripristinare, pertanto, una funzionalità attraverso un sofisticato “propellente chimico”, oltre delegare e mettere in mano ad “altri” il timone dell’esistenza, spegne la carica vitale, il senso naturale della vita, la vera intimità fatta di emozioni, di gioco e di sensazioni. L’eros si accende col nuovo, la fantasia, il mistero, l’imprevisto, la vivacità, si spegne, invece, con il vecchio, l’abitudine, la tristezza, il banale. La via maestra, per tale risveglio, è sempre quella dei sensi: la vista eccita, il profumo inebria e il contatto elettrizza … questa è la vera pillola. L’atmosfera erotica, infatti, in assenza di evidenti fatti organici (diabete, disturbi vascolari, infezioni, malformazioni) apre al nuovo, alla creatività, risveglia i sensi assopiti, stimola e fa riesumare gesti antichi, dimenticati, perduti nel tempo (corteggiamento, innamoramento). A volte la felicità sessuale svanisce, non perché si è impotenti, ma per motivi più semplici e naturali: un rapporto spento, logorato da snervanti abitudini coniugali, una relazione sbagliata, una sessualità a “comando”, con poca fantasia, stanca, senza preliminari, che non soddisfa più, che si trascina da tempo, caratterizzata solo da obblighi, doveri e da rigida programmazione … questi sono i veri nemici dell’eros. Si inciampa sulla chimica, infatti, quando l’eros è annoiato, non si ride più se non forzatamente, il desiderio si trova in una fase calante per la solita routine (sempre le stesse cose, gli stessi gesti, luoghi comuni, momenti sempre uguali), ci si sente fuori posto, non più coinvolti … tutto si riduce a un mero atto meccanico. Cosa fare. La prima cosa da fare è verificare che non ci sia un danno organico. La seconda mossa è chiedersi, magari con l’aiuto di uno specialista, se dietro a un calo di desiderio non esistano stati ansiosi e depressivi da tempo irrisolti. Poi, sempre con persone qualificate, riattivare l’energia vitale, mettere in atto quelle metodiche terapeutiche psicosomatiche, rivolte a risvegliare la spontaneità, riscoprire il mistero, facilitare l’improvvisazione, stimolare la creatività, riaccendere la fantasia; favorire autenticità, libertà e autonomia … dare spazio alla passione, alla vera e inconfondibile unicità erotica.
… l’amore con la sua energia libidica stimola il metabolismo, tonifica i muscoli, rende più socievoli, appaga il corpo e la mente: rende felici … allora, per avere più eccitazione e soddisfazione, BUTTATI, divertiti, mettiti a tuo agio, libera la fantasia, accendi il desiderio, rendilo meraviglioso, infuocato, misterioso, vivace e originale: bacia, abbraccia, solletica, accarezza, stringi e, senza fare il vampiro, “mordi” un po’ … ATTENZIONE però, deve essere appagante, di “buona” qualità, bisogna farlo “bene”, con desiderio, eccitazione e passione, senza stress, perché se lo fai per senso di dovere o controvoglia, ti ritorna indietro attraverso una profonda insoddisfazione, debolezza e depressione …



Sessualità e cibo.


Mangiare, cibo, dieta, alimentazione corretta, apparire bene, stare in quella taglia, dimagrire, e ancora dimagrire … tenute insieme da un sottile filo, queste parole ci bombardano continuamente dai media senza scrupoli, sono argomenti dominanti dei nostri discorsi, soprattutto nell’avvicinarsi delle vacanze e della prova “costume da bagno”. Il cibo ha un forte impatto sessuale su mente e corpo: è un tranquillante naturale, produce endorfine, calma e distende (non è raro che quando manca il sesso ci si butti sul cibo). Mangiare non è solo una necessità fisiologica, ma appaga i sensi, quindi porta piacere. Cibo e eros sono da sempre un binomio molto forte: chi è avanti con l’età, spesso tende a compensare una scarsa attività sessuale esagerando con il cibo (hanno la stessa localizzazione cerebrale, gli stessi ormoni). Sono parenti stretti, in quanto hanno molto in comune, anche se spesso la loro convivenza non è sempre la migliore: servono a socializzare, rappresentano dei piaceri intensi e, soprattutto, sono a portata di mano (facilmente abbordabili). Ma cosa lega tra loro erotismo e alimentazione? Se prendiamo in esame la dipendenza alimentare come la bulimia, queste due realtà, tra loro, non sono poi così distanti. Il soggetto affetto da bulimia infatti è un po’ come un “ninfomane alimentare” e segnala come in queste situazioni estreme (patologia alimentare), la bocca e il cibo si carichino di valenze che vanno ben oltre la loro funzione naturale. L’attacco di fame di chi soffre di bulimia ha un forte significato simbolico: riempire un vuoto affettivo e placare l’ansia. Nell’adolescenza questi soggetti possono avere una sessualità inesistente, ma nell’età adulta l’eros può emergere in maniera frenetica e compulsiva simile, appunto, ad un attacco di fame. Il rapporto tra alimentazione e sessualità è stretto e profondo: sono le più importanti fonti energetiche alle quali l’individuo attinge. Anoressia (sessualità inesistente) e bulimia due manifestazioni estreme nel rapporto sbagliato con il cibo. Da una parte il rifiuto totale, fino alla denutrizione e all’autosoppressione, dall’altra l’estrema difficoltà a controllarsi, il bisogno di ingozzarsi di qualsiasi cosa, salvo poi vomitare tutto per il terrore di ingrassare. In entrambe le situazioni, comunque, quello che il soggetto si nega è il piacere del proprio corpo, perché la conseguenza delle patologie alimentari si concretizza in un’immagine fisica che perde, per eccesso di magrezza o viceversa di adipe. In pratica, come la frigidità/ninfomania, così come la bulimia/anoressia. La bulimia pare infatti impersonare una figura arrendevole e oppressa, incapace di negare e di negarsi; l’anoressica al contrario, è una tragica immagine autosufficiente, che con il forte controllo di se stessa domina ogni tipo di necessità. In realtà, i problemi alimentari hanno come rovescio della medaglia i disturbi sessuali. Di tutto ciò, ovvero di questa confusione tra il mondo della sessualità e cibo, possiamo trovare conferme in altri campi. Il linguaggio parlato, i modi di dire, ci aprono uno scenario davvero significativo in cui è possibile trovare associazioni importanti tra aspetti erotici e alimentari: “Ti mangerei di baci”, forse è l’espressione più comune. L’associazione inoltre tra prodotti alimentari e parti anatomiche collegate al sesso si perde nella notte dei tempi (frutto del fico: cacciata dal paradiso, stretta relazione tra cibo e sesso; uccelli, pisello, fava). Come dire che la libido che ci governa può rivelarsi un nutrimento importante al pari (se non più) di ciò che ingeriamo dalla bocca. Due modi di nutrirci dunque: uno transita attraverso la materia, l’altro scaturisce da una fonte più profonda di energia (endorfine). Per capire meglio questa affermazione è sufficiente riportare la propria memoria ai primi innamoramenti, che fanno sentire carichi di energia. Anche praticare il sesso in maniera soddisfacente riempie di felicità, voglia di vivere e, sicuramente, fa dimenticare la stanchezza quotidiana. Come nel cibo si è trascinati dal gusto o dominati dalle voglie, anche nel sesso c’è modo e modo di viverlo (a seconda del periodo evolutivo: infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia): con irruenza, dolcezza, affettività, fretta, passività. Esiste una sessualità focosa in cui la parola d’ordine è tutto e subito. Un’irruenza esplosiva molto veloce che altrettanto in fretta svanisce. Questo soggetto, con tratti collerici, è incline ad eccessi di attività sessuale, salvo a trascorrere periodi di apparente apatia o totale indifferenza. L’immagine che evocano questi soggetti è quella di un rudimentale lanciafiamme, con i suoi bagliori improvvisi ma che cessano bruscamente. C’è poi una sessualità con tendenza a svolazzare da fiore in fiore, brucare continuamente in altri pascoli, ovvero un soggetto che ama spaziare in giro, soffermandosi solo il tempo necessario per concludere e riprendendo il volo non appena ha il sentore di un legame duraturo. Anche il modo di alimentarsi può fornire alcuni elementi conoscitivi sulla sessualità di un soggetto. Mangiare in fretta, non assaporando e gustando il cibo, probabilmente mostra la stessa modalità nell’attività amatoria (eiaculazione precoce). Chi invece assapora e si gusta il cibo evidenzia la stessa passione nel sesso, gode e si lascia avvolgere da tutte le sensazioni corporee senza censurare le emozioni che esse provocano. Un antico proverbio latino recita: “Senza Bacco (vino) e Cenere (cibo), si raffredda Venere (amore). E infine una piccola curiosità … “Frullato energizzante” da assumere un paio d’ore prima dell’attività in questione: Frullare insieme un bicchiere di latte, un cucchiaio abbondante di germe di grano, una banana media e, senza esagerare, miele di acacia.



Calo del desiderio … quando la FANTASIA viene a mancare.

… senza desiderio dell’altro la coppia scoppia: non può durare molto un rapporto… l’energia sessuale è come una calamita se non “attira” è un legame scadente… l’eros riaccende la vita, una scarica biochimica che coinvolge la struttura cerebrale: capace di realizzare desideri e sogni… riempire la testa di parole e illusioni svilisce nel fisico e vuoti a livello mentale… mai annullarsi o voler cambiare gli usi dell’altro… tenere il broncio è un modo infantile per ricattare, colpire, ferire e punire…

E’ un fenomeno psicosomatico caratterizzato sostanzialmente da una riduzione della “voglia” sessuale che può essere generale o contestuale al rapporto di coppia. Le cause sono da rintracciare in un eccessivo e continuativo stress, in una routine noiosa e sempre uguale, oppure in problemi con l’altro sesso. Tale disturbo inoltre può essere favorito da malattie organiche, soprattutto croniche, e costituire nell’uomo un segnale di senilità a volte particolarmente precoce (andropausa). Per calo del desiderio sessuale, quindi, si intende una riduzione oppure la perdita persistente e prolungata dello stimolo sessuale e delle fantasie connesse a questa attività. Periodi occasionali di inappetenza sessuale sono piuttosto frequenti (ansia, stress, farmaci, psicosi, depressione). I problemi di coppia comunque (conflitti coniugali, rancori inespressi), in assenza di disturbi organici, rappresentano la causa principale del calo sessuale, sebbene possano contribuirvi molti altri fattori, tra cui l’età, la personalità e le esperienze passate. Nella coppia il calo può esprimere anche altre difficoltà, per esempio la perdita dell’erotismo nei suoi vari aspetti, non solo sessuali: la routine riduce l’eros a un semplice saltuario sfogo genitale, senza fantasia, gioco e curiosità (l’eccitazione, l’entusiasmo della novità, la fantasia del primo incontro, ad esempio, tiene in vita la sessualità mentre banalità, noiosità, ripetizione, il sempre uguale e la routine spengono completamente l’eros). Quando il calo del desiderio è solo verso il partner e non coinvolge le fantasie verso altri o l’attività magari autoerotica, indica inequivocabilmente un’indisponibilità all’incontro intimo con l’altro: troppi conflitti, oppure troppe critiche, non piacciono certi modi, anche l’odore diventa un problema. In breve, è il segnale - inutile negarlo - che qualcosa si è spento, è cambiato nella complicità e nell’intesa sessuale, non funziona più per il verso giusto. Il desiderio può diminuire anche nelle situazioni in cui uno dei membri abbia una relazione o nasconda un segreto, per esempio covare il desiderio di divorziare. Gli interventi chirurgici, inoltre, che compromettono l’immagine del corpo (mastectomia, isterectomia, prostatectomia, ileostomia) e i farmaci che deprimono il SNC o diminuiscono il livello di testosterone possono ridurre le “voglie” sessuali. Un partner può perdere interesse per il sesso dopo essere stato licenziato. Con il passare del tempo, l’altro rinuncia a prendere l’iniziativa e così piano, piano si entra nel vortice della privazione sessuale. Non si deve comunque dimenticare che i problemi del desiderio sessuale persistenti, sono strettamente collegati ad altre difficoltà all’interno della relazione. A volte sono la causa di incomprensioni e conflitti, a volte ne sono la conseguenza. Chi è che rischia di più: soggetti logorati dallo stress, con orari di lavoro eccessivi e, soprattutto, dominati da preoccupazioni non lasciate sul posto di lavoro bensì portate nell’ambiente familiare; coloro che abusano di sostanze stimolanti o che cercano di stimolarsi, in maniera continuativa, con materiale pornografico, per tale ragione si sono disabituate a lasciar fluire l’energia psicofisica (libido) in modo creativo, spontaneo e naturale; persone che appartengono ad un quadro clinico depressivo (anche mascherato) e ansiogeno; soggetti che hanno silenziosamente, nel tempo, accumulato astio e contrarietà verso il partner e che non si riconoscono più nella sua consueta sessualità (questa ovviamente non è una formula matematica molti, anziché diventare inappetenti, possono trovare altre “soluzione” al di fuori della coppia). Cosa fare. I disturbi del desiderio sessuale sono estremamente complessi e, soprattutto, di non facile soluzione quando il conflitto è di coppia: spesso uno dei partner si oppone alla terapia (la prognosi dipende sempre dalla volontà della coppia: acconsentire, se necessario, di intraprendere una terapia individuale). Il trattamento comunque varia a seconda della causa del disturbo: se si tratta di un problema fisico, il medico deve curare il disturbo sottostante, un professionista della salute mentale, invece, può aiutare ad affrontare le ripercussioni emotive o coniugali del disturbo. Molte metodiche terapeutiche come ad esempio l’ipnosi sono fondamentali per rimuovere gli ostacoli psicologici che impediscono una sessualità piena di passione, entusiasmante, libera e spontanea.

Perchè si diventa impotenti? ... perchè si confonde la sessualità con l'aggressività (si veda rimozione)... si reprime la propria aggressività prima con le figure di riferimento poi verso la società (invece di essere determinati e attivi, si lascia spazio alla passività)... ci si lascia gestire o si perde il gusto e il piacere della competizione ... in perenne conflitto tra amore e odio, tra un facile infantilisno e una difficile maturità, tra sottomissione e rivolta.




I DISAGI PSICOSESSUALI.

Pochi disagi emotivi sono offuscati ed intrisi di toni moralistici come lo sono i disturbi psicosessuali. Determinare tale “malessere” implica definire una chiara norma per il comportamento sessuale. Ma chi stabilirà queste regole? Chi dovrà essere il guardiano morale del comportamento sessuale? Perché tanto accanimento verso la sessualità che in realtà appartiene al mondo degli istinti? Essendo la sessualità umana, non solo legata alla procreazione, ma anche alla qualità della relazione è bene precisare che non esistono comportamenti giusti in assoluto. Si deve uscire dall’ottica di avere un’unica norma di riferimento rispetto alla quale si è in buona salute oppure malati. Non vi è esperienza sessuale fuori di noi a cui dobbiamo riferirci, ma una sessualità dentro di noi, che si sviluppa con trame diverse, è il senso che ognuno dà alla sua trama che è importante (noi siamo ciò che sentiamo di essere, siamo come ci vediamo e non come ci vedono gli altri; insomma, siamo belli se ci piacciamo e brutti se siamo scontenti di noi stessi). Esistono, comunque, parametri che definiscono a grandi linee degli argini: al di qua ci sono le carenze e dall’altra gli eccessi. Al centro si apre un vasto territorio di modalità “adeguate” che comprendono le infinite possibilità in termini di tempo, oggetto, modo, luogo, finalità, ecc. Tra tutti gli istinti (mangiare, dormire, ecc.), l’istinto sessuale è quello che subisce, nel corso della sua evoluzione, i maggior rimaneggiamenti. La sessualità è, infatti, un bisogno naturale come mangiare, bere e dormire. Nell’animale l’istinto riproduttivo è il cardine per la sopravvivenza della specie, per l’essere umano, invece, le cose sono decisamente più complicate ed articolate in quanto può rinunciare volontariamente al sesso (castità: energia, comunque - se va bene - non spenta ma semplicemente trasformata) in favore di una cultura che prevede la sublimazione della propria parte istintuale. Questa trasformazione è, quindi, frutto di condizionamenti culturali e sociali. Tenendo conto di queste influenze è già possibile affermare che il sesso non è soltanto “poesia biologica” (per le finalità e per motivi di spazio non è possibile approfondire questo argomento) ma è, indubbiamente, un comportamento che coinvolge emozioni, sentimenti, paure, trasformazioni e divieti (evoca frequentemente il fantasma del peccato, della punizione e della colpa). In questa attività ogni individuo mette a fuoco fattori fisici ed emotivi, un insieme di ansia, ricordi ed emozioni che ogni volta impegnano tutto il suo essere. E’ il risultato di un lungo processo di crescita che inizia, contrariamente a quello che si pensa, dal concepimento e continua nel corso dell’intero arco di vita (menopausa e andropausa comprese). Tale esperienza è, quindi, carica di significati individuale e sociali (sessualità proposta dai modelli culturali). E’ una modalità “personale” con cui si entra in rapporto con l’altro o gli altri. Il significato culturale della sessualità è un fenomeno particolarmente curioso in quanto si struttura attraverso due temi fra loro contrapposti ma in stretta relazione: da un lato l’istinto “libertino” e dall’altro, l’asservimento ai modelli pubblici. Risulta innegabile, per quanto sopra esposto, che la sessualità è un fenomeno complesso influenzato da fattori biologici, psicologici e socio culturali (il comportamento sessuale finale dipenderà dall’interazione di queste forze). Il benessere sessuale, ovvero il sentirsi bene, è parte integrante della salute di ogni individuo. In questi termini, il sentirsi bene coinvolge inevitabilmente anche il vivere con piacere il mondo del pensare, del fare e delle relazioni oggettuali. Significa riflettere sui propri bisogni, desideri, sensazioni di poter vivere e coltivare sentimenti di speranza, e fiducia nei confronti della vita. Se si tiene conto di quanto esposto si comprende facilmente che la diagnosi di questo comportamento, inteso come malessere che crea sofferenza per se stessi e per gli altri, deve essere formulata da un professionista competente e, soprattutto, scevro da pregiudizi; capita sovente, infatti, che troppo zelo classificatorio induca, spesso, più confusione che chiarezza (se non colpevolizzazioni inutili ed assurde). A tale proposito un orientamento diagnostico qualificato ci viene fornito dal DSM IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali). In questo manuale i disturbi psicosessuali sono divisi, sostanzialmente, in 3 gruppi: Disturbi dell’Identità, Parafilie e Disfunzioni Psicosessuali. … l’argine degli eccessi.

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Disturbi dell'identità.

Nel primo gruppo sono inclusi tutti i comportamenti caratterizzati dal fatto che l’individuo si sente a disagio e in contrasto rispetto al proprio sesso anatomico e mette in atto atteggiamenti generalmente caratteristici dell’altro sesso. Transessualismo. E’ una persona che sotto l’aspetto biologico, anatomico e fisiologico è un maschio o una femmina normali, ma nell’intimo ha la convinzione di appartenere al sesso opposto. Perciò molti transessuali, specialmente maschi, ricorrono ad interventi chirurgici per mutare la loro identità fisica e anagrafica: un “cambiamento di sesso”, più apparente che reale, sia perché l’appartenenza al sesso è scritta in ogni cellula, sia perché non è possibile conferire una vera funzionalità agli organi genitali costruiti dal chirurgo. In questo comportamento è comune la depressione che non deve mai essere sottovalutata in quanto può portare al suicidio.

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Parafilie.

(para: deviazione - filia: oggetto da cui si è attratti). Esse sono caratterizzate dalla comparsa di eccitazioni nei confronti di oggetti o di situazioni erotiche che non rientrano nelle modalità normali di eccitazione e di attività sessuale, e che possono interferire a vari livelli sulla capacità di svolgere un’attività sessuale reciprocamente affettuosa. In questo gruppo troviamo: Feticismo, Travestimento, Zoofilia, Pedofilia, Esibizionismo, Voyeurismo, Masochismo Sessuale e Sadismo Sessuale. Feticismo. E’ l’uso di oggetti inanimati (feticci) come metodo ripetutamente prescelto o esclusivo per raggiungere l’eccitazione sessuale. E’ un bisogno irrinunciabile di vedere, manipolare, annusare un determinato oggetto per ottenerne, appunto, gratificazione sessuale. A volte vengono privilegiate alcune parti del corpo come mano, piede, gamba, orecchio, capelli, piuttosto che indumenti in contatto con parti sessuali: mutande, reggiseno, calze, giarrettiere. Il feticcio è, stranamente, ancora più potente ed attraente se è stato rubato (il feticista può essere anche cleptomane). Travestimento. Generalmente è il vestirsi da donna con modalità ricorrente e persistente da parte di un maschio eterosessuale. Tale manifestazione è realizzata per creare in sé un eccitamento sessuale che porta a un rapporto sessuale vero e proprio o alla masturbazione. E’, inoltre, presente una profonda frustrazione quando si verificano delle interferenze nella realizzazione del proprio travestimento. Zoofilia. Vengono utilizzati animali come metodo ripetutamente prescelto ed esclusivo per il raggiungimento dell’eccitazione sessuale. In pratica, l’atto o la fantasia di impegnarsi in qualche attività sessuale con degli animali è il metodo dominante prescelto o esclusivo per raggiungere l’eccitazione sessuale. La zoofilia è, in questo periodo storico, un comportamento alquanto insolito (perseguito giuridicamente). Lo si riscontrava soprattutto nelle campagne e in zone montane presso contadini e pastori in contatto diuturno con i branchi e le mandrie, per cui, tentati sessualmente dalle occasioni propizie e dalla lunga solitudine, essi cedevano al rapporto “bestiale”. Nell’antichità questa particolare attività non era considerata strana e neppure impura, come testimoniano varie leggende indiane, egiziane, greche e romane (agli invitati al banchetto, oltre al partner naturale, veniva offerto, a seconda dei gusti dell’ospite, un animale). Pedofilia. Di tutte la Parafilie, la pedofilia è quella che suscita e crea, a dir poco, profondi sentimenti di disgusto. Nel gratificare i suoi desideri sessuali, il pedofilo danneggia irrimediabilmente dei bambini innocenti. Questa inclinazione morbosa verso i bambini che non hanno ancora raggiunto la pubertà, spesso si conclude tragicamente, perché il pedofilo, si rivela in realtà un terribile criminale. Nella pratica clinica, si scopre che essi presentano un profondo disturbo narcisistico della personalità con gravi tratti antisociali. L’adescamento avviene, di solito, attraverso l’elargizione di regali in oggetti o in denaro. Il comportamento del pedofilo può assumere le forme più diverse, da carezze alla violenza, fino all’uccisione. Esibizionismo. E’ il gesto di esibire i genitali a qualche estraneo che non se lo aspetta, allo scopo, naturalmente, di raggiungere l’eccitazione sessuale, senza che vi sia il tentativo di compiere ulteriori attività sessuali insieme all’estraneo coinvolto. E’ insolito che l’esibizionista molesti con parole e con altri atti. Sembra che l’atto di mostrare i suoi genitali permetta all’uomo, per quanto curioso possa essere questo gesto, di riguadagnare un qualche senso di valore e di identità maschile positiva. Spesso rivelano una profonda insicurezza rispetto al loro senso di mascolinità. Gli esibizionisti spesso sentono di non aver avuto nessuna influenza sulle persone del nucleo familiare, e hanno pertanto dovuto ricorrere a misure straordinarie per essere notati. Ciascun atto esibizionistico, in chiave psicoanalitica, può pertanto rappresentare un tentativo di rovesciare una situazione infantile traumatica. Voyeurismo. Possiamo definirlo come l’altra faccia dell’esibizionismo; è il gesto di stare a guardare persone ignare, di solito estranei, mentre sono nude, o nell’atto di spogliarsi, o mentre sono impegnate in qualche attività sessuale, il tutto come metodo ripetutamente prescelto o esclusivo per raggiungere l’eccitazione sessuale. Rischio e segretezza sono gli elementi necessari della gratificazione che ottiene masturbandosi durante o subito dopo lo “spettacolo” da lui osservato, senza che la donna o la coppia se ne rendano conto o che siano d’accordo. Masochismo sessuale. Le fantasie legate a questo comportamento, per provare godimento sessuale, sono: essere legato, picchiato, violentato, oppure deriso ed umiliato (gesti di automutilazioni, quando sono presenti, hanno buona probabilità di essere ripetuti). Partecipa intenzionalmente a qualche attività nell’ambito della quale ha patito profonde lesioni fisiche oppure la sua vita è stata minacciata, allo scopo di produrre eccitazione sessuale, la quale si è quindi realizzata. Di solito si fa frustare da una donna pagata per questo, oppure chiede “punizioni” più sofisticate. Sadismo sessuale. Sadico è chi, per avere soddisfazione sessuale, deve dare dolore e umiliazione: infligge torture dalle più semplici alle più complicate. La sua vittima può essere non solo la donna, un uomo, un bambino, ma anche un vecchio o un animale. Il suo scopo è sempre lo stesso: far soffrire, talvolta fino alla morte. Ma egli è un tormentatore più che un assassino, che si serve di strumenti d’offesa accuratamente scelti (catene, fruste, uncini, biglie e altri ancora). … l’argine delle carenze.

DISFUNZIONI PSICOSESSUALI

La maggior parte delle disfunzioni sessuali descritte nel DSM IV sono categorizzate come disturbi (intesi come sintomi che si esprimono nel somatico disturbando la funzione sessuale) del desiderio, dell’eccitamento o dell’orgasmo. Oggi questi malesseri hanno maggior frequenza del raffreddore e un’alta percentuale dei casi sono psicogeni, cioè conseguenza diretta di una “immaturità” psicologica. Tabù vecchi e nuovi, paura ed inibizioni, in queste manifestazioni, si sprecano. Queste difficoltà sono legate alla relazione sessuale, la quale si esprime attraverso la seguente sintomatologia: impotenza, eiaculazione rapida, ritardata o impossibile (uomo); anorgasmia, dispareunia (donna). Impotenza. La “serenità” del rapporto sessuale può essere insidiata da una serie di fattori psicologici abbastanza comuni e altrettanto frequenti. E’ la cosiddetta impotenza psicogena, che può facilmente sfociare, se non ne vengono individuate e sradicate le cause, nell’impotenza cronica (è come se ci si “escludesse dal gioco” per timore di fallire). L’impotenza funzionale (in assenza di cause organiche come malattie e malformazioni) è, indubbiamente, vissuta in modo estremamente drammatico e devastante perché l’attività sessuale è considerata, da alcuni, come fonte di sicurezza e potenza maschile. Questo disturbo (non-scambio con l’esterno) può essere interpretato, da un punto di vista psicosomatico, come un tentativo di tenere sotto controllo il più possibile una situazione vissuta pericolosa per l’equilibrio psicofisico. Questo particolare “atteggiamento” lo possiamo riscontrare anche in ambiti diversi (lavorativo e sociale) da quello sessuale. Il timore di fallire, di non essere all’altezza (timore del giudizio) delle aspettative può essere alla base di questa sorta di paralisi dell’istinto sessuale, dell’iniziativa e della creatività. Eiaculazione precoce. E’ anch’essa una modalità difensiva maschile nei confronti di una sessualità in qualche modo temuta. Il “tempismo” nell’intimo incontro con il femminile, fino ad impedire un vero e proprio contatto, può infatti avere un significato aggressivo nei confronti della partner, che spesso viene percepita come troppo esigente e competitiva, oppure può costituire una vera e proprio fuga per sottrarsi all’angoscia legata al rapporto sessuale stesso. Sono persone particolarmente ansiose con una mentalità, spesso, spiccatamente razionale. Anorgasmia. L’incapacità o comunque la difficoltà a raggiungere l’orgasmo è la più diffusa tra le disfunzioni sessuali femminili. Anche in questo caso, la causa principale è da imputare ad un’educazione particolarmente restrittiva. Un eccessivo autocontrollo non permette di lasciarsi andare e, quindi, fidarsi dell’altro o delle emozioni che suscita l’intimità. Dispareunia. In questo disturbo i rapporti (in assenza di cause organiche) sono difficoltosi e dolorosi. Spesso è una reazione di rifiuto, il più delle volte consapevole, nei riguardi della sessualità. Questa manifestazione è legata, in modo particolare, ad un partner e al suo atteggiamento. L’intervento terapeutico elettivo sarà volto a sciogliere le tensioni corporee attraverso metodiche ipnotiche ed esercizi di rilassamento. Come abbiamo potuto vedere, in questa breve esposizione, il fenomeno “sessuale” è più complicato di quanto generalmente presupponiamo. Questo fenomeno, oltre ad essere intriso di paura, può essere vissuto come una minaccia in quanto attraverso l’orgasmo si scatena una forza istintuale che non possiamo “controllare”. La capacità di autocontrollarsi facilita notevolmente la vita sociale, ma è anche al tempo stesso espressione di non spontaneità. Autocontrollo significa che tutti gli impulsi “sgraditi” alla comunità devono, in qualche modo, essere repressi. In questo modo l’impulso diviene “invisibile” anche se resta da chiedersi che cosa ne sarà dell’impulso “bloccato”. Dato che l’impulso per sua natura tende alla realizzazione, esso tenderà a mostrarsi nuovamente, e così l’essere umano deve costantemente investire energia se vuole continuare a reprimere e a controllare l’impulso represso (diventa evidente il motivo per cui si ha paura della perdita del controllo). Se tutto ciò, infatti, emergesse, la situazione diventerebbe sì “sincera”, ma socialmente molto discutibile, “per questo è bene sapersi controllare” anche quando non si è lesivi verso se stessi, la società ed il partner. Mettendo in atto, pertanto, questa particolare “difesa” sia l’uomo che la donna possono sviluppare difficoltà e creare stati confusionali nella sfera sessuale. Entrambi si trovano davanti a pretese assurde a causa dell’importanza che il gruppo sociale di appartenenza dà alle prodezze sessuali facendone un metro di riuscita personale come un indice di successo (potenza) nelle relazioni sociali. Stimoli negativi, quindi, possono influenzare, in maniera diversa, sia il maschio che la femmina: nessun partner è immune. La maggior parte di tali disagi sono creati anche da tensione, ansia e, molto frequentemente, dalla paura di fallire e di essere rifiutati (o, ancor peggio, ridicolizzati). Il rapporto sessuale è caratterizzato da sottili equilibri, basta poco per rompere l’incantesimo: schemi mentali che portano a cattivi pensieri, stress e, soprattutto, incomprensioni con il partner (non si è più, in realtà, sulla stessa lunghezza d’onda). Se si tiene conto di quanto esposto appare evidente che l’atto sessuale, ormai separato dalla procreazione, assolve, fondamentalmente, il soddisfacimento di bisogni psicologici la cui importanza assume un ruolo ben più rilevante del piacere fisico nel quadro della qualità della relazione fra i partner. Il territorio, su cui ci si esprime, deve essere uno spazio di gioco creativo e di fantasia in cui l’impegno a trovare le reciproche strade del “benessere” dovrà essere la prerogativa principale. Il piacere del partner non può costituire una preda da razziare, ma un dono che si è liberamente offerto in cambio del nostro.

Ninfomania (furore uterino). E’ un intenso desiderio erotico che la donna non riesce a soddisfare per mezzo del coito e dell’orgasmo procuratole. Si passa da un uomo all’altro, nella disperata ricerca del soddisfacimento e nell’illusione che la causa della sua insoddisfazione sia soprattutto imputabile all’altro: al maschio. E’ un fenomeno abbastanza raro che spesso viene confuso con un forte temperamento erotico. Nei casi acuti è sintomo di una gravissima degenerazione psichica. La ninfomania cronica, molto più frequente, è a volte complicata da un quadro clinico ossessivo. Le donne colpite da questa forma attenuata sono schiave della loro immaginazione: nel loro pensiero tutto si colora di sessualità e l’oggetto più lontano dal simbolismo sessuale diventa afrodisiaco. Il sogno lascivo si manifesta la notte mentre allo stato di veglia esse sono ossessionate da un vero e proprio eretismo cerebro – sessuale. Le ninfomani croniche sono affette da ‘libido insatiata’, anafrodisia che impedisce la conclusione benefica di un’eccitazione sessuale.

Satiriasi. Il corrispondente maschile della ninfomania. E’ un desiderio erotico maschile molto forte, incontrollabile, che non trova soddisfazione nel rapporto sessuale e nell’orgasmo comunque raggiunto. La satiriasi deriva da un disturbo centrale che può essere acuto o cronico e che include la possibilità di un delirio allucinatorio a contenuto erotico. Chi ne è affetto può anche giungere, nell’impossibilità di soddisfare la passione sessuale, alla follia furiosa. Al sommo della crisi il malato è in uno stato incoercibile di fregola durante il quale gli si oscura la coscienza. Una nuova fase della libido può prodursi anche subito dopo l’eiaculazione: il soggetto sembra in perenne stato di turgescenza. Può essere all’origine delle peggiori perversioni sessuali, perlomeno nel campo dell’immaginazione.




SESSUALITA’ E DINTORNI…

L’atteggiamento di ogni individuo di fronte alla sessualità “parte” nell’infanzia: esso viene influenzato da ciò che si vede nei genitori, dalla valutazione del ruolo, dalla posizione familiare e dalle debolezze fisiche. Spesso tale fenomeno è risultato di un “errore” evolutivo che continua nel tempo: viene “contratto” nell’infanzia e poi costantemente ripetuto. Da questo “errore” ogni individuo potrà liberarsi soltanto orientando la sua personalità verso una nuova strada, una nuova meta, un nuovo stile di vita. Si comincia a reagire ad una situazione della vita nel suo insieme, e non ad un solo aspetto di essa che può venir deliberatamente presentata… risulta davvero difficile ingannare i bambini su quello che li circonda (dinamiche affettive, sociali, comportamentali). In linea di massima, possiamo dire che i fanciulli di ogni generazione esprimono nel loro comportamento le “difficoltà” che affliggono le figure di riferimento. Il grado di rivalità che esiste fra i due sessi si può già percepire osservando l’attività ludica dei bambini: una lotta fra maschi e femmine per la conquista del potere. Un attrito piuttosto vivace e continuativo, ad esempio, tra i genitori avrà naturalmente l’effetto di rivelare al piccolo gli aspetti sgradevoli e pericolosi della relazione amorosa. La forte supremazia di un genitore sull’altro può riflettersi sulla valutazione che il bambino dà al proprio ruolo sessuale. Se la figura dominante è il padre, il figlio può pensare che non riuscirà mai ad eguagliare la sua autorità e la sua virilità. Proprio per questo motivo, molti figli di persone “importanti” sono spesso scoraggiati, hanno notevole difficoltà nello scegliere la professione o addirittura possono scegliere “percorsi” pericolosi. Se invece chi controlla e domina è la madre, il figlio può opporsi a lei con successo, e spesso troviamo che i grandi uomini hanno avuto madri con una personalità eccezionalmente forte. Altre volte il figlio può soccombere e rimanere per tutta la vita fragile (debole), viziato e dipendente dalla questa figura dominante. La ragazza che si sente detronizzata da una madre simile, rivolge la sua attenzione al padre, lo prende come modello, e sviluppa dei tratti particolarmente “virili”. Se il padre è debole ed irresponsabile e il nucleo familiare è mandato avanti solo dalla madre, la ragazza svilupperà nella sua mente l’immagine che le donne possono benissimo bastare a se stesse e quindi assumerà una fiducia in se stessa di tipo maschile. Quando una ragazza vede che sua madre ottiene dal partner tutto quello che vuole con le carezze e le effusioni amorose, può prendere esempio da lei su come si deve trattare il “sesso forte”. I ragazzi che hanno imparato il modo di farsi amare dalla madre si scelgono delle mogli dalle quali si fanno amare nello stesso modo. le ragazze che hanno combattuto contro il loro padre saranno portate a scegliere un marito contro il quale esse potranno continuare la “battaglia” da tempo iniziata. Un marito che ha una moglie infedele è qualche volta un soggetto che è stato trascurato dalla madre. Queste ripetizioni si verificano per il bisogno che si ha per mantenere e continuare il proprio stile di vita. La difficoltà che incontra un fanciullo quando viene detronizzato da una sorella più giovane, o di un ragazzo unico maschio in una famiglia di donne, o viceversa una fanciulla detronizzata da un fratello più giovane e privilegiato, rappresentano l’ennesima testimonianza della lotta continua che ogni figlio deve sostenere e che può scoraggiarlo nel raggiungimento della sua posizione sociale e del ruolo sessuale. L’idea della superiorità e della virilità sono così strettamente connesse che un fallimento in un settore anche diverso da quello sessuale può far sorgere nel bimbo il dubbio di non essere abbastanza virile. Nel linguaggio comune usiamo spesso metafore sessuali. Per esempio alla frase “è un debole” è stato sostituito la locuzione più efficace e colorita “è una femminuccia”. Questi modi di dire possono essere resi ancora più efficaci usando dei confronti fisici. Non usiamo forse per esprimere dolore “il mio cuore sanguina” oppure raffigurare la paura con l’espressione “è come se le mie gambe fossero di gelatina” o ancora esprimere un turbamento affermando “mi gira la testa”? Tutti gli organi del corpo, non solo quelli sessuali forniscono parecchio materiale analogico: per esempio il ragazzo che manifesta il suo scoraggiamento con la frase “mi sento una femminuccia” può spingere più oltre il suo paragone, può avere la sensazione e comportarsi come se stesse dicendo “i miei organi genitali non sono virili”. Così la bambina può esprimere la sua delusione di non essere un maschio dicendo “sento che mi manca qualche cosa…” La masturbazione (si veda l’articolo “La solitudine del piacere”) dei bambini può essere considerata a seconda dell’intensità un segno di scoraggiamento. L’attenzione del piccolo si è concentrata, in forma angosciosa, su se stesso, ed egli esprime il senso di debolezza con questo “atto”, con il linguaggio degli organi. Naturalmente non bisogna preoccuparsi della masturbazione infantile, ma piuttosto distrarre l’attenzione del bambino da se stesso e dirigerla verso interessi esterni, ed inoltre rassicurarlo che non si può cambiare sesso, che i ragazzi crescono e diventano degli uomini e le ragazze delle donne. Quando la madre dà troppa importanza alle prime esperienze sessuali il bambino è portato a sopravalutarne il significato. Magari è un po’ spaventata, si preoccupa troppo del suo bambino, parla con lui di queste cose e, a seconda della sua educazione ricevuta, lo rimprovera. Ora sappiamo che a molti bambini piace essere al centro dell’attenzione e spesso un bambino insiste nelle sue abitudini proprio perché queste gli vengono rimproverate. E’ molto meglio non sopravalutare la questione sessuale, ma trattarla come un fenomeno naturale e, se non ci si dimostra impressionati di fronte ai piccoli, tutto riesce più facile e di breve durata. E’ durante l’adolescenza che si nota se il bambino è adeguatamente preparato al ruolo sessuale che deve svolgere. Per quasi tutti i ragazzi, l’adolescenza - spesso manifestata con grande esuberanza - significa soprattutto una cosa sola: dimostrare che non si è più bambino. Molte manifestazioni adolescenziali sono semplicemente il risultato del desiderio di dimostrare indipendenza, eguaglianza con gli adulti, virilità o femminilità. Il carattere di queste manifestazioni dipendono dal significato che il bambino ha attribuito a certe esperienze vissute in quel particolare nucleo sociale. Un bambino che non è stato preparato ad affrontare la vita in modo adeguato è disorientato e sperimenta un profondo disagio di fronte a queste problematiche. Nei rapporti sociali appare timido e riservato, con tendenza a isolarsi restando chiuso in casa e, di fronte al problema del lavoro, non sa trovare professione che lo attragga perché si sente incapace di tutto. Nei riguardi dell’amore e del matrimonio è ostacolato dal suo imbarazzo nei confronti dell’altro sesso con cui evita di avere contatti. Se qualcuno gli parla arrossisce e non trova parole per rispondere. Altri, invece, possono diventare arroganti, ipercritici nei riguardi dei loro genitori, e possono spingere la loro ribellione sino al punto di cacciarsi in pericolose avventure sessuali. Essi possono mettersi “volutamente” nei pasticci per dimostrare ai genitori di aver ancora bisogno di affetto oppure per rassicurarsi, come il figliuol prodigo, del continuo affetto dei genitori e della loro fiducia. La sessualità può rappresentare la via più breve per dimostrare una certa indipendenza senza per questo dover affrontare le vere responsabilità dell’età matura. Di solito, comunque, gli adolescenti cercano di tenere in disparte la sessualità, almeno in un primo tempo (proprie per le sensazioni devastanti che essa evoca), e preferisce gli amori romantici, specialmente quelli che si configurano come una relazione impossibile. La tendenza comune agli adolescenti di innamorarsi di eroi, cantanti ed attori non dev’essere derisa dai genitori. Tale “infatuazione” ha lo scopo di far guadagnare il tempo necessario per l’adattamento a queste nuove turbolenze emotive. Anche il “piacere solitario”, che generalmente compare in questo periodo, dev’essere considerato un mezzo per prendere tempo. Soltanto se tale attività si presenta in forma ossessiva e accompagnata da forte senso di colpa può essere motivo di sofferenza. Il fanciullo medita su questa “debolezza” e considera la masturbazione come prova di una propria preesistente mancanza di volontà.. Sorge quindi il problema di come riuscire a controllarsi, ma questa difficoltà non fa che accentuare le sue fantasie tentatrici, e scoppia un profondo conflitto interiore tra il “bisogno” e la “volontà” con il risultato che il bisogno di masturbarsi e l’autocondanna si accentuano sempre più. La sessualità, da un problema oggettivo diventa una lotta soggettiva contro i propri desideri intimi. Questo conflitto interiore rappresenta un’evasione dal vero problema della sessualità e deve essere quindi considerato un alibi di natura emotiva. Il soggetto può dire a se stesso: “Se soltanto non avessi questa debolezza, quante cose potrei fare”. In generale i disturbi emotivi di natura sessuale possono essere considerati un mezzo per evitare di affrontare l’esperienza diretta e per procurarsi un alibi in caso di fallimento. Questo fenomeno, quando si verifica in un adulto, denota un certo grado di insicurezza. Egli affronta il problema in uno stato di estrema tensione, terrorizzato dal pensiero di perdere il proprio prestigio qualora fallisse. La sua mente è perciò concentrata unicamente su se stesso, mentre dovrebbe essere concentrata sul partner: godersi senza vincoli questa “folle passione”, liberamente questi attimi unici ed esplosivi. Qualche volta egli adduce pretesti irrilevanti: si lamenta perché le situazioni e le condizioni non sono come - a suo dire - dovrebbero essere, oppure perché la compagna ha detto o ha fatto qualcosa che gli ha dato fastidio. Egli può quindi attribuire il suo fallimento a questi fattori che l’hanno “fuorviato (attività masturbatoria anziché il rapporto sessuale “adulto”, impotenza), così il suo prestigio è salvo. Spesso il suo interesse tende a diminuire quando si accorge che l’interesse della compagna sta invece aumentando, perché il suo atteggiamento è vissuto come una incalzante competizione o invadenza, e non è raro che gli uomini preferiscono una donna “imbranata” e passiva, che non prenda iniziative e che non ostacoli la loro supremazia. Non dobbiamo dimenticare che in questo periodo storico, in cui le donne possono liberamente scegliere e decidere autonomamente, i disturbi sessuali maschili sono aumentati in maniera impressionante: il maschio è stato messo all’angolo. L’impotenza, come ogni debolezza, si converte gradualmente nella sua compensazione e può essere usata per creare negli altri uno stato di ansiosa aspettativa. Altre volte si può avere il desiderio di vendicarsi della donna lasciandola insoddisfatta e dimostrando un disprezzo per il suo “fascino”. L’impotenza può anche non essere l’espressione di un rancore verso la compagna, può essere, per esempio, una reazione dell’uomo di fronte a una donna troppo possessiva, invadente, avida o dominante. Per la donna è abbastanza rassicurante constatare che il maschio è “inferiore” alla femmina nell’ambito sessuale. La donna può compiere, o almeno permettersi, l’atto sessuale ripetutamente e in qualsiasi momento, mentre l’uomo è spesso condizionato dalle sue condizioni fisiche, dallo stato d’animo e dalla situazione del momento. Ne consegue che “tutti” gli uomini, chi più chi meno, sono sempre più ossessionati dalla paura del fallimento e dell’impotenza. L’eccessiva importanza che viene attribuita alla potenza sessuale, produce, nell’uomo che fallisce, una immensa vergogna, che sembra invalidare tutta la sua personalità, e che lo può inibire per lungo tempo dal tentare nuovi rapporti sessuali. Un’altra ragione di fallimento può essere rappresentata dal fatto che la donna venga influenzata dalle angosce dell’uomo; se poi essa considera il fallimento come un’offesa personale, di non essere più attraente, sensuale e erotica i guai non finiscono più. Le cose si aggiustano sono se c’è comprensione, desiderio e volontà nel risolvere tali problematiche. E’ necessario soprattutto che si attenui questa paura, questa infinito stato di tensione e che ogni eventuale fallimento venga minimizzato - da entrambi - con affettuoso umorismo.




Omosessualità… orientamenti diversi

Conosciuta fin dall’antichità, dov’era accettata dai greci, l’omosessualità è ancora oggi, nell'anno 2015 d.c., una “faccenda” del tutto aperta e controversa. Varie scuole di pensiero hanno cercato di spiegarla, ma il suo carattere psichico è apparso molto lentamente e confuso. Alcuni “antichi” studiosi, in particolare Krafft – Ebing, la collocano nelle perversioni sessuali: deriverebbe da una degenerazione congenita. La conclusione di tali affermazioni è comprensibile in quanto tale fenomeno proviene da esperienze e ricerche effettuate in settori specifici: archivi polizieschi e ambienti criminali. Non stupisce, pertanto, che queste convinzioni siano presenti ancora oggi nei modi di pensare di molte persone comuni. Contemporaneo di Freud e di Krafft – Ebing, il medico inglese Havelock Ellis tentò per primo di demistificare l’omosessualità dimostrando che non è affatto congenita, ma sempre acquisita. Contro le affermazioni di Krafft – Ebing e i suoi allievi ne affermava il carattere puramente psichico. Anche Freud, nella sua “Psicoanalisi”, doveva affrontare il “problema”. Critica l’organicismo di Krafft – Ebing ma non accetta neppure la tesi di Haverlock, che non permettono di capire come mai solo certi individui reagiscono manifestando “omosessualità”. Freud forse è l’unico a sottolineare l’importanza di una certa “costellazione psicologica”, che sembra peraltro decisiva, ma non nega la possibilità di fattori organici. Quello che sembra decisivo nella genesi dell’omosessualità, a suo dire, è una fissazione infantile alla madre, che porta il bambino a cercare adolescenti che gli somigliano. Havelock aveva gia sottolineato l’importanza di questa scelta chiamandola “narcisismo”. Lo studio del complesso di Edipo

“””Il complesso di Edipo definisce un momento fondamentale dell’esistenza infantile, caratterizzato da una tenerezza violenta per la madre e da una affettività ambivalente per il padre. Freud vi riconosce il “complesso nucleare”, fonte di tutte le nevrosi. Freud assume a simbolo la tragedia di Sofocle re, che traduce nel suo parossismo il desiderio d’uccidere il padre e realizzare l’incesto con la madre. Lo studio della nevrosi permette a Freud di descrivere la formazione di questo complesso, diversa a seconda del sesso ma non quanto a struttura. All’inizio, il primo oggetto d’amore d’ogni bambino è la madre. Pur amando il padre, arriva ad augurarne la morte, per eliminarlo come rivale. Questo mescolarsi d’odio e amore è chiamato da Freud ambivalenza. Ma il bambino teme che i suoi auguri di morte siano “percepiti” dal padre. Questa paura si manifesta sotto forma d’angoscia di castrazione. Il bambino allora rinuncia alla madre come primo oggetto di desiderio. Nella bambina il complesso di castrazione non segna la vita del complesso di Edipo, ma il suo inizio. Quando scopre la differenza dei sessi, ne prova un profondo dispetto, e ne incolpa la madre. Quest’odio verso la madre la spinge verso il padre. Il desiderio di avere un pene si trasforma in desiderio di avere un figlio dal padre. Quando rinuncia a questo desiderio accede alla sessualità adulta (fase genitale). Ma può accadere che il bimbo non rinunci mai alla madre come primo oggetto di desiderio. La fissazione alla madre può portare all’omosessualità o alla nevrosi ossessiva. La fissazione della bambina al padre può portare ad una generale colpevolizzazione della sessualità sotto forma di isteria o frigidità… le attuali concezioni scientifiche giudicano la forza del complesso e la sua espressione variabili da una società all’altra a seconda delle forme di organizzazione della famiglia…”””

e del suo possibile fallimento doveva rendere possibile un approfondimento della genesi dell’omosessualità. Mentre per l’uomo sembra decisiva l’identificazione alla madre, per la donna è la fissazione al padre a rischiare di provocare l’omosessualità. L’elemento decisivo sembra il complesso di castrazione: se la bambina non riesce ad accettare la differenza dei sessi, non può staccarsi dall’identificazione al padre e rischia di diventare omosessuale. Nel bambino la comparsa dell’omosessualità sarà decisa dal modo in cui ha risolto il complesso di edipico e attraversato il periodo della pubertà. Condannata in certi paesi da leggi severe, ammessa in altri, l’omosessualità è ancora oggi oggetto di cattiva considerazione… spesso violenta, anche nelle nuove generazioni. Non è possibile comunque descrivere un profilo generale e fedele di questo fenomeno. Esistono infatti tutti i gradi nel modo di presentarsi fra il soggetto chiaramente effeminato e che vuole mostrarsi come tale, il soggetto che passa del tutto inosservato, e il soggetto, al contrario, si comporta virilmente nelle azioni, nei discorsi e negli sports. Allo stesso modo tutte le sfumature esistono tra l’omosessuale vergognoso, pieno di sensi di colpa che teme lo scandalo e ricerca in tutti i modi, compreso il matrimonio, di nascondere le sue inclinazioni e l’omosessualità che si dichiara come tale, che si fa notare, che sceglie la cultura caratteristica di questo ambiente (gergo, riviste, locali pubblici) o una militanza più o meno provocatoria. L’oscurantismo e i pregiudizi sociali di cui l’omosessuale è oggetto, è stato chiamato in causa per spiegare certi tratti della sua relazione con l’altro. Questo comportamento sessuale in genere nascosto e clandestino imprime alle persone un certo modo di apparire. L’aspirazione ad una relazione di coppia è frequente, ma la sua realizzazione “incerta”, per una certa instabilità sessuale più che affettiva e per complicazioni passionali frequenti (gelosia, minacce di vendetta, ricatti, tentativi di autosoppressione) che spiegano l’alternarsi di rotture e di riconciliamenti provvisori. I tratti di personalità più spesso segnalati sono la suscettibilità, l’assenza di aggressività manifesta, attenzione al conformismo sociale. Dobbiamo ricordare che solo una piccola percentuale di omosessuali giungono a una consultazione per i certi conflitti sociali. Spesso la richiesta di un consulto medico o psicologico proviene dall’ambiente familiare, dopo aver scoperto, a loro dire, questa scandalosa anomalia…. L’unica cosa che rimane all’interessato, non avendo nessun reale bisogno di trattamento, è un compromesso. In altri casi, soprattutto negli adolescenti, può essere ragionevole una consultazione psicologica per tratti ansiosi e depressivi. Oppure quando è presente una sofferenza emotiva centrata sul senso di colpa, sul problema immaginario, piuttosto che reale, dovuto alla sensazione di incompletezza e di insuccesso.


… al FEMMINILE

L’omosessualità femminile appare, generalmente, rispetto al comportamento maschile, più “discreta" meno appariscente. Le donne, in realtà, non sono meno numerose degli uomini esclusivamente omosessuali. Il loro comportamento viene così poco notato e valutato che vivere insieme è più facile a due donne che a due uomini: nessuno si meraviglia che una donna condivida l’appartamento con un’amica e faccia coppia fissa con lei. Perciò le donne sentono, in genere, la propria “diversità” in misura molto minore degli uomini. Le donne inoltre ricorrono a vari modi e mezzi di contatto erotico e di soddisfazione sessuale: come nel caso degli omosessuali maschi, si tratta dei medesimi atti che la coppia eterosessuale compie come preliminari erotici e per masturbarsi fino all’orgasmo. Contrariamente all’opinione comune, la penetrazione in vagina d’un oggetto che simula un pene, o più modernamente un vibratore con tecnologia super moderna, è poco frequente. Poiché, ovviamente, di solito le donne conoscono meglio degli uomini la sessualità femminile, il raggiungimento dell’orgasmo tra persone dello stesso sesso è solitamente più facile che fra le donne eterosessuali. Vi è però da rilevare che la frequenza media dei rapporti lesbici è piuttosto bassa; e, che, a brevi periodi in cui i contatti sono frequenti, se ne alternano altri di prolungata astinenza. Fra le donne, alcune assumono verso la partner un ruolo “maschile” oppure “femminile”; ma spesso l’uno o l’altro di questi ruoli s’inverte. Altre donne, invece, li considerano una imitazione inutile del rapporto eterosessuale. Vi è poi da notare che, diversamente dall’omosessualità (e eterosessualità) maschile il lesbismo si esprime, come si è detto, più frequentemente con manifestazioni affettive che non contatti sessuali; contatti, peraltro, privi di quelle manifestazioni (violenza, sadismo, voyeurismo, esibizionismo) che sono tipicamente maschili. La lesbica è anzitutto una donna. Ciò spiega perché la sua vita affettiva sia essenzialmente femminile, basata appunto più sui sentimenti che sul rapporto fisico, del quale essa può anche non avvertire la necessità. Per la donna in generale, e per la lesbica in particolare, il contatto sessuale non ha la stessa impellenza (a parte alcuni quadri clinici particolari) che ha per l’uomo: e questo perché il lesbismo, come la sessualità femminile in genere, è in grado di trovare nei rapporti affettivi altre fonti di soddisfazione e di appagamento, al di fuori dell’orgasmo, che per l’uomo hanno un richiamo più debole quando addirittura non sia inesistente. Il lesbismo, dunque, è molto meno “materiale” e assai più “spirituale” di quanto comunemente si creda. In conclusione, per il lesbismo valgono le stesse considerazioni di fondo che si sono fatte per l’omosessualità maschile. La lesbica, in quanto tale, NON è malata, NON è nevrotica, ma un essere umano UGUALE a tutti gli altri, eccetto per quello che riguarda la sua tendenza sessuale e affettiva. Come gli omosessuali maschi, le lesbiche sono una minoranza la cui “diversità” deve essere considerata nei suoi termini reali, a cominciare dal fatto che una diversità molto relativa. Una minoranza che ha pieno diritto di esprimersi, di essere ascoltata, conosciuta, compresa e accettata perché non offende i principi della morale universale, non è una degradazione del sesso e dell’amore né una menomazione di ciò che è profondamente e positivamente umano.

Girando per Ferrara, in un pomeriggio di mezza estate, nel lontano 2000, vidi due ragazzine poco più che adolescenti che si baciavano, non curanti dei passanti, sedute su alcuni gradini di un vecchio edificio adiacente ad una strada principale … l’unica cosa davvero "DIVERSA" che mi ha colpito è stata la loro passione, la loro spontaneità, la loro delicatezza, la loro sensibilità e, ancora, la loro PROFONDA tenerezza … il loro grande AMORE!


Conclusioni.

E’ ancora molto diffusa l’opinione che l’omosessualità sia una specie di malattia, se non un vizio. In realtà è semplicemente una variante del comportamento sessuale usuale. Perciò se un omosessuale si differenzia solo per il suo comportamento diverso da quello della maggioranza eterosessuale, rappresentata dai “normali, e non presenta alcun sintomo sicuramente riferibile a situazioni patologiche, non può essere considerato un “malato”. L’omosessuale autentico si sente ben integrato nella propria tendenza e non prova sentimenti di colpa; anzi si ritiene, a suo modo, “naturale”. Proprio quanto l’eterosessuale, può lamentare disfunzioni genitali, come eiaculazione precoce e impotenza; o essere sadico, masochista feticista e così via, in modo morboso. Ancora molto diffusa, e persistente, è l’idea che l’omosessuale, anche femminile, sia una nevrosi. E’ vero che un gran numero di omosessuali presentano sintomi nevrotici, ma il più delle volte appaiono dovuti non all’omosessualità in sé, ma alla disapprovazione sociale. Al punto che il suicidio è più frequente fra gli omosessuali che fra gli eterosessuali. Se un uomo (o una donna) si sente a suo agio nella propria omosessualità, se l’ha integrata nella propria vita, nessuna cura gli può fare effetto. Egli non prova alcun desiderio di cambiare, considera un’aggressione ogni tentativo di indurlo all’eterosessualità… sta alla larga da psicologi, psicoanalisti, psichiatri. Per ciò che riguarda l’attività erotica, la coppia omosessuale compie, se si esclude il coito vero e proprio, i medesimi atti della coppia eterosessuale. Quindi non sono, di per sé, atti omosessuali, ma ne assumono il significato quando vengono eseguiti da due uomini o due donne. Si crede comunemente che nel coito anale omosessuale vi siano sempre, in analogia con quello eterosessuale, due ruoli opposti e permanenti: un individuo che fa la parte del maschio (il penetratore, l’attivo) e un altro che fa quello della femmina (il penetrato, il passivo). Questi due ruoli esistono, ma spesso non sono esclusivi, perché vi sono omosessuali che li assumono alternativamente; anzi, questa e altre pratiche omosessuali non sono attive né passive, ma l’una e l’altra cosa insieme, proprio come accade fra gli eterosessuali. Gli omosessuali sono stati accusati anche di essere incapaci di amore, o comunque di non amare come gli eterosessuali. Per smentire questo pregiudizio basta considerare che il concetto di amore spirituale fra uomo e donna discende da Platone (da cui amore platonico), il filosofo greco che, pur riferendosi all’omosessualità, ne ha parlato sotto un aspetto valido per tutti. Esistono, è vero, omosessuali incapaci di amore, come ve ne sono fra gli eterosessuali. Ma chiunque si sia avvicinato al loro mondo sa bene che fra essi si può trovare l’intera gamma dei sentimenti amorosi e di odio, di felicità e infelicità, di fedeltà o di infedeltà. Non deve MAI essere dimenticato che l’omosessuale è un essere umano simile a tutti gli altri, salvo per quel che riguarda la sua tendenza sessuale e affettiva. Non si può fare l’identikit dell’omosessuale più di quanto si possa fare quello dell’eterosessuale. I tipi omosessuali che la gente conosce e dei quali sente parlare vanno dall’artista o dall’intellettuale circondato dalla sua corte di giovani, all’individuo che frequenta i gabinetti pubblici, i parchi, i cinema in cerca di compagni occasionali; dal pederasta che insidia i ragazzini, al gay che si batte per il riconoscimento dei suoi diritti civili. Costoro sono la parte emergente, la più piccola, della totalità del mondo omosessuale. Al di sotto di questo iceberg appariscente esiste, di gran lunga più vasto, il mondo omosessuale invisibile, ignorato da psicologi, dai criminologi, dalla stampa: è il mondo degli omosessuali che vivono una vita riservata quanto quella dell’immensa massa delle persone comuni. Riservata, ma contrassegnata molto spesso dalla solitudine, dall’isolamento, dall’impossibilità di esprimersi… una condizione per NULLA “anormale” in cui da curare c’è solo il pregiudizio.

… NON dobbiamo dimenticare che il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) nel 1973 ha tolto le “omosessualità” dall’elenco dei disturbi mentali, mettendole in relazione a una delle tante manifestazioni della sessualità umana…



Divorzio…

quando i rapporti finiscono.

… schiodarsi dalla routine è fondamentale perché tutte le abitudine quotidiane, troppo consolidate e ripetitive, fanno “sbandare” i rapporti… l’amore felice, oltre a far spiccare il volo, creare, illuminare e ringiovanire completamente, cura meglio di un farmaco: migliora la circolazione, toglie quella fastidiosa cefalea, rinforza le difese immunitarie, rende “leggeri” (non si ha più bisogno di compensare un vuoto affettivo), allontana insonnia e ansia… nell’amore contano le emozioni vissute e le sensazioni che il rapporto attiva in modo naturale e spontaneo, senza forzature o rompicapo…

Arriva un bel giorno che vivere insieme diventa un inferno. Una unione che sembrava indistruttibile poco alla volta o all’improvviso salta, crolla come un gigante d’argilla. I motivi possono essere tantissimi: tradimento, violenza, mancanza di entusiasmo e di passione, noia, incomprensione, difficoltà economiche, calo della libido. Il divorzio, anche se non fa più notizia, non riguarda esclusivamente il puro e semplice scioglimento del vincolo matrimoniale, ma coinvolge aspetti emotivi particolarmente dolorosi - difficili da gestire - quali ad esempio abbandono, distacco e separazione; l’addio innesca una infinità di problematiche psicologiche e pratiche (il tutto deve essere affrontato immediatamente). “Divorziare in allegria” è sicuramente uno slogan per qualche commedia popolare e, comunque, stando ai dati oggettivi è sicuramente una locuzione decisamente anacronistica. In questo fenomeno, se si presta attenzione, la vera sofferenza non si concretizza automaticamente con la separazione, ma l’infelicità era già presente quando la coppia, a se stessa e agli altri, si sforzava di dire “E’ tutto normale, tutto funziona alla meraviglia … tutto come prima”: il rapporto era già una prigione invisibile, un’atmosfera di perenne tensione, in breve un fenomeno di sofferenza per entrambi i coniugi. Non sempre la sofferenza è prerogativa per forza solo a chi sperimenta il sentimento di abbandono: anche chi lascia può portare il peso di questa rottura (senso di colpa, attaccarsi ai ricordi, cercare di mantenere a tutti i costi un rapporto di amicizia per rendere il distacco meno traumatico). La separazione porta sempre con sé tristezza, amarezza profonda, malinconia, dolore e perché no, anche paura. Vivendo per molto tempo una vita di coppia si finisce per perdere di vista la propria individualità (perdita del lavoro, degli amici, interessi) e quando un membro della coppia si allontana ci si sente smarriti, come se si avesse perso una parte di se stessi (fenomeno ben evidenziato nella depressione). Il vero dolore comunque viene amplificato dalla resistenza, dallo sforzo di fare andare le cose diversamente, dal tentativo di cancellarlo: quando una storia è finita è finita. Non ci si rende conto che in questo modo la sofferenza la si fa diventare ancora più forte (tenere il cervello concentrato su quel unico pensiero non si fa altro che alimentarlo). Il fingere un amore e un piacere che non si prova più è devastante ma soprattutto apre le porte silenziosamente alle malattie psicosomatiche. Se la storia è finita, è segno che l’alchimia dell’amore si era spenta da tempo. Se non ci si sente più attratti da qualcuno e il suo odore dà persino fastidio non ci sono dubbi: è finita. Inutile raccontarsi che ci si ama, che si è legati da tante cose: per quanto dorata sia una gabbia è sempre una gabbia. Quando si arriva a questo particolare rapporto, il divorzio - se veramente non si ha più niente da dire - diventa la soluzione ideale per porre fine definitivamente alla giostra di infelicità per uno o entrambi i partner. Se la convivenza è giunta a sfaldarsi, evidentemente significa che le cose non andavano poi così tanto bene: è l’occasione per uscire da una vita chiusa. Quando un matrimonio entra in crisi, l’unica possibilità è scoprire le cause e quindi vedere se è possibile salvarlo. L’esperienza, però, insegna che quando la coppia entra in crisi difficilmente i membri che la compongono sono in grado di comprendere in maniera lucida i motivi. In questa fase i motivi di sofferenza, i pericoli di ulteriore disorientamento e delusione sono tantissimi e, soprattutto, a portata di mano: certi legulei estemporanei pronti a far riappacificare ma in realtà sono concentrati solo sulla parcella, ciarlatani e fattucchiere che assicurano e prevedono l’avvicinamento della coppia, amici comprensivi e parenti serpenti che tentano di salvare dall’esterno qualcosa che non funziona più all’interno. Se la coppia non funziona per mancanza di “collante”, di elementi che la tengono insieme, è del tutto inutile ricorrere a strategie di qualunque tipo esse siano, nella convinzione che tutto bene o male si sistemerà. Appare evidente quindi che chi sceglie di divorziare lo fa non per capriccio ma prima di tutto per risolvere una situazione di sofferenza individuale ormai insopportabile.

… annullarsi per il partner, non dire mai di no, fare continui sforzi e sacrifici per lui perché solo in questo modo ci si sente importanti ed indispensabili, non è amore ma solamente dipendenza e, col tempo, si sviluppa una profonda disistima… l’equilibrio si raggiunge quando si dà e si prende…

… quando si spezza un rapporto, si esaurisce una passione, finisce un amore, soffrire è del tutto “normale” perché l’essere umano, da buon conservatore, con i suoi atteggiamenti e schemi mentale rigidi, vorrebbe mantenere ogni situazione immutata, non abbandonare le vecchie condizioni e abitudini, cercare, costi quel che costi, con unghie e denti, trattenere le cose così come sono anche se, in questo caso specifico, la fiamma dell’amore è affievolita, se non già spenta da tempo, senza vitalità, non scalda più… far rinascere un nuovo rapporto con la convinzione del “bicchiere mezzo vuoto”, con l’idea di essere “sfortunato” è davvero difficile: vittimismo, disillusione e voglia di rivalsa la fanno da padroni, gelano, bloccano e chiudono, ancora prima di partire, nuove esperienze magari più entusiasmanti, vivaci e felici: si perde così l’opportunità di essere ancora VIVI, pronti a ricominciare, aperti a nuove avventure, ad orizzonti diversi … abbandonare pregiudizi e modi di pensare pessimistici è il primo passo per gestire tale dolore, il secondo è quello di non farsi controllare dall’esperienza… fare attenzione a non idealizzare, a crogiolarsi nel rimpianto, catalogare e inserire l’amore in modelli rigidi ed infantili… evitare di farsi confondere da tutte quelle frasi fatte, dai luoghi comuni, da quei modi di pensare prodotti dalla delusione e dal timore di ri-soffrire che altro non fanno che naufragare o boicottare, fin da subito, l’approccio relazionale: “l’amore non esiste tantomeno la felicità, non potrò mai più essere felice con un altro partner, tutte le donne/uomini sono uguali, bugiardi, non amerò più nessuno” (l’amore è un fenomeno chimico, non mentale, nemmeno fatto di calcoli e strategie, la prova è che produce, ogni volta che appare in scena, l’ossicitina: il “farmaco” della leggerezza, dell’ebbrezza e dell’esaltazione… PROVALO!)… nei primi incontri, non pretendiamo che l’altro fornisca in ogni momento la grande prova d’amore, dimostri e rassicuri che è sincero, che vuole veramente bene perché, oltre a renderlo insicuro, pieno di dubbi e caricarlo eccessivamente di responsabilità, gli si toglie libertà e spontaneità: sono tutti veleni mentali che paralizzano e privano della naturalezza… parlare troppo e dedicare molto tempo ad una storia finita non solo crea confusione ma la amplifica ancora di più, rinforza le preoccupazioni, crea condizioni e convinzioni che sembrano reali (anche l’amico più lucido e attento ha la sua verità, la sua originale interpretazione ma non è detto che corrisponda alla propria)… ricorda, i sorrisi finti, i brontolii continui e i mugugni ben stampati in viso manipolano, ritardano e tolgono energia al nuovo rapporto relazionale… se si è esaurito quel tipo di rapporto perché era troppo scontato e prevedibile, non è detto che un altro, quando si ha la mente sgombra da pregiudizi e non si mettono in atto ovviamente gli stessi meccanismi mentali fallimentari, non possa ripartire e realizzarsi alla grande: RIPROVACI, non fermarti qui!

… quando la fine di un rapporto arriva, la mente si riempie immediatamente di pensieri opprimenti, non lasciano scampo, di colpo ci si avvelena di rimpianti e sensi di colpa inutili: “Se mi fossi “svegliato” prima … Se non dicevo quelle frasi … Se non avessi fatto … Dovevo assecondare quelle cose, valorizzarle di più … Dovevo essere più sensibile, più presente … Segnarmi i momenti più importanti, essere più attento alle ricorrenze … Se non avessi accettato quell’invito … FORSE, forse e forse, chissà, saremmo ancora insieme” … ma quanti più!!! … il pensiero rimane lì, inchiodato sul partner … la “perdita” di una persona cara è sempre un’esperienza straziante, un inferno che brucia lentamente ed inesorabilmente, un tormento che ripiega su se stessi, una sofferenza sorda che disorienta, che strappa non solo i capelli ma che azzera anche ogni certezza, smantella improvvisamente i punti di riferimento più importanti, un dolore mentale diffuso che si trasforma lentamente in un disagio fisico (le difese si abbassano, i tratti depressivi fanno la loro comparsa, il rimuginare continuo fa esplodere la testa, produce tensione alla bocca dello stomaco e all’intestino, Morfeo diventa un tiranno … costringe a fare a botte tutta la notte col lenzuola e cuscino): il mondo ci cade letteralmente addosso … lo strazio e il rimorso per le cose “non fatte” in passato si impossessano della nostra vita, inquinano, dominano, controllano e gestiscono il nostro vivere nel tempo presente … allontanarsi, fuggire dalla sofferenza, dal dolore è una reazione istintiva e ben motivata, più che umana, per certi versi inevitabile, bisogna fare in fretta … ma ecco che, improvvisamente, quella melodia ci raggela il corpo e la mente, ci pietrifica di colpo, quella canzone ci riporta a lui, quel film visto insieme che ci ha particolarmente divertiti stimola la voglia di ritornare indietro, quel lungo viale alberato di tigli profumati rievoca un tenero e caldo momento mano nella mano, certi luoghi, poi, oltre ad essere un vero e proprio supplizio sono sempre più presenti e davvero inevitabili … quel fantastico mangiare al cinese al lume di candela, leggeri, liberi, in silenzio, presi dalla follia della passione, seduti all’aperto coccolati da una calda brezza estiva, ritorna violentemente in scena portando un venticello di tristezza, nostalgia, tenerezza e lacrime … e, ancora, pensare a quell’intimità - davanti al televisore rannicchiati e dormire abbracciati nel lettone - paralizza ogni attività, avvalora ancora di più quell’idea devastante che non ci sarà più nessun altro nella propria vita, tutto è finito, giuro e rigiuro che il cuore non batterà mai più … impossibile ritornare a vivere normalmente … riflessi rallentati, umore incerto, una sofferenza incredibile, un tormento senza sosta, un patimento davvero ingestibile … terribile, terribile (questo è il dramma e il dolore che leggo negli occhi, nel volto smarrito dei miei pazienti quando sperimentano un abbandono). Senza quelle vecchie abitudini ci si sente persi, completamente vuoti, confusi, smarriti, nulla attrae, niente interessa, tutto si rifiuta, si va completamente alla deriva, è la fine! Lentamente lo spazio di libero movimento si restringe: quel ristorantino tanto amato è da evitare, quel film va nascosto, gli amici allontanati, quelle letture cestinate … affiorano bizzarre paure, strane insicurezze e oscure incertezze … pian, piano prende corpo una profonda delusione, la sensazione di avere sprecato troppo tempo in quel rapporto che non meritava assolutamente tutto il nostro impegno e attenzione … si diventa scontrosi, aggressivi, freddi, acidi, cattivi, ogni cosa perde importanza … non si esce più, il processo di isolamento ha inizio, rabbia, rancore, pessimismo annullano altre opportunità e occasioni, allontanano la possibilità di nuovi incontri, di essere nuovamente inebriati da salutari passioni … chissà mai, forse, magari più coinvolgenti e felici … MA le sue passioni erano anche le tue passioni veramente? … MA era proprio fonte di benessere quel vivere? … eravamo davvero felici, liberi, fiduciosi, indipendenti, naturali e spontanei, oppure quel rapporto era diventato noioso, spento, senza fantasia, troppo idealizzato e poco creativo, tenuto in piedi solo dalla routine e dall’abitudine, in attesa di stimoli migliori e più coinvolgenti, sorretto solo dalla paura del cambiamento? Ma cosa si può fare per eliminare queste fastidiose e dolorose “impronte” del passato? E’ bene ricordare che ogni pensiero, anche se doloroso, è l’unico strumento rimasto - assieme a rimpianti, lamenti e sensi di colpa - che ci permette di rimanere ancorati, in contatto, legati con quella cosa tanto desiderata o con quella determinata persona tanto “amata” … ecco perché risulta difficile rinunciarci … il non pensarci significherebbe troncare quell’esperienza in maniera definitiva e, quindi, ci si ritroverebbe ancora più confusi, più soli, più lacerati, più abbandonati. Più noi ci ribelliamo, più ci opponiamo con forza alla sofferenza e più, però, attraverso la produzione degli ormoni dello stress, la rendiamo importante, attiva e viva. Sarà utile, in questo particolare frangente, per contrastate questo infinito patimento anche biochimico, essere presenti a se stessi, SENTIRE e GUSTARE lentamente, senza fretta, quello che si sta facendo realmente … riscoprire, attivare i sensi, entrare in contatto con le nostre vere sensazioni. Guardare pian piano le cose da un’altra angolatura, con uno sguardo diverso: unica possibilità di ritornare a far germogliare la nostra vita … provare piacere nel vivere le piccole cose, magari con lui non era possibile, perché erano banalizzate, ridicolizzate, etichettate come capricci infantili oppure soffocate per il quieto vivere. Creati nuovi spazi, luoghi diversi, solo tuoi, evita di fare le stesse cose, gli stessi percorsi, così potrai ricevere nuovi stimoli … Sono tante le sensazioni utili, che fanno riemergere, possono risvegliare lucidità, desideri e la voglia di fare, ritornare con gli altri … soprattutto, star bene con se stessi, non in funzione a quello che si farà o chi si incontrerà: ma SOLO e SOLO per se stessi ORA, in questo momento … indossare un abito che ci fa sentire bene e sicuri, un profumo che ci solleva l’umore, mangiare anche tutte quelle cose che prima per ‘l’alito pesante’ o perché non facevano snob non si potevano assaggiare … premiarsi e premiarsi gradualmente … FARE e FARE ancora, iscriversi a corsi … l’importante che siano tutte cose desiderate e “sentite” … qualunque cosa che si mette in cantiere va bene basta che sia rivolta a “coccolare” e “curare” la propria anima … RICORDA, ognuno di noi è unico e speciale, l’amore e la felicità sono risorse inesauribili … infinite!

... RICORDA, l’amore è un viaggio meraviglioso, una lunga strada in cui ci si può “saltellare” liberamente sopra, un percorso guidato dall’improvvisazione e dall’istinto, un territorio “vergine” tutto da scoprire in ogni suo angolo più recondito, quindi, come ogni cosa vivente, può sbocciare, svilupparsi, invecchiare e anche morire…

… mai “SEDERSI” su un amore finito … un rapporto concluso, se non lo copriamo di lamenti, compianti e sensi di colpa, ci prepara sempre a qualcosa di nuovo, a modi di vivere originali e unici, dona nuove forze, porta desideri, consapevolezza, idee, interessi e grandi passioni: nuovi amori che ti fanno ripartire alla grande perché non ti piegano all’abitudine, non ti vincolano a personaggi prestabiliti e che non ti lasciano confezionare dalla routine o dalle convenzioni …



Il rapporto di coppia.

...… la passione è lì pronta sempre a ricordare che si è vivi e pieni di energia, si risveglia solo se è nutrita di emozioni e consapevolezza: in un rapporto “addormentato” non scorre energia … in ogni rapporto malato c’è un “dittatore” che dirige e comanda e uno schiavo che si inchina e ubbidisce: un rapporto davvero immaturo e privo di consapevolezza…

… alla larga da chi ubriaca di parole… l’amore non è mai un laccio, pena e sofferenza, ha bisogno in ogni momento di novità e passione… la fiamma dell’amore può scaldare, “arrostire” e far rinascere (regalando energia e vitalità), ma anche far precipitare nel gelo più profondo: rendere la vita completamente piatta… sotto la fiamma dell’eros la mente abdica lasciando il passo alla passione, al mistero e al desiderio… … gabbie e catene non aiutano a conservare l’amore…

Molte relazioni sono felici, solo all’inizio. Ma succede raramente che tutto proceda senza intoppi, mentre la vita e le situazioni si evolvono: la forza di un rapporto dipende dalla capacità di adattamento dei due partner. Non si può affermare di conoscere il proprio partner fino al momento in cui le circostanze esistenziali ci mettono a confronto con le nostre risorse sia personali sia di coppia. Inoltre, bisogna precisare che la coppia “tipica” non esiste. Ognuno di noi è caratterizzato da possibilità e debolezza particolari, e il successo della coppia dipende molto dalla nostra capacità di riconoscerle e di trovare una conseguente forma di adattamento. Aspettarsi che il nostro partner incarni l’immagine che gli abbiamo attribuito provoca grandi tensioni nella coppia. La fragilità e la fallibilità umana restringono la possibilità di trovare un partner “perfetto” o di esserlo noi stessi. Se riusciremo ad amare senza condizioni, ad accettare le debolezze del nostro partner e a concentrarci sulle sue qualità, più probabilità avremo di risolvere qualsiasi problema. Costruire e nutrire un rapporto che duri tutta la vita richiede molta consapevolezza di sé o molto impegno. La capacità di dare e quella di ricevere, l’impegno di pervenire a equi compromessi, permetteranno di evitare sensi di colpa e risentimenti che potrebbero rovinare o distruggere il rapporto. Nessun rapporto, nemmeno il più felice, è privo di conflitti. E’ possibile risolverli più facilmente se si svilupperà una buona capacità di comunicazione. Per poterlo fare si deve primo di tutto stabilire una solida base di comunicazione con il partner. E’ importante sentirsi liberi di esprimere le proprie preoccupazioni personali nel momento in cui sorgono, prima che si trasformino in problemi davvero importanti. Cercare di sviluppare un modo di pensare non pessimistico e, soprattutto, guardare realisticamente le situazione in maniera lucida prima che le discussioni comincino. Discutere le cose con calma. Cercare di usare empatia, capire il punto di vista del partner, in modo da facilitare la possibilità di un compromesso ragionevole. Non è soltanto ciò che si dice che influenza la capacità di comunicare: il tono di voce, l’espressione del viso (mutismi e silenzi esagerati e colpevolizzanti), i gesti e i movimenti costituiscono segnali non verbali e indizi che rivelano i veri sentimenti. Stare attenti con una certa sensibilità ai segnali di questo tipo trasmessi dal partner ed esprimersi con chiarezza, in modo da incoraggiare la comunicazione. Quando i problemi sembrano insormontabili, bisogna sempre ricordare che si ha sempre la possibilità di scelta tra azioni ed atteggiamenti che possono facilitare la gestione della situazione. Vademecum per contenere i danni e la sofferenza. Smettere di ripensare continuamente al passato perché scatta il senso di colpa. Ancorarsi ad un tempo pieno di ricordi negativi (risentimento, rimorso, rimpianti) significa ritagliare un pezzo del passato, isolarlo dalla tenebrosa massa del passato, e farlo rivivere nell’attualità; il passato è passato non lo si può più modificare: è un tempo in cui si annida la disistima e l’infelicità. E’ importante usare parole univoche, chiare e precise nell’addio: se si è ambigui o possibilisti il partner potrebbe aggrapparsi ad elementi inesistenti o intravedere la possibilità di riappacificarsi e quindi non avere la consapevolezza che tutto è finito (è importante prendere atto che la coppia non esiste più). Anche rivedersi frequentemente può essere controproducente: si mescola il dolore e fa aumentare la dipendenza. Non isolarsi: è nel momento dell’abbandono che si ha soprattutto bisogno di un sostegno, di essere ascoltati (gli eroi solitari sono destinati ad incancrenirsi e vivere nella sofferenza). I figli del divorzio. I bambini, dopo il divorzio, possono regredire, diventare irritabili e dipendenti. Alcuni si sentono soli, depressi ed abbandonati, sviluppano malattie e incontrano difficoltà nei rapporti di amicizia. Altri invece, per far fronte a questo malessere, fanno esperienza di droga, alcol e sesso. Molto spesso, dopo la separazione, i genitori hanno notevole difficoltà ad accettare la relazione tra il figlio che amano e il coniuge che hanno smesso di amare. Quello che importa è non litigare in presenza del figlio, usare sempre la massima sincerità e, soprattutto, non usarlo come arma per la battaglia in corso. E’ necessario rassicurarli che entrambi i genitori, nonostante la rottura, continueranno ad amarli: il benessere dei figli dipende da quanto un padre e una madre sono disposti a lavorare insieme in maniera costruttiva.

… se la coppia viene costruita in un ambiente paludoso, su fondamenta fragili, d’argilla, il rapporto diventa un “incastro” di debolezze, insicurezze e fragilità.

… quando siamo presi dal vero amore è impossibile non accorgersene o ignorarlo: dal profondo si sprigiona una forza incredibile (quasi Hulkiana), energia pronta all’uso, vivacità intrattenibile, una frenesia ingestibile per incontrare, sentire, annusare e vedere l’altro ogni secondo, ogni attimo della giornata, una gran voglia di fare, di fare nuovamente, ancora fare e poi FARE, nessuno riesce a fermare questo fuoco … dal vero amore, quando si ama davvero, anche se non sempre è eterno, non ci si allontana mai, perché quel rapporto è davvero speciale … sono sempre gli ideali e le varie illusioni a condizionare, a ingabbiare e a spegnere il rapporto.




Gli AMORI estivi …

… RICORDA, le passioni travolgenti, le grandi sbandate arrivano per smantellare una relazione spenta, non DIMENTICARLO, per segnalare che la fiamma dell’eros non brucia più: una situazione che stimola a cercare i letti altrui…

L’estate non è soltanto la stagione più calda dell’anno o il periodo di vacanza più desiderato dai lavoratori, ma anche un momento di intense e incontrollabili passioni (una stagione che favorisce la produzione ormonale). Tutto avviene in breve tempo, l’attrazione sessuale e la liberazione erotica scoppiano improvvisamente travolgendo le persone in pochi istanti. Per alcuni è il momento giusto per provare emozioni nuove: amori che fanno la loro comparsa all’improvviso e divampano come un enorme falò sulla spiaggia. Questa grande passione si può esprimere con la stessa rapidità ed intensità di un fulmine a ciel sereno, lasciando emergere quelle componenti emotive segregate, imprigionate, tenute a debita distanza e sotto controllo durante tutto l’anno. Quando la vita di coppia è caratterizzata da abitudinarietà, da azioni vuote e da stanchezza generale, in vacanza, lontani dai ritmi, dagli occhi indiscreti, e dalle regole della città, la sessualità spesso mostra il suo vero volto esplosivo, selvaggio, aggressivo, per certi versi sconvolgente … ovvero quella componente soggettiva che raramente si esprime nell’amore consolidato (spazio ad una sessualità libera ed immediata). L’abitudine è bene ricordare - in qualsiasi settore della vita - smorza gli entusiasmi, fa perdere la lucidità, la freschezza intellettuale, attenua la concentrazione e il coinvolgimento in ciò che si sta realizzando; in breve, spesso, fa sentire incompleti, frustrati e non del tutto appagati. La vacanza, volenti o nolenti, è un momento di rottura con i soliti schemi mentali, dell’abitudine, può togliere finalmente dal “pantano”, dal grigiore, dal banale e dalla routine quotidiana, e risvegliare vissuti antichi entusiasmanti, importanti sensazioni dimenticate o assopite: un vero tuffo nel nuovo e nella libertà assoluta (riscoprire il gioco e risvegliare le sensazioni corporee nascoste tra le pieghe di un corpo ormai atrofizzato dalle banalità). Tutte le proibizioni, come d’incanto, sembrano svanire completamente sotto l’influsso del solleone complice e traditore. Sembra di vivere in un’altra dimensione, la parola d’ordine è voglia di fare, di esprimersi, di allegria, totale abbandono e piena libertà… desiderio di vita, di vita e ancora di vita. Quando cadono i piccoli “divieti” e le reciproche proibizioni, immediatamente l’amore estivo ne approfitta per allargare i propri spazi, i propri confini, i propri territori naturali… andare oltre al quotidiano. Per molte persone la vacanza diventa realmente l’unica occasione per ascoltare la propria voce interiore, le proprie esigenze, lasciare esprimere e vivere completamente la propria istintualità e, soprattutto, dare spazio alle fantasie erotiche più nascoste. E’ un comportamento compulsivo caratterizzato dalla ricerca di un piacere ormai sopito all’interno di un rapporto di coppia ormai, spento, noioso, stanco e lacerato… privo ormai di vere passioni (i desideri ci sono ma rivolti a qualcosa d’altro di più frizzante ed eccitante!). Questo fenomeno ha un profondo coinvolgimento emotivo ed è nettamente in contrasto con l’abituale atteggiamento apatico e noioso che contraddistingue gli amori cittadini (ovviamente quelli “vecchi”). E’ proprio in questo breve e fuggevole momento (un vero e proprio “Carpe diem quam minimum credula postero”) vissuto lontano dal quotidiano ripetitivo e noioso, che si riscoprono non solo emozioni di un’intensità ineguagliabile ma anche momenti indimenticabili… frizzanti, eccitanti. L’atmosfera della vacanza coinvolge anche la ricerca di indumenti particolari: abbigliamento che in altre occasioni non si oserebbe mai e poi mai indossare. Sono abiti che hanno una valenza, per alcuni peccaminosa, “trasgressiva” o magari un po’ audaci ma che sono in sintonia con il clima vacanziero spensierato e “trasgressivo”. Finalmente si può vestire in maniera diversa, spontanea e libera, un modo per piacere un pochino agli altri ma soprattutto a se stessi. Anche il trucco del viso si modifica fino a sembrare più visibile, appariscente, un continuo e naturale pavoneggiarsi per richiamare l’attenzione e segnalare una certa disponibilità a nuove relazioni frizzanti e intense interpersonali. Il fascino della notte di mezza estate, poi, con la luna piena e il cielo stellato, facilita questo fenomeno passionale, libertino e trasgressivo. La notte buia, la luna piena, il cielo stellato, i profumi, il caldo, le atmosfere strane, magiche e fiabesche portano a vere “follie”. Tutte sensazioni che fanno sognare e neutralizzano quella parte “diurna” dominata da regole e, spesso, colma di desideri repressi… saranno loro i capri espiatori, i veri responsabili di quelle notti travolgenti e colme dolci trasgressioni. Poiché le vacanze bramate e tanto sospirate sono brevi, molte persone desiderano vivere le situazioni ed emozioni in maniera più veloce ed intensa possibile. Le vacanze, infatti, diventano un palcoscenico dove vengono realizzati i desideri più profondi, quelle parti che in realtà si vorrebbe far vivere, ma che per qualche ragione (morale, educazione, cultura, convenienza) non è possibile “recitare”. Ma come in tutte le belle favole anche in questo momento magico, in queste notti di mezza estate, l’incanto svanisce, il rientro si fa sentire: il pensiero del ritorno interrompe drasticamente questo clima fiabesco, questo mondo davvero fantastico. E come recita quella famosa locuzione, purtroppo, nel bene e nel male ‘Chi ha preso ha preso chi ha dato ha dato’. L’aspetto fondamentale, comunque, in questa esperienza estiva è la consapevolezza che tutte le forme “trasgressive” sono delimitate e circoscritte a questo periodo festoso, di riposo: alle vacanze. Non esiste, pertanto, in questo fenomeno estivo la dimensione di continuità che spesso è fondamentale per gli incontri duraturi e cittadini. La sua fine precoce, gia in partenza conosciuta, è figlia del fuoco dell’istante, dell’attrazione sessuale e della passione. Ogni incontro, infatti, con l’avvicinarsi della fine delle vacanze, è accompagnato da un senso di precarietà, ed è per questo che fino all’ultimo minuto, tra pianti e abbracci, si deve godere in fretta e il più intensamente possibile questi grandiosi momenti (che non torneranno più, forse altri, ma mai con queste caratteristiche estive): gli attimi sono davvero preziosi. Il tempo sembra non bastare mai e tutto si carica di un alone di tristezza perché si ha la sensazione di perdere qualcosa di veramente importante, di unico, che forse non tornerà più: quei momenti che accendevano di ardente passione. Si cerca in qualche modo di contenere la sofferenza della perdita, ed è in quel frangente che si scambiano confidenze, oggetti, numeri telefonici (ricordi da attingere nei momenti grigi). Il corteggiamento estivo, come abbiamo visto, è caratterizzato da ritmi e tempi diversi: non c’è tempo, se il fuoco brucia, la freccia con la punta d’oro deve scoccare all’istante. Questa esperienza, accompagnata sempre dalla spirito fantasmatico vacanziero, se priva di sensi di colpa, spesso è davvero diagnosi e terapia: toglie il ronzio mentale, rende malleabili, ammorbidisce la rigidità e annulla le diffidenze che normalmente accompagnano le relazioni interpersonali nel corso dell’anno. Ecco perché, spesso, al rientro in città, oltre ad un pizzico di nostalgia, si porta anche un po’ di “apertura”, di flessibilità, di eccitazione e di vivacità nei rapporti interpersonali (partner compreso). Il fatto curioso in tutta questa vicenda è che l’amore del focolare (calore, sicurezza, continuità) e quello passionale (trasgressione, liberazione dell’istinto) possono tranquillamente coesistere. Ma cosa più importante è che tutte queste esperienze fatte lontano dalla città e da occhi indiscreti possono mettere in discussione, stimolare o far rinascere, se non è stato fatto a tempo debito, un rapporto ormai congelato dall’abitudine, dalla routine e dal vecchio. Per molti, può essere veramente un’opportunità, uno scossone e uno stimolo alla riscoperta e alla continuità del rapporto… la salvezza di un rapporto ormai logoro e sfilacciato. Cosa fare. Poiché la coppia - se formata da individui spontanei ed autonomi - è fonte di felicità, il lavoro terapeutico principale sarà quello di ripristinare questo stato di soddisfazione, favorire un dialogo più vantaggioso, migliorare la comunicazione, affrontare e risolvere meglio i conflitti.

… l’amore ben vissuto - con quella passione che mette le ali - produce creatività, una grande energia che trasforma attimo dopo attimo la vita, una forza che vivifica e mantiene in salute: un grandioso e potente farmaco naturale che con la sua cascata ormonale rende incredibilmente più giovani, ringiovanisce dentro e fuori … senza timore di smentita, con i suoi processi biochimici, CURA ogni malessere sia fisico, sia emotivo: tiene lontano tutti i mali esistenziali (stimola le difese immunitarie e rinforza il processo di AUTO – GUARIGIONE), fa evolvere, potenzia e riattiva il cervello con la sua reazione ormonale, rende davvero felici e creativi… sprigiona in ogni momento una grande leggerezza, gioia e voglia di vivere… ha davvero un grande potere curativo che fa scomparire (scordare) cefalea e dolori in generale, tonifica e lucida la pelle, risana il cuore, ripara le cellule nervose e rinforza il sistema immunitario, risveglia i sensi … BLOCCA i tuoi pensieri, giudizi, calcoli, aspettative e ideali perché lo ingabbiano… BASTA vituperio, maltrattare l’eros o nascondersi dietro i finti amori perché lo soffochiamo!



PARI sì, ma DIFFERENTI...

… gabbie e catene non aiutano a conservare l’amore… l’erotismo è una scarica benefica che coinvolge tutto il corpo: con i suoi mediatori chimici previene le malattie… un felice rapporto con la sessualità non solo allunga la vita ma è sempre garanzia di benessere perchè aumenta le difese immunitarie… è importante sorprendersi, riconquistarsi: fare almeno una volta una cosa che sia solo nostra!... riconoscere un certo feeling (attrazione sessuale) è un fatto di istinto e non di testa: ascoltare le proprie emozioni significa “accendere il cuore”… la rabbia non espressa (distruttiva) e la noia sono le cause principali del malessere di coppia…

L’unione di due esseri è una delle situazioni più complicate che la natura umana abbia mai escogitato … non sappiamo però, a tutt’oggi, quanto malignamente. Ci sono coppie in cui i singoli individui hanno spazi propri, crescono autonomamente, portano vivacità, slancio, creatività e interessi individuali all’interno del legame rendendolo frizzante, gioioso e pieno di fantasia (osmosi). Tale struttura, essendo costituita da soggetti autonomi, sorretta dallo scambio reciproco, diventa più solida, vera e profonda. Un simile rapporto, quindi, all’insegna del dialogo e travolto dalla passione, altro non può che alimentare autostima, benessere e felicità. Essendo una coppia libera, creativa e aperta nessuno mai cercherà di sopraffare l’altro per omologarlo a sentimenti e comportamenti predefiniti. Altri legami, invece, atrofizzati, aridi e spenti, tenuti in piedi da dinamiche “perverse”, annullano completamente l’unicità dei suoi componenti (simbiosi): si è convinti di non poter esistere senza l’altro. Individui che - oltre a mancare di una solida identità - si rivelano incapaci di gestire scelte libere e autonome. Vuol dire impoverire o annullare completamente se stessi, perdere lentamente la propria identità, sacrificare buona parte delle risorse individuali a favore dell’altro … una storia che non fa vibrare il cuore. Si può dire, paradossalmente, che la stabilità del rapporto viene realizzata a patto che entrambi i membri svalutino le proprie capacità, in modo tale che ciascuno non possa fare a meno dell’altro; una relazione logora, scadente, banale, scontata, piena di “scarti” reciproci, tenuta insieme dall’attaccamento e dall’abitudine. In questa atmosfera, domina la sensazione di incompletezza e di essere in balia degli eventi, si gira a vuoto e si convinti di non avere i pezzi giusti: si diventa “interi”,“funzionanti” e “completi” solo attraverso l’unione con l’altro. In realtà si crede di ritrovare nel partner le figure di riferimento della propria infanzia, così come sono state vissute quando si era piccoli e indifesi. Riproponendo tale film - tentativo maldestro di anestetizzare un passato pieno di mortificazioni e di delusioni - si chiede all’altro di correggere gli errori e di “risolvere” il malessere che quelle persone, magari in buona fede, hanno inflitto. Se la simbiosi è spinta agli estremi non crea solo forme di dipendenza patologica ma rende il rapporto una polveriera, basta un non nulla per scatenare timori, gelosie e forti sospetti. Una tensione penosa che prima o poi sfocerà in eclatanti e raccapriccianti fatti di cronaca nera. Ai voglia di dire dopo il “fatto”, attraverso interviste estemporanee ad amici e parenti, che era buono, disponibile, riservato, rispettoso … dentro però il vulcano era attivo, pieno di magma infuocato, cenere e lapilli (rabbia, rancori), se non già in eruzione! Tutte queste privazioni e mortificazioni - accompagnate sempre dalla sensazione di non essere degni d’amore - scatena nell’individuo un bisogno continuo e drammatico di conferme che, ovviamente, il malcapitato cercherà incessantemente nell’altro … all’infinito, perché nessun essere umano è in grado di colmare quel vuoto. Un fenomeno che accade spesso tra un marito invasivo e una moglie succube (più rara la formula tra moglie e marito); in questo modo è uno solo ad assumersi ogni responsabilità. Sembra una relazione apparentemente inossidabile che, però, alterna in chi è gregario un continuo malessere latente, dato dal disertare costantemente se stesso … tanto ci pensa l’altro! Senza l’altro ci si sente persi; ma con l’altro pare di non esistere … è proprio quando non si ha più “bisogno” dell’altro che comincia la vera relazione. L’imposizione prima o poi, lo sappiamo, paga dazio, avvelena il rapporto e lo riduce in una rissa psicologica. La relazione simbiotica, infatti, riscontrabile anche nel quadro clinico depressivo, blocca la crescita individuale, soffoca l’entusiasmo e ostacola completamente l’evoluzione della coppia. Un simile rapporto stagnante, sorretto da questi atteggiamenti che non potranno mai rasserenare nessun orizzonte psichico, immerge i membri della coppia in una bolla di disagio strisciante togliendo ad essi spontaneità, vitalità ed energia … rende inutili, stanchi e svuotati.

Ricorda, cambiare gli altri è sempre un’operazione ostinata ed inutile! A volte il timore della solitudine è talmente forte che spinge a percepire un rapporto soddisfacente anche quando in realtà non ha più nulla da dare…

… le relazioni sbagliate e pesanti mettono a tappeto, rendono più fragili, promuovono conflitti, litigi e incomprensioni, aumentano a dismisura dubbi e insicurezze.




INFEDELTA'…


… essere ripetitivi e abitudinari finisce per limitare eros, creatività e potenzialità: la relazione va vissuta con pienezza istante dopo istante… l’eros non va assolutamente d’accordo con i calcoli e le strategie varie… non ingessare e contaminare l’amore con il proprio ideale di amore perché gli AMORI senza paure, sorprese, imprevisti, rabbie, desideri e passioni diventano prevedibili e scontati e, quindi, hanno vita corta, FINISCONO!… bisogna stare alla larga da chi ha intenzione di danneggiare!!!…

Che sia vera o immaginata, l’infedeltà è un demone che farà la sua apparizione e allora sì che saranno giorni bui e dolorosi. Queste parole, spesso, un po’ per paranoia, un po’ per scaramanzia e un po’ per scherzo, era l’augurio ai novelli sposi da parte di amici buontemponi. In pratica, si intendeva affermare che, volenti o nolenti, per quanto bene e passione ci fosse nella coppia, il “mostro” prima o poi avrebbe fatto la sua comparsa. E’ un tema che con l’avvicinarsi delle vacanze - fatte di notti trasgressive e galeotte - può terrorizzare non poche coppie. Anche se la religione condanna il tradimento (non desiderare la donna d’altri … non commettere adulterio) e la morale, per non farsi mancare niente, lo mette all’indice, tale atto in amore è sempre di grande attualità e sempre più di moda. Il codice morale, quindi, pare non abbia nessuna presa sul tradimento. La scappatella non conosce limiti, avviene in ogni fascia sociale e culturale. Mille sono i desideri nascosti dietro questa figura “trasgressiva” e fantasiosa dell’amante. Non solo voglia di libertà e di nuovo, ma anche ritrovare le profonde passioni ormai dimenticate, le attenzioni perdute, verificare la propria virilità e l’indiscutibile avvenenza. Dalla notte dei tempi, in amore, si è infedeli e si continua ad essere infedeli. Pare che questa attività, secondo alcune ricerche accreditate, non risparmi nessuno. Sembra, infatti, sempre secondo questo sondaggio, che un’alta percentuale di persone, chi più chi meno, nel corso della loro vita, almeno una volta abbia inciampato in qualche scappatella. In passato il tradimento era forse più nascosto e peccaminoso, recentemente, invece, secondo la teoria della coppia aperta, viene interpretato come un segno di inequivocabile emancipazione personale. Un tempo per l’uomo tradire era indice di salute e, quindi, poteva vantarsene tranquillamente. Più trofei portava a casa più aumentava la sua virilità. Alla moglie, che scopriva l’inghippo, era solo concesso di perdonare e rimettere insieme la coppia. In un clima di questo tipo la donna che tradiva doveva essere solo cacciata. Solitamente era il maschio che veniva scoperto in flagranza mentre la donna, spesso, riusciva ad occultare in maniera veramente sapiente l’infedeltà. Dirlo o non dirlo, sembra il titolo di una tragedia scespiriana. Il problema non è tanto confessarlo o meno, ma quello che potrebbe scatenare: accende sospetti, suscita gelosia, aggressioni brutali, l’orgoglio va in frantumi (se la coppia non ha più niente da condividere o spartire può anche andar bene). Difficilmente c’è un responsabile, l’infedeltà non è mai imputabile ad un solo partner, c’è qualcosa che non và nella coppia e il tradimento ha la funzione di preparare le basi per una revisione del rapporto … ricreare e dare una spinta, se questo è possibile, ad un nuovo e sereno menage (quanti rapporti funzionano meglio dopo il tradimento!). Se non esistono più stimoli soddisfacenti comincerà ad emergere un certo malessere aprendo, in tal modo, una profonda crisi devastante. Se si verifica la “scappatella” vuol dire che quel rapporto è privo di passione e non fa più perdere la testa. Quando in una coppia ci sono troppi tabù, la vita diventa una vera prigione: è inevitabile, quindi, che si desideri evadere! Non lo si può negare, essere traditi è davvero doloroso e destabilizza l’intera persona, ma è anche vero che spesso si rivela fondamentale nel processo di crescita e nell’evoluzione della coppia. I sensi di colpa, l’angoscia della perdita e dell’abbandono poi rendono la vita familiare un vero inferno. L’infedeltà pare che abbia, in qualche modo, una funzione terapeutica, fa bene alla salute: i malesseri generali scompaiono (mal di testa, mal di pancia, mal di schiena, quei tratti depressivi fastidiosi che da un po’ di tempo erano presenti), il cattivo umore lascia il posto all’entusiasmo e alla felicita, mentre l’ansia, di colpo, svanisce lasciando spazio alla voglia di fare. Uscire da quelle regole fastidiose ha, infatti, un valore terapeutico indiscutibile se le abitudini di coppia stanno spegnendo lentamente l’entusiasmo della vita. Il bisogno di tradire comunque è un tentativo di ritrovare le attenzioni che si sono affievolite nel tempo, per sentirsi compresi, per riaccendere la fantasia, per risvegliare l’eros che l’abitudine ha assopito e appiattito: permette di evadere dalla “routine affettiva” in cui, spesso, un rapporto di lunga durata ingabbia entrambi i partner. Il bisogno di sentirsi femminili e affascinanti, di essere ricercati, questa è la vera molla che fa scattare l’infedeltà. Tutto ciò, dopo vari anni di convivenza, di solito le reciproche attenzioni diminuiscono, l’erotismo si anestetizza parzialmente e soprattutto la donna può percepire di non essere poi così tanto desiderata. La donna ferita nella sua vanità è spinta a provare a se stessa di avere ancora sex appeal, si apre quindi ad altri sguardi e lusinghe fino a che scatta e si concretizza la relazione extraconiugale. In questo modo, oltre ad evadere dal focolare domestico sempre uguale, può trovare la conferma di non aver perso fascino, passione e seduttività. Per l’uomo, invece, la molla che fa scatenare l’infedeltà, è spesso il desiderio di vedere riconfermata la sua potenza giovanile e la propria virilità, in modo tale che nessuna donna possa resistergli. Dovendo concludere questo articolo è importante precisare che nessuno ha il diritto di suggerire di tradire o di non tradire, quanto piuttosto di impegnarsi alla ricerca dei motivi che hanno spento e ingabbiato la grande passione amorosa. Inoltre, anche una forma di gelosia (ossessiva e morbosa) può spingere uno dei partner ad “inciampare” in qualche scappatella. Una unione, infatti, basata sulla persecuzione, sul sospetto e sul controllo del partner, altro non porta che al tradimento … o avvelena irrimediabilmente, man mano che passa il tempo, il rapporto di coppia.

… dopo un tradimento si ritorna insieme solo se la nuova esperienza è stata utile per entrambi, fa battere il cuore come la prima volta, stimola altre visioni, sollecita interessi diversi, mette brio al rapporto. Basta rancori, illusioni, meschinità, aspettative, vittimismo, rivalse… recuperare un legame ormai logoro e in mille pezzi significa mettere insieme, incollare un “amore” banale, insulso, fragile e inaffidabile… quando si va a “brucare” nei pascoli adiacenti ai propri territori vuol dire che qualcosa da tempo nella coppia si è spento o si è raffreddato, si è smarrito il senso dell’avventura, si è perso il gusto della conquista … allora, proprio per non "ammalarsi", si cerca altrove ciò che manca.

… contrariamente a convinzioni piuttosto diffuse, la fedeltà non è un atto d’amore eterno, tantomeno una garanzia di controllo o di possesso su l’altro … non deve essere un dovere, è solo un gesto spontaneo che segnala ancora fuoco sotto la cenere e, quindi, metterebbe sullo sfondo il desiderio di cercare altri orizzonti o altri pascoli, in realtà, non sarebbero per niente interessanti, diversamente, se fosse un sacrificio, diventerebbe una prigione che fa solo danni alla coppia e, soprattutto, a se stessi…

… spesso il tradimento viene “suggerito” dal “nuovo” perché il “vecchio” non attrae, non coinvolge, non stimola, non interessa, non stupisce più: passione ormai spenta, una relazione stanca che toglie vitalità, un rapporto infelice in cui l’abitudine e noia ci sono - forse in abbondanza - ma si è scarsi di tutto il resto, leggerezza, entusiasmo, sguardi, lusinghe, seduzione, slancio, fantasia ed erotismo compreso … l’infedeltà è un’esperienza complessa, a volte fa sentire meno soli, altre volte permette di prendersi i propri spazi che si sono persi nella relazione ma, soprattutto, trasforma, fa sentire VIVI, permette di uscire dalla routine affettiva, dalla disattenzione, dalla noncuranza e dall’indolenza del partner: scardinare false certezza e cattive abitudine, mette in primo piano i propri bisogni emozionali insoddisfatti …

… non dobbiamo dimenticare che ogni “avventura”, al di là della sua più o meno brevità o astuta “programmazione”, è sempre un segnale evidente di sofferenza, di insicurezza e di vuoto nella coppia, un’infelicità spinta da un modo di vivere il rapporto troppo scontato, idealizzato, stagnante, distratto, annoiato, monotono, ripetitivo, costrittivo o limitativo: una relazione in cui non si sta più a proprio agio perché carente di attenzioni fisiche e affettive… la “scappatella” solitaria o ripetuta, allora, non solo può smantellare quella facciata sociale imposta e fuori luogo (che serve solo a tenere in pugno, controllare e gestire l’anima… la società), sconvolgere quel solito modo di amare, liberare tutta l’energia soffocata, rivedere un rapporto logoro ed invecchiato, diventare una strategia inconscia per liberarsi da schemi sentimentali rigidi, tradizionali e sempre uguali, ma anche un modo per essere più desiderabili, stimolare il piacere della conquista, sperimentare nuove sensazioni e stati di innamoramento travolgenti che risvegliano desideri insoliti, sprona a guardarsi intorno, risolleva dalla rassegnazione, sviluppa infiniti interessi, riaccende passioni intense e profonde: riconferma la propria individualità, ravviva i rapporti, lascia forti, seduttivi e sereni … fa “esplodere”, saltare, correre, urlare e cantare a squarciagola: trasforma, rende entusiasti, spensierati, ottimisti e rinnovati, si trascorrono, oltre a lasciare, momenti davvero FELICI : scioglie improvvisamente quei legami che impediscono di vivere, rapporti strani in cui da tempo si è ingabbiati … RICORDA , la vita non chiede mai che le si volti le spalle … SAPPIATELO , solo con una buona autostima, una adeguata realizzazione di se stessi e una giusta dose di serenità è possibile decidere se “giocare” al vero amore o restare in “panchina” …

Corna o non corna

ma lo sapete perché si usa questa espressione, ovvero quello/a ha le corna, riferendosi ad un tradimento?

Si racconta che Pasifae, moglie del re Minosse, una notte si oppose ai suoi desideri amorosi. Con questo rifiuto ella non solo offese il re ma anche Afrodite che per punizione la condannò a diventare ninfomane. Minosse, allora, preso dalla vergogna per questo sua comportamento "eccessivamente libertino" la costrinse a vivere in un luogo lontano dal palazzo e abitato solo da donne. Pasifae, però, non si perse d’animo, per soddisfare questo insistente ed intenso desiderio erotico, si mise all’interno di un manufatto di legno a forma di mucca e si fece legare nella “giusta posizione” affinché il toro potesse fare il “resto”… fu proprio da questo rapporto che nacque il famoso Minotauro. Questa notizia scandalosa volò velocemente alle orecchie dei sudditi che non persero tempo a ricordare a Sua Maestà questo insolito tradimento con un gesto delle mani: le corna.



COPPIA… ecco come riaccendere il desiderio

Il desiderio sessuale non ha età, è un’energia vitale e multiforme che accompagna l’essere umano per tutta la sua esistenza. Il ruolo principale dell’eros non è solo quello di sentirsi belli, attraenti e interessanti per gli altri, ma anche quello di sviluppare una adeguata sicurezza e autostima: una perfetta fusione tra felicità e salute. Da sempre, però, le lamentele sono onnipresenti, compaiono sulla scena in maniera spesso silente, e rivestono diverse forme. L’erotismo e l’amore fisico col tempo possono perdere “vigore”, una certa intensità e interesse: una sessualità che si impoverisce gradatamente senza trombe e tamburi. I giochi erotici, man mano che passa il tempo, se persistono, diventano stereotipati e privi di emozioni. Con quella macchina sessuale tutto sarebbe possibile, ma il poco entusiasmo, la quasi inesistente eccitazione, la prevedibilità, la profonda svogliatezza e la scarsa voglia conducono i partner, il più delle volte, a cancellare la sessualità dal quotidiano. In questo modo l’eros rischia di perdersi e spegnersi completamente. Per riprendersi la gioia della felicità e godere dei suoi benefici - ovviamente senza insegnare niente a nessuno perché la vita sessuale si basa sempre su esperienze individuali che sfuggono completamente alla razionalità - occorre risvegliare la propria “natura”, ovvero quel mondo erotico soggettivo che abita dentro ogni persona (fantasia, magia erotica, immagini, suggestioni, mistero, desiderio, passione). Se sotto la cenere cova ancora il fuoco passionale, per risvegliare l’eros assopito e ribaltare alcuni comportamenti soffocanti, non sono necessari grandi interventi ma piccoli e semplici aggiustamenti quotidiani. Un’attività sessuale povera o insoddisfacente non favorisce solo una vita infelice ma è un sintomo importante di malessere generale. Se la sessualità è stanca e demotivata, vuol dire semplicemente che l’energia vitale è agli sgoccioli, al capolinea, in riserva, l’eros non fa più “perdere la testa” e non si è più in sintonia con il corpo (attraverso il corpo si sperimenta il piacere ma la mente può ostacolarlo). Uno dei fattori che spegne lentamente la fiamma del desiderio è l’eccesso di familiarità. A forza di condividere ogni cosa, di non avere nemmeno un proprio spazio, un piccolo segreto, porta dritti, dritti a un rapporto simile a quello tra fratelli e sorelle: finisce per diventare in qualche modo troppo ripetitivo, sempre uguale, alquanto“familiare”. Il segreto dell’attrazione e dell’erotismo è invece quello di vedere l’altro con occhi diversi: creare un’atmosfera carica di eccitazione, piena di fantasia e passione. Anche l’assenza di conflitti e di litigi, spesso, non è indice di unione felice. Tale fenomeno, contrariamente a quello che si pensa, segnala la mancanza di intimità e, soprattutto, di coinvolgimento. I rancori e i malumori, sempre presenti in qualsiasi menage, se esteriorizzati in tempo reale, permettono di chiarire i rapporti di coppia, di comprendere posizioni diverse e di conseguenza, le ripicche ESPRESSE e chiarite… difficilmente tengono a distanza il partner sotto le lenzuola. Non è raro, infatti, che dopo un’animata discussione scatti una bramosia, una profonda eccitazione sessuale, libera, spontanea ed intensa. Un altro atteggiamento sbagliato, che potrebbe portare dritti a spegnere l’eros senza accorgersene, è proprio quello di ripetere e inseguire i rituali fissi; gesti che accompagnano sempre svogliatezza e stanchezza, tolgono all’atto tutte le magie erotiche: lo stesso giorno, la stessa atmosfera, lo stesso abbigliamento, lo stesso ambiente e luogo. Tutto ciò può essere rassicurante per chi non vede di buon occhio la sessualità, ma l’abitudine rende il sesso piatto, riscaldato, privo di ingredienti erotici, privo di mistero, di fantasia e di spontaneità; in breve, sacrifica il vero piacere per un immagine troppo controllata e ripetitiva. Non essere mai se stessi, seguire dei ruoli ideali, cavalcare eccessivamente l’onda della moda porta inevitabilmente a snaturare la carica erotica. Assecondare continuamente il partner ed elargire eccessivamente una finta generosità fa covare un profondo sentimento di ostilità. Ogni cosa deve essere condivisa perché in amore i troppi “sacrifici” portano a frustrazioni e insoddisfazione (cova silenziosamente l’aggressività) … a insanabili conflitti. Proprio perché la perfetta sintonia è irraggiungibile tra i due partner, l’atto della mediazione risulta fondamentale per la serenità della coppia. Tale intesa, tuttavia, non deve creare squilibri che soffocano spontaneità e desideri: se non si condividono certe fantasie bisogna imparare a dire di no. Spesso è radicata la convinzione, soprattutto nel maschio, che la sessualità coincida e si esaurisca con la penetrazione. Niente di più sbagliato, l’eccitazione è molto più complessa. L’eros è un qualcosa di fenomenale, coinvolge tutti i sensi, i “contorni”, scatta per sottili stimoli sublimali e amplifica tutte le sensazione: carezze, attesa, immaginazione, fantasia, complicità e giochi di sguardi preparano il terreno al massimo piacere. Un altro ostacolo è la pudicizia e la vergogna nei confronti del partner (timori di avere difetti fisici, chiusura verso toccamenti e atti). In questo caso è indispensabile ristabilire una buona confidenza col proprio corpo perché questi sentimenti oltre a costringere il soggetto a privarsi di alcune naturali e benefiche pratiche erotiche, segnalano una forma di inibizione invalidante che nasce da un profondo giudizio morale. Giunti al termine, si può affermare, senza timore di smentita, che il sesso arricchisce e fa star bene, in perfetta salute. Questo è fondamentale per sentirsi realizzati, non solo nella coppia ma anche come individuo. Godere appieno la vita significa poter vivere l’orgasmo. Chi vive l’amore, sesso compreso, è più sereno (non ha mal di testa, come diceva la cultura medica di un tempo!), sa gioire dei propri successi e, perché no, anche di quelli altrui, vede le cose sotto un aspetto creativo ed evolutivo. Il sesso è sempre un mezzo di incontro. Non si tratta semplicemente di accarezzarlo, toccare l’altro o di guardarlo, sentire l’odore e il caldo della sua pelle, scoprirne le forme nascoste e il suo mistero. Si può toccare l’altro per farne una preda, catturarlo alle proprie voglie, si può frugare con mano fugace il corpo “bagnato” o sedurlo con ingegnosi indugi; si può spiarlo nella sua intimità, sorprenderlo, catturarlo. Ma i gesti dell’eros, nonostante una somiglianza apparente, hanno sempre una diversa eloquenza: al di là dell’aspetto fisico, come pura espressione carnale, sguardo, fantasia e carezza evocano una personalità che senza il corpo rimarrebbe spenta, inespressa. In questo incontro libero da pregiudizi e vincoli morali, il mondo di ciascuno diventa trasparente, si scioglie ogni ostacolo o barriera. In questo modo il piacere non è la semplice soddisfazione sessuale o, magari, chiusura egoistica su se stessi ma, piuttosto, espansione della personalità di ciascun protagonista. Quando la coppia soffre è utile chiedere aiuto a persone qualificate e abilitate per questo tipo di supporto… non siamo nati per soffrire!.

NB. E’ possibile richiedere direttamente all’autore dell’articolo, attraverso i recapiti sottoindicati, il test di compatibilità della coppia (rapporto soddisfacente, accettazione da parte del partner, se il rapporto mette ansia…)

… quando l’amore non è governato da una forte attrazione, gioia, divertimento, sorriso, desiderio e curiosità il rapporto è sotto il controllo dell’insofferenza silenziosa, dominato da piccoli dispettucci meschini e offuscato da continui rimpianti … l’amore deve scuotere ma, soprattutto, infiammare. … quando l’amore non è governato da una forte attrazione, gioia, divertimento, sorriso, desiderio e curiosità il rapporto è sotto il controllo dell’insofferenza silenziosa, dominato da piccoli dispettucci meschini e offuscato da continui rimpianti … l’amore deve scuotere ma, soprattutto, infiammare.



Disturbi femminili.

La parola “mestruazione” ha un’origine indoeuropea: menes che significa indifferentemente ”luna” e “mese”. La mestruazione è quel fenomeno fisiologico naturale che si ripete ogni mese, cioè ad ogni cambiamento lunare. Vi è una stretta analogia tra il tempo cosmico, il suo alternarsi ciclico, e il tempo fisiologico della donna. Il ciclo lunare ed il ciclo femminile infatti corrispondono: in analogia alle diverse fasi lunari, anche nell’utero, nei 28 giorni, l’ovulo matura, raggiunge la sua pienezza e, se non fecondato dalla cellula seminale, decresce per poi essere espulso. In assenza di fecondazione, pertanto, la mucosa uterina si distacca e si autoelimina: questo fenomeno è detto appunto mestruazione. Relativamente al mestruo, sembra strano ma ancora oggi subiamo le conseguenze di una cultura impregnata di pregiudizi ed ostile nei confronti di questa funzione fisiologica. Le donne mestruate, nella storia, hanno sempre subito, perché considerato un “potere contaminante”, grandi emarginazioni e proibizioni: non potevano cucinare la carne, toccare armi, preparare il sapone o la maionese. Non a caso nella lingua inglese il flusso mestruale è chiamato “The curse”, maledizione e calamità. Anche nell’antico Egitto l’isolamento era obbligatorio durante l’intero periodo mestruale. Plinio il Vecchio - scrittore romano 23 – 89 d.C. - nei suoi testi scriveva: “La donna afflitta dalle mestruazioni rovina il raccolto, rende spoglio il giardino, guasta le sementi, fa cadere i frutti, uccide le api, il vino si trasforma in aceto al suo tocco, il latte diventa acido e cagliato”. Egli riconosceva inoltre al sangue mestruale un potere terapeutico: esso veniva usato come rimedio contro la gotta, l’epilessia, le emorragie, le cefalee e la rabbia. Queste convinzioni, per quanto bizzarre possano apparire, sono persistite fino a tempi relativamente recenti e non solo in ambienti incolti e rozzi. Pochi sono comunque i fenomeni fisiologici del corpo che come il ciclo mestruale hanno suscitato in tutte le culture, anche le più diverse, pregiudizi, sospetti, timori, pudore e paura. Ecco perché dietro al ciclo mestruale esistono differenti modalità di lettura psicosomatica: l’aspetto tabù e quello istintuale, per non dimenticare il lato sessuale e sociale. Nonostante sia un processo del tutto fisiologico, le mestruazioni sono vissute da molte donne con un malessere e un disagio tali da influenzare pesantemente il loro stile di vita. Con il ciclo la vita delle donne, in qualche modo, cambia: il corpo si trasforma, l’umore si fa ciclico, incomincia una sessualità adulta, si affaccia la possibilità di diventare madre. E’ comprensibile, pertanto, che i disturbi del ciclo esprimano (in assenza ovviamente di una patologia organica), molto spesso, un difficile rapporto con la propria femminilità. Questo ovviamente non vuol dire che la persona in questione non sia femminile, ma semplicemente che trova il ruolo della donna poco invidiabile. Ognuno dei disturbi dunque si spiega con le caratteristiche di chi ne soffre. Un flusso scarso (ipomenorrea), un flusso troppo abbondante (ipermenorrea), un flusso ritardato (oligemenorrea), un flusso anticipato (polimenorrea), un flusso assente (amenorrea): possono raccontarci di un femminile esuberante, di una paura di crescere, o della convinzione che tutto ormai sia concluso. La difficoltà con cui si vive il mestruo, dà quindi una rappresentazione fedele dei disagi connessi al modo di vivere la propria femminilità: svela i suoi tormenti. Andiamo allora ad esaminare gli aspetti simbolici che i disturbi mestruali più ricorrenti esprimono. Amenorrea. Termine che indica l’assenza o la scomparsa del ciclo mestruale. Si parla di amenorrea primaria se il ciclo non è mai comparso entro i 16 anni di età, di amenorrea secondaria se i cicli, in passato normali sono scomparsi da almeno 6 mesi. L’amenorrea è una delle espressioni più evidenti di come un modo di pensare, uno stato d’animo negativo o un evento traumatico, possano diventare sintomo corporeo (amenorrea psicogena). La donna in amenorrea sta sperimentando un periodo conflittuale – con se stessa o con chi le sta vicino – che ruota intorno al tema dell’espressione della femminilità. Tale situazione conflittuale è molto intensa: per qualche ragione sentirsi pienamente donna è un problema, che tuttavia rimane, il più delle volte, inconsapevole e, soprattutto, non affrontato. Si verifica comunque in seguito a condizioni di stress, gravi lutti familiari, separazioni e divorzi, attività fisica intensa come nelle atlete, ragazze che soffrono di disturbi alimentari (anoressia, bulimia), che rinunciano alla propria dimensione femminile e che sono cresciute in un ambiente familiare che non ha mai accettato il loro sviluppo sessuale, il loro diventare adulte. Rimanere “piccole” consente anche di evitare il dolore connesso alle “responsabilità” che richiede l’essere adulta: il mestruo fa “diventare donna”, il modo più sicuro per restare bambine è quello di evitarlo. E’ piuttosto evidente come mai chi soffre di anoressia non abbia le mestruazioni o le abbia molto ritardate. Esse hanno timore della propria femminilità, paura della sessualità e della maternità. E’ ampiamente documentato che in situazioni di grande paura ed insicurezza, nelle catastrofi e in prigione (è nota l’alta percentuale di amenorrea nei campi di concentramento) si arriva con particolare frequenza alla sospensione delle mestruazioni. Dismenorrea. Il termine indica la presenza di un ciclo mestruale molto doloroso. I dolori sono intensi e ricordano le coliche addominali; si possono associare a nausee, cefalee, vomito, scariche diarroiche, esagerata irritabilità durante e dopo le mestruazioni. Questo fenomeno si riscontra frequentemente in donne che faticano ad immaginare il loro futuro. Hanno, inoltre, notevole difficoltà a creare un proprio spazio affettivo, molto spesso la loro vita amorosa è instabile e continua ad oscillare tra alti e bassi. Poiché esiste in queste persone una certa difficoltà a fermarsi, a vivere un momento di rallentamento e di passività, perché vissuti come pericolosi o limitanti, le mestruazioni dolorose indicano la necessità di rallentare la propria attività familiare o professionale. Sono donne che, se potessero, farebbero a meno del ciclo mestruale, vissuto – se anche non fosse doloroso – come ostacolo ad una vita che dovrebbe restare sempre uguale giorno dopo giorno, una vita che banalizza questo fenomeno vedendolo come perdita di tempo. Chi vive dolorosamente il ciclo mestruale, vive dolorosamente anche la propria femminilità. I disturbi mestruali, molto spesso, fanno intuire problemi sessuali perché tale malessere impedisce anche di donarsi completamente e spontaneamente a tale attività. Menopausa (l’età d’oro). Arresto definitivo del flusso mestruale. La menopausa è considerata, a torto, il momento del decadimento della donna. In realtà la “separazione” dell’energia sessuale da quella procreativa conduce ad una seconda giovinezza. Che la menopausa coincida con lo spegnersi della sessualità femminile è un concetto superato da tempo. La fine della fertilità non spegne il desiderio, anzi può spingere la donna a vivere l’erotismo in maniera più profonda e più libera. Le vampate di calore sul viso, secondo il linguaggio psicosomatico, testimoniano che la libido, in qualche modo, cerca di esprimersi. Molto spesso la perdita della capacità riproduttiva può essere sentita in modi diversi: da molte donne è vista come un lutto, come una perdita importante di sé, e ciò riguarda in particolar modo coloro che hanno fatto dell’essere “madre che fa figli” l’aspetto fondamentale della propria identità; da altre può invece essere vissuta come un sollievo. La sintomatologia è in parte sicuramente fisiologica, tuttavia, quando si presenta in modo spiccato e continuativo, indica una difficoltà nell’accettare il “cambiamento”: il timore profondo di una “perdita” senza riuscire a rimpiazzare il “nuovo”. Spesso i disturbi della menopausa altro non sono che la resistenza al nuovo “volto” della femminilità. Infatti, le vampate di calore al volto, sudorazione, tachicardia, irrequietezza, labilità emotiva, sono tutti sintomi che visti con l’occhio della psicosomatica ci rivelano che si è di fronte ad un mutamento rapido dello stato di coscienza del femminile. Raramente una donna si mostra soddisfatta di questa sua condizione, e quasi sempre la sensazione di essere giunta ad una tappa conclusiva del cammino, una specie di punto senza ritorno, si ripercuote nel suo equilibrio psicosomatico. Se tale fenomeno in sé non è una malattia, la “menopausa mentale”, che da questo momento informerà di sé tutto l’organismo, mostra invece di esserlo. Ansia e depressione sono spesso compresenti e indicano uno stato di disagio e di disorientamento dovute alle profonde modificazioni biochimiche. Nello specifico, l’ansia manifesta uno stato di naturale all’erta nei confronti della fase di passaggio, mentre una prevalenza di tratti depressivi indica che la menopausa viene vissuta come perdita, come chiusura e rinuncia.

SAPEVATE che... la vitamina A può essere utile nei casi di mestruazioni abbondanti e per sensibilità al seno in tale periodo... manganese e Calcio (oligoelemento) nella sindrome mestruale... Omega 3 (EPO) sindrome premestruale.

… problemi S.p.M (sindrome premestruale), un succo di: mela, sedano e finocchio può aiutare.

Amenorrea… (interruzione del ciclo mestruale) un break della femminilità, una rimozione di parti femminili essenziali sia come donna sia come femmina: insicurezza e fragilità… un ambiente sociale che non (favorisce) accettato lo sviluppo sessuale e di essere donna (adulta)… anoressiche e bulimiche le più colpite… Un aiuto naturale: Rubus idaeus MG… sono particolarmente utili le metodiche terapeutiche che mettono in contatto con la fisicità…

Anorgasmia… (incapacità a raggiungere l’orgasmo) difficoltà ad entrare in relazione con il partner per motivi di autostima o per un atteggiamento ambivalente (rabbia - ostilità, depressione - iperattività)… un netto rifiuto di godere, di concedersi all’altro, di provare piacere sessuale… timore di perdere il controllo (incapacità di lasciarsi andare) o di non riuscire a gestire un piacere “troppo forte” … Un aiuto naturale: Betulla pubescente MG, Quercus robur MG, Sequoia gigantea MG…



ATTENZIONE PERICOLO

La sessualità, come abbiamo potuto vedere, è un fenomeno umano davvero ricco, complesso e variegato (fatto di mistero, sorpresa, autenticità… una componente umana davvero creativa e giocosa). Riguarda tutto ciò che appartiene alla sfera del sesso nell’infanzia come nell’età adulta: modalità e l’intensità con cui si vive l’eros. I suoi caratteri sono determinati dalle abitudini familiari e sociali, dal modo di vivere, dalla libido. Segnala la propria personalità, l’opinione che si ha di se stessi e, soprattutto, la vita di relazione (vicinanza e distanza, amore e paura). La sessualità può essere alterata da sentimenti di timore o di ostilità. I timori profondi possono essere i sintomi di una psicosi generalizzata di tendenza autodistruttiva… una vera e proprio malattia e spesso una grande “infermità”. Tale fenomeno quando è “pilotato” da una profonda sofferenza, si esprime sempre, che vogliamo o no, in maniera più o meno marcata, anche nei rapporti e nelle piccole attività sociali: con modi di fare impacciati e conflittuali… segnala sempre un problema relazionale invalidante, un manipolare altri individui, spesso più deboli (in eccesso o in difetto). La difficoltà sessuale, quindi, non è mai isolata, ma può coinvolgere altre aree importanti della vita quotidiana: lavorativa e scolastica. A volte si manifesta con un grande bisogno di controllare e dominare tutto ciò che sta intorno (rabbia, aggressività, rancore, sadismo), altre volte, invece, spinge a vivere ogni cosa in maniera completamente passiva (senso di colpa, masochismo), con un forte timore di essere umiliati e terrorizzati al solo pensiero di essere ridicolizzati. I disturbi connessi alla sessualità, comunque, sono spesso la causa di grande sofferenza, di incomprensioni e di conflitti nella coppia… a volte ne sono la conseguenza. Una vita sessuale frustrante, timorosa o impoverita, viene spesso compensata, senza saperlo, con acquisti sconsiderati, consumo eccessivo di alcol, bulimia e altre attività compulsive disastrose. A volte, invece, le cose sono più serie, il malessere ha un carattere costrittivo: i disturbi sono collegati all’eccesso. Tale fenomeno allora è caratterizzato da impulsi ossessivi - compulsivi a scapito di altre attività importanti (tutto ruota attorno alla realizzazione del piacere immediato; ad esempio, la masturbazione compulsiva toglie energie ad attività importanti e più creative). I soggetti con queste difficoltà, dominati da infelicità ed infantilismo, possono agire in modo potenzialmente dannoso per se stessi e gli altri. Gestiscono in maniera maldestra le loro sensazioni di irrequietezza, inadeguatezza ed inutilità, attraverso comportamenti che non sono in grado di controllare: massacri, molestie ai bambini, incesto e violenza carnale. L’aggressività sfogata nel sesso può portare, infatti, ad azioni distruttive, a comportamenti estremi come lo stupro e il delitto (distruggere l’oggetto del desiderio). Non dobbiamo dimenticare che queste persone non sono “marziani”, ma sono individui che lavorano, si sposano, hanno figli e possono atteggiarsi a genitori esemplari e premurosi. In particolare, possono condurre una vita apparentemente “normale” e spesso quantitativamente intensa rispetto ad altri, che però procura un piacere nettamente insoddisfacente e inferiore a quello che possono ottenere mettendo in moto i meccanismi di questo disagio… trovano piena soddisfazione soltanto attraverso il loro comportamento ritualizzato. Pertanto, si trovano in una condizione di doppia personalità nella quale, dietro a un adattamento sociale che appare ben riuscito, covano forme di aggressività antisociali e destabilizzanti che possono esplodere nei momenti più impensati. Ricordiamolo, molte sono le strade che conducono a scalare - per chi è munito di un adeguato “abbigliamento” (chi lo desidera veramente) - le grandi vette della vita e riportare, chi ha queste difficoltà, alla felicità… cui è sempre logico desiderare e aspirare. E’ fondamentale, quindi, riconoscere questa sofferenza (anche nelle sue forme più leggere) e ammettere senza pregiudizi che questi individui, come quelli appartenenti ad altri quadri clinici, anche se non devono mai essere censurati o perseguitati per la loro condotta, sono tuttavia dal punto di vista emotivo dei veri e propri malati che vanno sempre incoraggiati a farsi curare. Considerato il fenomeno sotto questa luce, si può eliminare - come ogni altro squilibrio emotivo - con una psicoterapia intensiva a carattere attivo, direttivo e persuasivo… UOMINI, siamo figli di DONNE , RISPETTIAMOLE!!!

CONCLUSIONI e piccole CURIOSITA’

La sessualità è parte integrante dell’identità, dell’opinione di se stessi e, soprattutto, delle relazioni con gli altri. Concedersi ad un’altra persona - condividendo sentimenti, emozioni, pensieri e piacere sessuale - va in profondità, tocca l’essenza del significato della vita umana. Come ogni altro aspetto di una relazione stabile e duratura, il sesso si evolve e si modifica nel corso del tempo. La sessualità è dinamica e cambia continuamente nel corso della vita di una persona. Il desiderio sessuale è un impulso biologico che varia a seconda della persona e delle varie fasi della vita… può essere influenzato in negativo da sofferenza psicologica o da un conflitto di coppia (ma stimolato da nuove relazioni). I problemi psicologici più comuni si riferiscono al timore di fallire, al disagio per l’intimità, alla paura del dolore fisico, a sentimenti di imbarazzo, inibizione e colpa. I problemi relazionali, invece, sono di due tipi: conflitti scatenati da problemi non sessuali (preoccupazioni di natura economica, di controllo) che compromettono le fasi iniziali della sessualità; oppure incomprensioni tra i partner (mancanza di attrazione sessuale, poco erotismo, assenza di intimità, preferenze sul tipo di attività sessuale). Se un partner, dopo qualche tempo, prova meno interesse per il sesso rispetto all’altro, questo non deve necessariamente essere considerato anormale. I problemi relativi al desiderio sessuale rappresentano la ragione più comune per cui le persone si rivolgono a specialisti per un aiuto. Comprendere le esigenze e i comportamenti sessuali può essere davvero difficile a causa di convinzioni radicate nel tempo circa la sessualità e della disinformazione. Le influenze culturali e le esperienze infantili, infatti, possono incidere sull’atteggiamento nei confronti del sesso. Oltre a certe perplessità e dubbi, ogni persona ha preoccupazioni uniche e specifiche. Una ragazza può sentirsi a disagio per la forma del proprio seno, mentre un ragazzo può essere preoccupato per le dimensioni del pene… da queste convinzioni, entrambi i soggetti possono temere di non essere in grado di essere all’altezza o soddisfare le esigenze dell’altro. Il concetto di “normalità” sessuale, varia molto a seconda delle culture e del periodo storico in cui viene preso in considerazione.. I dubbi in materia di “prestazione” possono compromettere il buon rapporto di coppia e fornire spunti per eventuali difficoltà sessuali. Una prestazione sessuale “ottimale” comunque è tale solo a giudizio della persona coinvolta: ciò che per un soggetto è una soddisfacente attività sessuale per un altro può risultare del tutto insufficiente. Come pure la frequenza di tale attività non può che essere un parere soggettivo. Per disfunzione sessuale si intende una complicazione a livello di una qualsiasi fase della risposta sessuale (desiderio, eccitazione, orgasmo, rilassamento fisico e mentale). Non si può comprendere come funziona il rapporto sessuale se non si conoscono bene queste quattro fasi di risposta sessuale. Tali disfunzioni possono intervenire in ognuna delle prime fasi del ciclo di risposta sessuale, dato che queste si susseguono velocemente e possono determinare un alterazione in quelle successive. Le cause possono essere di natura anatomica, psicologica o biologica. Tale fenomeno può colpire soggetti eterosessuali, omosessuali e bisessuali. La differenza fondamentale tra una difficoltà episodica e una disfunzione sta nel modo in cui il soggetto o una coppia percepisce una situazione e risponde ad essa con apprensione. Alcuni individui mostrano segni di profondo turbamento non appena incontrano la minima difficoltà sessuale; altri, invece, cominciano a preoccuparsi solo in caso di difficoltà ripetute e prolungate. Se è presente una disfunzione, questa inevitabilmente finirà per coinvolgere anche il partner. Un soggetto ansioso di soddisfare la propria compagna può non riuscire a mantenere completamente l’erezione. La partner può essere talmente preoccupata per le difficoltà incontrate dal compagno (oppure sentirsi in parte responsabile) da non riuscire a rilassarsi e a raggiungere l’orgasmo. Così, la mancata soddisfazione sessuale da parte sua, aggrava ulteriormente lo stato ansiogeno e, quindi, i problemi di erezione di lui. Poiché la sessualità rappresenta un aspetto fondamentale dell’identità e dell’attività di un individuo, le disfunzioni sessuali possono causare una profonda instabilità e sofferenza. Tale malessere può interferire anche con altri aspetti della vita e dell’immagine di sé di una persona. Alcuni individui sentono di venire meno alla propria idea di quello che un uomo o una donna “normale” dovrebbe fare. Altri avvertono un senso di depressione, ansia, colpa, vergogna o frustrazione. Molti individui prestano talmente tanta attenzione a ogni sfumatura della propria risposta sessuale da assumere un atteggiamento da spettatore, vigilando, controllando se stessi e il proprio partner. Fenomeno che inevitabilmente compromette ulteriormente le prestazioni e la soddisfazione sessuale. La prima cosa da prendere in considerazione in presenza di una disfunzione sessuale è il contesto in cui avviene: è un fenomeno generalizzato oppure situazionale? La disfunzione generalizzata si verifica quando è presente in tutte o quasi le situazioni sessuali, indipendentemente dal partner o dal tipo di stimolazione sessuale. Il soggetto non raggiunge l’orgasmo né attraverso la masturbazione, né con il coito, né a livello orale. La disfunzione situazionale, invece, si verifica solo con determinati compagni o magari durante una specifica attività sessuale. Come nel caso di un individuo che non ha alcuna difficoltà erettiva durante la masturbazione o la stimolazione orale, ma accumula insuccessi e incontra fallimenti nei rapporti completi.




7.0 .APPARATO UROGENITALE (Urinario).

Condiziona il benessere psicofisico, patologie connesse alla paura della malattia, della violenza e dei cambiamenti, difficoltà a "scaricare" certi contenuti, vecchi ricordi ormai inadeguati... un tentativo di trattenere emozioni e pensieri.

Calcoli biliari… mancanza di libertà espressiva: rancore, paura e rigidità bloccano completamente il soggetto… difficoltà a sfogarsi, a ribellarsi, ad esprimere contrarietà e aggressività: un’energia che si accumula… il tutto si pietrifica (cristalli solidi che si formano nella cistifellea o nei dotti biliari… la bile si indurisce, diventa una “roccia”: pietra) perché tutta la tensione rimane dentro… la Colica… dice devi cambiare: esprimerti ed essere più malleabile… Un aiuto naturale: Fraxinus excelsior MG e Acer campestre MG…

Calcoli renali… un passano che non si riesce a togliere di torno (difficoltà a distinguere le cose passate dal presente, ciò che e utile e quello che non serve più)… incapacità di far fluire la vita: troppa durezza e rigidità nell’affrontare la realtà: il calcolo segnala la necessità flessibilità e malleabilità di atteggiamento… testardaggine, rigidità, poca disponibilità e difficoltà di adattamento bloccano il fluire della vita con la “roccia”… Un aiuta naturale: Betulla verrucosa (linfa) MG…

Cistite… una estenuante lotta per mantenere inalterate le situazioni, difficoltà a cambiare atteggiamento… un conflitto profondo nel lasciar scorrere il flusso degli eventi (lasciare o trattenere, controllo o cedevolezza)… un mentale che non cede e non si piega al cambiamento…

Colecistite… un accumulo di umiliazione, frustrazione, rabbia, rancore e aggressività… fantasie di vendetta mai espresse, da sempre trattenute per mantenere un’immagine affidabile, civile e perbene (sempre supercontrollata)… una energia aggressiva tenuta a bada magari con grandi abbuffate… Un aiuto naturale: Rosnarinus officinalis MG, Acer campestre MG, Fraxinus excelsior MG…

Nefrite (Glomerulonefrite: infiammazione del rene). Reazione esagerata a certe aspettative: delusione, incapacità di prendere decisioni, annientamento e senso di fallimento (aspettative non soddisfatte) … sensazione di non poter far fronte a certe situazioni, che qualcosa considerata importante stia cedendo, sprofondando, crollando e di non ricevere alcun sostegno dai propri familiari nell’affrontare le cose… collera verso un personaggio che ha generato uno stato conflittuale pericoloso per se stessi, per la propria salute …

Oliguria (scarsa emissione di urina)… sentimento di collera e rabbia trattenuto mescolato a rassegnazione… difficoltà a delimitare e difendere il proprio spazio…

E' una struttura - composta da reni, vescica, ureteri e uretra - che ha la funzione di filtrare, immagazzinare ed eliminare i liquidi nel tempo presente (separano il buono dal cattivo)... controllano anche le ghiandole surrenali. Da qui, attraverso la produzione di adrenalina, parte la gestione in maniera vantaggiosa o meno dei nostri comportamenti e delle nostre paure (lo stato ansioso precede il bisogno di urinare): l'aggressività e il modo di reagire in generale. Il rene è un organo di contatto... una comunicazione disturbata con il partner, i figli e i genitori può portare ad una disfunzione in questa struttura. In tale organo risiede una forza silenziosa che permette ad ogni individuo - attraverso un abile "colpo di reni" - di superare gli ostacoli quotidiani e di affrontare i periodi della vita più duri. Rischiano quando sono messe sulle spalle problematiche altrui. I reni filtrano, selezionano (filtrano ogni giorno 300 volte il sangue), controllano, riassorbono ed eliminano le scorie, i veleni attraverso la vescica ... una stazione di filtraggio e di controllo del tasso di acidità... se non funzionano ci avveleniamo. La vescica, invece, (contiene la materia di scarto che deve essere espulsa... pulizia delle scorie, eliminazione di vecchi ricordi) è complementare all'organo rene: riceve e cede (controlla, trattiene, cede)... riguarda anche il lasciare fluire la libido e la femminilità. Richiama il senso di autonomia e la volontà di controllare (si veda il significato del controllo sfinterico del bimbo, l'enuresi: una richiesta di attenzione e d'aiuto)... contiene anche stati mentali molto sottili come emozioni, pensieri, abbandoni, angosce e rifiuti (così il tutto appesantendosi crea tensione). La famiglia reni - vescica, quindi, veglia sull'equilibrio sanguigno (regola il volume dei liquidi e della pressione arteriosa) filtrando ed eliminando le tossine ... purifica ed arricchisce il sangue. Un loro cattivo funzionamento, portavoce di vari disagi, crea ritenzione idrica o gonfiore ... si fa sentire attraverso dolori, bruciori, spasmi e infiammazioni. Gli elementi psicologici connessi a questi organi, in base alle loro funzioni, riguardano l'equilibrio emozionale. Le malattie urinarie parlano di tensioni continue, conflitti precoci e drammatici. Il soggetto che viene colpito da problemi renali segnala in generale la sua incapacità di prendere decisioni, di passare ai fatti concreti, all'azione ... non si sente abbastanza forte ed è facilmente influenzabile (ecco perché si dice "dare un colpo di reni": una "spinta" che permette di far trionfare o raggiungere un determinato obiettivo). Evidenzia una forte gelosia, una profonda paura per la sopravvivenza, un atteggiamento autoritario, critico, di rigore e severo nei confronti degli altri... un senso diffuso di fallimento condiziona lo stato di benessere del soggetto. Percepiscono da ogni parte una grande ingiustizia che li rende ancor più impotenti e privi di autorevolezza.

Calcoli renali.

... troppe responsabilità che schiacciano e a cui non si riesce ribellarsi… non dire sempre sì, cercare di essere in ogni situazione troppo accomodante, favorire atteggiamenti finti perché non sei più in linea con te stesso, soffochi i rancori e accumuli impotenza: rinunci alla spontaneità ...

Il passato che si fissa, si consolida, si calcifica ... blocca il fluire della vita. Sono formazioni dure (concrezione di sali di acido urico) che creano uno sbarramento dei liquidi (vita)... elementi trattenuti non eliminati che assorbono le proprie emozioni. Sentimenti di abbandono e di solitudine che bloccano lo scorrere naturale della vita ... difficoltà ad adattarsi al mondo circostante con flessibilità. E' possibile che il soggetto non riesca ad eliminare le cose che non servono più. Temi trattenuti (rapporti, relazioni), non lasciati andare per la loro strada, che bloccato l'evoluzione. Abbiamo allora una persona con pensieri "duri", che non si ascolta, che non presta attenzione ai suoi veri bisogni ... un pianto antico trattenuto che diventa "pietra". Le lacrime inibite, non completamente espresse, fanno male e creano collera: così le tensioni trattenute - quel fare severo e gli atteggiamenti inflessibili - si fanno roccia ... le emozioni intossicano e si "solidificano". Un dolore che non essendo stato compreso ed elaborato "pesa" e si "pietrifica" nel tempo presente.

Cistite.

… un mandare giù che infiamma: un malessere bruciante e silenzioso (far finta di niente)…

Infiammazione acuta o cronica della parete della vescica e delle vie aeree inferiori. Una collera impulsiva ed eccessiva (brucia) coinvolge questi soggetti ... un timore di non essere rispettati nel proprio ambiente (famiglia, denaro, ufficio) e, quindi, non liberi di agire come si vuole ... perdita i sicurezza, non lasciar accadere le cose in maniera spontanea, voler mantenere lo status quo delle cose; non ha un atteggiamento arrendevole verso gli avvenimenti, difficoltà a cambiare gli atteggiamenti: conflitto tra passività e controllo. Per questi soggetti "morbidezza" significa fragilità e pericolo di esporsi alle manipolazioni altrui. Può essere una questione di territorio o timore verso la figura di riferimento... non osa opporsi a chi occupa troppo spazio. La cistite si sviluppa quando vengono imbrigliate le forze vere, non vissute completamente, non si lascia fluire il "fuoco" e la sessualità, vissuta in modo conflittuale e faticoso: sensi di colpa e comportamento aggressivo nei confronti del partner. La patologia segnala che è giunto il momento di riprendersi il proprio posto e le proprie responsabilità. 1° Chakra (sicurezza: lavoro, denaro, casa), 2° Chakra (nega la paura).

… la tavola che fa bene alle vie urinarie… vince la cistite e protegge i reni: mirtillo rosso, carote, cavolo, zucchine, cetriolo, ciliegie, mais, sedano … controlla l’assunzione, per il loro contenuto di acido ossalico, di arancia, limone, cavolo, piselli, cioccolata.



L'ENURESI …

… difficoltà a rinunciare alle proprie abitudini: soggetti immaturi con il terrore di diventare autonomi… le emozioni trattenute durante il giorno possono finalmente esprimersi di notte quando il “controllo” diminuisce…

“il controllo del territorio” (non a caso, per gli animali la funzione biologica dell’urina è quella di “marcare” il territorio, un chiaro ed evidente segnale per dire agli intrusi: “fermo, qui sei a casa mia”).

Che cos’è. Per enuresi intendiamo l’emissione attiva completa e incontrollata di urina dopo che sia stata raggiunta la maturità fisiologica in genere acquisita tra i 3 e i 4 anni. Questa alterazione del controllo sfinterico urinario può essere primaria quando non si è verificata l’acquisizione della pulizia corporea oppure secondaria qualora si manifesti dopo, un periodo più o meno lungo, l’acquisizione del controllo fisiologico. Il controllo sfinterico urinario è influenzato, principalmente, da tre fattori: neurofisiologico, culturale e relazionale. Neurofisiologico. Esso è caratterizzato dal passaggio da un comportamento riflesso automatico ad un comportamento volontario controllato. Nel neonato la minzione è dapprima successiva alla replezione (riempimento della vescica). Il controllo di questo sfintere viene acquisito successivamente in modo progressivo. L’acquisizione, quindi, di un vero controllo sfinterico non è possibile prima che la motricità vescicale sia giunta a maturazione fisiologica, anche se un condizionamento precoce può far credere ad un apparente pulizia. Culturale. Questo fattore non può essere dissociato dall’apprendimento della pulizia. Prendendo in esame le varie culture, questo apprendimento si svolge in un contesto più o meno rigido, determinando nel bambino pressioni severe, inadeguate o leggere (influenzando la frequenza delle alterazioni legate a questa funzione). Relazionale. Oltre alla maturazione neurofisiologica ed alla pressione culturale, nella nostra società, dove la relazione madre bambino è privilegiata e protetta, l’acquisizione della pulizia è, durante il secondo e terzo anno, uno degli elementi di transazione nella diade madre – bambino. L’urina veicola un’intensa carica affettiva che può essere positiva o negativa. L’acquisizione del controllo sfinterico si attua a seguito del piacere provato prima per l’espulsione poi per la ritenzione (ritenzione – espulsione): la nuova padronanza sul proprio corpo procura al bambino una felicità rinforzata dalla soddisfazione materna. Questa dualità ritenzione – espulsione può manifestarsi attraverso modalità aggressive, tutto ciò dipende dal tipo di relazione tra madre e bambino che si svolge attorno al controllo sfinterico: esigenza imperiosa della madre che toglie al bambino una parte del suo corpo e riceve la sua urina con maschera di “disgusto”; soddisfazione di una madre nel vedere progredire e autonomizzarsi il suo bambino in queste condotte quotidiane e ricevere la sua urina con piacere. In questo modo si attua il passaggio dell’esperienza ritenzione – espulsione alla modalità offerta – rifiuto. Criteri diagnostici per l’enuresi secondo il DSM IV. Ripetuta emissione di urina nel letto o nei vestiti; Il comportamento è clinicamente significativo, come manifestato o da una frequenza di 2 volte alla settimana per almeno 3 mesi consecutivi o dalla presenza di disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, scolastica o di altre aree importanti del funzionamento; L’età cronologica è di almeno 5 anni (per altri autori il riferimento è di 4 anni); Il comportamento non è dovuto esclusivamente all’effetto fisiologico diretto di una sostanza o di una condizione medica generale (diabete, spina bifida, ecc.). Generalmente l’enuresi è considerata un sintomo benigno con tendenza a scomparire durante la pubertà (periodo della vita compreso tra gli 11 e 15 anni). Alcuni autori hanno suggerito una classificazione delle enuresi, a seconda che siano legate a dei fattori organici o che siano funzionali. Le prime comprendono le ostruzioni anatomiche, la spina bifida, le infezioni, il diabete (in questo caso sarà richiesto l’intervento medico o chirurgico). Le enuresi funzionali, pur avendo un’origine multifattoriale sono legate a fattori psicologici conflittuali. Questi ultimi restano i più evidenti. Basti ricordare la frequente corrispondenza tra comparsa e scomparsa dell’enuresi e quelle di un episodio che segna la vita del bambino: separazione familiare, nascita di un fratellino, entrata nella scuola, un educatore aggressivo e violento, emozioni di qualsiasi natura. Questi fattori psicologici possono agire sia a livello del bambino stesso, sia a livello dell’ambiente familiare (in questo caso è indicato l’approccio educativo e psicoterapeutico). L’incontinenza notturna è più frequente della diurna, e comporta assai spesso l’instaurazione di rituali d’ogni tipo in seno alla famiglia: i genitori si alzano parecchie volte per far urinare il bambino, cosa che serve a ben poco, bensì a rinforzare l’interesse familiare per il sintomo e a dar al bambino gratificazioni di ogni genere (disturbare i genitori, manipolazione, ecc.). Esiste, inoltre, un gruppo di bambini, appartenenti ad un quadro clinico depressivo mascherato, chiamato “enuretico depressivo”, a causa dell’alta incidenza di incontinenza vescicale e rettale. Questi bambini mostrano inoltre difficoltà cognitive e isolamento sociale. Essi sembrano essere bambini sfortunati e infelici, che a causa di una combinazione di fattori sono neurologicamente immaturi ed hanno dei problemi di apprendimento e di incontinenza. Tali bambini restano spesso invischiati in un cronico braccio di ferro con i loro genitori, che aumenta le loro frustrazioni, ma non sembrano depressi; piuttosto, essi sono sempre arrabbiati e fanno ricorso a ritorsioni passivo – aggressive contro le figure investite di autorità. Essi non hanno l’immagine negativa di sé, il sentimento di impotenza e gli autorimproveri che sembrano necessari per la diagnosi di depressione. Il trattamento, per questo gruppo di bambini, è lungo e difficile. L’enuresi è associata alla fase paradossale del sonno, allo stadio corrispondente al sogno, oppure al passaggio dal sonno profondo a un sonno leggero. Per quanto riguarda il sesso, la maggioranza degli autori segnala un tasso di enuresi più alto nei maschi che nelle femmine (10% nei maschi contro 9% nelle femmine). Alcuni studi hanno messo in relazione l’enuresi e altri sintomi, quali le minzioni imperiose diurne, l’enconpresi, il sonno profondo, l’immaturità affettiva e i disturbi della parola. Perché l’enuresi? Come è già stato accennato, verso i 4 anni la maggior parte dei bambini ha imparato a “controllare” la vescica. Di notte non si bagna più il letto. Nonostante tale controllo, un certo numero di bambini – di intelligenza normale e a volte anche superiore – continua a bagnare il letto ben oltre quella età. Quando il bambino urina, ne trae un evidente piacere. Piacere fisico: allentare la tensione della vescica, piacere del “titillamento” derivante dallo scorrere dell’urina, piacevole calore quando questa arriva a bagnare le natiche e la schiena. Si tratta ovviamente di piaceri la cui importanza e intensità vengono notevolmente sottovalutate dagli adulti. Così, la soddisfazione di poter in questo modo manifestare entusiasmo o dispiacere è un mezzo primitivo ma tuttavia molto importante per esprimere le proprie emozioni. E’ risaputo che i bambini – anche gli adulti – possono esprimere in questo modo la paura: “farsela sotto” è un’espressione comune che corrisponde ad alcuni fatti reali. Certi bambini lo fanno anche per manifestare la loro gioia. Espressione simbolica di gioia o di dispiacere, soddisfazione reale dell’atto di urinare, “valvola” di una tensione psicologica: questi sono i significati della minzione nel bambino e il cui significato è puramente affettivo. A volte il disturbo esprime uno stato di conflittualità profonda. E’ frequente in soggetti immaturi che non vogliono rinunciare alle abitudini infantili. Inoltre, in analogia con il “Regno della Notte”, luogo in cui dominano gli istinti, l’enuresi notturna consente alle emozioni trattenute di essere liberate. L’enuresi, infatti, può esprimere anche il desiderio del bambino di prolungare il suo stato infantile. Rifiuto di crescere e di conseguenza rifiuto di assumersi nuove responsabilità. Ha paura di partire perdente in una “gara” con un bambino più grande. Per attirare l’attenzione dei genitori, anche a rischio di dare loro un dispiacere e di farsi punire, certi bambini vogliono garantirsi una posizione a parte, privilegiata, nella quale saranno certi di trovarsi al centro dell’interesse. Questo rifiuto di crescere o meglio questo bisogno di “regredire” verso le prime modalità infantili permette loro di raggiungere tale scopo. Un altro caso è quello del bambino che ha paura di crescere perché teme inconsciamente che i genitori vogliano abbandonarlo. Paura irragionevole, ma frequente. L’enuresi può anche essere una protesta, un modo attivo di palesare la propria ostilità. Fin dalla più tenera età, i concetti di “sporco” e di “pulito” vengono posti al bambino sotto forma di contrapposizione. Bagnare il letto significa “sporcare”, il bambino lo sa bene. L’enuresi assumerà allora il senso di una protesta contro i genitori, contro l’ambiente circostante, contro le circostanze della vita ch’egli è costretto a condurre. Nel rimanere sporco, il bambino procura ai genitori fastidio, li mette in imbarazzo e in agitazione: è un modo di essere aggressivo. Non soltanto il bambino rimane “pupo”, ma esprime anche il suo scontento: egli non osa farlo apertamente, ma lo esprime inconsciamente. Egli si esprime senza ricorrere alle raffinatezze del linguaggio parlato. Sarà forse una modalità primitiva, infantile e inconscia di esprimersi forse, ma molto eloquente. Le reazioni del bambino e della famiglia di fronte all’enuresi sono varie. Il bambino considera talvolta che questo sintomo è sgradevole e imbarazzante, ma spesso ha un atteggiamento passivo. La famiglia può reagire in maniera estremamente tollerante o estremamente severa, anche brutale. Può anche essere una punizione che il bambino infligge a se stesso. Con l’enuresi il bambino confessa la propria incapacità, il proprio stato di dipendenza, di inferiorità. In realtà, egli provoca le punizioni e lo scontento dei genitori. E forse li umilia, ma umilia soprattutto se stesso; e in tal modo confessa il suo fallimento, la sua incapacità di crescere. In breve possiamo dire che i pensieri e i desideri che il bambino ritiene essere inaccettabili e cattivi, quelle idee che, se portate alla luce, potrebbero comportare gravi punizioni, anzi la perdita dell’amore nutrito nei suoi confronti, devono scomparire dalla consapevolezza (conscio). Essi continueranno però a vivere ignorati nel suo inconscio; e quel inconscio possiede un suo peculiare linguaggio, un vero e proprio linguaggio segreto che è necessario tradurre per poterne comprendere il significato. Rimossi nel profondo, quindi, inconfessati ma presenti, per esprimerli e per tradurre i suoi timori, la sua angoscia, il suo senso di colpa, il bambino disporrà solo del linguaggio simbolico, simbolico a un punto tale che non solo i genitori non riusciranno a capirlo, ma di cui egli stesso non riconoscerà il significato. Una vasta letteratura scientifica sull’enuresi ha sottolineato che una condotta incostante o disagi emotivi da parte dei genitori giocano un ruolo sfavorevole nello stabilire il controllo sfinterico in età normale, sia che si tratti di un atteggiamento troppo coercitivo che spesso provoca nel bambino reazioni di rivolta e di difesa, sia, al contrario, di un atteggiamento troppo permissivo che impedisce l’organizzazione del controllo della minzione. Come hanno indicato alcuni autori, genitori essi stessi enuretici possono avere un atteggiamento di paura o di iperprotezione motivata dal ricordo della loro umiliazione. L’atteggiamento inadeguato dei genitori verso questo controllo si ritrova soprattutto nelle donne ossessive o fobiche (paura dello sporco). Da un punto di vista più generale, l’atteggiamento dei genitori comporta un modo particolare di organizzazione dell’affettività del bambino, secondo che sia iperprotettiva o, al contrario, crudele o rifiutante. Quali sono i vantaggi? Nonostante quanto esposto, nell’enuresi non tutto risulta negativo. Dall’enuresi, il bambino trae determinati vantaggi che, per quanto siano inconsci, sono sicuramente reali. Il bambino che attira su di sé l’attenzione e l’apprensione della madre divenendo così il centro dell’interesse trae indubbiamente profitto dalla sua enuresi. Il bambino che a causa dell’enuresi evita di fare “certe esperienze” che evita di essere separato dai genitori, guadagna qualcosa. Anche quando non “vuole crescere”, evita un certo numero di responsabilità, di compiti e di doveri. Questi vantaggi vengono definiti “benefici secondari”: essi infatti non si trovano all’origine e non costituiscono la causa stesa dell’enuresi, ma sono come dei “sottoprodotti”. Tali “benefici secondari” fanno sì che il bambino possa aggrapparsi all’enuresi e opporsi alla propria “guarigione” anche quando, dopo un certo periodo di tempo, la causa fondamentale è scomparsa. Per trattare il problema dell’enuresi è indispensabile conoscere questi elementi. Le circostanze comunque sono sempre numerose: inquietudine e curiosità sessuali, fallimenti scolastici, difficoltà di adattamento all’ambiente, genitori nervosi e, soprattutto, conflitti familiari. Le separazioni, i divorzi, rafforzano nel bambino il senso di insicurezza. Tutte queste circostanze possono essere altrettante cause. Cosa fare? I genitori sono sempre pronti a tutto: fino a minacciare e a fare paura. A volte si arriva persino a contattare la “fattucchiera”. Non è servito a nulla. Sono state ipotizzate disfunzioni intestinali, malformazioni del pene, svegliarlo di notte, iniezioni, pillole, diete, di farlo alzare a ore fisse. Invano. Qualche volta si verifica un successo della durata di alcuni giorni o di alcune settimane. Poi il grande lago, il diluvio riprende. Ma non è certo in qualche ora che si può risolvere e riequilibrare un’intera personalità, perché si tratta di “ricostruire” tutto un insieme (quel famoso meccanismo del "dare" e del "ricevere"). L’enuresi è solo il segno, la parte visibile di un iceberg che bisogna sciogliere. E’ importante, quindi, dare fiducia al bambino. Creare un’atmosfera distesa, libera (non permissiva), fiduciosa, sarà per lui la cosa più utile e più importante per iniziare un “cambiamento di rotta”. Ovviamente non deve sperimentare né vergogna, né paura. Al contrario è importante fargli intravedere i vantaggi della “guarigione” (i piccoli successi vanno rinforzati attraverso calorosi complimenti). Ridurre al minimo le circostanze che potrebbero favorire la sua enuresi. Un’atmosfera familiare distesa, senza una costante apprensione per la sua enuresi, riduce tanto la tensione nervosa quanto i “benefici secondari”. Dovrebbe, inoltre, essere maggiormente coinvolto nella vita familiare e non tenerlo in disparte. La tolleranza e la malleabilità fanno parte integrante del processo di guarigione. Ogni bambino ha diritto alla propria libertà, a qualche insuccesso scolastico, a qualche espressione di linguaggio un po’ “colorito”. Per nessuna ragione non deve essere considerata la guarigione dell’enuresi come una fine assoluta dei problemi. L’enuresi è soltanto una spia dei problemi affettivi del bambino: sono quelli che bisogna innanzitutto risolvere. L’enuresi è spesso legata a sentimenti ed emozioni che, di giorno, non trovano la via per esprimersi. Anche se il disturbo comune a tutte le enuresi è il difetto del controllo della minzione, questo non vuol dire che l’eziopatogenesi sia sempre la stessa. Quando si formula un programma terapeutico, quindi, non si deve agire unicamente sul sintomo, ma su una condotta di cui bisogna delucidare il contesto psicofisico. Di fronte ai disordini psicologici primari o secondari, è indispensabile prendere un certo atteggiamento psicologico sia di fronte al bambino che nei confronti dei genitori. Dobbiamo sostenere il bambino, rilassarlo e decolpevolizzarlo, farlo cooperare alle attività terapeutiche, metterlo al corrente, come fanno certi autori, del meccanismo funzionale della minzione. I genitori hanno ugualmente bisogno di essere sostenuti (… non colpevolizzati) per meglio sopportare questa affezione spesso considerata come vergognosa, essere informati della condotta più utile e vantaggiosa a favorire l’educazione sfinterica, ed essere messi in guardia contro l’utilizzazione del sintomo a fini aggressivi o di una sorta tutela spesso cercati e subiti dal bambino. Così rischiano di trasformare il sintomo – reazione in una condotta in cui il bambino trova “benefici secondari”. In certi casi, questo atteggiamento di sostegno non è sufficiente e deve essere presa in considerazione una psicoterapia, le cui linee generali devono essere: riduzione del problema conflittuale, evidenziazione dei benefici secondari e offerta di compensazioni nell’ordine affettivo. Nel caso di una personalità in evoluzione, l’enuresi è nello stesso tempo agita e subita, beneficio e danno. E’ in questo stato di ambivalenza che la terapia può, sia portando nuovi benefici, sia creando nuove motivazioni, sia mettendo in attività sistemi organici in stato di passività, aiutare il bambino a trovare una via d’uscita e permettergli, da una parte, di offrirgli la guarigione, e dall’altra, di uscire dalla malattia che, nella nostra cultura, comporta per lui in fin dei conti più inconvenienti che vantaggi.


RENI… un perfetto impianto idro – dinamico.


… è l’organo che filtra, drena e regola il flusso delle acque… segnala soprappeso (ritenzione idrica) gonfiori alle caviglie, danni i carico del sistema linfatico… la sofferenza renale nasce dall’incapacità di prendere le distanze dai ricordi dolorosi, quelli legati alla perdita di una persona importante…

… i reni soffrono quando recitiamo nel quotidiano un ruolo che non ci appartiene …

Il lavoro di questi due organi è davvero notevole: possono filtrare fino a 1.700 litri di liquidi nel giro di 24 h. In questi liquidi sono disciolte una cinquantina di sostanze chimiche che i reni smistano, lasciando passare gli elementi necessari ed eliminando le sostanze nocive. I reni filtrano i Sali minerali. Questi organi rappresentano quindi una barriera di difesa dell’organismo contro la propagazione delle tossine in tutto il corpo. i surreni aiutano in modo consistente i reni nel loro lavoro di ossigenazione, apportando l’eccedenza di ossigeno necessario all’ossidazione della particelle da filtrare. In caso di necessità (sangue carico di tossine), possono costringere i reni a fungere da via ausiliaria fino al punto di autodistruggersi e di innalzare la pressione sanguigna a un livello tale da scatenare l’attacco cardiaco o la crisi del sistema circolatorio. Nella loro funzione, sono strettamente legati alla tiroide. Quando la tiroide funziona troppo, i surreni secernano meno, quindi sono in uno stato di debolezza, ed è tiroide che controlla i battiti cardiaci. Possiamo quindi avere un’aritmia se la secrezione tiroidea è in eccesso (ipertiroidismo). E’ perciò evidente l’importanza di una buona armonia della funzione renale per quanto riguarda i disturbi cardiaci o circolatori I reni hanno anche il compito di mantenere nel sangue la percentuale di acqua indispensabile. Quando il regime alimentare è corretto, il fegato elimina le scorie metaboliche¸ ma se quest’organo non è in grado di assicurare questo filtraggio, i reni lo sostituiscono, in modo da eliminare l’eccedenza d’acqua nel sangue. Se i reni sono affaticati e non riescono a provvedere a questa eliminazione, il volume del sangue può aumentare è creare un maggior lavoro al cuore che potrà subire seri danni. I reni hanno anche un’importante responsabilità genetica. Va collegato ad essi il ruolo di guardiani del patrimonio genetico di ognuno. Immaginiamo che essi detengano l’originale di tutta la nostra riproduzione cellulare. Questo originale ci sarà utile in tutto il corso della nostra vita per riprodurre le “fotocopie”, senza le quali le nostre cellule non potrebbero riprodursi. Più si accelera l’usura dei reni, più aumenta la cattiva qualità di queste fotocopie. Teniamo presente che il corpo elimina ogni giorno 250 grammi di cellule morte, il che significa che in un anno il peso totale del corpo è rinnovato. Questo ci fa capire l’enorme importanza dei reni, che vengono chiamati anche “operatori ecologici” dell’organismo. La mancanza di sonno, stress e la paura fanno male ai reni. Per quanto riguarda la sua visualizzazione nel volto, il contorno dell’occhio dà indicazioni sullo stato dei reni; se vi è gonfiore, si può dedurre un’ipertonia dei reni. Se gli occhi sono infossati con cerchi grigiastri, si tratterà invece di un’ipotonia. Se vi è un doppio gonfiore con le due borse una sopra l’altra, sarà un segno di un prediabete o di un diabete. Una leggera borsa vicino all’occhio, sulla palpebra inferiore denota l’attività dei surreni. Gonfiore della caviglia nella parte interna con dolori e circolazione difettosa. La sintomatologia: diabete, turbe sessuali e mentali. Alimentazione dannosa: sale (il cloruro di sodio disturba l’eliminazione dell’acido urico e aumenta i reumatismi), zucchero. Aiutano i reni: avena, cicoria, cocomero, dente di leone, mela, scorzonera, sedano, uva se non c’è diabete (deficienza renale); ravanelli e zucca (drenaggio renale); avena, carciofi, pomodori, uva (uremia); cetrioli, cipolla, fragole, rape crude, succo di fagiolini crudi, uva (acido urico); limoni, mela, pomodoro, porro, rapa, uva (calcoli renali). La zona interessata al massaggio è la vertebra lombare 3 (L3: gambe che si gonfiano, caviglie gonfie, stanchezza degli altri inferiori, sciatica - dolore ai reni, astenia sessuale, cattiva circolazione alle gambe). L’olio essenziale di timo è utilizzato per la diuresi. Il sapore salato stimola i reni. La sua massima espressione energetica va dalle ore 17 alle ore 19.

VESCICA.


Se si osservano alcune persone durante il pasto si noterà che certe sudano, mentre altre che hanno consumato gli stessi alimenti, non sudano. Questa via di eliminazione scelta dal corpo per supplire a una diuresi insufficiente, è destinata a manifestare nel tempo problemi gravi. L’acqua tossica carica di ammoniaca, acido urico e altro, accelera l’invecchiamento cellulare e compromette le difese naturali. Le variazioni termiche, le estremità troppo calde o troppo fredde, con traspirazione, facilitano gli edemi e in seguito la stasi sanguigna e linfatica. Si sarà soggetti a dolori, artriti, artrosi. La vescica e i reni, organo di eliminazione dei residui organici di cui il principale è l’urea, possono provocare, quando questi residui e, soprattutto, l’urea sono male eliminati, disturbi circolatori, ipertensione, disturbi cerebrali e ovviamente la gotta. Un eccesso di albumina nelle urine equivale alla presenza di uremia, poiché i filtri dei reni fanno passare l’albumina contenuta nel sangue e provocano cristalli e dei calcoli nei reni e nella vescica. I segni premonitori di un eccesso di urea, sono: colorito grigio piombo e pallido, indebolimento generale, tenace mal di testa, ronzio alle orecchie, sonnolenza, bocca secca, alito fetido con odore di ammoniaca, nausee, vomito, diarrea, epistassi, offuscamento della vista, pruriti, sensazione di intorpidimento alle dita. La sua disfunzione si presenta con rossori e forfora alla base delle sopracciglia; con estensione alla fronte e al cuoio capelluto. Possibile gonfiore sul lato esterno delle caviglie. Estremità troppo fredde o troppo calde con sudorazione. Per mantenere la sua efficienza si dovranno eliminare: alcol, bianco d’uovo, caffé o latte, funghi, grassi animali, legumi, salumi. Per stimolare la vescica: cavolfiore. Contro la ritenzione idrica: succo di fagiolini crudi e succo di pompelmo diluito in presenza di edemi. La carota rinforza la vescica. Contro i calcoli urinari: asparagi, limone, succo di rape. Cereali specifici: miglio e mais. Purificanti e diuretici: carciofi, soprattutto l’acqua di cottura delle foglie. Migliora con il sapore salato. Il massaggio per mantenere l’armonia e la salute della vescica avverrà sulla vertebra sacrale 3 (S3: sciatica, astenia sessuale, mestruazioni scarse e in ritardo, gambe e caviglie gonfie, dolore alle caviglie e ai ginocchi). La sua massima espressione energetica sarà tra ore l5 e le ore 17.


CONCLUSIONI e piccole CURIOSITA’

L’apparato urinario (reni e vescica) filtra, immagazzina ed elimina le scorie del metabolismo… purifica e trasforma il corpo. Controlla i liquidi organici, estrae le tossine dal sangue e le trasforma in urina. I reni e la vescica sono organi che hanno il compito di pulizia: purificano l’intero l’organismo. I reni filtrano e regolano il livello dell’acqua, la vescica elimina i liquidi organici carichi di tossine varie. Le malattie di tale sistema parlano di tensioni profonde: scelte, cambiamenti, decisioni, relazioni e rapporti di coppia. Indicano lo stato di stabilità: trovare un giusto equilibrio tra fare, aggressività, difesa, passività, riflessione, fuga. Segnalano le proprie paure di fronte a scelte che la vita impone: cose e obblighi che spingono al cambiamento. Difficoltà di decidere liberamente perché si è vincolati a certe abitudini o vecchi schemi di pensiero. Soggetti che hanno un cattivo rapporto con le emozioni: rabbia e ostilità repressa. Tale difficoltà a modificare certi atteggiamenti è spesso determinata da paura, da un attaccamento a modi d’essere, a certe convinzioni che rifiutano il nuovo. I reni giocano un ruolo fondamentale nel gestire stress e paure. Essi, infatti, secernano degli ormoni (adrenalina, noradrenalina, corticoidi) fondamentali a livello del comportamento in quanto permettono di lottare o fuggire da certe situazioni. Le malattie delle vescica, invece, segnalano una difficoltà ad eliminare certi ricordi che intossicano la mente e non gratificano più. Un grande attaccamento ad atteggiamenti che creano tensione e sofferenza… la capacità di delimitare il proprio territorio. La vescica traduce la paura di impotenza, dell’autorità, di perdere il controllo del proprio spazio (emozioni e sentimenti legati a tutto ciò che è personale, al proprio territorio). La cistite, infatti, rappresenta spesso un conflitto con il proprio partner. Esprime una rabbia (fuoco) verso chi occupa troppo spazio. Il soggetto, quindi, si sente privato del proprio territorio, invaso e non rispettato nel proprio spazio di libero movimento. Correlazione viso - apparato urinario. La funzionalità dei reni è visibile attraverso gli occhi e le orecchie. Se i reni sono contratti come conseguenza di un’eccessiva assunzione di sodio (o dopo un’intensa attività sessuale), spesso l’area sotto gli occhi assume un colorito scuro. Se sono presenti, invece le famose “borse” (gonfiore) è possibile che tali organi siano affaticati da super lavoro a causa di un eccessivo assorbimento di liquidi.. Questo fenomeno è spesso accompagnato da una condizione in cui i reni sono dilatati e saturi d’acqua. Delle pustolette in questa zona indicano che i reni hanno cominciata ad accumulare grassi e muco. Un altro punto di diagnosi dei reni è situato alla pianta di entrambi i piedi.

… problemi alle vie urinarie, un succo di: mirtillo rosso può aiutare.




8.0 .APPARATO LOCOMOTORE.

Riguarda l'identità, le convinzioni più profonde, la flessibilità... la relazione con il mondo o con qualcuno: i punti di riferimento e il "sostegno" … quando ci si sente fragili e sulla difensiva è perché si teme un “attacco”... mal di schiena, dolori articolari, piccole contratture muscolari segnalano sempre una persistente “rigidità difensiva”… i disturbi alle ossa deformano sempre la propria immagine: stima di sé, sicurezza, libertà, autonomia...

… tensioni muscolari: stati eccessivi e protratti nel tempo di allerta, controllo e rigidità, nevralgie: traumi negati, pianti trattenuti e eros bloccato… Sciatalgia: piega chi si fa trovare sempre “tutto d’un pezzo”: dice smettila di essere rigido e duro con te stesso…

ACUFENE … fischi, sibili e fruscii che impediscono di ascoltare gli altri… una voce interiore inascoltata che cerca di farsi sentire, di prendere in considerazione cose trascurate o banalizzate (o coprire): dice ora senti me!... un fenomeno che si può presentare in un momento di caos o di smarrimento esistenziale (spinge a prendere in considerazione uno stato emotivo che da troppo tempo è stato coperto o banalizzato) o di apparente benessere (ascoltare le proprie esigenze da molto tempo inascoltate)… una forte tendenza alla rimozione: l’ansia prende il sopravvento…

VERTIGINI. Un conflitto tra spavalderia e paura di non farcela: di “cadere a terra” … una grande paura di lasciarsi andare, non vivere appieno le proprie emozioni, difficoltà ad essere se stessi: l’istinto tira da una parte, la ragione dall’altra… trasmettere un’immagine di sé decisa e sicura ma spesso si è travolti dal terrore di perdere l’equilibrio… profonda insicurezza e indecisione, di grande instabilità: le certezze stanno vacillando, vengono meno … non ci si abbandona abbastanza, un ruolo quotidiano che non appaga e soffoca … reazionario e contemporaneamente attratto dalla voglia di lasciarsi andare, di trasgredire: si temono però le conseguenze … la testa gira per farti vivere: farti volare di nuovo … se manca la terra sotto i piedi significa che è stato attivato un forte autocontrollo … il mondo dei desideri completamente soffocato toglie la terra sotto i piedi … occorre dare più spazio alla flessibilità, spontaneità e ”trasgressione”… un equilibrio vitale da “cambiare”: troppe regole che ingabbiano e impediscono di allargare il proprio sguardo sul mondo… un forte timore di “cadere” nel ridicolo o di perdere completamente il “controllo” - prima o poi - inibisce le manifestazioni affettive… le vertigini arrivano quando la razionalità prevale sul mondo emotivo… un malessere depositato nel corpo ma che ha origini diverse: la psiche… si “installa” nel corpo - a seguito di scelte o modi di pensare - ciò che non si tollera nell’ambiente circostante e dentro se stessi… un corpo che non sta più al solito “gioco” e così le vertigini vengono a sovvertire il modo di reagire… si presenta nel momento in cui si “tradisce” la propria vera natura, piena di obblighi e forzature: un ambiente con regole rigide ed inadatte alla propria esistenza… un segnale interiore che fa girare la testa, “suggerisce” di fermarsi, di guardare altrove: cercare stimoli nuovi e un equilibrio più vantaggioso… tutto barcolla, le finte certezze perdono consistenza: dice è proprio ora di cambiare!...

ARTROSI CERVICALE… stress, preoccupazioni e tensioni: un continuo “peso” emotivo che contrae e infiamma… alla vita serve più spina dorsale… testa alta, un super controllo emozionale (non lasciar trasparire debolezze e emozioni) e un forte senso del dovere “rompono” la schiena… una schiena che si è stancata di ubbidire ciecamente (controllo, confronto - ciò che è, ciò che è stato e ciò che dovrebbe essere - , auto - critica) e che ha un grande bisogno d’evasione più profonda (istinti, interessi e passioni)…

BRUXISMO… è un modo “maldestro” di scaricare l’aggressività accumulata: tensione che non si è riusciti ad esprimere nei gesti quotidiani …

CEFALEA… la paura più grande dei CEFALALGICI è quella di “perdere la testa”, di lasciarsi andare, di essere travolti dalla passione… tensioni che non si vogliono affrontare… dire o non dire ecco il dilemma … si tende a reprimere la parte istintuale ed emotiva: non c’è spazio per le sensazioni… tenendo tutto dentro (perché non si osa dire, perché considerato sconveniente) si crea un clima di tensione permanente… il corpo si chiude e si diventa tutti di testa… si detestano gli imprevisti e le sorprese… una buona attività sessuale (orgasmo), liberando le endorfine, migliora la cefalea … quando coincide con il ciclo mestruale è l’espressione di un femminile vissuto in maniera conflittuale, schiacciato dal prevalere di una forte razionalità… una rabbia trattenuta in nome di una razionalità che non accetta di “lasciarsi andare”, perdere il controllo: gli impulsi vanno a sbattere nella testa senza riuscire ad andare oltre… … un bisogno di soffocare, di gestire razionalmente sia i pensieri sia il mondo dell’affettività e degli istinti… un ingorgo di pensieri continui e ridondanti che impediscono di mollare la presa, lasciarsi andare, di abbandonarsi… dolore occipitale: legato a troppa responsabilità, dolore frontale: eccessivo utilizzo delle proprie capacità razionali, testa pesante: troppi pensieri e preoccupazioni, dolore pulsante: un forte bisogno di lasciare emergere i contenuti emotivi, fitte: incapacità di lasciarsi andare, di distendersi… "DENUNCIA" troppe preoccupazioni ed eccessivi pensieri di cui continuamente ci si fa carico… troppa “testa sulle spalle” al punto di farsi carico di ogni responsabilità (anche di quelle che non ci competono: gli impegni e i doveri degli altri) perdendo di vista completamente se stessi…

FIBROMIALGIA (reumatismo extra - articolare che irrigidisce i muscoli)… un fenomeno caratterizzato da atteggiamenti, modi di pensare e idee ben precise su come comportarsi: affidabili, efficienti, disponibili e in ogni momento presenti… chiude il corpo in una rigida e dolorosa armatura (ipertonia muscolare)… pensieri, paure, sforzi e preoccupazioni che non lasciano intravedere nessun momento di rilassamento e di piacere… un corpo sempre più rigido e dolorante, una fatica che immobilizza, fino a coinvolgere completamente lo spazio di libero movimento, il “raggio d’azione”… una condizione fisica che insiste per essere ascoltata… dr i muscoli sono sempre in tensione e doloranti è come se tutto l’organismo fosse sempre percorso dall’alta tensione…se le fibre striate sono stimolate ad “attaccare, senza mai poter raggiungere il suo stato di riposo, alla fine della giornata ci si sente un fascio di muscoli dolenti (stanchezza cronica)… anche le articolazioni (irrigidendosi) si fanno carico di trattenere l’impulso dirompente… un atteggiamento inflessibile nei confronti della vita che si imprigiona nel corpo contraendolo: la rigidità è un veleno che inquina la mente … un dolore muscolare diffuso: “lega” le articolazioni … fenomeno (prevalentemente femminile) caratterizzato da un forte senso di sacrificio per gli altri che porta a tratti depressivi e stanchezza… ) … ci si chiude in se stessi non solo perché si vedono agguati ovunque e grandi nemici nascosti in ogni angolo, ma anche perché in fondo in fondo si ha un grande timore di esporsi: mostrare quello che si è realmente (bassa autostima)… il diffidente, con questo atteggiamento - sempre sulla difensiva, imperturbabile, critico, cupo e irritabile - allontana e prende le distanze da tutti: “vicini e lontani” (compreso se stesso)… I danni della sfiducia e del pessimismo: spinge all’insicurezza, al perfezionismo, cova invidia, frustrazione, produce delusione…

SCOGLIOSI… una imposizione, una eccessiva fatica che costringe la schiena a prendere una direzione diversa… appena si esce dalla solita strada - perchè si è abituati ad un percorso (vita) tranquillo - la schiena si “infiamma”…

ARTRITE REUMATOIDE… (infiammazione, deformità, alterazioni distruttive articolari)… incapacità di muoversi e agire autonomamente: qualcosa blocca e paralizza… segnala un forte bisogno di indipendenza, la propria identità… l’incapacità di ribellarsi produce rigidità e infiammazione alle articolazione: paralizzando il corpo… una schiena rigida e poco flessibile desidera segnalare che non c’è solo il dovere ma anche il piacere…

ABASIA (difficoltà a camminare, mantenere la posizione eretta, nonostante la massa muscolare sia integra)… qualcosa che paralizza … grande ansietà - un mondo che fa paura - timore di proseguire il cammino, di andare avanti, difficoltà ad impegnarsi nella vita…

TENDINITE (impegni, legami, difficoltà ad accettare)… segnala qualche perplessità sulla propria efficienza, essere bravi come si vorrebbe … rabbia verso chi non ha dato nessun appoggio, coloro che in qualche modo non ci hanno sostenuto o incoraggiato… rimanere trattenuti, “legati” ad una situazione che viene vissuta come estranea ai propri desideri.

TORCICOLLO. Contrazione del tessuto muscolare che può segnalare un’opposizione, una costrizione, un rifiuto nell’affrontare una determinata situazione in quanto non si vuole assumere nessuna posizione e nemmeno prendere decisioni in merito o perché l’azione è vissuta con timore (conflitti relazionali, di coppia, familiari).

Artrite reumatoide… un blocco dell’energia creativa (implosione, autolesione: l’energia è convogliata sulle articolazioni non più libere di agire), un continuo frenarsi (timore di ferire gli altri), una difficoltà di azione e di prendere in mano la propria vita (realizzarsi, affermarsi)… soggetto particolarmente con un forte senso di colpa, permaloso, orgoglioso, critico e moralista… Un aiuto naturale: Vitis vinifera MG. Pinus montana MG, Ribes nigrum Mg…

GOTTA (smaltimento acido urico)… dolori articolari (nodi gottosi) che prediligono alluci (personalità) e mani (dare e ricevere)… covare rabbia per non sentirsi valorizzati e riconosciuti in quello che si fa … relazioni conflittuali (familiari, sociali, coppia)… stato di frustrazione in cui risulta difficile esprimersi, non si vede una via d’uscita: ci si trattiene per non “esplodere”.. si tende ad offrire un’immagine di sé forte, sicura ma sotto, sotto c’è incertezza e molta sensibilità …

SCIATICA. Il nervo sciatico (nervo più lungo e grosso, in greco iskhion significa anca), permette la mobilità, inizia nella zona lombare (parte mediana della schiena, rappresenta il sostegno, appoggio, mantiene eretti nelle avversità della vita), passa la natica, tutta la gamba (segnala la capacità di proseguire, andare avanti) e termina nel piede (il modo di procedere nella quotidianità, mezzo per avanzare nella vita)…. poiché si deve osservare il corpo come metafora per comprendere i suoi segnali, questo malessere segnala la sensazione di essere intrappolati, indica il timore di andare verso, di addentrarsi in situazioni nuove che creano incertezza, paura di perdere qualcosa (lavoro, soldi, partner, sicurezza)… per risolvere questa sofferenza bisogna innanzitutto comprendere il significato dei segnali (dolori) inviatoci dai vari distretti corporei (schiena, gluteo, coscia, polpaccio, piede)…

ARTROSI … perdita di elasticità e slancio vitale, troppe regole rigide (educative, religiose sociali)… soggetti perennemente contratti sotto il dominio dell’ansia, insicurezza e indecisione… atteggiamenti mentali rigidi che illudono di ottenere sicurezza e stabilità (si rinuncia a vivere) … ridimensionarsi, riduzione dello spazio di libero movimento (raggio d’azione esistenziale): una vita chiusa, metodica e ripetitiva…

ERNIA (organo uscito dalla sua cavità naturale: come se “scappasse” dal suo spazio)… tutto diventa uno sforzo, ogni piccolo gesto è un peso: difficoltà ad adattarsi, a “distribuire” i “pesi” della vita (pressione esistenziale)… rapporti interpersonali carichi di rancore, conflitti, dolore e spesso interrotti… esprime la voglia di abbandonare, di rompere e di lasciare situazioni in cui ci si sente intrappolati: un vivere in cella di isolamento…

Ernia DEL DISCO (sporgenza di un disco intervertebrale dal suo spazio naturale)… essere in qualche modo bloccati, prigionieri sia da un punto di vista finanziario sia da un punto di vista relazionale (familiare, lavorativo, morale)… segnala una mancanza di disponibilità, una grande difficoltà a prendere decisioni, ad adattarsi a nuove situazioni, ai cambiamenti (tenere duro a tutti i costi!)…

INFIAMMAZIONE (tessuto aggredito dall’interno o dall’esterno)… un conflitto interiore rifiutato perché risulta particolarmente doloroso ma che limita l’azione… una battaglia inconscia il cui campo d’azione è il corpo… fare o non fare determinate scelte (paura, senso di colpa), indecisione e insicurezza nell’affrontare le situazioni: difficoltà ad adattarsi ai cambiamenti… Un aiuto naturale: Betulla verrucosa MG…

LOMBOSCIATALGIA (dolore nella parte mediana della schiena)… poca flessibilità e adattabilità al cambiamento, eccessiva resistenza e molta sopportazione… difficoltà a “sorreggere”, a sostenere, a sopportare certe cose per un forte senso del dovere e spirito di sacrificio (problematiche economiche, lavorative, familiari)… troppe responsabilità e sforzi eccessivi “bloccano”: abusare delle proprie risorse… Un aiuto naturale: Pinus montana MG, Ribes nigrum MG…

CRAMPO muscolare… segnala - a seconda della localizzazione che si DEVE SEMPRE prendere in esame - paura e tensione interiore: voglia di trattenere, aggrapparsi impulsivamente a qualcuno, a idee, a certe situazioni… quando si verifica negli arti inferiori significa che è difficile andare avanti, proseguire un programma, un progetto da tempo in cantiere: parla di un percorso diverso da quello che si desidera… i piedi, infatti, segnalano la fermezza, la direzione, la stabilità: mantenere il proprio ruolo o posto (sociale, lavorativo)… alle dita delle mani, invece, si vuole che tutto sia preciso, perfetto…

CIFOSI (curvatura eccessiva della colonna v. nel tratto dorsale)… la schiena è l’impalcatura portante, sorregge, porta in gira e sorregge nel momento in cui ci si fa carico di qualcosa… una curvatura esagerata segnala spesso un fardello troppo pesante da portare… sentirsi in qualche modo schiacciati dal peso delle responsabilità, di non riuscire a far fronte alle problematiche quotidiane…

LORDOSI (spalle indietro e bacino avanti) … può riguardare un vissuto caratterizzato da svalutazioni, denigrazioni e rifiuti… soggetti che vogliono fare tutto da soli e non accettano facilmente “appoggi” dagli altri perché devono primo o poi ricambiare il favore oppure pensano di non meritare di essere “sostenuti”…… difficoltà di affermarsi e sofferenza nell’affrontare le situazioni inevitabili…

Le DITA (mano)… Pollice: spingere, appoggiare, apprezzare o disprezzare; Indice: esprime l’autorità (connesso con l’intestino c.); Medio: segnala le emozioni legate alla sfera sessuale e il piacere; Anulare: unioni, legami, relazioni di coppia; Mignolo: riguarda la famiglia (connesso con il Cuore)…

… le dita - assieme alla mano - esprimono la “presa”, le relazioni, la nostra capacità evolvere, di intervenire sul “mondo” e sulla realtà: affermarsi, creare, toccare, plasmare, sentire, accarezzare, prendere, respingere, bloccare, tenere “finalmente” in mano …

… quando si è dominati dagli impegni e schiacciati dai doveri la vita “scivola” lentamente dalle mani… così la mano, attraverso l’infiammazione dei suoi nervi e tendini (tunnel carpale), diventando sempre più “debole” nel gestire la realtà, segnala un certo senso di impotenza ed esasperazione nell’aiutare, nel fronteggiare, nel sostenere, nell’assistere qualcuno o qualcosa (dolore) … ma anche per allontanarsi emotivamente da quel soggetto che non si accorge nemmeno del tentativo di aiuto (intorpidimento = insensibilità).

… i disturbi alle mani ti dicono che la vita ti passa acconto e che non riesci ad afferrarla: sei sfiduciato, mortificato, non convinto del tuo valore e delle tue vere potenzialità…

Lo scheletro, oltre a partecipare al movimento, rappresenta le fondamenta, la base e la solidità di ogni struttura vivente ... un ponte mobile tra l'interiorità e la libertà di ogni individuo, (padroni del proprio destino). I muscoli indicano lo sforzo, il riposo e la motivazione (anche perdita di dinamismo e motivazione, sentirsi obbligati). Permette - attraverso l'espressività fisica e mentale - di affermarci, di muoverci nel tempo e nello spazio ... di allontanarci anche da cose che non piacciono più, ma anche il "limite" oltre al quale non è possibile andare. Le ossa con i muscoli trasformano il pensiero in azione ... aiutano ad assumere il ruolo che ci compete. E' la struttura portante più dura, più rigida, più compatta dell'essere vivente (ma anche fragile se non ci fossero le articolazioni): garantisce autonomia, resistenza, solidità, postura e motilità (245 ossa ca. collegate alle articolazioni mobili). Protegge e impedisce di "crollare" ... sorregge anche dai "pesi" schiaccianti e insopportabili della vita (irrigidimento dei muscoli delle spalle). Una struttura che permette di posizionarci nel mondo, di sopportare carichi ingenti, segnalando in tal modo solidità, sicurezza e fiducia interiore: la nostra stabilità psichica ...la capacità di piegarci e adattarci alle situazioni o sentirci bloccati nel nostro desiderio d'azione. Una struttura che nasconde un mondo psichico davvero insospettabile. Le ossa, a questo proposito, hanno una profonda valenza psichica e alcuni detti popolari la confermano: "Avere le ossa rotte, Devi ancora farti le ossa, E' una situazione in cui si rischia di uscire con le ossa rotte, Far economia fino all'oso, Essere bagnato fino al midollo, Ei, tu posa l'osso, Ridursi pelle e ossa", dunque, ruota sempre attorno al tema della "paura". Un problema, del timore di non essere abbastanza "sostenuti". Un vivere continuamente in uno stato di allerta, una sensazione perenne di essere "attaccati" da qualcosa ... il tutto accompagnato da una forte e diffusa di tensione. Un corpo sempre sulla difesa - sottoposto ai pesi delle regole sociali, ai giudizi di valore, alle frustrazioni e alle censure - perde inevitabilmente armonia e plasticità: la malattia mette a fuoco l'esatta condizione interiore e la vera fluidità mentale del soggetto in tempo reale ... rigidità mentale, tormenti, comportamenti, abitudini logorano e "appesantiscono" ossa e articolazioni. Fenomeno perlopiù legato a soggetti che si autosvalutano e con la convinzione di non essere abbastanza "solidi" (fragilità ossea indica bisogno di sostegno ... immaturità) ... responsabilità, rassegnazione, schemi mentali rigidi e pensieri ricorrenti ci "bloccano": un confitto tra l'ambiente circostante e le proprie convinzioni. Quando siamo in tensione, fortemente turbati, impressionati dai nostri atteggiamenti, dal nostro modo di reagire, scossi nelle convinzioni più profonde, l'impalcatura ossea si fa sentire attraverso un dolore o un disturbo ... la "sofferenza" creando "attrito" blocca il movimento ... un movimento che si fa pian piano più impacciato e rigido. La natura però, con il suo linguaggio dice la sua, "blocca"; allora, chi era "tutto di un pezzo" è costretto a "piegarsi". La muscolatura sotto ansia e stress modifica l'equilibrio di fondo sottoponendo continuamente le strutture vertebrali a grosse tensioni. Molti disturbi a carico dell'apparato muscolo - scheletrico, infatti, segnalano un cattivo utilizzo delle proprie risorse e potenzialità emotive ... ingorghi emotivi che inesorabilmente limitano, ingabbiano, bloccano e infiammano la struttura portante. L'articolazione sempre più sotto pressione e con infinite contratture finisce per deformarsi ... fino a consumarsi. Alluce: 1° Chakra (sicurezza: casa, lavoro, denaro). Pollice: 1° Chakra (difficoltà a prendere ciò che si vuole). 2° dito del piede: 2° Chakra(emozioni e sicurezza nella sessualità Ernia al disco: 1° Chakra (sicurezza). Indice: 2° Chakra.

unghie, sono strumenti sia di aggressione sia di protezione… segnalano il reale stato di difesa del soggetto… quando sono troppo fragili significa che si è particolarmente sensibili, indifesi e facilmente vulnerabili … se la psoriasi attacca l’unghia è sensato pensare che si faccia carico di un’aggressività repressa… paura della rabbia; … problemi alle unghie indicano sempre inquietudini interiori, un conflitto tra impulsi aggressivi e, nel contempo, una forte spinta repressiva legata al terrore di perdere il controllo e fare del male …

… se le unghie presentano striature longitudinali ci segnalano disturbi intestinali, mentre una sua forma concava indica una carenza di ferro, quella convessa, invece, indica qualche difficoltà respiratoria …

NB. La struttura ossea, essendo la nostra parte più dura, rappresenta la "forza", la fermezza e la durezza ... il comportamento testardo e la rigidità di pensiero.

Chakra.

Le patologie collegate all'apparato locomotore riguardano il primo C. (sicurezza, voglia di vivere, madre) e al terzo C. quando si verifica una infiammazione (riguarda la personalità, libertà e controllo, essere se stessi).

Gli arti inferiori.

Le gambe sono le colonne del nostro corpo, ci permettono di spostarci, di andare verso le cose e gli altri (incontri, contatti) ma anche di allontanarci da situazioni temute. Il simbolismo legato a questo distretto corporeo è molto forte: conflitti relazionali, sicurezza, resistenza al cambiamento, paura nell'affrontare il futuro, di andare avanti ... il solo pensiero di agire sviluppa ansia e blocca, si rimane fermi creando una forte tensione e contrazione in tutta questa zona: conflitto di movimento. L'anca il tradimento: essendo l'articolazione primaria, fondamentale per gli arti inferiori, rappresenta l'armonia, il nostro modo di passare all'azione, le nostre convinzioni e le nostre indecisioni di fronte a delle scelte, ci mette in relazione con il mondo circostante ... la vita frena per paura di perdere libertà e sicurezza. Il ginocchio indica l'umiltà, l'obbedienza, l'accettazione, la sottomissione, la capacità di essere "flessibili", di piegarsi, di sottomettersi, di accettare osservazioni, suggerimenti e decisioni altrui (rifiuta i cambiamenti ... i modi di pensare e gli schemi mentali antichi, ostacola l'evoluzione )... teme il giudizio, l'opinione che hanno di lui. Soggetto particolarmente orgoglioso e testardo nelle sue scelte che ritiene sempre giuste (si spezza ma non si piega )... difficoltà a piegarsi davanti agli altri. I piedi sono legati alla nostra sicurezza, stabilità, libertà e al rifiuto di andare avanti nella vita: paura per il futuro e delle responsabilità (incertezza prodotta dalla sua personalità o inculcata da altri) ... timore di perdere le proprie posizioni materiali affermate e conosciute (lavoro, soldi) ... capacità di affermare le proprie conquiste o le proprie opinioni (non si dice forse:"stare sulle spine" o "tirarsi la zappa sui piedi").

Crampi (gamba: rappresenta la possibilità di andare in qualsiasi direzione). Segnalano attraverso la tensione e la rigidità una forzatura, un andare, un seguire una direzione decisamente opposta a quella desiderata: si è obbligati ad accettare cose nuove, vincoli estranei al proprio modo di pensare.

… quando i disturbi colpiscono gli arti inferiori si esprimono disagi emotivi ben precisi, significa che ci sono conflitti che agiscono sia sull’autonomia sia sulla “certezza” (confusione) nel raggiungere progetti e obiettivi (affermazione, blocco, scappare, avanzare, libertà)…

Gli arti superiori.

ARTROSI CERVICALE… è una "malsana" tendenza a “piegare il capo” di fronte a situazioni che nel tempo sono diventate insostenibili…

Questa parte ci parla della nostra capacità d'azione: toccare, prendere, respingere, stringere, trattenere, allontanare, difendere e difenderci ... distretto corporeo che ci consente di agire. La spalla, essendo anch'essa un'articolazione fondamentale del braccio, segnala la nostra difficoltà ad agire ... i freni dei nostri sogni, desideri e affetti. Persona spesso troppo carica di responsabilità, di obblighi che riguardano altri ... un fardello, un carico eccessivo che non le compete, insicurezza verso il futuro. Si sente ostacolata ad andare nella direzione voluta ... accogliere qualcuno o un nuovo evento. Le braccia. Una tensione in questo distretto corporeo si riscontra generalmente in chi ha difficoltà ad eseguire (ordini), accettare e fronteggiare le situazioni della vita ... difficoltà nel fare, nell'agire. Aggressività trattenuta (battere i pugni sul tavolo). Il gomito, come il ginocchio, permette la mobilità: piegarsi, cedere e allentare la presa ... difficoltà ad accettare un nuovo stile di vita, una nuova situazione, un nuovo vissuto. Sono individui conservatori che rifiutano di fare, di cambiar "direzione": non afferrano le opportunità della vita ... accettano solo a seguito di costrizione o forzatura. La mano. Ci parlerà del dare e del ricevere con amore, del lavorare con passione, della nostra creatività, dell'azione sul mondo esterno (cose, situazioni, persone) ... tenere in pugno, dominare e possedere ... "tenere in mano la situazione".

Artrite.

Malattia, acuta o cronica, di natura infiammatoria di una o più articolazioni. E' caratterizzata da rigidità, dolore, calore, gonfiore, deformazione, arrossamento e difficoltà di movimento ... una persona poco malleabile "paralizzata" anche nelle emozioni. Anche qui troviamo un personaggio che non si sente amato, molto rigido, severo, critico e facile alla delusione ... si sente continuamente sfruttato, oppresso, indeciso, prigioniero, "ingabbiato", impotente, privato della sua libertà. Fenomeno legato alla rigidità mentale, al dubbio, alla delusione, al risentimento, al senso di ribellione ... teme la critica e l'autorità. Ma il corpo puntualmente segnala, insegna ad esprimersi, a non smorzare le proprie emozioni per far piacere agli altri ... insomma, dire di no quando é il momento di dire no. 1° Chakra (sicurezza economica, psicologica).

Artrosi.

Malattia cronica e degenerativa che colpisce le articolazioni: "consumazione" della cartilagine. E' un disagio che di solito si sviluppa in una persona con spirito critico, sempre sotto sforzo, tendenzialmente triste e alla ricerca continua di perfezione. Tende a proiettare sugli altri la colpa delle sue disgrazie. Si sente spesso sminuito, criticato, denigrato, inferiore, svalutato (da vecchia data) e lamenta di non ricevere il sostegno necessario per occupare il suo posto nella vita. Mosso sempre da tratti depressivi, da un forte senso di ingiustizia prova risentimento e collera nei confronti delle persone circostanti perché non riesce a cambiarle (la collera si trasforma in infiammazione )... richiama la rigidità morale oltre che corporea: caratteristica caratteriale che si riscontra facilmente nell'artrosico. Allora, il corpo intelligente - gelante e scrocchiante - attraverso le sue articolazioni, suggerisce di essere più clementi ... più flessibili e accomodanti.

Lombaggine.

Il famoso "colpo della strega": tensione, forte dolore nella parte bassa della schiena. Comunica spesso un senso di impotenza, di ribellione nei confronti delle responsabilità materiali ... difficoltà ad accettare i cambiamenti esistenziali che, in parte, sconvolgono profondamente stili di vita, abitudini e punti di riferimento (coppia, lavoro, famiglia) ... inflessibile, dubita delle sue capacità.



Mal di schiena.

… le ossa ti chiedono di pagare il “conto” quando non sei per niente spontaneo, lotti contro te stesso, rinunci alle passioni e alla libertà di muoverti, così perdi "elasticità" e armonia, a favore della staticità mentale (mi spezzo ma non mi piego!); quando ogni gesto è incentrato sul sacrificio, sulla forza di volontà e sul dovere, continuamente sotto esame e sempre in “gara” si blocca il MECCANISMO anche lubrificandolo (farmaci)!… non ascoltando i messaggi inviati dall'impalcatura dovrai per forza rallentare o fermarti... desidera solo più rispetto e attenzione... il segnale in codice tradotto è: non stai entrando nel mondo con spontaneità e non accetti cambiamenti...

… il mal di schiena tiene fermi (blocca anche le trasgressioni!!!) tutti coloro che, in ogni momento e situazione, sono sempre tutti d’un pezzo, governati dalla testardaggine, da posizioni irremovibili… una durezza e una rigidità in contrasto con questa grandiosa e complessa struttura flessibile: non vuole altro che fluidità, apertura e … solo AMORE.

La schiena si divide in cinque distretti: cervicale o nuca (testardaggine, insicurezza, pericolo ... paura di perdere il controllo, di lasciarsi andare alle emozioni), toracica o dorsale (difficoltà relazionale, di godersi la vita, esprimere i propri bisogni, responsabile della sofferenza altrui, timore di perdere la persona con cui si ha un legame affettivo, assumersi delle responsabilità eccessive), zona lombare (preoccupazione eccessiva a livello materiale), sacrale (trattenere odio, rancore) e coccige (preoccuparsi per i propri bisogni fondamentali: mangiare, lavoro, casa). Anche questa struttura, come sopra indicato, esprime più significati: rappresenta non solo la protezione, il sostegno e il supporto del corpo umano ma anche il modo di porsi nella vita ... il dinamismo di ogni individuo. Può anche segnalare - a seconda della regione coinvolta - l'esigenza o il desiderio di essere abbastanza sostenuti sia a livello materiale sia a livello psichico. Assumersi eccessive responsabilità e pesi intollerabili (schiaccianti), troppo gravosi, fardelli troppo pesanti da portare ... impegni a volte non completamente compatibili con la vera natura del soggetto. Appare, quindi, un personaggio particolarmente attivo perché teme che prima o poi gli venga a mancare "qualcosa"... il fare per lui diventa una ragione di vita ma anche un modo diretto di far vedere agli altri la sua immagine forte e potente. L'armonia e la flessibilità di questa struttura è fondamentale per il buon "equilibrio" della vita. Viene anch'essa "deteriorata" dalla paura di perdere il controllo, dalla testardaggine, dalla solitudine, dall'insicurezza affettiva, dall'impotenza, dall'eccessiva preoccupazione, dal vissuto emotivo, dal mondo interiore dell' individuo ... atteggiamenti e comportamenti che rivelano sempre un malessere diffuso. Cifosi. Accentuazione della normale curvatura del tratto dorsale della colonna vertebrale (arrotondamento, gobba: piegarsi davanti all'autorità). Fenomeno che colpisce prevalentemente bambini e adolescenti. Il soggetto si sente schiacciato, ha l'impressione che la vita sia davvero difficile, un grande fardello da portare avanti ... un futuro spaventoso e troppo pesante. Lordosi. Convessità della colonna vertebrale contraria alla cifosi ... si crea un incavo nella schiena (bacino in avanti e spalle indietro). Sono delle persone che hanno fallimenti alle "spalle" e, in passato, hanno vissuto situazioni in cui si sono sentite respinte e rifiutate ... sempre sul chi va là nell'affrontare le situazioni. Poco disponibili, per le loro esperienze passate, non sanno condividere con gli altri ... una profonda presunzione di realizzare ogni cosa da soli. Scogliosi. E' una deviazione laterale della colonna vertebrale a forma di S. La persona scoliotica fa fatica ad "allinearsi" alle regole sociali e si valuta poco "solida" nel prendere decisioni ... un peso mentale eccessivo, sgradevole da sostenere, perde importanti punti di riferimento. Il soggetto solitamente si fa carico spesso di tensioni e problemi che non sono suoi, ma di altri ... una forte tendenza all'altruismo che allontana dalle sue vere e proprie necessità emotive. La colonna vertebrale da sempre è considerata come una modalità espressiva somatica della forza interiore che consente ad ognuno di noi di "gestire" le diverse situazioni della vita ... ovvero, la nostra capacità di sopportazione, di mantenere l'armonia e l'equilibrio nonostante le varie difficoltà esistenziali. E' su questo distretto corporeo che scarichiamo i pesi, non solo fisici e psicologici, ma anche le responsabilità quotidiane. Come è già stato più volte sottolineato, le persone più a rischio sono quindi quelle che possiedono un enorme senso del dovere, quasi portati al masochismo, che non concedono facilmente spazio ai propri desideri esigenze personali.

… troppe RINUNCE fanno SOFFRIRE la schiena.

… così la rigidità diventa protagonista, fa lo sgambetto e, silenziosamente, impone il proprio “controllo”, il suo “potere” blocca il cammino… il blocco, allora, interrompe quei comportamenti che nel tempo potrebbero danneggiare ulteriormente la salute perché, come sappiamo, obbligano ad uno stile di vita non voluto, non in sintonia che i veri desideri: il corpo non fa altro che reagire, protestare se non si riesce ad esprimere le potenzialità in maniera naturale, lineare e spontanea …

… come sbloccare i dolori articolari e rimettersi in “piedi” con la fitoterapia, gemmoterapia e oli essenziali: Fraxinus E. (gotta, artrite) TM, Arpagophytum P. (infiammazioni) TM, Ribes N. (infiammazioni) MG, Vitis V. (infiammazioni) MG, Juniperus C (antireumatico) O.E.. Spiraea U (infiammazione) O.E.



... mostrarsi PERFETTO - troppo cortese, troppo educato, troppo gentile - accettare ogni cosa per il timore di essere respinti, permette di sfuggere alla critica... ma che FATICA!!!!

Quando la schiena ci “volta le spalle”…

… una scarsa AUTOSTIMA, troppa ansia e profonda tristezza, agendo sulla postura, possono bloccare, contrarre e infiammare i tessuti articolari, le ossa allora - gestite dai vari atteggiamenti - mettono in guardia con disturbi specifici, segnalano una mente rigida e inflessibile, troppi carichi e tanti sacrifici, censure, freni, rinunce e parecchi desideri inascoltati, l’esposizione continua a situazioni che logorano … bisogna togliere i pesi dalle “spalle”, reagire, essere più “mobili”, “elastici”, trovare il piacere nel fare le cose: insomma, “ leggerezza” e motilità, per proteggere, dare forza e sollievo a tutto l’apparato locomotore, per far star bene le ossa in modo del tutto naturale…

La schiena è molto più dell’impalcatura che sorregge il nostro corpo … ci sostiene, concretamente, anche in senso psicologico. Anche se di primo acchito tale affermazione può disorientare, creare perplessità a tutti coloro che guardano con sospetto la dimensione emotiva, essa viene ampiamente confermata dallo stretto legame neuro - fisiologico che esiste tra tensione emotiva e tensione muscolare. E’ un albero - maestro che ci permette di mantenere la nostra “posizione” nel mondo non solo a livello organico: consente di andare verso le cose (disponibilità, flessibilità, armonia, equilibrio). Tutti gli elementi dell’apparato locomotore (ossa, muscoli, articolazioni), sono in grado di adattarsi e coordinarsi reciprocamente l’uno all’altro per consentirci di realizzare ciò che decidiamo sia a livello meccanico (sdraiarsi, sedersi, correre) sia a livello psichico (rabbia, insicurezza, rancore, paura). Se osserviamo ad esempio l’effetto di un’umiliazione sul corpo, esso si disporrà immediatamente in maniera diversa. La testa china, le spalle abbassate, il collo rigido, la schiena incurvata sono precisi segnali del nostro stato emotivo … racconta il malessere che si agita dentro di noi. Le offese, in realtà, ci inducono a “ripiegarci”, per così dire, su noi stessi. Le articolazioni hanno dunque il compito di plasmare e dar voce a tutti quei movimenti che rispecchiano la nostra personalità, le nostre aspirazioni e i nostri conflitti. I dolori articolari, quindi, non dipendono solo da stress di tipo meccanico, dall’età, dal clima (freddo e umidità), da posture errate e da abitudini alimentari scorrette, ma possono essere una spia di un’evidente difficoltà dell’individuo. Sono tantissimi i retroscena emotivi che giocano un ruolo determinante nel bloccare o infiammare le articolazioni. I disturbi alla schiena - a seconda della loro localizzazione e della modalità con cui si presentano - raccontano i nostri conflitti, il nostro modo di resistere alla vita e le nostre vere difficoltà: apertura o chiusura con il resto del mondo. Il dolore localizzato nel tratto cervicale è presente in quei soggetti che si sentono gravare sulle loro spalle responsabilità e pesi intollerabili (fatiche, disagi, impegni). Persone schiacciate letteralmente dall’essersi assunte “impegni”, troppo gravosi, non compatibili con la loro natura. Con questo atteggiamento, l’aggressività trattenuta nello sforzo di “adattarsi” alla richiesta del ruolo assunto, viene bloccata nei muscoli delle spalle creando uno stato di continua tensione. Con il movimento della spalla, inoltre, possiamo tenere a debita distanza una persona o abbracciarla, salutarla, minacciarla oppure imporle un comando … tutti gesti che ci mettono in relazione con gli altri. La metafora linguistica “farsi largo con i gomiti”, ci ricorda come questo atteggiamento, tentando di delimitare uno spazio tutto nostro, possa presentare anche aspetti aggressivi che se troppo accentuati creano, con le continue tensioni muscolari, problemi in questo distretto corporeo. Se si cerca di sconfinare, andare oltre il nostro “spazio d’azione”, questa articolazione può “fermarci” con il sintomo “dolore”. Anche un “polso troppo fermo” può bloccarsi nel gestire situazioni difficili e complesse. L’anca è uno snodo articolare molto importante che ci permette di avere una camminata “ancheggiante” (richiamo sessuale), di spostarci in maniera sicura, fluida e armoniosa … permette di procedere nella direzione “giusta”, puntare diritti verso le aspirazioni e le scelte esistenziali. I dolori che ne limitano l’oscillazione, i suoi movimenti, possono anche essere l’espressione di paura verso una sessualità vissuta in maniera controllata e soffocata. In realtà, se l’esperienza sessuale è vissuta come un “territorio accidentato”, questo sofisticato meccanismo potrà bloccarsi proteggendo il soggetto da “movenze temute”. Quando poi si arriva a un punto di tensione critico, ecco intervenire, come d’incanto, il dolore o il blocco: chi voleva essere tutto d’un pezzo, tener duro, non mollare mai, si deve letteralmente “piegare”, chi voleva, invece, in maniera conflittuale fuggire (cambiare) o trasgredire (nuovi incontri) ha la scusa buona di non farlo. Un’autostima fragile, il timore di lasciarsi andare, gli obblighi mal vissuti e le continue paure provocano posture scorrette, si trasformano in rigidità muscolare e influenzano il nostro modo di pensare. In compenso sono soggetti che si agitano molto ma si muovono poco. Sentimenti, piaceri e desideri vengono prontamente censurati per uno stile vita “impeccabile”: preferiscono sempre il dovere alle loro grandi passioni. La “rigidità” è sempre un messaggio emotivo da non sottovalutare, esprime la difficoltà a tener sotto controllo gli eventi e le persone con cui si entra in contatto. Sono soggetti insicuri, facilmente influenzabili perché vivono in funzione di conferme esterne, sempre sotto esame, spaventati, ipercritici nei propri confronti, si colpevolizzano anche per errori banali e stentano a riconoscere i propri meriti: una lode improvvisa, per aver raggiunto risultati positivi, può metterli in imbarazzo. Gli individui più esposti ai disturbi osteo - articolari tendono ad adeguarsi, seppur controvoglia, a esperienze vissute come “problematiche”, reprimono gli slanci emotivi perché pensano che una personalità forte (tutta di un pezzo, che si spezza ma non si piega come le ossa) debba tenere “tutto dentro”, non accettano i cambiamenti e fanno di tutto per sacrificarsi: nascondono i propri desideri in nome di una identità imposta … salvano l’immagine esteriore ma si dimenticano di se stessi. Sono dotati di grande potenzialità ma non riescono a “muoversi” liberamente nelle proprie decisioni in quanto sono dominati da una grande rigidità o coerenza morale. Dinamiche mentali che si traducono in una pessima respirazione e in forti dolori a carico di tutta la struttura muscolare. La flessibilità e l’elasticità per chi ha dolori articolari sono parole del tutto sconosciute. Sono sempre tesi, duri, contratti, indecisi, incapaci di relazionarsi in maniera serena con il prossimo: l’interrogativo che li mette alle “strette” è cedere o forzarsi. Il corpo si paralizza, sembra chiudersi in una camicia di forza. Dolori lancinanti alle articolazioni, tendini e legamenti completamente “inceppati”. Il segreto del buon funzionamento delle articolazioni dipende da buoni “lubrificanti”: flessibilità, dolcezza e armonia, affrontare la vita in modo più cedevole e morbido risana il corpo liberando la mente.

… i dolori articolari parlano di un fare impacciato, indeciso, non fluido e poco armonioso, di problemi relazionali e blocchi emotivi profondi che non vengono mai ascoltati, di desideri importanti tenuti a debita distanza perché moralmente considerati sconvenienti, di richieste eccessive che sovraccaricano l’intera struttura, di rifiuti che avviliscono e bloccano il movimento e l’espressività… segnalano la vera disponibilità verso gli altri, la lentezza nel prendere decisioni, il bisogno di affermazione, le varie responsabilità della vita, i conflitti affettivi, gli stili di vita…

… l’assunzione di calcio (latte …) è indispensabile per la salute delle ossa ma se non è associato al fosforo (germe di grano …), fondamentale per fissare tale minerale nella struttura ossea, serve a ben poco: le ossa rimangono “fragili”…

… quando la testa è troppo piena di pensieri pesanti e il cuore bloccato, soffocato o vuoto - perdendo di vista il fuoco della passione si “sente” davvero poco la vita - ci si confonde, si diventa fragili, si perde l’equilibrio: si “gira” intorno al mondo e a vuoto (cervicale “ballerina”… bisogna allegerire le tensioni che pesano sul collo) … la terra manca sotto i piedi (vertigini)…



Quello mi fa venir mal di TESTA…

… un “lavoro” troppo di testa: una scelta di vita che porta all’estremo l’attività razionale… l’ipercontrollo “sfianca” la testa (incapacità a rilassarsi): le viene proibito di entrare in contatto con le parti “proibite”… un conflitto tra istinto e ragione, una lotta tra doveri e sogni, un bisogno di fare chiarezza, un eccessivo controllare: gestire pensieri, rapporti ed emozioni…

Penso sia capitato a tutti aver sentito dire questa espressione: “Quello mi fa venir mal di testa”. La cosa può essere letteralmente vera in quanto un’emicrania da tensione avviene quando si verifica una contrazione piuttosto sostenuta della muscolatura scheletrica della testa o del collo (trapezio). Il nome stesso indica la caratteristica propria dell’emicrania, cioè dolo che colpisce metà della testa (il dolore pulsante, accompagna ipersensibilità a suoni e luci, a volte nausea e vomito). I muscoli che si contraggono continuamente riducono il rifornimento sanguigno, e con una quantità insufficiente di sangue per soddisfare le sue necessità metaboliche. Il muscolo fa incredibilmente male. Oggi si sa che il sistema nervoso simpatico (eccita e stimola il metabolismo, contrae) ha la funzione di far restringere i vasi, mentre il parasimpatico (tranquillizza e deprime, rilassa) ha una funzione vasodilatatrice. In generale, questo tipo di mal di testa è assente al mattino e cresce di intensità con l’aumentare della tensione della giornata. Questo avviene perché la muscolatura scheletrica della testa e del collo è sottoposta a contrazioni crescenti in molti individui quando in loro cresce la tensione e l’apprensività. All’inizio c’è una costrizione delle arterie che portano il sangue al cervello, in seguito c’è la dilatazione delle arterie stesse. In alcune persone l’attacco si manifesta, in maniera del tutto tipica, insieme, a volte, con le regole mensili, in altre si manifesta in momenti imprevedibili, alla fine settimana, quando c’è un carico eccessivo di pensieri, di responsabilità e di preoccupazioni, durante una cena con amici o durante i giorni in cui soffia il vento favonio. Se qualcuno tra coloro con i quali si interagisce è suscettibile a tali mal di testa da tensione, può essere utile comprendere la relazione esistente tra pressione emozionale, tensione, apprensione, dolori alla testa e al collo. Maggiore è la pressione emozionale e maggiore sarà il dolore. Recenti studi hanno messo in evidenza la componente psicosomatica di questo malessere; il soggetto, in breve, dovrebbe fare l’esame di se stesso, esaminare se non è per caso impaziente, si addossa un eccessivo carico di lavoro e responsabilità (ciò lo rende teso e irritabile), non riesce a distendersi a rilassarsi a lasciarsi andare, non sa essere spontaneo e disinvolto (ha una sessualità controllata o inibita), inflessibile, ambizioso, sensibile e teme le critiche, vendicativo, perfezionistico, o avido di potere (tutti atteggiamenti che irrigidiscono il tessuto muscolare). Questo malessere, pare, alcuni studi hanno confermato questa ipostesi, sia connesso con stili di vita, schemi mentali o con situazioni emotive sperimentate in passato in cui ci si è sentiti costretti e minacciati (il corpo reagisce in base a quel che si pensa!). Il terrore (inconsapevole) di rivivere tale situazione può far scaturire una tensione (contrazione muscolare) connessa a un pericolo potenziale. Può trattarsi della convinzione di subire un’influenza o di un abuso oppure una sensazione diffusa di impotenza, di disistima. In questo modo, ogni volta che ci si sente in qualche modo minacciati o costretti a fare cose controvoglia ecco che il disturbo, con le sue caratteristiche “costrittive”, si manifesta. La nausea e il vomito, quando fanno da cornice, esprimono un secco rifiuto e diniego della situazione. Nel trattare con la gente è sempre costruttivo comprendere come l’altra persona può vivere una certa situazione (senza farsi venire il complesso del messia!)). Ciò può aiutare ad alleviare la tensione per entrambi. Specialmente in situazioni nelle quali ci si sente sotto accusa, o si sta giudicando qualcun altro, è possibile alleviare le circostanze potenzialmente stressanti comprendendo il significato semantico del messaggio che viene comunicato. Siccome in ogni rapporto interpersonale un’alta percentuale di quanto viene comunicato è non - verbale, alcune nozioni su questo comportamento non verbale possono rivelarsi essenziali se ci si propone di affrontare la gente in maniera ragionevole e sistematica. Tutti, chi più chi meno, conoscono gli indizi non - verbali. I diversi distretti corporei raccontano infatti la nostra storia e la trama di questo racconto può essere colta solo guardando le cose come una totalità (psicosomatica). Osservando il corpo e le sue movenze possiamo imparare a conoscerci meglio e comprendere che cosa, gesticolando, comunichiamo agli altri e che tipi di messaggi i vari interlocutori ci inviano. Quando incontriamo la gente infatti ne notiamo automaticamente l’espressione del volto, l’atteggiamento fisico, e la maggiore o minor velocità del discorso. Se correttamente codificato, tale linguaggio può risultare molto eloquente e raccontare emozioni, stati d’animo, desideri. Capirne pertanto i meccanismi significa entrare in maggior sintonia con se stessi e gli altri, per vivere meglio i rapporti con i colleghi, amici, la famiglia. Cosa fare. Dopo aver appurato dallo specialista qual è il tipo di mal di testa, si attiverà un programma terapeutico ad orientamento psicosomatico; tali metodiche terapeutiche saranno rivolte a stimolare l’individuo ad esternare, in maniera sempre più spontanea e naturale, ciò che di solito non si permette di fare nel proprio mondo.

… la testa esprime un forte conflitto tra RAGIONE e ISTINTO: un ingorgo di pensieri… se la “PERDI” e non reprimi il mondo emotivo fai svanire ogni malanno, produci solo benessere.

… il codice segreto del dolore alla testa:

1. Martellante o pulsante: desideri o preoccupazioni che chiedono di essere ascoltati;

2. Pesante: pensieri, “stagnanti” che non portano a nessuna consapevolezza;

3. Cerchiata: desideri, impulsi bloccati, che non si lasciano andare.

… bloccare o non bloccare, trattenere o lasciare andare, soffocare o non soffocare quelle “strane” emozioni spontanee e “libertine”, lottare tra istinto e ragione, paura di non riuscire a controllarsi e una gran voglia di “perdersi” nei propri desideri, ecco la “miccia” che fa scoppiare la testa: non si accettano in se stessi o negli altri sentimenti aggressivi o erotici, non si sopportano atteggiamenti di rifiuto, di non considerazione e di indifferenza … il non voler cedere, sempre sull’attenti e troppo razionali, un carico eccessivo di “pesi”, il non fidarsi, la paura di soffrire, di mostrare le proprie “debolezze” e “fragilità”: tutte cose difficili da accettare perchè pensiamo possano contaminare l’immagine “pura” e, per certi versi, rassicurante che vogliamo mantenere a tutti i costi di noi … censura e ruoli troppo “stretti” spengono la vita, bloccano vitalità e creatività, non rispettano i propri modi di essere, fanno perdere di vista le proprie esigenze: appesantiscono davvero la testa … smantellare l’iper - razionalità è il primo gesto vincente per sbloccare una testa “intasata” di pensieri e tossine psicofisiche … RIMETTI a posto le cose, cambia “testa”, sbloccala dai troppi calcoli, svuotala dai pensieri inutili, liberala dalla “morsa” dei ruoli imposti e schemi mentali aridi, pesanti e innaturali, “puliscila” dalle troppe domande e dai continui film mentali, “disintossicala” con un sonno profondo, buona compagnia e svaghi giusti: se pensi “leggero” fai volare la tua mente … NON cercare di “raffreddarla” con divieti, forzature e autorepressione …

… il cervello pesa meno di un chilo e mezzo (2% della massa corporea di un individuo di 75Kg), a tutt’oggi, è la struttura più complessa e meno conosciuta del corpo umano. Il cervello (ca. 80%) è fatto di acqua, strutture fisiche e biochimiche. Non è sicuramente - a livello di dimensioni - un organo straordinario, ma lo è senza ombra di dubbio in termini di potenza. Usa il 25% dell’ossigeno e dello zucchero in circolo nell’organismo. Le strutture anatomiche cerebrali si dividono in due tipi di funzioni: esecutiva (funzioni di natura intellettuale) e rettiliana (emozioni). E’ dalla nascita che si “decide” quale parte del cervello è opportuno sviluppare e quale è meglio lasciar perdere (un mondo ricco d’amore stimolerà l’emisfero destro … al contrario, una vita piena di “calcoli”, l’emisfero sinistro). Quindi, quanto più si usano certe aree cerebrali, tanto più si svilupperanno quelle particolari terminazioni nervose (neuroni) mentre è vero il contrario per quei neuroni che non si usano … cerca, allora, attraverso nuove attività mentali di utilizzare quella parte cerebrale che solitamente non usi, anche invertire l’ordine degli interessi quotidiani … (RICORDA, gli stimoli sempre uguali lo rattrappiscono, cambia la routine quotidiana perché lo danneggi): aumenteranno o diventeranno più forti e veloci neuroni e dendriti. Il modo in cui stimoliamo il cervello, fin dalla tenera età, l’allenamento di quella struttura neuronale, farà sviluppare sana e forte quella zona nervosa particolarmente coinvolta (più l’area è grande più verrà irrorata dal sangue, ossigenata) … mentre le altre parti, meno irrorate dal sangue saranno più “deboli”; le connessioni neuronali risulteranno meno sviluppate e presenteranno difficoltà ad elaborare stimoli e informazioni … GENETICA o AMBIENTE ? … nessuno, a livello scientifico, è in grado di dare una risposta univoca a questo grande quesito, ma è indubbio che da un certo tipo di cultura e da una particolare struttura sociale si impara a far lavorare di più o di meno quella particolare area cerebrale … il cervello si “DETERIORA” dai tormenti continui, dalla perdita di certezze, dai lutti e dai problemi finanziari … si RIGENERA attraverso il buon cibo, l’attività fisica, i rapporti con la gente, la meditazione, divertimento e grandi … grandi risate … VITAMINE e INTEGRATORI che possono essere d’aiuto nella funzionalità cerebrale (memoria, umore): vitamina Bc (folati) che si trova nei fagioli rossi, germe di grano, negli spinaci, carciofi, nei broccoli, nelle uova, nella soia e nel lievito di birra, assieme alle vitamine B6 (pollo banane, patate, lenticchie, trota, spinaci, lievito di birra) e B12 (salmone, uova, emmental, latte, fegato di manzo, tonno, crusca di fiocchi d’avena, agnello) … lo proteggi mangiando anche mandorle, salmone e miele … tutto ciò che utile alla circolazione sanguigna e favorisce la salute delle arterie (vedasi apparato cardiocircolatorio) …



Oggi mi “SCOPPIA” il cervello.

Il cervello è il centro di comando di tutte le attività cognitive, motorie e psicoemotive. Una scatola magica, affascinante, delicata ma potente, una macchina completa in ogni sua parte, per certi versi ancora sconosciuta, in cui si decidono i vari processi organici e psichici. Un ingranaggio perfetto, un condensato di energia (si parla di 100 miliardi di neuroni), un organo misterioso, un indubbio concentrato di capacità miracolose che, da secoli, affascina e stupisce sia la scienza sia l’uomo comune. Le potenzialità di questo organo sono davvero illimitate. E’ una struttura in continua evoluzione, possiede una forza generativa davvero strabiliante: silenziosamente, giorno dopo giorno, riesce a plasmarsi, resistere, adattarsi, costruirsi e modificarsi. Quando non è “contrariato” dai nostri errori esistenziali ci rigenera e realizza la nostra vera natura. E’ il nostro cervello che ci permette, se tenuto in debito conto, di vedere, sentire, correre, annusare, fare sesso selvaggio, risolvere situazioni problematiche, parlare, cantare, amare… In esso è scritto tutto, in maniera indelebile, la nostra storia, i tratti della nostra personalità più reconditi, la nostra capacità di reagire e, soprattutto, filtrare gli stimoli ambientali. E’ in questo luogo che dimora, spesso assopito, il talento e la creatività, si decide la sopravvivenza, si “processa” ciò che si è appreso e si “digerisce” la realtà. Per questo motivo è un organo che per funzionare bene deve essere pulito, malleabile, flessibile, lucido e libero da tutte quelle cianfrusaglie che spengono le energie cerebrali, compromettono e mettono in pericolo la sua corretta funzionalità. Spesso, però, non lo rispettiamo affatto, lo riempiamo di parole vuote ed inutili fino ad “intasarlo” completamente. Si rigenera e si nutre, invece, attraverso sogni ad occhi aperti, buonumore, soddisfazione, fantasia, sessualità, suggestioni, passioni (aree cerebrali deputate al piacere), ma rischia di invecchiare velocemente, inquinarsi e di “seccarsi” quando lo priviamo di veri nutrimenti, della felicità, lo occupiamo di ossessioni, autocontrollo, scetticismo, autocritiche e rimuginazioni… attivando, in tal modo, circuiti neuronali inutili e del tutto “abusivi”. A scanso di equivoci, comunque, è bene ricordare che tale struttura può essere stimolata alla massima potenza, non solo da condizioni favorevoli, ma anche da semplici atteggiamenti e stati emotivi, se non eccessivi, come ansia, stress e piccole preoccupazioni quotidiane. Chi conduce una vita competitiva, ad esempio, oltre a tenere il cervello allenato, svilupperà e potenzierà il lobo temporale destro, in quanto lo usa più spesso e in modi diversi (impatto benefico sui neurotrasmettitori). Mai portare avanti la propria esistenza, comunque, con il pilota automatico cioè vivere una vita ripetitiva, banale, noiosa, sempre uguale, perchè inevitabilmente si attiveranno le solite connessioni neuronali e le stesse aree cerebrali favorendo, in tal modo, il declino della funzionalità cerebrale. Se lo usiamo male, non possiamo ignorarlo, immediatamente si fa sentire attraverso alcune precise funzioni cognitive: memoria ballerina, distrazioni improvvise, difficoltà di apprendimento, scarsa concentrazione e perdita di lucidità. Quando non dà il massimo, viene messo alle corde, all’angolo perché bloccato dentro schemi contorti infiniti, intasato dai dubbi e dalle paure, produce una infinità di “frutti nocivi” (danni fisici): al bando, quindi, schemi fissi, false mete, rimuginazioni, sensi di colpa e pseudo - valori. Sarà davvero salutare, pertanto, far sfumare il turbinio di pensieri parassiti che a volte ci riempie la testa in maniera esagerata. Sono i modi d’essere dannosi infatti che, facendolo funzionare a velocità ridotta, segnano il suo declino, modificano la chimica cerebrale (flusso sanguigno), lo atrofizzano (neuroni, sinapsi) e lo espongono ad alterazioni degenerative. Molte malattie neurodegenerative, infatti, nonostante un netto miglioramento delle condizioni di vita, da alcuni decenni, colpiscono sempre più una popolazione meno senile perché, spesso, si usa male questa meravigliosa massa cerebrale. Tra le patologie più diffuse e devastanti troviamo il morbo di Parkinson (persona rigida, trattenuta, con la tendenza a controllare tutto, combattuta tra agire e non agire), morbo di Alzheimer (demenza che attacca alcune funzioni cognitive come ad esempio la memoria; problemi vascolari e perdita di funzionalità dei neuroni; il cervello si svuota ed annulla la spazzatura mentale, desidera liberarsi dai vari obblighi), depressione (si cresce in un clima in cui i propri modi di pensare e le proprie idee sono sempre peggiori di quelle degli altri; persone incapaci di prendere il comando della propria vita), obesità (difficoltà ad identificare i propri bisogni autentici; più si “sfama” un’identità fasulla più quella autentica chiede nutrimento). Per comprendere e realizzare quanto sopra esposto non sempre è facile Ogni persona dovrebbe concentrarsi sulle proprie sensazioni, scavare, perseverare, investire del tempo per se stessa e fare molta attenzione a non impantanarsi in abitudini, luoghi comuni, atmosfere stagnanti e schifezze mentali che inchiodano sempre al tappeto. Cosa fare. Come per ogni parte del corpo anche per il cervello esiste la famosa locuzione: usalo così non lo perderai, e diventerà grande e grosso. Tenerlo attivo, con la stessa regolarità con cui si tiene in allenamento ogni organo del corpo, non solo è un nostro diritto e dovere ma, nel tempo, ci regalerà doni di inestimabile valore (lucidità, giovinezza,leggerezza, prontezza, felicità, equilibrio, mente pulita, creatività, serenità, spontaneità). Il rilassamento, inoltre, non solo ha un effetto benefico sul fisico, ma aiuta a tenere in vita le cellule e a preservare tutte le funzioni cognitive (memoria, parlare, ragionare, ricordare, apprendere) legate alla corteccia cerebrale (buona circolazione sanguigna e corretta ossigenazione cerebrale) riducendo, nel contempo, stress e ansia. Liberare e rilassare la mente, dunque, ha un effetto positivo sulla salute cerebrale e fisica. Nel progetto per mantenerlo giovane non deve mai mancare una corretta alimentazione, cereali e legumi integrali sono i più indicati (evitare i grassi saturi), ridurre il più possibile lo stress (quello nocivo) e soprattutto vivere in modo naturale. Piccola curiosità: per verificare l’età del proprio cervello si deve chiudere gli occhi e stare in piedi su una gamba sola, quanto più si riesce a stare in piedi, senza perdere l’equilibrio, tanto più il cervello è giovane!

… per essere lasciati in pace da un attacco fastidioso di cefalea bisogna fare dei cambiamenti sia a livello mentale sia a livello psichico: smettere di riflettere e rimuginare continuamente, dare spazio alle emozioni, guai trattenere la rabbia, allontanarsi dalle cose che non piacciono, evitare il troppo controllo… per inginocchiare il “mostro” funzionale bisogna avere un pensiero più cedevole, libero, creativo e scorrevole…

… RICORDATI che la cipolla e l’aglio (ricchi di zolfo) sono molto importanti per eliminare i “veleni” accumulati nel tessuto cerebrale … se vuoi mantenere “giovane” il cervello mangia melanzane (piene di nasunina)… se invece gli vuoi dare lucidità e memoria prendi Omega 3 (noci, mandorle, semi di zucca e di girasole, arachidi) … se invece desideri renderlo più funzionante ti saranno utili i legumi (fagioli, lenticchie, piselli, soia, ceci) … per “irrorarlo” di più usa i cereali integrali (farro, miglio, segale) … più lucido, i broccoli sono formidabili per tale funzione …


CONCLUSIONI e piccole CURIOSITA’

La struttura ossea è l’impalcatura fondamentale del corpo… garantisce la postura e il movimento. La motilità, le tendenze a spostarsi qua e là del bimbo, sono state spesso limitate da una figura di riferimento apprensiva e restrittiva. Di conseguenza il soggetto ha fortemente investito l’attività motoria, scaricando tensioni e i suoi conflitti su tutto l’apparato locomotore. Il tono muscolare risulta di norma aumentato, e aumenta sempre più in seguito a conflitti. La limitazione delle attività motorie, gli handicaps che determinano, incidono inevitabilmente sulla sfera psichica. In questi soggetti si riscontra un quadro clinico con tendenze aggressive, mirante a dominare, a controllare l’ambiente circostante, con tratti evidenti di natura ossessiva – compulsava: ricerca del dominio e della indipendenza. Sia le attività motorie sia l’aggressività vengono inibite. Allo stesso tempo, una personalità masochistica depressiva induce questi soggetti a sacrificarsi per gli altri. La comparsa del disturbo è spesso collegata a un evento in contrasto con la loro possessività oppure ad altre perdite e delusioni. Le ossa rappresentano per analogia la rigidità, la solidità, il dovere, la concretezza e la legge. Quando la disistima prende il sopravvento anche loro tendono a sgretolarsi. Proprio perché “sopportano” ogni cosa per tutta la vita (cattivo utilizzo delle proprie capacità: eccessive tensioni, emozioni, sentimenti) che ogni individuo è costretto a portare, le ossa vanno incontro a un continuo rimaneggiamento, modificando dinamicamente la loro struttura, la loro composizione e la forma. La rigidità della nuca a livello cervicale, ad esempio, esprime spesso tensioni emozionali, dal momento che la muscolatura paravertebrale ha un ruolo nell’atteggiamento e nella gestualità dell’individuo. Le vere cause di tale malessere si annidano, in certi contenuti emotivi, in un modo di pensare e in ruoli fittizi che la quotidianità impone. I fattori emotivi, infatti, possono svolgere un ruolo sia nell’insorgenza sia nel decorso della patologia. La maggior parte dei soggetti colpiti da disturbi dell’apparato muscolo – scheletrico (situazione infiammatoria generale) presenta prima della patologia un modo di fare calmo e riservato… disponibilissimi verso gli altri (umile malevolenza). L’elemento più evidente è l’atteggiamento altruistico (anche di dipendenza) che, insieme all’intraprendenza e alla buona energia cui dispongono, rende tali soggetti eccellenti e, a dir poco, instancabili. Prestano però pochissima attenzione alle loro condizione fisiche. Il loro atteggiamento paziente e tranquillo contrasta con la sofferenza ben visibile che provano (aggressività). I soggetti con dolori alle ossa e articolazioni hanno, in generale, uno stile di vita piuttosto rigido. La loro personalità tende al perfezionismo e all’autocontrollo, negano a se stessi naturali impulsi aggressivi e cercano di compensare i sentimenti di delusione e di irritazione mantenendo una certa padronanza di se stessi. Spesso il malessere emotivo - oltre alla rimozione degli impulsi aggressivi - è ben visibile: ansia, umore depresso e sintomi psicosomatici (cefalea, disturbi cardiaci e gastrointestinali). Il conflitto emotivo, spesso, non viene percepito dal soggetto ma viene espresso attraverso il linguaggio d’organo. Come già accennato, hanno la tendenza a sacrificarsi, atteggiamento questo di esagerata disponibilità che non appare per niente naturale ma che sembra derivare da una qualche forma di compulsione. La reazione aggressiva repressa si manifesta con un aumento della tensione muscolare diffusa o localizzata. Il fatto curioso è che il dolore, man mano che si riduce la tensione emotiva, regredisce rapidamente. Dietro il sintomo di mal di schiena, inoltre, apparentemente uniforme e soggettivo, si annidano numerosi quadri clinici differenti. Il tratto cervicale, ad esempio, sostiene la parte più alta del corpo: la testa. Quando un soggetto non abbassa la testa o mantiene la testa a posto significa che non cede davanti agli ostacoli o alle difficoltà. Tali atteggiamenti associati ad altri fattori come ostinazione, sforzo di volontà per andare avanti, attaccamento ad una situazione possono dar luogo al malessere cervicale. Il tratto toracico, invece, riflette prevalentemente l’umore di un individuo. Sofferenza, disperazione e abbattimento possono pesare sulle spalle di un uomo: la schiena lentamente si piega. Un difetto posturale che nasce quando non si è in grado di affrontare mentalmente le richieste interiori ed esteriori. Il dolore del tratto lombare, invece, è frequentemente espressione diretta di tensione mentale. Pur non essendo una caratteristica femminile, è particolarmente comune nelle donne che compensano un sentimento di inadeguatezza rispetto agli impegni familiari e professionali, con l’attivazione di atteggiamenti posturali rigidi. Un fenomeno comunque che si può riscontrare anche in donne che si sono arrese restando schiacciate dal peso di una vita quotidiana che non sono più in grado di gestire. Il dolore in questo tratto può anche essere interpretato come modalità espressiva della frustrazione derivante da aspettative non realizzate nei rapporti interpersonali e dai conseguenti sentimenti di insoddisfazione. Negli uomini questa affezione può essere interpretata come una sorta di fallimento a livello lavorativo o nel ruolo maschile.

… quando si è “bloccati” è utile LUBRIFICARE gli ingranaggi con cibi giusti e leggeri: frutta fresca (ananas, uva, fragola, ciliegia), cereali integrali (orzo, mais, riso), frutta oleosa (noci, mandorle, pinoli, pistacchi), salmone, sardine, verdure fresche (insalata, spinaci, cicoria, cavoli, cetrioli, finocchio, zucchine) … da non prendere in considerazioni fritti e zuccheri semplici!

SAPEVATE che... le vitamine B3, B5 (gli arti inferiori si addormentano o bruciano), B6 (tunnel carpale), Calcio (osteoporosi), Magnesio (tremori muscolari), Potassio (crampi), Manganese (formazione cartilagine), Rame (artrite), Omega 3 (EPA), Omega 6 (EPO) sono utili per le ossa.




9.0 .SISTEMA ENDOCRINO.

… chi tende alle infezioni cerca sempre di evitare i conflitti apertamente, ma proprio per questo, non essendo in grado di prendere decisioni, vive in uno stato perennemente conflittuale…

E' costituito da ghiandole che secernano ormoni direttamente nel sangue. Le ghiandole più importanti sono: ipofisi, epifisi, paratiroide, tiroide, pancreas, surrenali, testicolo e ovaio.

Ipotiroidismo… tutto funziona al rallentatore: un corpo apatico, stanco, depresso che “accumula” e trattiene (anche vecchi rancori)… scoraggiamento, tristezza e senso di colpa: un ritirarsi di fronte alle richieste della vita…

Ipertiroidismo… si “brucia” ogni cosa… una vita relazionale e lavorativa di corsa, frenetica, accelerata, frettolosa: iperattività fisica e mentale per affermarsi e raggiungere autonomia … allerta, agitazione, nervosismo e sfinimento (battito cardiaco accelerato, occhi sporgenti che sembrano uscire dalle orbite: segnalano terrore)… un’ambizione accestiva, un forte bisogno di dimostrare e di piacere agli altri (i propri desideri e bisogni sembrano, in ogni situazione, passare al secondo posto)…

Pancreatite (pancreas infiammato)… fenomeno spesso connesso ad una mescolanza di rabbia, frustrazione, tristezza e ribellione nei confronti di cose o situazioni vissute come inaccettabili ed ingiuste: una situazione esistenziale che non fluisce liberamente… una sensazione di aver perso tutto ciò che la vita offre di “zuccherato”… un forte desiderio di vivere in maniera “dionisiaca” (sregolatezza) nettamente in contrasto con forze “apollinee” (morale)… Un aiuto naturale Juglans regia MG, Ribes nigrum MG

Leucopenia (numero di globuli bianchi inferiore al normale)… arrendersi, rinunciare, alzare bandiera bianca, non si ha più voglia di reagire, di combattere… perdita di fiducia nelle proprie capacità, nelle cose e nella vita.

Lupus eritematoso… difficoltà a difendersi, ad affermarsi, a manifestare le proprie contrarietà, ad opporsi alle piccole ingiustizie: una grande rinuncia personale e un continuo affidarsi agli altri… una forte rabbia rimossa che non avendo potuto esprimersi irrita ed autoaggredisce (il “lupo” attacca le difese immunitarie)… Un aiuto naturale: Ribes nigrum MG…

… la capacità difensiva del sistema immunitario può essere messa in relazione con uno stato depressivo sia fisico che mentale; l’organismo ha più difficoltà a difendersi dalle infezioni quando si è più “tristi”, quando ci si trova in una condizione emotiva in cui risulta più difficile difendere le proprie posizioni, i propri spazi, le proprie idee, i propri sentimenti da aggressioni e “pressioni” esterne… il proprio spazio di libero movimento si riduce e ogni cosa diventa ostile…

Ghiandole surrenali.

Le surrenali sono collocate alla sommità dei reni. Una loro parte interna (midollare) produce vari neurotrasmettitori: noradrenalina, adrenalina e dopamina. Mentre la parte esterna produce i seguenti ormoni: cortisolo, aldosterone e androgeni. Chi ha problemi alle ghiandole surrenali è confuso nel gestire le emozioni, dubita che la strada intrapresa sia quella buona, non sa quale intraprendere o come uscirne, gira in tondo, si avvita su se stesso e non avanza mai, può sentirsi minacciato, bloccato nell'agire, sfinito e scoraggiato. I Chakra coinvolti sono il primo, terzo e quarto.

Ipofisi (pituitaria).

E' la ghiandola endocrina che dirige l'orchestra: regola altre ghiandole. Produce vari ormoni: antidiuretico (ritenzione dei liquidi), TSH (regola la tiroide), l'ACTH che gestisce il funzionamento della corteccia surrenale, l'ormone che regola la maturazione del follicolo ovarico e il funzionamento dei testicoli. Tale struttura rappresenta l'equilibrio e la capacità nel gestire la propria vita. Quando perdiamo tale "controllo" perché si è dominati dalla paura o dalla disistima, a percepire la propria vera identità, all'interno dell'organismo è facile che si crei un disequilibrio ... ecco allora che l'ipofisi compensa il tutto aumentando o diminuendo la produzione ormonale. Un problema in questa ghiandola indica che la persona in questione si trova in una situazione in cui non vede una via d'uscita ... un fenomeno insopportabile e contrario alla sua natura. Il Chakra. coinvolto è il sesto.

Diabete.

E’ una patologia metabolica cronica legata ad una disfunzione del pancreas, con carenza di attività insulinica (ipoglicemia). Oltre ad un eccesso di urina, provoca stanchezza, una sete esagerata e una fame eccessiva … se non curato può portare a complicazioni serie come cecità e problemi renali. Nel diabete le implicazioni psicologiche, dovute anche alle oggettive limitazioni della libertà del soggetto, sono fortissimi e ben visibili. E’ un disturbo che colpisce essenzialmente il "controllo" delle emozioni e il tema relazionale del “gestire”. Sono persone caratterizzate da "carenza" affettiva, da un vuoto insopportabile, da una profonda tristezza interiore, turbate da sentimenti di abbandono e insicurezza … si sentono vittime di un destino ostile e persecutorio. L’ambiente in cui hanno vissuto è stato iperprotettivo e, spesso, autosvalutante. La riduzione dell’affetto produce una condizione emotiva di fame che dà luogo, indipendentemente dal mangiare, ad un metabolismo della fame simile a quel del soggetto diabetico. I tratti depressivi mascherati - accompagnati da una fragilità emotiva e da rimpianti della loro condizione vita - segnalano un grande bisogno di attenzione e di amore … un perenne conflitto fra dipendenza ed autonomia. Le persone depresse hanno un rischio raddoppiato di ammalarsi di questa malattia. In questa patologia saranno coinvolti i terzo e il quarto Chakra (relazioni).

MONONUCLEOSI

(apparato immunitario: milza)… malattia infettiva collegata a problemi della milza, colpisce il sistema linfatico, si trasmette per contatto diretto orofaringeo - bacio - o mediante il sangue… un farsi violenza con ritmi impossibili per raggiungere progetti prefissati (la malattia segnala di rallentare!)… persone competitive che si colpevolizzano, bloccano il fluire della vita sia a livello psichico sia sul piano organico: un vulcano in continua eruttazione (non smette mai di criticare o sminuire se stesso o gli altri)…

Il diabete mellito... troppo zucchero in "circolo" rende la vita davvero "amara".

E' un disturbo cronico del metabolismo che ha origine nel pancreas caratterizzato da in'insufficiente produzione di insulina. Il termine mellito si riferisce alle variazioni dei livelli di glucosio nel sangue. E' innegabile che certi tratti psicologici, attraverso comportamenti alimentari (appetito, insaziabile, obesità), favoriscono l'insorgenza della patologia. L'obesità è risaputo spesso ha fondamenta antichissime: si spiega con frustrazioni orali precocissime. Se tutto ciò, poi, si scontra con lo stress psicologico quotidiano può svolgere un ruolo scatenante o aggravante. Tale fenomeno ha effetti somatopichici: dipendenza da medicamenti e le limitazioni alimentari provocano sia un depressione mascherata accompagnata da rassegnazione, sia un atteggiamento di opposizione e di diniego nel rispetto delle prescrizioni mediche. Alcuni autori hanno messo in evidenza nei diabetici (a seconda dell'età e del livello del disturbo), oltre a irrequietezza, fretta e ansia, forti desideri di attenzione e atteggiamenti che li portano alla dipendenza. Difficoltà sessuali maschili, inoltre, possono essere il segnale di inizio dell'esperienza diabetica.

… a tavola, ATTENZIONE agli sbalzi glicemici (la dieta, in caso di diabete conclamato, deve essere sempre personalizza e formulata da professionisti qualificati… le notizie di seguito indicate sono solo per informare e stimolare la ricerca soggettiva su questa patologia delicata e complessa, NO ‘fai da te’): carboidrati complessi e integrali, antiossidanti, alghe, spinaci, finocchi, carciofi, broccoli… eliminare il più possibile farina di tipo ‘00’, alcol, dolci, bibite gassate, sale, ridurre il peso corporeo, bere acqua e aumentare il numero degli spuntini.

TIROIDE … la ricerca della propria identità.

La tiroide è una ghiandola endocrina costituita da due lobi laterali, collocata nella parte anteriore del collo, davanti alla trachea, a destra e a sinistra della laringe. Il suo compito è quello di secernere due tipi di ormoni, sotto l’influsso di un ormone prodotto a sua volta dall’ipofisi anteriore (ghiandola situata al centro della base cranica), i cui effetti sono rivolti essenzialmente al controllo del metabolismo e conseguentemente alla crescita e allo sviluppo psicofisico. Queste sostanze, comunque, oltre ad avere un ruolo decisivo nei processi di crescita, regolano la pressione sanguigna, la frequenza cardiaca, le funzioni respiratorie ed intestinali, aumentano la temperatura, potenziano incredibilmente l’aspetto vigile e l’attività intellettiva. La ghiandola endocrina tiroidea quindi regola il metabolismo corporeo, questo significa che da essa dipende la velocità con cui si bruciano gli alimenti. Quando il ritmo metabolico è troppo rapido, vi è una tendenza all’iperattività e agli scatti impulsivi. Se invece il ritmo metabolico è troppo lento, si possono manifestare sintomi quali indolenza, pigrizia, senso di stanchezza, mancanza di voglia, obesità. La tiroide svolge anche un ruolo importante nella regolazione della temperatura corporea. Se abitualmente si hanno le estremità fredde può darsi che manchi lo iodio, necessario per mantenere in salute la ghiandola in questione. Se si ha la tendenza a mettere su peso con facilità, e risulta difficile perdere il peso accumulato, forse il problema è proprio la mancanza di iodio. La funzionalità tiroidea dipende, infatti, dalla presenza di iodio (il fabbisogno è particolarmente elevato durante l’adolescenza perché si cresce rapidamente) una carenza di tale minerale induce un calo della funzionalità tiroidea, caratterizzata, appunto, da un aumento di peso, diminuzione dell’appetito, digestione faticosa, stitichezza, letargia, apatia. Talvolta, però, la tiroide è iperfunzionante. Ne risulta un aumento del tasso metabolico che porta quindi ad un calo di peso, all’aumento dell’appetito, ad una digestione rapida; il ritmo cardiaco e la pressione aumentano, e così con i tremori muscolari, il nervosismo: la persona tende a diventare aggressiva, eccitabile, apprensiva. Le attività mentali, il modo di parlare, lo stato dei capelli, delle unghie, della pelle e dei denti dipendono, il più delle volte, dal buon funzionamento della ghiandola tiroide. La tiroide funziona pressappoco come l’acceleratore di un’auto: accelera e rallenta l’attività dell’organismo (determina istante per istante, una corretta velocità del metabolismo). Molto spesso, il vivere in modo torbido e sonnolente, oppure in maniera vibrante e carico di energia dipende, infatti, dall’ormone tiroideo. Man mano che passa il tempo inoltre la ghiandola spesso rallenta la sua attività. Le reazioni delle persone che si trovano in quel periodo evolutivo della vita che corrisponde alla menopausa e all’andropausa mostrano cambiamenti addirittura stupefacenti. L’equilibrio ormonale pertanto si modifica e le persone sono messe di fronte a condizioni che fino ad allora non conoscevano. In sintesi, i disturbi tiroidei sono: l’ipotiroidismo (diminuzione di ormoni nel sangue: rallentamento delle funzioni organiche e debolezza cronica), l’ipertiroidismo (aumento della funzione, ipersecrezione degli ormoni tiroidei: metabolismo accelerato, tachicardia, sudorazione, insonnia, ipertensione, intolleranza alle temperature alte), le infiammazioni ed i tumori. Un disturbo alla tiroide esprime in genere un problema nella definizione della propria identità, indica la ricerca di un punto fermo e stabile. Un aspetto particolarmente interessante dell’ipertiroidismo è che spesso si manifesta – o peggiora – improvvisamente a seguito di una forte emozione oppure in situazioni critiche (decessi, incidenti, separazioni, litigi, conflitti familiari, perdita della figura protettiva, del lavoro e della casa, ecc.). I rapporti interpersonali sono tendenzialmente di breve durata e caratterizzati da brusche chiusure e riaperture. Si nota generalmente in queste persone la tendenza a correre in “avanti”, a bruciare la vita; un’esistenza vissuta in maniera frettolosa e caratterizzata da una forte ansietà. Troviamo questi soggetti, proprio per la loro frenesia, sempre pronti ad adempiere, anche in eccesso, ai loro compiti e doveri (il rallentamento provoca angoscia). E’ inoltre possibile che sia presente tremore, evidente quando il soggetto stende le braccia e le mani in avanti, associato a palpitazioni e sudorazione. Sembra che le cause dello “stile ipertiroideo” siano da rintracciare nell’infanzia: è probabile che questi soggetti siano stati costretti a raggiungere una propria autonomia (crescere in fretta) per la quale non erano maturi per affrontare adeguatamente, senza l’appoggio delle figure di riferimento, le situazioni ed i compiti loro assegnati. In questi soggetti dunque c’è stata una spinta eccessiva alla responsabilità (un muro senza fondamenta!). Un individuo che sviluppa ipertiroidismo è generalmente deluso perché non riesce a realizzare ciò che vuole, in questo modo è sempre continuamente sottoposto ad un devastante stress emotivo (anche le piccole cose diventano insormontabili). A volte possono segnalare un desiderio di rivincita, di espansione, far vedere agli altri ciò di cui sono in grado di fare. I soggetti ipotiroidei, invece, sono caratterizzati da un’immagine statica, apatica, l’eloquio diventa lento e monotono, indifferente: è come se intorno a loro non accadesse mai niente di interessante, di stimolante. Tutta questa sintomatologia inoltre, caratterizzata dalla passività, dal non fare, dal perché mai continuare, tanto non ci riesco, nessuno può capirmi, è simile e rientra, per vari aspetti, inequivocabilmente nel quadro clinico depressivo. Infatti, come il depresso, essi sono ripiegati su se stessi, riducono le attività al minimo indispensabile e lasciano “scorrere” le cose nella più freddezza ed indifferenza. Queste persone non manifestano alcun interesse a partecipare alla battaglia della vita e non evidenziano nessun tipo di interesse nei suoi confronti. Gli occhi particolarmente stanchi ed incredibilmente infossati sono nettamente in contrasto con quelli accesi, pronti ad uscire dalle orbite (esoftalmo) dei loro partner ipertiroidei. La loro indolenza e la loro apatia, priva completamente di interessi, si oppongono decisamente all’iperattivismo degli altri. I soggetti ipotiroidei non muovono un passo. Gli altri si agitano senza mai raggiungere la meta. Questi estremi, questi due poli, paradossalmente, hanno in comune un tema: il posto nella vita. Tra la carenza in un caso, e l’eccesso nell’altro, si trovano entrambi a metà strada dalla vera vita (per intenderci, quella fatta di entusiasmi, di gratificazioni, di soddisfazioni e di giocosità … ma anche quella che richiede una presa di posizione per la soluzione dei conflitti). L’indifferenza con la quale i soggetti affrontano ogni cosa deve trasformarsi in curiosità, interesse e consapevolezza. Il compito non consiste nel lasciarsi scuotere da tutto, bensì nel chiedere pazientemente alla vita di indicare quale sia il proprio posto … non la rassegnazione verso l’esistenza. Il Chakra in tensione è il quinto.

Gozzo (tumefazione della tiroide). Si riscontra in soggetti troppo concentrati su se stessi, che non “mollano”, pretendono troppo da se stessi investendo tutte le energie su mete ambiziose, per raggiungere determinati obiettivi più per dimostrare a se stessi e agli altri di valere, di essere in grado di realizzare certi progetti… essendo un gonfiore può segnalare anche un forte risentimento, recente o antico, verso qualcuno.

… l’ipertiroidismo può segnalare un blocco dell’aggressività, difficoltà ad esprimere e gestire questo sentimento… soggetti troppo attivi (così non hanno il tempo di pensare) che si nascondono dietro il buonismo, sempre disponibili, collaborativi, bravi e col sorriso sulle labbra (una strategia per stimolare riconoscenza e “gestire” l’altro, perché non ha fiducia, teme di essere nuovamente deluso)… vuol fare ogni cosa tutto da solo perché è convinto di non trovare nell’altro vero sostegno e una giusta assistenza … troppo impegnato e responsabile (febbrile, ossessiva disponibilità), un’autonomia imposta fin dalla nascita da un ambiente che non considera adeguatamente e che non rispetta i tempi altrui, poco sensibile e svalutativo… NON fare tutto da solo, chiedi aiuto, impara a delegare, smettila di sacrificarti inutilmente!

… i cibi giusti non solo proteggono, mantengono uno stato psicofisico di salute, fanno vivere meglio e più a lungo, ma possono rendere più forte la tiroide: fegato di maiale, spinaci, insalata, noci (Vit. A per l’ipertiroidismo), pasta, baccalà, palombo, merluzzo, alghe… attenzione ai broccoli, cavolfiore, cavoli perché, ostacolando l’assorbimento dello iodio nell’intestino, possono aumentare il volume della tiroide (gozzo endemico).




Le ALLERGIE …

L’allergia è una patologia del sistema immunitario caratterizzata da una reazione sproporzionata nei confronti di alcune sostanze di per sé innocue come la polvere di casa, il polline, pelo animale o determinati cibi. E’ un aumento della reattività dell’organismo al contatto di un agente aggressivo (allergene) di solito dopo che è già avvenuto, in passato, un contatto con tale sostanza. In realtà, il sistema immunitario considera alcune sostanze come “nemiche” e, quindi, stimola il corpo a difendersi da esse anche se non ce ne sarebbe bisogno (ipersensibile e sempre all’erta). In questo fenomeno, pertanto, l’organismo reagisce mettendo nel circolo sanguigno un’ondata di istamina, la sostanza chimica che determina il gonfiore e delle secrezioni acquose del naso, degli occhi e dei seni paranasali. Per comprendere comunque le allergie respiratorie è indispensabile ricordare che i sintomi manifestati sono collegati con la dimensione aerea (tutto ciò che viene veicolato dall’aria sia in termini di sostanze che di impressioni psichiche: molecole odorose che hanno valenza affettiva e sessuale). Attraverso l’inspirazione portiamo dentro di noi l’esterno, lo lasciamo passare accogliendolo per poi restituirlo trasformato attraverso l’espirazione. Ma anche il sangue, che assorbe le sostanze contenute nell’aria, è l’altro canale attraverso il quale “metabolizziamo” l’ambiente circostante facendolo nostro. In effetti, la respirazione riflette e rivela processi emotivi ed affettivi. La sofferenza riduce la profondità del respiro, mentre la felicità la fa aumentare; le persone ansiose hanno una respirazione superficiale ed irregolare, e così via. La respirazione e la percezione degli odori rappresentano una fondamentale modalità, per il corpo e per la mente, di entrare in contatto con il mondo circostante. Può però accadere che durante questo scambio avvenga l’incontro con cose, situazioni, persone vissute come ostili o fastidiose. Non di rado le allergie respiratorie sono accompagnate da un particolare atteggiamento, più o meno consapevole, di intolleranza, paura e chiusura nei confronti dell’ambiente circostante, e quindi di irrigidimento di fronte alle proposte di cambiamenti che da questo provengono. Esprime, da un punto di vista psichico, anche la difficoltà a stabilire dei confini ben precisi tra se stessi ed il mondo circostante, evidenziando nel contempo un senso di identità piuttosto instabile. Da tutto ciò emerge la tendenza a stare sempre sulla difensiva e a percepire continuamente potenziali aggressori (nemici = allergeni)) ovunque, favorendo su se stessi la tendenza continua a non lasciarsi andare. Come per altre manifestazioni allergiche, nella rinite il problema principale è la difesa nei confronti di stimoli emozionali vissuti come troppo coinvolgenti o preponderanti. L’allergico può esprimere con la sua sintomatologia il bisogno di eliminare dalla propria vista o di liberarsi il più velocemente possibile di situazioni, cose, persone dalle quali si sente minacciato o emarginato: rimane sempre sulle difensive e, soprattutto, utilizza comportamenti rigidi ed inflessibili (non sopporta il nuovo). Se non riesce a far fronte a queste sorgenti di sofferenza e frustrazione, e viene impedita l’espressione del proprio disagio o della propria depressione, può subentrare insomma quella lacrimazione “forzata”, che permette di manifestare in maniera innocente ad esempio il proprio vissuto depressivo, inerente una perdita, una rinuncia, un lutto che ha investito il proprio campo affettivo. In pratica, fornisce l’occasione per dare via libera alle lacrime senza timore di mostrarsi vulnerabili o di essere feriti. Secondo il linguaggio psicosomatico ciò che avviene nel corpo trova sempre un corrispettivo nella nostra psiche e viceversa. Ogni reazione allergica quindi ha una sua “ragione” psicologica scatenante. Infatti, l’allergia non è solamente una modalità reattiva del nostro corpo a qualcosa di esterno. L’allergia è un segnale d’allarme, che mette in luce una personalità particolarmente fragile, sensibile e diffidente, che ha serie difficoltà a lasciarsi andare a causa, ovviamente, di una scarsa adattabilità a tutto ciò che lo circonda. L’allergico, il più delle volte, nutre avversione per qualcuno, non lo tollera più ma sente anche il bisogno di intraprendere una relazione profonda e privilegiata di dipendenza con una figura di riferimento (conflitto ed ambivalenza). Può essere una struttura sociale, partner, familiare o amico (sapersi “staccare” da certi vincoli simbiotici rinforza sia a livello fisico sia a livello psichico). Questo punto di riferimento diventa così importante che non può assolutamente permettersi di perderlo e, quindi, cerca a tutti i costi di mantenere il legame attraverso rapporti particolarmente morbosi, come se non avesse nessuna altra scelta (relazione asimmetrica e sbilanciata caratterizzata da sentimenti di avversione, di ostilità e di rancore non espressi). Il soggetto allergico è spesso molto disciplinato e ossequioso alle regole anche quando non le condivide, proprio per evitare scontri con gli altri (essere più elastici, meno intolleranti e rigidi, permetterà di rinforzare mente e corpo).

NB. Le informazioni e le interpretazioni terapeutiche contenute in questo articolo non sostituiscono in nessun modo il parere del proprio medico di base, al quale è sempre doveroso ed indispensabile rivolgersi per la diagnosi e la terapia specifica. Questo articolo pertanto ha valore educativo, non prescrittivo.

… sapevate che alcuni rimedi fitoterapici come Echinacea ™, Uncaria ™, Astragalo ™ e Curcuma (compressa) hanno un’azione protettiva dai virus e batteri, possono preparare l’organismo a superare i capricci dell’inverno perché rinforzano il sistema immunitario…


Pancreas.

Ha un importante ruolo nella digestione, perché apporta le sostanze necessarie all’assimilazione degli alimenti. Interviene con la milza nell’azione immunologia dell’organismo, quindi tutti i processi di lotta antinfezione dell’organismo passano attraverso il pancreas. Agisce anche sul sistema nervoso. L’abuso di medicamenti, di zucchero e di caffè ne sono le principali cause. Quando il fegato non riesce ad espletare completamente il suo lavoro, stimola il pancreas, che si esaurisce e rende il soggetto vulnerabile alle malattie infettive e ai disordini nervosi. Mentre il pancreas aggredisce il sistema nervoso, dobbiamo tener presente che a loro volta gli stress e le emozioni affettive attaccano il pancreas; queste aggressioni, se si ripetono, influenzano enormemente il processo digestivo che non potrà più svolgersi normalmente e provocherà la liberazione di un gran numero di tossine nel sangue accelerando così il processo di degenerazione cellulare. Un buon equilibrio ghiandolare dipende da una buona attività del pancreas. E’ sempre il pancreas che conserva il cobalto necessario a una buona ossigenazione del sangue. Se vi è uno squilibrio, vengono accelerati tutti i processi cancerogeni. Dolore a livello dei muscoli addominali indicano un iperfunzionamento di quest’organo, che sfortunatamente fin dall’infanzia è stato sottoposto a un consumo eccessivo di bevande zuccherate, di caramelle che si danno ai bimbi per tenerli buoni o come ricompensa. Le sue manifestazioni: reazione a livello della pelle con rigonfiamenti e pruriti, insufficiente immunologia e difficoltà alla cicatrizzazione, nervosismo, stanchezza mattutina, ventre duro e sensibile alla palpazione, con gonfiori contigui, eccessiva stanchezza dopo uno sforzo, ulcere, mali di testa continui, reumatismo cronico, disturbi a livello della concentrazione. Un forte shock affettivo può provocare un trauma al pancreas. Sono dannosi: caffè (maggior nemico… chi ha problemi in questo organo, non appena bevuto un caffè sentirà bruciore di stomaco), grassi (cotti o saturi), zucchero. Quando il pancreas è saturo, se si beve alcolici le mani e le caviglie si gonfiano. La milza e il pancreas hanno bisogno degli zuccheri organici contenuti nei cereali (tranne in caso di diabete). Infiammazione della milza: asparagi, barbabietole, cicoria, ribes nero. Atonia al pancreas: melanzane. Viene stimolato con il sapore dolce. Per equilibrare tale organo, massaggiare la vertebra dorsale 11 (D11: stanchezza mancanza di tono, cattiva digestione, gonfiore gastrointestinale, facilità alle malattie, cicatrizzazione difficoltosa). La sua massima espressione energetica è dalle ore 9 alle ore 11.

... i problemi immunitari nascono quando si è in un continuo stato di allerta o ci si lascia influenzare fino a dipendere completamente dagli altri…

… la tendenza ad ammalarsi spesso (calo delle difese immunitarie) segnala sempre una difficoltà a difendere la propria individualità, mentre per le malattie autoimmuni (m.di Crohn, lupus, dermatiti) abbiamo a che fare con una spersonalizzazione globale: distruzione di un falso se stesso…

CONCLUSIONI e piccole CURIOSITA’

In quasi tutte le affezioni endocrine si notano dei quadri clinici piuttosto interessanti. Praticamente in tutti le patologie del sistema endocrino si osservano delle modificazioni di carattere psichico. Si hanno disturbi psichici provocati dagli effetti biochimici e psicologici degli ormoni soprattutto a livello cerebrale e sui sistemi metabolici. Anche i cambiamenti corporei provocati dalle disfunzioni endocrine esercitano un’influenza a livello psichico. Tale fenomeno - inserito nel vissuto psichico del soggetto - è facilmente riscontrabile nella modificazione dell’immagine corporea (Morbo di Cushing: ipertrofizzazione della ghiandola cortico-surrenale) e alle alterazioni sessuali indotte dal diabete. L’ipertiroidismo è sovente connesso ad angoscia, irritabilità nervosismo tali da indurre a ipotizzare una squilibrio nevrotico. Si manifesta spesso improvvisamente in conseguenza di una forte emozione o di situazioni critiche. Si sviluppa una predisposizione quando è presente nella famiglia biologica del soggetto in questione forti influenze sociali. Depressi, incidenti, esperienze di perdite possono non solo scatenare il malessere tiroideo, ma anche produrre un peggioramento in un ipertiroidismo stabilizzato. Anche quando tali cause apparenti sono assenti, un’anamnesi precisa e accurata rivela quasi sempre una situazione particolare che dà luogo alla tensione. I soggetti il cui l’equilibrio emotivo è piuttosto labile “inciampano” con più probabilità in un decorso complicato e in ricadute. La frequente irrequietezza interiore e motoria, l’agitazione e la facile irritabilità, sono conseguenze di un’elevata secrezione ormonale tiroidea. Troviamo questi soggetti sempre pronti ad adempiere anche in eccesso ai loro doveri. Sembra che molti di loro siano stati costretti nell’infanzia a un’autonomia per la quale non erano maturi (morte, litigi, separazioni, conflitti familiari). Danno l’impressione di una maturità che tuttavia non è adeguata ad affrontare tutte le situazioni e che riesce a malapena a mascherare la debolezza e la paura interiore della separazione e della responsabilità o della vita sessuale adulta. Le loro preoccupazioni possono estendersi anche alla sopravvivenza stessa, in quanto l’idea della morte e del morire svolgono un ruolo notevole nella loro immaginazione. Il diabete (mellito), invece, è un disturbo cronico dell’intero metabolismo ed è caratterizzato da un’insufficiente attività insulinica. Il metabolismo dei grassi e delle proteine è coinvolto quanto quello dei carboidrati, tuttavia il termine “Mellito” si riferisce alle variazioni dei livelli di glucosio nel sangue. Esistono delle correlazioni psico – fisiologiche, in quanto l’aumentata liberazione di alcune sostanze nervose sotto la tensione emotiva e fisica inibisce il rilascio dell’insulina delle cellule prodotte dal pancreas; ciò a sua volta può indurre alterazioni nel metabolismo dei carboidrati, simili a quelle riscontrate nel diabete. Lo stress emotivo può indurre livelli elevati di glicemia. La maggior parte dei diabetici sa perfettamente che almeno in un settore la loro “omeostasi” non è ben regolata e pertanto sono turbati da sentimenti di insicurezza. Questo incertezza può esercitare un’influenza negativa sull’intera strategia di vita ed essi arrivano al punto di organizzare tutta la vita intorno al loro disturbo. I conflitti e bisogni non orali di questi individui vengono soddisfatti con il cibo. Possono quindi manifestarsi appetito eccessivo e obesità, con induzione di iperglicemia costante. In conseguenza dell’identificazione del cibo con l’amore, la riduzione dell’affetto produce un’esperienza emotiva di fame che, dà luogo, indipendentemente dell’ingestione del cibo, a un metabolismo della fame che sembra corrispondere a quello del paziente diabetico. Inoltre, le paure insconsce costanti per tutta la vita inducono una reazione accompagnata dall’iperglicemia. Poiché il rilascio della tensione psicologica non ha mai luogo, il diabete può svilupparsi dall’iperglicemia così prodottasi. Una patologia che spesso è accompagnata da soprappeso, disturbi circolatori, renali, cutanei. Si tratta di solito di un malessere che si instaura lentamente (tipo II). L’atteggiamento generale del diabetico può essere quello di chi, pur “affamato” d’amore e soprattutto timoroso di perderlo, instaura rapporti di dipendenza, ribellandosi inconsciamente a questi nello stesso momento. Oppure, potrebbe tentare di mantenere alcuni rapporti di tipo infantile, in cui la richiesta di amore è accompagnata da un fare aggressivo perché la risposta ottenuta sembra sempre sotto le aspettative… o, ancora, esprimere un atteggiamento iper – protettivo nei confronti delle persone care (si limita l’autonomia degli altri ma anche la propria). Le ghiandole surrenali, invece, attraverso la produzione ormonale (adrenalina e noradrenalina: midollare surrenale; corticoidi e aldosterone: corticale surrenale) svolgono un ruolo di adattamento (lotta o fuga). Fondamentale nell’affrontare le difficoltà e gli imprevisti della vita quotidiana oppure, se necessario, fuggire davanti a essi. Una disfunzione di queste ghiandole si trova in persone ansiose che presentano enorme difficoltà a prendersi cura di se stesse: disfattiste e, soprattutto, si concentrato solo sulle cose che non vanno. Un’irregolarità della loro funzione determina stanchezza e tristezza, problemi digestivi, ipotensione e una maggiore vulnerabilità nei confronti dello stress e delle malattie in generale. E’ sempre un segnale che riguarda la voglia di vivere, di far fronte alle piccole o grandi questioni della vita e di gestire lo stress. Nella Sindrome di Cushing troviamo un iperfunzionamento della corteccia surrenale (cortico surrenale). Il soggetto si presenta con il viso arrotondato, obesità nella parte alta del corpo, schiena incurvata, arti con tutti i segnali di atrofizzazione e ossa indebolite. Spesso si sente incompreso, si trova in difficoltà a gestire le emozioni e confuso nelle modalità risolutive. Correlazione viso - apparato endocrino. I problemi al pancreas si manifestano con dolori a livello dei muscoli addominali, pruriti e rigonfiamenti della pelle, insufficiente cicatrizzazione, ventre duro e gonfio, sensazione di stanchezza eccessiva dopo uno sforzo, mal di testa continui e disturbi della concentrazione. La disfunzione tiroidea, invece, si visualizza attraverso gli occhi spenti, infossati, naso camuso, labbra grosse, sensazione di freddo agli occhi, viso e palpebre gonfie, pelle secca e perdita dei peli.

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10.0 I DISTURBI DELLA PERSONALITA'.

… una personalità “difettosa” viene diagnosticata solo quando il modo di pensare, di sentire e di reagire interferiscono con la vita sociale, affettiva e lavorativa del soggetto, creando profonda sofferenza e disadattamento: solo allora è possibile diagnosticare questo fenomeno come “disturbo della personalità”… si costruisce attraverso un lungo intrecciarsi di esperienze complesse, enigmatiche e dinamiche con le figure di riferimento e con l’ambiente circostante: l’intera storia del soggetto … NON esiste una netta divisione tra normalità e patologia… troviamo ad esempio modi di pensare “grandiosi” (P. narcisista), “impressionistici” (P. istrionica), “diffidente” (P. paranoide), comportamenti “controllati” (P: ossessiva-compulsiva)… un insieme di tratti, comportamenti e atteggiamenti che permettono di descrivere o “collocare” un gruppo di soggetti dentro o fuori dall’asse della “normalità”…

L' insieme delle caratteristiche, costanti nel tempo, di pensiero, sentimento e comportamento che favoriscono o ostacolano le relazioni con se stessi, gli altri e l'ambiente...

Gli antichi buttavano in mare gli individui affetti da sbalzi di umore, nella speranza che lo shock li riportasse in "senno". Nell'antica Grecia li vestivano di giallo perché dovevano essere riconosciuti da lontano e, quindi, tenuti a debita distanza. Nel Medioevo - periodo davvero oscuro - i prelati praticavano l'esorcismo per scacciare i "demoni" della follia. Oggi, invece, forse più preparati e "sensibili" (si spera!), sappiamo che il fenomeno emotivo é un malessere che riguarda una modalità di pensiero, di comportamento e di sentimento. Coinvolge la capacità di "intendere" e di "volere" e, soprattutto, la saggezza camaleontica del sapersi adattare ... come ci rapportiamo e pensiamo nei confronti del mondo circostante e di noi stessi. Ogni essere vivente entra nel mondo attraverso una "perdita". La vita inizia con una sensazione dolorosa, una separazione, un distacco repentino dal corpo materno: il feto diventa infante. Si comincia con l'ambiente intra - uterino poi, si spera, in un rapporto clemente e responsabile con le figure di riferimento. L'essere vivente è il riassunto di forze genetiche ed ambientali. Il nostro ben - essere o il mal - essere, pertanto, dipende da tutte quelle "esperienze" che nel tempo ci hanno modellato e trasformato. Sarà, quindi, l'incontro - scontro con l'ambiente circostante a favorire o meno la nostra storia mettendo in funzione quella personalità oppure quell'altra: la nostra vera identità nel bene e nel male (sicurezza, fiducia, libertà, autonomia, spontaneità, autostima). Le persone sono complesse, ma le loro complicazioni non sono mai casuali. Attraverso questa organizzazione, questo vivace dibattito relazionale si deciderà, con le sue infinite sfumature, la nostra felicità ... la voglia di vivere o il desiderio di non esistere. In questa alchimia, questa grande fucina esistenziale - quasi sempre incandescente - avvengono continue trasformazioni dalle quali prenderà forma il nostro aspetto fisico, la nostra capacità adattiva, i nostri comportamenti e il nostro talento. Tutti eventi che influenzeranno, a seconda dell'età anagrafica in cui si sono verificati, le nostre patologie, il nostro modo di amare, di percepire e di pensare, la nostra apertura alla fiducia o alla speranza, il rapportarsi in maniera vantaggiosa con gli altri e con noi stessi. Un alternarsi di sentimenti di amore, di odio, di indifferenza, di incomprensione, di diffidenza, di ostilità, di rabbia, di abbandonano hanno favorito e modellato in silenzio, pian piano, i nostri comportamenti. Un'evoluzione in continua oscillazione tra "avanti" e "indietro", fare e non fare, accettazione e rifiuto, critica e disapprovazione, distacco, indifferenza, inadeguatezza e insicurezza: un navigare spesso senza sestante, disorganizzato e privo di punti di riferimento. Una costante allerta, un continuo rimuginare, una ferma ostinazione, una perenne rigidità non solo crea forte tensione muscolare, che può sfociare in ipocondria, ma anche un'ipertensione arteriosa con i conseguenti malesseri circolatori e cardiaci. Anche lo slancio sessuale sarà inibito dalla stessa rigidità mentale. Il bambino che cresce è sempre vulnerabile perché non sono consolidate le sue "condizioni" interne, e questo pericolo è tanto maggiore quanto più il soggetto è piccolo. Più gli eventi che hanno disturbato la situazione di sviluppo naturale sono vicini alla nascita, tanto più gravi saranno le conseguenze e il "piccolo" ne sarà influenzato per il resto dello sviluppo e della vita. Un malessere infantile che, in futuro, si esprimerà attraverso un rapporto d'amore disturbato (in eccesso o in difetto) con se stessi e con tutte le altre persone ... un tormento che si ripeterà e coinvolgerà lavoro, studio e l'intero mondo esterno. Un'evoluzione fragile, fatte di continue assenze e di non attenzioni, caratterizzata da insicurezza, dipendenza, rassegnazione, tristezza, tribolazione, dispiacere e sofferenza ... i pochi pensieri rimasti ruotano attorno a temi catastrofici e di rovina imminente. Un fenomeno che ha prodotto un modo di pensare fallimentare, un atteggiamento rinunciatario e pessimista ... come si potrà mai prendere decisioni importanti? Per sopravvivere a questa ingiustizia affettiva non rimane altro che "affidarsi" completamente a qualcuno per "sorreggersi" ... un ruolo nella vita, che se non intervengono cambiamenti "ristrutturanti" sarà prevalentemente quello di vittima o di spettatore, ma mai di primo attore. Le antiche ferite sono spesso profonde ma con l'aiuto di persone qualificate, attraverso sentimenti di accettazione e di comprensione, potranno rimarginarsi ... si potranno trasformare tutte quelle figure di riferimento anaffettive in persone finalmente accudenti. E, così, un bel giorno, apparentemente senza una ragione, sotto il peso della vita, scopriamo che siamo diventati difficili, esigenti, intrattabili, chiusi e scontrosi: una vita penosa e piena di disagi perché dobbiamo "compensare" quell'affetto primordiale, "antico", che non c'é mai stato e di cui non abbiamo consapevolezza, se non in forma sfumata (quando non ci parlano, non ci guardano, non ci considerano si riattivano quei vecchi fantasmi). Quando le difese diminuiscono ecco che riappaiono ... i "lividi" dell'infanzia, improvvisamente, fanno la loro comparsa. La personalità è come l'impronta digitale ... unica ed irripetibile. Concludendo è importante precisare che non sempre risulta facile fare una diagnosi perché non esistono personalità "pure" (abbiamo a che fare sempre con situazioni di comorbidità) e, quindi, a livello diagnostico, possiamo incontrare disturbi presenti in vari quadri clinici. che creano confusone tra "ascoltarsi" e "essere all'ascolto". Da qui la necessità di rivolgersi a persone esperte, qualificate e competenti per fare una diagnosi precisa e accurata ... persone che hanno dedicato la loro vita a questa professione. Soprattutto, niente deve essere generalizzato, perché se ogni individuo è unico ed irripetibile, solo a lui è data la possibilità - pur utilizzando le varie indicazioni fornite in questo vademecum - di interpretare e conoscere per quale motivo certi eventi si esprimono nel corpo in quel momento e in tal modo ... solo noi possiamo aiutarci a guarire! Dipende solamente dalla nostra convinzione profonda di guarire o meno ... restare nel pantano del mal - essere o lasciarsi trasportare ogni giorno da questo miracolo che è la vita... si deve partire sempre dalla consapevolezza che qualcosa non "funziona" per il verso giusto.

… vivere accanto a personaggi scomodi, insopportabili, invadenti, perentori, tutti di un pezzo, saccenti e rigidi può essere pericoloso, oltre a schiacciare e seminare ansia, creano situazioni che portano a sminuire in ogni occasione la personalità dell’interlocutore: limitano la libertà e, con passo felino, spengono i desideri, fanno rinunciare completamente a se stessi… chi si trova in questa fitta rete non è più in grado di affermarsi e muoversi autonomamente… personaggi conflittuali che, spesso, senza saperlo, manipolano e condizionano, attraverso false maschere, la vita altrui lasciando come eredità sempre un senso di colpa, debolezza, frustrazione, insicurezza e inadeguatezza… in poche parole, se si lasciano fare in nome, a loro dire, di un grande “amore” originale, rovinano e succhiano lentamente, come dei vampiri, la linfa della vita… il destino di chi viene in contatto con loro, altro non è che di sfiancati epigoni… sanno molto bene quali corde toccare per renderli dipendenti … non piegarsi alle imposizioni e ai compromessi è la prima mossa per non farsi annullare dai loro schemi: guarda il “mostro” dritto negli occhi - metti a fuoco le sue manie - e agisci con calma e fermezza, mantenendo ferme le tue idee e la giusta distanza… vedrai, fuggirà a gambe levate!



PERSONALITA’

Questo termine esprime la totalità psicofisica di un essere così come appare a sé ed agli altri, nella sua unità e singolarità. E’ l’insieme delle caratteristiche costanti nel tempo, di pensiero, sentimenti e comportamenti di un individuo. Caratterizza il tipo di adattamento, lo stile di vita, il modo di pensare, di amare, di manifestare emozioni, di prendere decisioni e di agire di un soggetto. Ogni individuo si differenzia dagli altri suoi simili per il patrimonio organico ricevuto (costituzione ereditaria), per le forme e proporzioni del corpo (costituzione morfologica) e per le modalità di esplicare le funzioni dell’organismo, con particolare riguardo al sistema nervoso e endocrino (costituzione fisiologica). Ognuno di noi possiede una propria personalità che è il risultato del temperamento - fenomeno in prevalenza biologico - (risposta psichica al corredo organico ereditario: necessità, impulsi, tendenze istintive, disposizioni, stati affettivi, interessi. Rappresenta le richieste del corpo, del sistema nervoso centrale, del sistema nervoso neurovegetativo e del sistema endocrino), del carattere - in prevalenza psichico - (struttura psichica che si costruisce nel corso dello sviluppo si affaccia nell’infanzia, prende forma nella fanciullezza, assume caratteristiche precise nell’adolescenza e si perfeziona nell’età matura. Il carattere si plasma attraverso l’iniziativa personale e sotto la pressione ambientale. Esperienze individuali ed interferenze ambientali - inibizioni, rinunce, freni, suggestioni e sforzi - strutturano il carattere) e delle molte impronte lasciate dalla storia individuale (natura e cultura interagiscono). Da una parte abbiamo il temperamento, che rappresenta le richieste del corpo, del sistema nervoso centrale, del sistema nervoso neurovegetativo e del sistema endocrino; dall’altra il carattere, e in modo particolare la personalità, che rivelano le richieste del pensiero, della volontà, del mezzo sociale e dell’educazione. Sono due forze antagoniste che a volte operano in collaborazione, più o meno armonica, a volte in aperto conflitto. Il temperamento manifesta la individualità psicofisica originaria, il carattere e la personalità riassumono la fase terminale del processo evolutivo. Nel piccolo il carattere non si differenzia ancora dal temperamento, la decisione non si distingue dall’impulso. I processi di inibizione, questa importante funzione d’arresto, sono assai poco sviluppati: le azioni sono le risposte obbligate agli stati di disagio provocati dalle necessità e corrispondono alla grandezza degli stimoli sensoriali, perciò la condotta infantile rivela spesso impulsi contradditori. L’incapacità di vedere le cose nella giusta prospettiva determina nel bambino uno schema mentale troppo semplice e basi troppo ristrette alla volizione. Solo nell’adolescente e nell’adulto, la scelta - una volta espressa - diviene ferma e irrevocabile. La personalità. quindi, rappresenta un modo abituale di reagire, ad un dato momento dell’evoluzione, ma non deve essere confusa con il carattere: la personalità si costruisce, il carattere in parte ci è dato. Le nostre azioni ci seguono e ci comportiamo secondo l’immagine che abbiamo di noi stessi o secondo quella vogliamo che sia. La personalità è il nostro modo di essere globale, unico ed irripetibile. E’ il filo conduttore che dà coesione e unità alla vita psichica. Il termine personalità, coniato anticamente per uso teatrale ad indicare la maschera degli attori e poi la persona dagli attori stessi, viene identificato nel linguaggio popolare e letterario, in particolare attrattive degli individui o attribuito solo a figure eccezionali che hanno raggiunto in qualche campo una posizione di grande prestigio, come se fosse possibile ridurre la personalità a un complesso di attributi, a un insieme di tratti differenziali, avulsi dall’unità psicofisica, in una visione statica dell’individuo. La vera personalità è una configurazione mutevole che caratterizza ciascun individuo, una sintesi unitaria nella quale confluiscono fattori organici, psichici e ambientali. I disturbi della personalità implicano la distruzione di questo filo: da ciò deriva l’incoerenza della maggior parte dei malati mentali. Capire la propria personalità permetterà di controllare meglio la propria vita e di avere una visione più nitida del perché alcune cose funzionano bene e altre meno. Avere un disturbo della personalità significa non essere in grado di adattarsi facilmente al normale scambio tra dare e avere che regola la vita di tutti i giorni: in ogni situazione o rapporto l’individuo difficilmente si adegua alle richieste dell’ambiente, si aspetta piuttosto che siano gli altri ad adattarsi a lui. Il suo comportamento è rigido e inflessibile e il circolo vizioso si ripete all’infinito, così che il disturbo si aggrava ulteriormente. Avere una mente chiusa significa percepire in modo alterato o rifiutare ogni nuova informazione che non supporta le proprie aspettative. E’ il caso di chi si comporta in modo tale da provocare negli altri proprio quelle risposte che avvallano le sue aspettative più pessimistiche trasformandole in realtà. Per esempio supponiamo che Caio abbia una personalità paranoide e creda che tutti congiurano contro di lui; sospetta di tutti ed è così poco fiducioso nei confronti delle persone da indurle a fare altrettanto nei suoi confronti, cosa che, a sua volta, confermerà i suoi sospetti di essere oggetto di una cospirazione. Analogamente, se uno è timido e ha paura del rifiuto e dell’umiliazione, il suo modo di agire, così ansioso e socialmente inadeguato, sarà un ottimo spunto per gli altri per prenderlo in giro e respingerlo, facendo ulteriormente aumentare in lui timidezza ed un atteggiamento di evitamento. Avere un disturbo di personalità significa mettere in atto continuamente le medesime dinamiche, senza rendersi conto di come e perché accadono. I disturbi di personalità non sono difficoltà che le persone hanno, ma problemi fondamentali su chi esse sono: che sentimenti provano, come vedono se stesse, come si confrontano con l’esterno, come interagiscono e si relazionano con gli altri. Questo genere di disturbo comincia presto nella vita e prosegue per anni e forse per tutta la vita. I tratti di personalità - il modo caratteristico che ognuno di noi ha di trattare con gli altri, di far fronte alle richieste, agli stress e alle fatiche della vita quotidiana - non sono né buoni né cattivi in sé. La sospettosità, per esempio, può aiutare in condizioni potenzialmente pericolose come vivere in un quartiere ad alto tasso di criminalità. Tuttavia, in alcune persone, il sospetto nei confronti di specifiche situazioni o di certi individui può evolvere in paranoia, cioè la convinzione che chiunque li minacci. I soggetti con un disturbo di personalità paranoide sono convinti che ogni situazione, ogni collega di lavoro e ogni loro conoscenza costituiscano una potenziale trappola o una minaccia. Chiusi in questa ottica rigida e inflessibile, essi rispondono con sospetto a ogni nuova piega delle circostanze, persino quando questo genere di reazione non è appropriato. Non è chiara la definizione del confine fra i tratti di una personalità sana e di una personalità malata, così come tra modelli di comportamento nella norma e disturbi della personalità può risultare infatti molto difficile dire con precisione quando una normale sospettosità diviene paranoia oppure quando una robusta coscienza della propria importanza sconfina in un delirio di grandezza tale da costituire il primo segnale di un disturbo di personalità narcisista. Solo nel caso di un problema di personalità cronico, tale da causare grande sofferenza, da interferire con la capacità di operare o di instaurare relazioni con gli altri, da influenzare molti aspetti della vita quotidiana per un notevole periodo di tempo, solo allora si può giustificare una diagnosi di disturbo di personalità. Come per altri disturbi, il disturbo di personalità varia da forme leggere a forme gravi. I disturbi della personalità sono, quindi, alterazioni patologiche delle ordinarie caratteristiche psichiche e comportamentali di un individuo. Tale fenomeno si manifesta soprattutto con comportamenti anomali spesso più evidenti nei periodi di stress o di crisi psicologica del soggetto. Di solito, compaiono inizialmente nell’adolescenza e tendono a divenire cronici provocando ansia o depressione. Alcuni individui si rendono conto di soffrire di alcuni disagi, altri non considerano affatto la loro personalità strana o difficile, e incolpano le circostanze esterne o altri individui dei loro costanti fallimenti. I disturbi della personalità (come ben evidenziato più avanti) vengono suddivisi in tre gruppi principali, anche se risulta molto difficile fare una classificazione, data la sovrapposizione (o comorbidità) tra i diversi gruppi.

COMPORTAMENTO ECCENTRICO. Chi ne è soggetto risulta eccessivamente sospettoso e diffidente nei confronti degli altri (personalità schizoide).

COMPORTAMENTO DRAMMATICO. E’ caratterizzato da un’enfatizzazione dei sentimenti, che vengono quasi sempre espressi in modo molto intenso. Alcuni hanno un costante bisogno di stimoli nuovi (istrioni), altri sono contraddistinti da un senso esagerato della propria immagine (narcisisti), altri ancora sono incapaci di adattarsi alle regole sociali.

COMPORTAMENTO CON ANSIA E PAURA GENERALIZZATA. In questo gruppo rientrano tutti gli individui che si mostrano ipersensibili alle critiche, tutti quelli che hanno una personalità dipendente e sono incapaci di agire da soli. Inoltre, a questa categoria appartengono gli individui compulsivi, perfezionisti, rigidi nelle loro abitudini ed emotivamente freddi, e i soggetti passivi - aggressivi, che oppongono resistenza alle richieste degli altri di migliorare il loro comportamento. Tutti questi aspetti della personalità ostacolano la capacità di apprendere dall’esperienza o di adattarsi ai cambiamenti. Nella maggior parte dei casi si crea una situazione di sofferenza personale e di riduzione delle attività sociali.

I SUOI EFFETTI.

Spesso i soggetti con turbe della personalità non conoscono esattamente come si sentono e che cosa provano, benché quasi tutti sia perseguitati da un senso di inadeguatezza. A causa della scarsa stima di sé, molti di loro non pensano di essere degni di amore, di ammirazione o di successo e di conseguenza si rivolgono agli altri in cerca della rassicurazione che sono persone degne di stima. Senza tale conferma, essi possono sviluppare depressione e ansia, e proprio a causa della natura del loro disturbo i problemi di autostima ben presto si ripresenteranno. Comune nei disturbi di personalità è la difficoltà nel riconoscere, esprimere e affrontare le emozioni. Per esempio, alcune persone vedono le proprie emozioni come se davvero non appartenessero a loro, altre trovano arduo sopportare sentimenti intensi oppure sono incapaci di esprimerli. Nel timore di essere soverchiati da forti emozioni quali ira, tristezza o paura, questi soggetti giungono a evitare del tutto i sentimenti stessi. In altri casi possono oscillare tra periodi di vuoto emotivo e scoppi improvvisi di collera o di gelosia. Una volta dato libero sfogo alla veemenza dei loro sentimenti, può riuscire difficile per costoro tornare alla calma; la reazione tipica è pertanto accusare qualcuno o qualcosa di “far” loro provare quel sentimento. Nell’incapacità di controllare le proprie emozioni, la propria esistenza, o le proprie relazioni, esse si sentono costantemente in balia degli avvenimenti e non trovano il modo di esercitare un’influenza o di controllarli con il loro comportamento o le loro reazioni. I soggetti paranoici fronteggiano i propri sentimenti di ostilità e di rancore proiettando queste emozioni sui presunti nemici. Chi presenta una personalità borderline qualche volta esprime i propri desideri o conflitti inconsci attraverso azioni che manifestano disadattamento e comportamenti autodistruttivi come l’aggressività o la promiscuità. Il problema principale è che gli individui con disturbi di personalità vivono all’interno di un’armatura caratteriale, un sistema di MECCANISMI di DIFESA interni nel quale confidano per evitare o vincere i loro sentimenti. Sebbene questi atteggiamenti e questi comportamenti protettivi possano generare grande difficoltà nella loro esperienza di vita, essi si aggrappano come al solo modo conosciuto per fra fronte ai problemi. A dire il vero, alcune persone con disturbi di personalità provano sospetto e disprezzo per questi stessi sentimenti. Chi soffre del disturbo di personalità antisociale è indotto a pensare che il fatto di non sentirsi colpevole indica che non ha commesso nulla di veramente sbagliato. I soggetti con disturbo di personalità ossessiva - compulsava possono sentirsi moralmente superiori a persone “emotive” che perdono il controllo dei loro sentimenti. Gli individui con disturbi di personalità non sono mai veramente in grado di rapportarsi in modo significativo agli altri; persino quando si trovano insieme ad altre persone possono sentirsi soli. Molti di loro sono sensibili in modo speciale a ogni forma di rifiuto, di critica, di disapprovazione o di abbandono; separazioni o perdite possono quindi provocare un grave colpo di natura psicologica. Talvolta il sesso diviene una forma di compensazione per una mancanza di intimità emotiva. Alcuni infatti vanno alla ricerca di esperienze sessuali come di una maniera per allacciare un qualche stretto legame, ma troppo spesso tutti questi incontri finiscono per essere privi di significato e di una qualsiasi soddisfazione. Altri utilizzano il sesso per ottenere l’ammirazione e l’attenzione che desiderano con tutte le loro forze, piuttosto come mezzo per condividere un intimo affetto. Gli individui con i disturbi di personalità evitante, schizoide o schizotipica presentano in modo esemplare una preclusione al sesso per timore di un qualsiasi contatto intimo. La mancanza di sensibilità che può caratterizzare molti disturbi di personalità ha motivazioni di natura sia fisica sia psicologica. Per la verità, alcuni soggetti, in particolare chi è affetto da disturbo di personalità borderline, possono procurarsi tagli, bruciature o mutilazioni, non provano alcun senso di dolore e non si rendono pienamente conto di quanto hanno fatto.

LE CAUSE.

Vari fattori influenzano il modo con cui la personalità di un individuo si sviluppa: aspetti genetici, educazione, condizionamenti sociali, le prime esperienze infantili (influenze biologiche e ambientali). Ci sono varie teorie circa le origini psicologiche dei disturbi di personalità. secondo alcuni, certi tipi di personalità si formano quando gli individui diventano fissati o si bloccano a differenti fasi di sviluppo psicosessuale. Per esempio, la fissazione alla fase orale porterebbe a una personalità caratterizzata da un comportamento esigente e non autonomo, come nel caso del disturbo di personalità dipendente. La fissazione alla fase anale condurrebbe a personalità che si distinguono per rigidità e per indifferenza emotiva, come nel disturbo di personalità ossessivo – compulsava, mentre la fissazione alla fase fallica potrebbe portare alla superficialità e all’incapacità di impegnarsi in relazioni profonde, caratteristiche del disturbo di personalità istrionica. Il disturbo di personalità narcisistica, per esempio, con il suo senso tipicamente esagerato del proprio valore e con il suo bisogno di ammirazione, può nascere nell’età compresa tra i diciotto mesi e i tre anni, quando cioè emerge nel bimbo la percezione di un sé indipendente. Se i genitori richiedono ai figli la perfezione, come spesso accade quando i genitori stessi sono narcisisti, possono criticare, punire e ignorare i figli che non sono all’altezza delle loro aspettative. Questi bambini hanno paura che nessuno li potrà mai amare così come sono e quindi esiste l’eventualità che sviluppino un radicato sentimento di essere in qualche modo repellenti e disgustosi. Per proteggersi da questi sentimenti che li turbano nel profondo, le personalità narcisistiche creano una facciata di grandiosità, di importanza e di invulnerabilità che maschera uno schiacciante senso di fallimento. Le influenze dell’ambiente, in particolare, un’infanzia tribolata, possono giocare una parte importante nei disturbi di personalità. Il disturbo di personalità antisociale, per esempio, è stato collegato a una mancanza di ferma disciplina da parte delle figure di riferimento, ad abusi nell’infanzia e al mancato sviluppo di uno stretto attaccamento ai genitori. Nel disturbo di personalità borderline ci può essere una storia di abbandono precoce; di abusi fisici e sessuali, di trascuratezza o di assenza di stabilità: per tali precedenti è difficile che questi individui nel corso della loro vita mantengano un saldo senso di sé o degli altri. Una combinazione di tratti caratteriali innati e di un precoce rifiuto - da parte dei genitori, dei compagni o di entrambi - contribuisce alla formazione del disturbo di personalità evitante. I figli di coloro le cui relazioni sono fredde o violente potrebbero concludere che non vale la pena di cercare a loro volta delle relazioni oppure che sono loro a meritare in qualche misura la violenza, e questi fattori sfociano in quella mancanza di interesse o di piacere per la vita di relazione che è tipica della personalità schizoide. A questi disturbi possono contribuire anche i condizionamenti sociali. Per esempio, alcune persone con il disturbo di personalità evitante furono probabilmente rifiutate o umiliate nei primi anni di vita, col risultato che esse prestano troppa attenzione ai giudizi e alle valutazioni altrui. Il disturbo di personalità istrionica può derivare, almeno in parte, da un’idea errata di ciò che è attraente e appropriato. Una teoria suggerisce che le ragazzine che fanno affidamento sul padre come fonte primaria di amore possono giungere alla conclusione che il modo per attirare l’interesse degli uomini è quello di essere civettuole e ammaliatrici, da ultimo vi è anche l’influenza dei fattori esterni, malattie croniche, mentali o fisiche che siano, soprattutto nei bambini e negli adolescenti, possono favorire un atteggiamento eccessivamente fiducioso e sottomesso nei confronti degli altri e contribuire allo sviluppo del disturbo di personalità dipendente. Una lesione che sfigura può favorire il disturbo di personalità evitante. Infine la società, in perenne movimento e così stressante, con le sue accresciute esigenze di mobilità, con l’alta percentuale di divorzi e suoi costanti cambiamenti, può incrementare il rischio del disturbo di personalità borderline in persone particolarmente predisposte.

… non è possibile parlare di personalità senza conoscere i meccanismi di difesa.




I MECCANISMI di DIFESA.

… ogni quadro clinico presenta contemporaneamente vari meccanismi di difesa più o meno disfunzionali, con i quali il soggetto nel tentativo di adattarsi, di tutelare, di salvaguardare il più possibile la sua salute psicosomatica, può distorcere la personalità…

Sono processi psichici che ogni essere umano mette in atto per la sopravvivenza, quando i bisogni, impulsi, motivazioni, sentimenti o tendenze istintive che si scontrano od entrano in conflitto con il bisogno di adattamento all’ambiente. Per fronteggiare (sanare) tale conflitto l’individuo non riesce sempre ad adottare misure congrue e reazioni appropriate ma ricorre ad espedienti (difese) di vario tipo che gli permettono di accettare ed assimilare i nuovi dati distorcendoli in vario modo per renderli meno drammatici e minacciosi alla sua incolumità psichica. Reazioni inadeguate ad un conflitto, una risposta comportamentale che ogni individuo mette in atto per affrontare le situazioni “difficili” e mediare i conflitti prodotti dalla scontro tra bisogni, impulsi, desideri e affetti da una parte e proibizioni interne o da condizioni della realtà esterna dall’altra. Ogni patologia presenta solitamente uno o più meccanismi difensivi disfunzionali con i quali il soggetto cerca, anche se inadeguatamente, di salvaguardare la propria sanità psicofisica. Perfino la pazzia, da questo punto di vista, può venire interpretata come un meccanismo che mira a difendere il soggetto da mali peggiori, quali ad esempio l’omicidio o il suicidio. Essi rappresentano la soluzione di compromesso e di regolazione dell’apparato psichico alle prese con un conflitto generatore di ansia. Hanno la funzione di adattare le esigenze pulsionali alla realtà. Sono inconsci ed esistono in tutti gli individui. Nel nevrotico, diventano patologici per la sua costante preponderanza di alcuni o per la loro intensità, ciò che ostacola l’elasticità e l’adattamento del funzionamento mentale. Il sintomo nevrotico rappresenta un compromesso tra la pulsione e la difesa. I principali meccanismi di difesa sono:

Rimozione.

E’ un dimenticare o ignorare rappresentazioni (pensieri, immagini, ricordi) legate ad una pulsione. Alla base del bisogno di dimenticare ci sono paure irrazionali preesistenti… sopprimere le innumerevoli angosce legate alla vita quotidiana. I contenuti rimossi conservano però un potenziale dinamico e tendono a ripresentarsi. Il ritorno del rimosso, che è abituale nelle fantasie e nei sogni, si può tradurre anche in lapsus, atti mancati, sintomi di conversione isterica, sintomi fobici o ossessivi. La rimozione diviene problematica quando fallisce nella sua funzione (allontanare efficacemente dalla coscienza idee disturbanti, in modo che la persona possa rivolgersi al compito di adattarsi alla realtà), elimina anche alcuni aspetti positivi della vita e agisce a esclusione di altri modi più efficaci.

Regressione.

Ritorno a modi di pensare o comportamenti precedenti (fasi evolutive infantili) che richiedono maggior accudimento e conforto (bambini viziati e bisognosi)… tornare a vecchie abitudini di pensiero, sentimento e comportamento dopo aver raggiunto un livello di competenza superiore (il processo deve essere inconscio, non consapevole). L’ipocondriaco con la sua somatizzazione (ruolo di malato) usa la regressione come strumento primario (strategia centrale) per affrontare gli aspetti problematici della vita quotidiana.:

Isolamento affettivo.

E’ un modo di gestire l’angoscia e altri stati mentali. Si isola il sentimento dalla conoscenza: l’aspetto affettivo di un’idea viene separato dalla sua dimensione cognitiva (i chirurghi non potrebbero realizzare i vari interventi se fossero costantemente fissati sulla sofferenza fisica dei pazienti). Nessuna reazione emotiva rispetto a cose per le quali molti provano intensi sentimenti (si privilegia l’aspetto razionale). Un buon esempio può essere quello del vulcaniano impersonato dal signor Spock nella serie televisiva Star Trek. Quando l’isolamento è la difesa primaria e lo stile di vita riflette la sopravvivenza del pensiero e la sottovalutazione del sentimento, la personalità è di tipo ossessivo.

Proiezione.

Attribuire ad altri i propri sentimenti, impulsi e pensieri… qualcosa di interno viene considerato proveniente dall’esterno. E’ un’operazione con la quale il soggetto espelle da sé persone o cose, qualità, sentimenti, desideri che egli non riconosce e rifiuta in lui e localizza nell’altro; in quanto disconoscimento delle tendenze interna. Con l’attribuzione di queste tendenze ad altri. Si trova in particolare nei fobici, nel delirante e nel paranoico. Quando una persona, infatti, usa la proiezione come modalità principale per comprendere, muoversi nel mondo e affrontare la vita, si può affermare che è paranoie.

Identificazione.

E’ il processo psicologico per cui il soggetto assimila (assorbe) un aspetto, un dettaglio, una proprietà, un attributo di un altro e si trasforma totalmente o parzialmente sul modello di questo. L’identificazione viene operata all’inizio con le immagine dei genitori, maestri, fratelli, ecc. Tale meccanismo viene associato ai livelli borderline della personalità paranoie.

Introiezione.

Deriva dal processo di identificazione. Trasferisce con una modalità fantastica, dall’esterno all’interno oggetti e qualità relative a questi oggetti. I bambini piccoli intromettono ogni tipo di atteggiamento, affetto e comportamento delle persone significative della loro vita. Potrebbe diventare un meccanismo molto distruttivo; le persone, infatti, tenteranno di padroneggiare lo spavento e la sofferenza assumendo le qualità del loro aggressore. Inghiottire l’oggetto angoscioso, facendolo scomparire all’interno di sé, rappresenta la tattica difensiva del lutto melanconico (persone che sono diventate parte della propria identità) e della depressione. Meccanismo che troviamo anche nel sadismo e nell’Acting out (agire senza riflettere o senza apparente considerazione per le conseguenze negative dell’atto).

Spostamento.

Fa sì che l’interesse, l’intensità di una rappresentazione si possano staccare da questa e trasferirsi su altre rappresentazioni originariamente poco intense, unite alla prima da una carica associativa. In altri termini, le tonalità affettive, cioè tutta la gamma delle emozioni e dei sentimenti legati ad una rappresentazione, possono staccarsi da questa per legarsi ad altre meno sgradite. Lo spostamento si può fare su di un oggetto e su di una situazione (fobie), sul corpo (conversione), sui contenuti psichici (ossessioni). Un modo di generalizzare o dirottare un sentimento per un oggetto, verso un altro oggetto meno minaccioso (meno temuto).

Annullamento.

E’ un meccanismo psicologico per cui il soggetto si “sforza” di fare in modo che dei pensieri, dei gesti e dei fatti trascorsi non siano avvenuti: utilizza per questo un pensiero o un comportamento avente un significato opposto. Vengono attivati comportamenti finalizzati a riparare simbolicamente o a negare precedenti pensieri, sentimenti o comportamenti inaccettabili per il soggetto. L’effetto inaccettabile e indesiderato è rimpiazzato dal suo contrario. Difesa utilizzata prevalentemente negli ossessivi e nei masochisti.

… i meccanismi di difesa sono strategie psichiche consolidate nel tempo, operazioni spesso inconsce, ovvero pensieri, idee, sentimenti o comportamenti attivati dal soggetto per evitare, eliminare, alleggerire, alleviare o gestire conflitti, il peso degli affetti, disagi della vita quotidiana avvertiti come pericolosi: mantenere in qualche modo l’omeostasi psichica, gestire istinti, desideri ed affetti, ha funzione protettiva e adattiva in situazioni stressanti, facilita un compromesso tra impulsi e inibizioni … ogni difesa attivata - per tenere sotto controllo l’ansia scaturita dal tentativo di gestire un desiderio (pulsione) in contrasto (inaccettabile) con i valori del soggetto stesso - può essere adattiva o disadattiva (vantaggiosa o svantaggiosa) indica una personalità matura, equilibrata, consapevole, in contatto con la realtà e ben integrata,in grado di esprimersi e di gratificarsi (matura – adattiva… stile difensivo evoluto) oppure immatura, patologica e con grande distorsione della realtà (immatura – disadattiva… stile difensivo primitivo)… l’attivazione di un determinato meccanismo di difesa può essere determinante nel buon funzionamento o meno del soggetto non solo a livello psichico ma anche nel contesto familiare, sociale, lavorativo e relazionale… ogni difesa segnala la gravità dello stato patologico…




ATTENZIONE PERICOLO

Riconoscere tempestivamente l’intensità, la durata e il modo con cui un disagio emotivo affligge una persona è fondamentale per chiunque, sia come prevenzione sia come cura. Il problema mentale proprio per le sue caratteristiche comportamentali ed emotive peculiari è sempre dannoso, a prescindere dal quadro clinico specifico (isolamento, chiusura, debolezza, diffidenza, instabilità, difficoltà a comunicare, ansia, fobia, panico, tensione, inquietudine, senso di colpa, rabbia, aggressività) compromette in ogni caso il ruolo sociale, la funzione relazionale e l’attività lavorativa… distrugge le certezze e la capacità di condurre una vita regolare, rende difficile esercitare una professione in maniera continuativa, occuparsi della propria famiglia o instaurare rapporti interpersonali sereni (mette a rischio il posto di lavoro, il matrimonio, le amicizie… predispone a continui fallimenti, insuccessi e delusioni). Una persona affetta da disturbi emotivi ha la sensazione di vivere perennemente isolata e in uno stato di inferiorità, in un mondo dominato da giganti… è soggetta alla paura e al senso di impotenza. Se questi disagi non sono adeguatamente trattati con solerzia, possono sì cronicizzate, ma la cosa più importante è che modificano silenziosamente e inesorabilmente il corso di una vita, distruggono i sogni e mandano in frantumi i rapporti di tantissime persone. Il fatto sorprendente - forse più triste e avvilente - non è il numero di persone coinvolte in questa sofferenza (che sono comunque sempre tante… una indagine recente attendibile ipotizza che 1 persona su 3 è colpita da un disagio mentale), ma che poche ricevano sostegno e aiuto adeguato, proprio per la non consapevolezza del loro dolore emotivo (un po’ per ignoranza, un po’ per vergogna perché tale fenomeno è vissuto come segno di debolezza); cosa altrettanto grave è che sono, spesso, lasciate in mano al qualunquismo e ad interventi “superficiali” oppure non ricevono alcun tipo di cura… sono quasi sempre abbandonati al loro destino “catastrofico”, un fatto davvero inquietante considerato il periodo storico in cui viviamo! Tutti devono essere in grado - questo rientra nello spirito del presente lavoro - di riconoscere i segnali e la sintomatologia connessa ai vari quadri clinici (con lo stesso entusiasmo di uno studente alle prese con la sua materia di studio preferita) in modo tale da poter decidere quando è il momento di chiedere aiuto e di valutare se l’intervento terapeutico è appropriato ed efficace. La conoscenza “approfondita” dei vari disturbi e delle cause permette di comprendere non solo se stessi - la devastante sofferenza soggettiva e familiare - ma anche di rendersi conto degli altissimi costi (anche pubblici) che tale sofferenza comporta (chi può permetterselo, considerati i tempi lunghissimi del pubblico, si rivolge ai servizi privati… aggiungendo così al fardello emotivo grandi sacrifici economici)… mai più in silenzio! Permette di guardare in modo diverso a se stessi e con più fiducia al proprio futuro. La sofferenza psicologica non solo segna la vita delle persone che ne sono affette ma ha un fortissimo impatto a livello lavorativo e sociale (assenza dal lavoro, infiniti esami clinici, spese ingentissime). Anche le forme più lievi del malessere emotivo devono essere prese in considerazione perché - anche se sono all’inizio silenziose - possono influire sulle rinunce e limitare nelle scelte di vita; si pensi ad esempio allo stato ipocondriaco, ad alcune disfunzioni della sfera sessuale, alla timidezza patologica, ai cambiamenti repentini dell’umore, alle condotte evitanti e dipendenti… nei casi più seri, l’autosoppressione. I problemi emotivi, quindi, anche quando non sono particolarmente gravi ed allarmanti, devono essere sempre presi in esame, considerati attentamente e scrupolosamente, perché predispongono ad un vivere infelice, fanno sentire meno sicuri, annullano le capacità di controllo sulle cose rispetto ai momenti di “benessere”, creano difficoltà e confusione anche nel gestire le problematiche quotidiane più banali. Lungo il cammino che porterà alla soluzione del malessere emotivo - dopo le prime esitazioni e le perplessità iniziali da parte del paziente - si potrà imparare a vivere e a comportarsi in modo più gratificante, ritrovare l’autostima e la sicurezza, riacquistare il controllo di se stessi, emergeranno risorse naturali, notevoli capacità nel poter scegliere autonomamente e nel prendere decisioni giuste… si scoprirà finalmente che l’esistenza umana, con una nuova apertura mentale e una visione diversa della vita, offre sempre infinite alternative. Un trattamento adeguato, infatti, risolve i conflitti più profondi, risolleva il morale, migliora la qualità della vita, aumenta le attività quotidiane, appaiono finalmente calma e sicurezza… le relazioni interpersonali diventano davvero più soddisfacenti. Non abbiamo timore: un professionista qualificato e esperto in questo delicato ma affascinante settore, altro non può che dar luce alla mente e offrire preziosi “consigli” su come affrontare e risolvere questo tormento… aiutare a raggiungere grandi obiettivi: senso di fiducia, sicurezza, aprirsi agli altri, lavorare con passione, formare nuove amicizie, legami e relazioni strette… aspettarsi esperienze piacevoli, anticipare il miglior esito di ogni cosa… questo è il diritto di ogni essere umano.



NEVROSI…

si è ancora in contatto con la REALTA'

Il termine nevrosi indica uno stato morboso funzionale senza diretto rapporto con una lesione organica. Esprime simbolicamente un conflitto psichico la cui origine è collegata al superamento, più o meno con successo, delle difficoltà che l’essere umano incontra durante i vari stadi evolutivi. Dal punto di vista clinico, le nevrosi si distinguono dalle psicosi, dalle perversioni e dalle affezioni psicosomatiche. Il termine nevrosi compare per la prima volta in un trattato di medicina, pubblicato nel 1777, dallo scozzese W. Cullen, che lo usa per indicare l’insieme delle malattie mentali, ma anche patologie cardiache o digestive. In seguito la parola arriva a indicare tutte le malattie che sembrano derivare da un cattivo funzionamento del sistema nervoso. Solo molto più tardi s’arriverà a distinguere le malattie d’origine organica da quelle essenzialmente psichiche. Lo psichiatra francese P. Janet segna quest’evoluzione quando, sul fluire dell’Ottocento divide la nevrosi in due categorie: isteria e psicastenia. Per Janet le nevrosi sono dovute ad una caduta di tensione psicologica che provoca la comparsa di comportamenti inferiori. Soltanto gli studi sull’isteria di Freud metteranno in evidenza l’origine psichica della nevrosi. Freud scopre la psicanalisi curando malati isterici. Non tarda a capire che molte affezioni psichiche sfuggono alla terapeutica medica, poiché trovano origine soltanto in conflitti infantili non risolti. Nello sviluppo “normale”, ognuno deve attraversare un certo numero di fasi evolutive (orale, sadico-anale, fallica) prima di raggiungere la fase genitale.

“””Fasi. Freud ha scoperto che lo sviluppo sessuale dell’uomo non corrisponde ad una organizzazione genitale unica, ma ad una successione di fasi caratteristiche. La nozione di fase è diventata quindi uno dei concetti chiave della psicanalisi. Freud comincia col distinguere un’organizzazione della sessualità “adulta genitale” e un’organizzazione della sessualità “infantile pervertita”. Le successive ricerche lo portano a scoprire che la pulsione sessuale percorre una serie di fasi (spinta… forza, insieme psichica e fisica caratterizzata da una fonte, un oggetto e una meta. Le pulsioni corrispondono alle eccitazioni di origine interna che il soggetto subisce continuamente e che costituiscono il motore dell’apparato psichico). Ma solo molto più tardi gli diverrà del tutto chiaro il legame tra la fase e la malattia mentale. I tre saggi sulla teoria sessuale cercano per la prima volta di descrivere delle fasi nella vita infantile. Esistono quattro fasi fondamentali. La fase orale, la prima, è caratterizzata dal piacere che il neonato prova a succhiare il seno della madre o le proprie dita. Questo primo piacere, che il bambino sente tramite il proprio corpo, viene definito autoerotico. La fase anale o sadico – anale è caratterizzata dall’interesse che il bambino dimostra per le funzioni della defecazione (espulsione, ritenzione). Corrispondente all’apprendimento della pulizia, è decisiva nella formazione del carattere del bambino e della sua personalità adulta. La fase fallica, verso i quattro – cinque anni, coincide nel bambino e nella bambina con la specificità dell’organizzazione sessuale maschile. E’ anche la fase della masturbazione. Finisce, nel bambino, con la paura della castrazione, che segna la fine anche del complesso di Edipo. In seguito alla pubertà si realizza l’ultima fase, la fase genitale, caratterizzata dalla procreazione. Ma accade che nella vita l’individuo si scontri con difficoltà che gli sembrano insormontabili. Rischia allora di voler regredire ad una fase anteriore. Se non può assumere sessualmente la sua condizione d’adulto, tenta di tornare bambino d’un tempo. Si mette su una strada che può condurlo sia alla regressione completa (perversione), sia alla lotta contro il desiderio di perversione (nevrosi). Ogni perversione e ogni nevrosi (che è il suo negativo) si caratterizza con la fissazione ad una fase che dovrebbe essere integrata alla personalità adulta. L’ossessivo è fissato alla fase sadico – anale, l’isterico alla fase orale, l’esibizionista alla fase fallica.

Il nevrotico non arriverà mai in fondo allo sviluppo. Rimarrà “fissato” ad una fase anteriore o sarà continuamente tentato di regredirvi. La regressione costituisce la perversione; la nevrosi la lotta contro la perversione. Dopo Freud, si distinguono tre gruppi principali di nevrosi. Le psiconevrosi, caratterizzate da sintomi psichici importanti (fobie, ossessioni, inibizioni), come la nevrosi isterica, ossessiva e fobica. Le nevrosi del carattere sono anch’esse psiconevrosi, ma i loro sintomi non sono palesi (rimangono soltanto i tratti di carattere morbosi). Le nevrosi attuali formano una categoria nettamente differente: le più gravi sono l’ipocondria, la nevrastenia e la nevrosi d’angoscia. All’origine di queste turbe c’è ancora la sessualità, ma nella sua forma biologica. Molto spesso la causa della malattia è una scarica sessuale insufficiente. I principali sintomi sono l’angoscia e l’ansia. La scoperta della psicanalisi portò Freud a elaborare una teoria psicogenetica delle nevrosi. Il concetto centrale è la rimozione (vedasi settore “I meccanismi di difesa” o “Psicoterapia”). Quando un desiderio si scontra con una proibizione sociale (Super-Io), viene rimosso nell’inconscio. I sintomi nevrotici saranno tentativi d’espressione mascherata di questi desideri. La scoperta del senso del sintomo ne comporta la scomparsa.

I SINTOMI PALESI di nevrosi. La nevrosi è diffusa come un comune raffreddore, ma è più difficile a riconoscersi e a guarirsi. Con un raffreddore o con qualsiasi malattia fisica, abbiamo ovvi sintomi che ci spingono ad agire in un certo modo: se abbiamo la febbre andiamo a letto; se ci sentiamo male prendiamo un’aspirina o chiamiamo il 118. Anche la nevrosi ha i suoi sintomi, meno evidenti però, come abbiamo potuto vedere nei vari articoli del sito. Non si manifestano sul termometro e non reagiscono ai comuni rimedi farmaceutici. Possiamo benissimo imparare a riconoscere più prontamente la nevrosi esaminandola nei vari aspetti. Il primo evidente sintomo di nevrosi è l’indecisione e l’inattività. Tutti noi, a volte, siamo indecisi. Il nevrotico è un INDECISO cronico. Egli non può decidersi di agire… rimugina gli stessi problemi per settimane e settimane, per mesi e mesi e in certi casi per anni e anni. E’ perennemente influenzato dal dubbio. Il dubbio Amletico come sappiamo è un o scherzo rispetto al nevrotico. Ma tutti affrontano decisioni nella vita quotidiana, piccole scelte e, occasionalmente, grandi scelte. Qualche volta la grande decisione è la causa del trauma che è stato covato dentro. Comunque, di solito, l’indecisione è più simile al raffreddore che alla polmonite. Naturalmente l’indecisione implica la tendenza a procrastinare, cioè differisce la soddisfazione dei nostri bisogni e crea frustrazioni. Sogniamo ad occhi aperti, e questo incrina la nostra concentrazione, la nostra capacità di operare e di essere attivi. In aggiunta a ciò c’è il senso di INADEGUATEZZA che deriva dal non poter soddisfare né i nostri bisogni né i nostri problemi. In tal modo diventiamo ostili e cominciamo a prendercela con la gente che ci circonda a causa del nostro senso di inadeguatezza. Ben presto passiamo più tempo pensando a ciò che ci manca piuttosto a ciò che si ha. A lungo andare viziamo tutte le nostre decisioni perché conosciamo così poco il nostro agire che non possiamo rallegrarci dei suoi frutti. Il sintomo più comune della nevrosi è l’ANSIETA’ o la PAURA. La paura deriva da un’altra condizione dello stato nevrotico: il senso di dipendenza. Cerchiamo gente che ci aiuti, se abbiamo paura. Se da bambini ci siamo nascosti, siamo corsi via e abbiamo gridato, da adulti siamo più abili, ma la nostra RISPOSTA è essenzialmente INFANTILE (si veda regressione)… un ritorno a una maniera primitiva di adattamento. Se facciamo un’infantile concessione a noi stessi, è probabile che ne faremo delle altre. L’OSTILITA’ è un altro sintomo della nevrosi. E’ molto comune nel nostro periodo storico perché viviamo in una società altamente competitiva. Ognuno gareggia per qualcosa, diplomi, impieghi, condizioni sociali, compagni sessuali, posti di parcheggio e così via. Una quarta palese espressione di disordine emotivo è l’INSUCCESSO o lo scarso rendimento. Tutti siamo soggetti a limitazioni fisiche e mentali, a ingiustizie sociali, alla cattiva sorte; ma a lungo andare, se non sfruttiamo una buona parte del nostro potenziale, dobbiamo rassegnarci a biasimare noi stessi. Ciò non riguarda solo la scuola e la carriera, ma tutti gli aspetti della VITA. Il SENSO di COLPA, che spesso è il risultato dell’ostilità e dell’insuccesso, è il quinto chiaro sintomo di nevrosi. Attualmente il senso di colpa non è facilmente riconoscibile. La sua più comune espressione è il costante CHIEDERE SCUSA. La gente che soffre di senso di colpa chiede sempre scusa con molta educazione e convinzione, non solo quando è opportuno ma anche quando è fuori luogo, inoltre il suo comportamento oscilla tra la dolcezza e la cattiveria. Un sesto indizio di difficoltà emotive è il RINCHIUDERSI IN SE STESSI. Ciò conduce alla solitudine e all’alienazione. Dato che nell’essere soli c’è un ‘enorme perdita del senso della prospettiva, il rinchiudersi in se stessi rende più facile che la nevrosi di un individuo si espanda ad altre sue attività. I sintomi psicosomatici, in generale, determinano una settima forma di nevrosi. Il nostro corpo richiede la soddisfazione dei propri bisogni in una quantità di modi superiore a quella che riconosciamo. Alcuni di questi modi possono essere misurati fisiologicamente. Ad esempio, la paura di svelare un aumento del ritmo respiratorio. Anche le palme delle mani bagnate, dette “riflesso psicogalvanico” sono un segno rilevatore. L’espressione del volto è eloquente. Ci sono anche espressioni del nostro linguaggio che ricordano ciò. Ad esempio, diciamo che qualcuno “storce le labbra per disprezzo”. La gente modifica l’espressione del viso quando è arrabbiata. C’è anche ciò che A. Adler ha chiamato “debolezza organica”; ossia alcune parti del nostro corpo esprimono il turbamento del nostro stato emotivo. Per alcuni è la pelle, per altri lo stomaco, per altri ancora la schiena (si vedano le sezioni specifiche). Comuni espressioni di ansietà cronica, di paura, di collera e di conflitto, coinvolgono disturbi psicosomatici quali ulcera, le coliti, i mal di testa cronici, le allergie e le indigestioni. Ma il sintomo psicosomatico più frequente, che non sempre è riconosciuto come tale, è la stanchezza. Ci sono molte ovvie, logiche ragioni per diagnosticare la stanchezza come il risultata di un superlavoro. Ma il fatto è che la fatica è anche indice di eccessiva resistenza, di risentimento, di indecisione. La più comune e accettabile scusa per non fare qualcosa che non vogliamo fare è che siamo troppo stanchi per farlo. Infine, ogni atteggiamento o azione estremistica sono una chiara espressione di inclinazione alla nevrosi. Il fatto che l’azione sia approvata o disapprovata dalla società non è importante; se è esagerata è sospetta. Ad esempio l’inattività, che è malvista nella nostra società, può essere un estremo nevrotico; ma è così anche per il suo opposto, l’impulsività, benché sia spesso più accettabile dal punto di vista sociale. L’insuccesso è un sintomo di complicazioni nevrotiche; e così la sovraprestazione. Anche la socievolezza forzata è segno di nevrosi, e così la solitudine. l’autocostrizione ad essere sempre tra la folla, l’incapacità di restare soli, indicano una forte tendenza al rifiuto di sé.

Il PENSARE nevrotico.

Spesso la gente pensa che la nevrosi sia una sorta di un “disastro” nervoso. Questa definizione non è appropriata. La terminologia in questione risale a quando potevamo capire la nevrosi soltanto in termini fondamentalmente organici o in termini di improvvise manifestazioni traumatiche. Oggi sappiamo che la nevrosi si trova a livello superficiale prima di esplodere in maniera drammatica. Un debole stato di salute fisica indica che il corpo non funziona a dovere; non si può evitare l’effetto tossico dei microbi. Un debole stato di salute mentale o emotiva - la nevrosi - indica una situazione simile con riferimento alla nostra personalità, alla nostra abituale maniera di adattarci. Non possiamo evitare gli effetti tossici, non dei microbi, ma dei nostri stessi errori di interpretazione. La nevrosi è, in altri termini, una sofferenza conseguente a una erronea disposizione d’animo: erronea nel senso che conduce a un comportamento inadeguato. Comportamento che non è funzionale, che non ci dà ciò che vogliamo. Questo comportamento non è semplicemente sciocco… è dannoso. Vestirsi con abiti infantili è sciocco; reagire ai vari problemi in modo infantile è dannoso. Che cosa sono dunque alcuni di questi stati d’animo sbagliati, alcune di queste erronee interpretazioni? E come possono colpirci? Il più grave errore di interpretazione nel nostro modo di pensare è che andiamo dietro ai nostri desideri piuttosto che alla realtà per dominare i nostri pensieri. Questo ha come risultato, naturalmente, un giudizio insufficiente. Ad esempio, un giovane si innamora perdutamente di ogni donna, ne è attirato e vuole sposarla. Corre dietro ai propri desideri per condizionare la propria azione. Vuole sposarsi, vuole trovare la donna che vada bene per lui; ma piuttosto che valutare la situazione realisticamente, egli delinea questa ragazza di sogno nel mondo reale mediante l’intensità dei desideri. Nel nostro modo di pensare anche noi interpretiamo erroneamente le conseguenze delle nostre azioni. Ad esempio comperiamo una costosa automobile pur non potendo permettercelo. Ci rendiamo conto che le spese devono essere proporzionate all’andamento degli affari, ma vogliamo quell’automobile, sentiamo di avere ragione e così saltiamo il fosso. E naturalmente non possiamo goderci l’automobile perché dopo pochi mesi il peso del debito è troppo forte. Abbiamo mancato di vedere con chiarezza le conseguenze del nostro comportamento. Avremo in ogni caso l’opportunità di commettere di nuovo la stessa pazzia. I nevrotici hanno la tendenza a ripetere i loro errori. La gente “sana” può fare sbagli in maggiore o minore numero dei nevrotici, ma commette errori diversi, e ciò dimostra che ha risolto alcuni dei suoi problemi o che ha scontato errori ed è in grado di andare avanti. La gente che fa sempre lo stesso errore più e più volte mostra di essersi fermata ad un certo stadio dello sviluppo.

Il SENTIRE nevrotico.

Naturalmente gli atteggiamenti nevrotici sono più forti secondo la nostra sensibilità. Di fatto, gli errori intellettuali di interpretazione sono corretti facilmente con la terapia. E’ cambiare i sentimenti del paziente che è difficile. Il più importante errore emotivo di interpretazione che il nevrotico commette è di SOTTOVALUTARSI, di PUNIRSI, di trattarsi miseramente. Questo atteggiamento è il risultato di una misera immagine di se stessi. Un individuo con una misera immagine di sé può veramente sembrare uno che stia cercando di aumentare il proprio valore, ma il tentativo è male indirizzato, superficiale, e indica che la persona non ha un concetto di sé sufficientemente buono. Questo atteggiamento si estende alle relazioni di parentela e agli amici. Generalmente il nevrotico ha rapporto tesi con i genitori, con i fratelli, con la moglie, con i bambini. Egli interpreta erroneamente i loro sentimenti e i suoi. Ad esempio, sente che i suoi numerosi atti di gentilezza passano sotto silenzio, e raramente trova sufficiente gentilezza nella gente che lo circonda. Con gli amici è esigente, tende a interpretare erroneamente ogni loro azione. E’ un sensitivo facilmente sconvolto. Il nevrotico si concentra troppo su se stesso. Troppe delle sue frasi incominciano con la parola “io”; non sa conversare; è un esibizionista. Il fatto è che non sa sfuggire alla sua stessa prigione. Ciò che è al di fuori di lui non lo soddisfa abbastanza, e questo lo turba. In ultimo, naturalmente, diventa insoddisfatto di sé, se la prende con se stesso. Ma non dice: “Sono noioso”. Nessuno lo dice mai. Dice invece: “E’ noioso” o “Questo è noioso” o “La gente è noiosa”, o “La festa è noiosa”. Quindi il nevrotico interpreta erroneamente la natura delle relazioni sociali. Egli vuole ciò che vuole, quando lo vuole. Ciò è normale; il suo errore di interpretazione consiste nel non riuscire a capire che deve dare, che deve imparare a sviluppare l’abilità che lo lega agli altri, che deve imparare a persuadere la gente a soddisfare i suoi desideri. Ma invece di impegnarsi a sviluppare le relazioni del dare e avere, agisce come se scambiasse tutti per suo padre e sua madre e se stesso per bambino, e grida: “Dammelo!”. E naturalmente la gente rifiuta un simile approccio. Questo non è il modo di ottenere ciò che vogliamo. Nel complesso i sentimenti degli individui nevrotici tendono ad essere più negativi che positivi. Sono sempre caratterizzati da collera, ansietà, rifiuto e pessimismo. E’ difficile trovare un nevrotico che sia ottimista… il suo bicchiere è sempre MEZZO VUOTO. Non tutti i pessimisti sono nevrotici, ma la maggior parte dei nevrotici sono pessimisti. Chiunque sia cronicamente negativo, arrabbiato e pessimista, deve per forza interpretare in modo errato le situazioni che affronta, perché la vita non è conforme ai suoi stati d’animo. Qualche volta essa ci appare nera, talvolta neutra, ogni tanto promettente. Se ci appare quasi sempre in un solo modo, c’è qualcosa di sbagliato in noi.

Il COMPORTAMENTO nevrotico.

Il comportamento esprime pensiero e sentimento, e questo non è meno vero quando i pensieri e sentimenti sono nevrotici, sebbene non sempre siano riconoscibili come tali. Ad esempio i nevrotici hanno poca perseveranza perché interpretano erroneamente il valore delle cose che fanno. Non appena incontrano un ostacolo, dicono: “Bene, non ne vale realmente la pena” e se ne stanno fermi. Questo è un errore d’interpretazione, una razionalizzazione. Qualche volta anche il compito più banale deve essere svolto proprio così; ogni altro modo è sbagliato. Di nuovo questo significa interpretare erroneamente il valore delle cose. Quello che ho detto prima circa gli estremi, impulsività, inattività, severità e così via, si applica naturalmente al comportamento in cui questi estremi sono espressi. Infine, il campo d’azione del comportamento dei nevrotici è limitato. Essi tendono a ripetere le stesse cose. “Solo lavoro e niente svago fa diventare stupidi”. Questo implica una tendenza alla nevrosi. Abbiamo visto come la nevrosi colpisce il nostro modo di pensare, di sentire, il nostro comportamento. Ci sono quattro campi in cui si esprimono queste inclinazioni nevrotiche. Nel considerare il bisogno di cura di una persona, i terapisti cercano di determinare in che misura l’individuo funzione in questi campi. Il PRIMO campo è la vita di casa. Collera cronica, ostilità e tensione in casa propria indicano bisogno di aiuto. Il SECONDO campo è il lavoro. Aggressione, senso di colpa, depressione, alienazione, fantasia possono seriamente minare la capacità di una persona nello svolgimento di qualsiasi lavoro. Il TERZO campo, lo svago, è spesso trascurato, pure essendo un importante contrappeso nella nostra vita, perché in questa società competitiva siamo sempre sotto pressione per produrre e lavorare. Quindi lo svago deve essere dedicato a soddisfare i nostri bisogni non avendo nulla a che fare con le pressioni che la società esercita su di noi. Potrebbe esserci di aiuto il trar fuori qualcosa dalle nostre tendenze aggressive per soddisfare i nostri inesauditi bisogni di amore. La gente che non ha via di uscite rilassanti, interessi esterni, che non fa altro che lavorare tutto il giorno e dormire tutta la notte, non può continuare a lavorare in mezzo alle sue difficoltà emotive. Il QUARTO campo, la vita sociale, urta con gli altri tre campi e oscura le loro possibilità e i loro espedienti.

TIPI di NEVROSI

la prevalenza di un determinato tipo di nevrosi cambia da generazione a generazione. Ai tempi di Freud la paralisi isterica era comune; oggi è rara. Altri problemi hanno preso il suo posto. La gente che soffre delle attuali comuni nevrosi può essere divisa sommariamente secondo alcune scuole di pensiero in otto gruppi. E’ raro che ci sia una persona che non possa essere classificata, almeno parzialmente in uno di questi gruppi. Il PRIMO gruppo comprende le persone che realmente non sanno che fare con se stesse. Il loro lavoro o il loro matrimonio, se pure ce l’hanno, non le soddisfa, non le coinvolge; hanno pochi legami. Questo è comune soprattutto fra le casalinghe, particolarmente quelle che hanno bambini grandi. E’ anche abbastanza comune fra gli uomini che lavorano per grandi organizzazioni. Se per una ragione o per l’altra rinunciano al loro lavoro, non riescono facilmente a trovarne un altro. Le persone con paure specifiche costituiscono il SECONDO gruppo. Fra loro l’ansietà si è cristallizzata in paure specifiche abbastanza forti per essere debilitanti. Questa non è gente che ha paura dei grossi cani o degli aerei, tutti possono evitare i grossi cani e viaggiare in treno. Questa è gente che, ad esempio, ha paura di lasciare la propria casa in certe ore del giorno o ha paura di amare o, peggio di tutto, ha paura del prossimo. Il TERZO gruppo, piuttosto numeroso, è costituito da persone con difficoltà sessuali, frigidità per la donna, impotenza o mancanza d’interesse per l’uomo. Il QUARTO gruppo è incapace di avere contatti con gli altri; ha deboli relazioni sociali. Questa gente si chiude in sé; ha permesso alla propria personalità di deteriorarsi; le sue risposte emotive sono scialbe. Prova raramente eccitamento, entusiasmo, forti emozioni di ogni tipo. Gli esecutori passivi costituiscono il QUINTO gruppo. A scuola sono spesso ragazzi intelligenti. Hanno delle capacità, ma sono sempre servili o sono portati ad esserlo. Il SESTO gruppo, costituito da persone che hanno conflitti coniugali, è molto numeroso e sta aumentando. Oggi l’insoddisfazione verso il proprio coniuge, con il matrimonio in sé, è espressa più apertamente che un tempo. I bambini che rifiutano i genitori, strano capovolgimento, costituiscono il SETTIMO gruppo. Naturalmente tutti i bambini rifiutano i genitori in qualche occasione, di solito nell’adolescenza. Qui la durata e il grado di rifiuto è importante. Quando il rifiuto implica la nevrosi, comporta anche un serio problema di comportamento o una radicale rottura con le convenzioni sociali. Le personalità ossessive formano l’OTTAVO gruppo. Le costrizioni, le forti spinte interne ad agire su ciò in cui abbiamo poco o nessun controllo, si rivelano nel nostro modo di pensare come ossessioni. Le persone ossessive sono dei perfezionisti; hanno una forte carica di energia interna. Sono esigenti, critiche. Non sono soddisfatte di nulla, neppure di se stesse, il che rende la loro vita durissima. Abbiamo visto quanto facilmente il condizionamento contribuisca a strutturare il campo di azione di queste nevrosi. All’inizio della nostra vita sviluppiamo facilmente una povera immagine di noi stessi perché ci sentiamo rifiutati e inevitabilmente soffriamo per il rifiuto perché dipendiamo moltissimo dai nostri genitori che ci aiutano. Una dura disciplina o più propriamente un’atmosfera priva di amore e di approvazione, ci dà un misero concetto di noi, e infinite esperienze distruttive con fratelli, amici, insegnanti e altri lo rinforzano. Come risultato sviluppiamo dei meccanismi difensivi (si vedano I meccanismi di difesa). Comunque questi non sono molto efficaci, non siamo abbastanza cresciuti per sviluppare difese efficaci. Tuttavia le rinforziamo, edifichiamo su queste misere fondamenta e sviluppiamo un autentico modo di vivere che implica evasione, ritiro, interpretazioni sbagliate, in breve nevrosi. Dopo qualche “tempo” questo modo di vivere diventa così normale che senza accorgercene finisce per essere ciò che vogliamo perché è ciò cui siamo abituati. Possiamo facilmente riconoscere i segni di queste nevrosi, le nostre piccole inclinazioni nevrotiche, ricordandoci cinque elementi che caratterizzano questo fenomeno emotivo: fallimento, paura, amici, stanchezza e divertimento.. Senso di fallimento. Un persistente segno di fallimento in un soggetto è di solito accompagnato da depressione, da senso di colpa, dalla consuetudine di scusarsi. Ciò è particolarmente vero per gli studenti. Coloro che non vanno bene non si divertono mai: sono preoccupati, spaventati, si scusano eccessivamente, sono spesso depressi. Paura. una persona che è disturbata in modo cronico da vari terrori è sconvolta emotivamente. E più sono irrazionali le paure, più profondo è il turbamento. Amici. Una persona che non ha mai amici sta manifestando il desiderio di chiudersi in se stessa. Probabilmente soffre anche di una certa mancanza di prospettive e alimenta forti sentimenti d’ira e di ostilità. Stanchezza. essa è facilmente male interpretata. Ma una persona che soffre di stanchezza cronica mette a fuoco la sua attenzione soltanto su se stessa. Quando ci si sente bene c’è, in un certo senso, libertà da un condizionamento interiore e ci si dà da fare per agire. Non si pensa a se stessi; si pensa a ciò che si deve fare. Quando si è stanchi si è coscienti di ogni giuntura e di ogni muscolo del corpo, si è proiettati su se stessi. Questo è il risultato di un errore di prospettiva, di un errore di interpretazione. Divertimento. Il divertimento è molto importante. La gente che non si diverte, che è sempre negativa e pessimista, non ha un ritmo vitale e psicologico equilibrato. Se non ci si diverte con qualche cosa, vuol dire che si hanno difficoltà emotive. Si sta vivendo la vita a metà, si sta osservando soltanto il grigio e il nero e si perdono completamente di vista tutti gli altri colori. Queste sono le manifestazioni esteriori della nevrosi. Se le riconosciamo abbastanza presto possiamo bloccare il loro sviluppo, se non le riconosciamo abbastanza presto possiamo tentare di sconfiggere la nevrosi con gli strumenti psicologici più vicini alle nostre esigenze e formazione.

Conclusioni..

Disturbo grave dello psichismo che provoca disordini del comportamento. Tuttavia, contrariamente a quanto avviene nella psicosi, la nevrosi non è un disagio costituzionale: il soggetto è consapevole del suo stato e desidera vivamente trovare delle soluzioni. La nevrosi si manifesta con atteggiamenti e affetti aberranti: così la nevrosi spinge il soggetto ad adottare dei modi di “vedere” o a prendere decisioni che vanno contro i suoi stessi interessi. La nevrosi ossessiva lo costringe ad eseguire tutto un particolare rituale per scongiurare i timori della polvere, dei microbi, degli oggetti “minacciosi”. Nella fobia o nevrosi d’angoscia il malato non può sopportare di trovarsi in un luogo chiuso o di attraversare spazi aperti. Per Freud tutti questi sintomi sono prodotti da complessi sessuali che risalgono alla prima infanzia. A. Adler spiega la nevrosi da fallimento con una deformazione del senso della vita. Per C.G. Jung si tratta in generale di disturbi dello sviluppo della personalità. per guarire le nevrosi si ricorre alla cura psicoterapeutica. Accanto a questi disturbi mentali più o meno gravi vi sono poi disturbi minori che caratterizzano quelle che vengono dette personalità nevrotiche. Per esempio, nell’ipocondria il soggetto si preoccupa in modo esagerato della sua salute, nell’impotenza o nella frigidità è incapace di provare i normali piaceri della sessualità… nella depressione, si arrende di fronte alle difficoltà della vita.



PSICOSI …

non si è più in contatto con la REALTA'

La maggior parte di noi funziona nonostante il malessere nevrotico. C’è mancanza di efficienza, c’è angoscia, depressione, ansietà e altre disagi emotivi, ma procediamo attraverso la mediocrità della vita e qualche volta anche con maggiore originalità, perché nei nostri sforzi per spezzare i legami, possiamo trovare soluzioni che una persona “normale” non prenderebbe in considerazione. Comunque la psicosi è davvero qualcosa di diverso. Questo è il termine giusto per definire un autentico trauma. Non un vero e proprio trauma di nervi tesi, ma un estremo distacco dalla realtà. Spesso lo psicotico non sa chi è e dov’è. Sente e vede cose che non ci sono. i suoi errori di interpretazione sono così gravi che il suo comportamento è del tutto imprevedibile e può nuocere a sé e agli altri. Ha bisogno di assistenza ospedaliera, ma i mezzi per scoprire la psicosi sono, purtroppo, ancora oggi limitati. Ci sono molti tipi di psicosi. La psicosi funzionale, che alcuni psicologi sostengono sia fisica e anche psicologica, si divide in due grandi categorie. La prima è conosciuta come schizofrenia. Schizofrenia significa letteralmente “emotivamente tagliato fuori”. Il vecchio termine era dementia praecox, che vuol dire pazzia della pubertà; tale termine era usato perché questa malattia, che spesso colpisce nei primi anni di vita, fu riconosciuta per la prima volta fra gli adolescenti. Una delle più sfortunate caratteristiche della schizofrenia, è che si tratta di una malattia deteriorante. Diversamente da un comune raffreddore che se curato diminuisce in una settimana, la schizofrenia peggiora se non si interviene. Questo perché in passato gli ospedali psichiatrici erano pieni di schizofrenici: la loro malattia non era riconosciuta se non in tarda età, e da quel momento dovevano essere ricoverati; erano già degli schizofrenici “deteriorati”. Nessuno sapeva veramente perché tanta gente era mentalmente malata. Poiché successivamente, gli strumenti per rivelare i casi di schizofrenia sono migliorati al punto che, per la prima volta nel secolo scorso, gli schizofrenici venivano trattati nelle fasi iniziali dei loro disturbi. Ci sono quattro tipi di schizofrenia. Il primo è sotto il nome di “schizofrenia semplice”, perché non comporta sintomi secondari. I suoi sintomi sono una monotonia emotiva, un’eccessiva tranquillità e il deterioramento delle reazioni. Chi ne è colpito non è più in relazione con il mondo circostante. Il secondo tipo di schizofrenia è noto come “ebefrenia”, che è sostanzialmente un disorientamento dell’emotività. Chi ne è affetto non è disorientato spazialmente o temporalmente, ma le sue reazioni emotive sono disordinate. Ascoltando qualcosa di triste, ride scioccamente; trovandosi davanti a qualcosa di spaventoso, sorride. Il terzo tipo di schizofrenia, la catatonia, è una forma di totale estraneamento dal mondo reale. Chi ne è colpito assume posizioni fisse e le mantiene per lunghissimi periodi di tempo. Può, ad esempio, inginocchiarsi per pregare e restare inginocchiato all’infinito. Può nutrirsi da sé, come può essere necessario nutrirlo per via intravenosa. Ha anche una caratteristica nota come “flessibilità cerea”. Gli si possono dare determinate posizioni che manterrà per indefiniti periodo di tempo. La paranoia è il quarto tipo di schizofrenia. E’ caratterizzata in generale sia da megalomania sia da mania di persecuzione, e spesso affligge individui veramente intelligenti e colti. E’ difficile per una persona normale comprendere come soffra un paranoico. Il disturbo è spesso accompagnato da esperienze di allucinazioni. Un paranoico, quando spegne la luce alla sera, può essere convinto che i suoi vicini stiano affilando i coltelli e aspettino soltanto che si sia addormentato per venire a tagliarlo a pezzetti. Per il malato è un’esperienza terrificante, anche se non è altro che una colossale montatura della sua fantasia. Le psicosi del secondo gruppo più importante vanno sotto il nome di “psicosi maniaco – depressiva”, e la loro forma classica è allo stesso tempo maniaca e depressiva: si alternano stati depressivi con stati di esaltazione. Alcuni maniaci – depressivi manifestano uno stadio di mania e uno di depressione; altri sono soltanto depressivi. Il fatto è che nel caso della psicosi maniaco – depressiva, come in ogni psicosi o nevrosi, la DIFFERENZA fra stato di salute e stato di malattia è più una questione di grado che di genere. Tutti noi possiamo essere alternativamente di buono o di cattivo umore, e spesso lo siamo; ma nel caso delle psicosi maniaco – depressive gli stati d’animo sono così estremi che il soggetto deve essere calmato nei periodi di agitazione e stimolato nei periodi di depressione. Inoltre, nonostante noi tutti subiamo oscillazioni di umore, poiché siamo più equilibrati degli psicotici i nostri umori sono di gran lunga più in relazione con la realtà, con ciò che accade intorno a noi. Vi sono anche molte psicosi organiche che sono il risultato di una lesione al cervello e al midollo spinale. Vi sono psicosi che derivano dall’uso della droga, dall’uso degli alcolici e così via. Le psicosi più comuni, comunque, sono psicologiche o di comportamento piuttosto che organiche, e somigliano alle nevrosi di cui abbiamo già discusso.

Conclusioni.

Il termine psicosi, a lungo sinonimo di “follia”, designa una gran varietà di malattie che alterano profondamente la personalità. Queste gravi malattie sono spesso di origine organica. Il concetto di psicosi ci riporta a quello di alienazione: sono falsati i rapporti del soggetto con se stesso, con gli altri, col mondo esterno; al malato è impossibile trovare il modo di ristabilire questi rapporti, il suo universo è irreale, le prospettive sono profondamente deformate. Poiché l’eziologia delle psicosi è incerta, la loro classificazione si fonda soprattutto su caratteri comuni. Tutte le psicosi sono caratterizzate da un crollo del reale e dalla comparsa d’un mondo delirante. Mentre l’Io del nevrotico rimane legato al reale., l’Io dello psicotico è colpito da una disorganizzazione progressiva, che spesso colpisce l’immagine del suo corpo.




11.0 .I PRIMI RAPPORTI CON LE FIGURE DI RIFERIMENTO.

Attaccamento insicuro - evitante

(crea personaggi eccentrici, anche un po' strani). Quando il bambino sperimenta un rapporto insicuro - evitante con la figura di riferimento (mancanza di rapporti calorosi, l'altro quasi sempre inaccessibile o inesistente) imparerà presto farne a meno. Il rapporto con gli altri sarà caratterizzato dall'isolamento, distacco e indifferenza (delimitare i propri confini, vietare l'accesso agli altri). Attraverso il rifiuto delle relazioni cercherà di gestire e difendersi dai rapporti con le persone considerate sempre minacciose, invalidanti ed ostili. Da queste relazioni nascono vari disturbi della personalità: paranoide, schizoide e schizotipico.

Attaccamento insicuro - resistente

(favorisce personaggi paurosi e ansiosi). Quando invece la figura di riferimento viene vissuta come insensibile ed imprevedibile il rapporto che si svilupperà è di nuovo insicuro ed ambivalente. Il bambino sentendosi trascurato e non soddisfatto nei suoi bisogni primari svilupperà ansia, chiederà continue conferme, attenzioni e dimostrazioni. Metterà in atto atteggiamenti aggressivi e provocatori, fino a sfinire ed esasperare l'altro. Non riuscendo a gestire completamente questa ambivalenza affettiva cercherà, per la propria salute emotiva, di ridurre lo spazio di libero movimento... metterà in atto il meccanismo di evitamento per evitare di trovarsi di fronte a cose non conosciute. In tal modo selezionerà i rapporti stretti e diminuirà il campo esplorativo per evitare critiche sociali ed eventuali disapprovazioni. I disturbi che potrebbero emergere da tale rapporto sono: dipendente, evitamento e ossessivo compulsivo.

Attaccamento disorganizzato

(determina individui emotivi, imprevedibili, melodrammatici). Quando la figura di riferimento, invece, è dominata dalla tristezza, dall'ansia o da forti conflitti irrisolti, viene percepita dal bimbo non come una fonte rassicurante ma come una figura minacciosa... un attaccamento disorganizzato, pieno di ostilità e con atteggiamenti ambivalenti. Il bambino impotente di fronte a tale rapporto cercherà di imporre le proprie convinzioni e posizioni, con quello che può, ignorando gli altri oppure manipolandoli... li rende innocui screditandoli, si sente davvero speciale. Da tali sviluppi interpersonali prendono forma i disturbi: narcisistico, antisociale, borderline e istrionico.


Come mai diventiamo così … “complicati”.

Ogni essere vivente entra nel mondo attraverso una “perdita”. La vita inizia con una sensazione dolorosa, una separazione, un abbandono, un distacco repentino dal corpo materno: il feto diventa neonato. Si comincia con l’ambiente intra - uterino poi, si spera, in un rapporto clemente e responsabile con le figure di riferimento. Non diverso è ciò che riguarda gli uomini: essi sono il riassunto di forze genetiche e ambientali. Il nostro ben - essere, pertanto, dipende da tutte quelle “esperienze” che nel tempo ci hanno modellato e trasformato. Sarà, quindi, l’incontro - scontro con l’ambiente circostante a favorire o meno la nostra storia mettendo in funzione quella personalità oppure quell’altra: la nostra identità nel bene e nel male (sicurezza, fiducia, autonomia, spontaneità, libertà, autostima). Le persone sono complesse, ma le loro complicazioni non sono mai casuali. Attraverso questa organizzazione, questo vivace dibattito relazionale si deciderà, con le sue infinite sfumature, la nostra felicità … la voglia di vivere o il desiderio di non esistere. In questa grandiosa fucina esistenziale, quasi sempre incandescente, avvengono continue trasformazioni dalle quali prenderà forma il nostro aspetto fisico, la nostra capacità adattiva, i nostri comportamenti e il nostro talento. Tutti eventi che influenzeranno, a seconda dell’età anagrafica in cui si sono verificati, le nostre patologie, il nostro modo di amare, di percepire e di pensare, la nostra capacità di fiducia e di speranza, il rapportarsi con gli altri e con noi stessi. Un alternarsi di sentimenti di amore, di odio, di indifferenza, di incomprensione, di diffidenza, di ostilità, di rabbia, di abbandono modellano in silenzio, pian piano, i nostri comportamenti. Un’evoluzione in continua oscillazione tra “avanti e indietro”, fare e non fare, accettazione e rifiuto, critica e disapprovazione, distacco, indifferenza, inadeguatezza e insicurezza: un navigare spesso senza sestante, disorganizzato e privo di punti di riferimento. Il bambino che cresce è sempre vulnerabile perché non sono consolidate le sue “condizioni” interne, e questo pericolo è tanto maggiore quanto più il soggetto è piccolo. Più gli eventi che hanno disturbato la situazione di sviluppo naturale sono vicini alla nascita, tanto più gravi saranno le conseguenze e il “piccolo” ne sarà influenzato per il resto dello sviluppo e della vita adulta. Un malessere infantile che, in futuro, si esprimerà attraverso un rapporto d’amore disturbato con se stessi e con tutte le altre persone … un tormento che si ripeterà e coinvolgerà lavoro, studio e l’intero mondo esterno. E così, un bel giorno, apparentemente senza ragione, sotto il peso della vita, scopriamo che siamo diventati difficili, esigenti, intrattabili, chiusi e scontrosi: una vita penosa e piena di disagi perché dobbiamo “compensare” quell’affetto primordiale che non c’è mai stato e di cui non abbiamo consapevolezza, se non in forma sfumata. Quando le “difese” diminuiscono, ecco che riappaiono i vecchi fantasmi … i “lividi” dell’infanzia improvvisamente fanno la loro comparsa. Paola, infatti, con i suoi tratti depressivi, porta i segni evidenti di questa carenza affettiva … un vuoto incolmabile d’amore che nessuno mai riesce a riempire. Una storia in cui non le è stato riconosciuto e rispettato il suo modo di valere, le sue tappe maturative e le sue opinioni. Un’evoluzione fragile, fatta di continue assenze e di non attenzioni, caratterizzata da insicurezza, dipendenza, rassegnazione, tristezza, tribolazione, dispiacere e sofferenza … i pochi pensieri rimasti ruotano attorno a temi catastrofici e di rovina imminente. Un fenomeno che ha prodotto un modo di pensare fallimentare, un atteggiamento rinunciatario e pessimista … come potrà mai prendere decisioni importanti? Convinta di non riuscire a far niente di buono nella vita, rinuncia ad ogni esperienza ancor prima di tentare, perché il fallimento sarebbe ancora più doloroso … da qui la rinuncia a “vivere”: il non “godere” diventa un valore. Se non è stata sufficientemente amata, apprezzata, stimata e considerata come potrà esprimere e dare affetto? Nella sua mente si è sviluppata l’idea di essere difficile, cattiva, di non meritare amore, degna di stima e di considerazione … una sensazione di tristezza diffusa controlla completamente la sua esistenza. Per sopravvivere a questa "ingiustizia" affettiva non le rimane altro che “affidarsi” completamente a qualcuno per “sorreggersi”… il suo ruolo, se non intervengono cambiamenti “ristrutturanti”, sarà prevalentemente quello di vittima, di gregario o di spettatore, ma mai di primo attore. Le antiche ferite di Paola sono profonde ma con l’aiuto di persone qualificate - attraverso sentimenti di accettazione e di comprensione - potranno rimarginarsi … potrà trasformare tutte quelle figure di riferimento anaffettive in persone, finalmente, accudenti. Cosa dire di Sergio del suo costante rimuginare, della sua ferma ostinazione, del suo ossessivo bisogno di controllare e di vigilare. Sempre al “palo” con i rituali, il perfezionismo, la diffidenza e i dubbi esistenziali. Una perdita di tempo che oltre ad ostacolare la creatività toglie completamente libertà e spontaneità. Rievoca esperienze educative rigide e rapporti interamente caratterizzati da opposità e limitazioni … un reticolo di norme precise, minuziose che hanno ostacolato e paralizzato la sua libertà personale. In questa atmosfera evolutiva, in questo clima persecutorio, quindi, prende corpo un personaggio pieno di rabbia e di rancore, “avaro” non solo nel denaro ma anche negli affetti, nel coinvolgimento e nella disponibilità (ipse dixit)… è diventato, a sua insaputa, come il “persecutore”. La sua aggressività è tenuta sotto controllo attraverso astuti atti di potere: antico conflitto tra esigenze infantili e controllo genitoriale. Questa sua costante allerta, questa sua perenne rigidità non solo crea una forte tensione muscolare (che può sfociare in ipocondria) e un’insonnia serale, ma anche un’ipertensione arteriosa con i conseguenti malesseri circolatori e cardiaci. Anche lo slancio sessuale sarà inibito dalla sua stessa rigidità mentale in quanto tutto deve rientrare nello “schematismo” (solo un certo giorno, ora, posizione, luogo): elasticità, disponibilità e fiducia sono gli ingredienti indispensabili a Sergio per affrontare una vita in maniera più fiduciosa, spontanea e armoniosa … un lasciarsi andare che spezzerà i legami “arrugginiti” e ridimensionerà il rigore con cui ha organizzato, nel tempo, il suo mal - vivere.




La trappola esistenziale… ANSIA.

In questa breve esposizione non parleremo di ansia “normale”, moderata, comune e familiare a tutti gli esseri umani - come espressione di un desiderio, di un impegno o di un protendere verso una meta - che permette di ottenere una buona performance nella vita di tutti i giorni, ma di quella che avvelena l’esistenza, distrugge i rapporti, ingabbia la vita e fa ammalare inesorabilmente mente e corpo… ovvero, la regina della sofferenza psichica che si insinua silenziosamente in ogni piega del vivere quotidiano. L’altra ansia, quindi, quella patologica o fisiologica per intenderci, tenuta attiva da un pensiero continuo e bizzarro, è una condizione emotiva di allerta permanente, di smarrimento vertiginoso, di preoccupazione eccessiva e incontrollabile, spesso del tutto immotivata e sproporzionata, legata a vicende o situazioni particolari non necessariamente “pericolose” (attesa penosa di qualcosa che di “sicuro” farà star male o creerà difficoltà; finti allarmismi e profezie che non si avvereranno mai). La giornata è “accompagnata” da una fastidiosa sensazione che qualcosa di brutto, all’improvviso, possa capitare, dal terrore di essere completamente soli e dalla convinzione ossessiva di non farcela… ci si sente “sospesi”, in bilico e dei perfetti estranei in “casa” propria. E’ una condizione di precarietà, di perenne incertezza connessa a condizionamenti esterni, a modi di pensare che non rispettano la gioia di vivere, la naturalezza e la spontaneità. Anche i gesti più semplici come i rapporti sociali diventano, spesso, una forzatura se non una sudditanza… si recita in ogni circostanza la parte del soggetto conformista, sempre pronto e disponibile, con il solo scopo di farsi accettare dall’ambiente circostante. Può essere un fenomeno temporaneo oppure - quando si presenta in maniera costante - cronico e, quindi, portatore di sintomi come: confusione mentale, difficoltà a respirare, sensazione di nodo in gola, tensione muscolare, insonnia, vuoti di memoria, stanchezza, irritabilità, palpitazioni, affaticamento e pensieri ossessivi. Al disagio fisico si associa un malessere intellettuale, relazionale, familiare, professionale, alimentare e sessuale. Un fenomeno emotivo caratterizzato da scarsa concentrazione, facile distraibilità, difficoltà ad apprendere e pensare, minore attitudine ad esprimere un giudizio critico e coerente sugli avvenimenti che si sta vivendo. Il tutto “condito” da diffidenza e sospettosità verso ogni cosa, e da una incontrollabile inquietudine senza cause apparenti… l’attività lavorativa sarà vissuta con grande fatica, continua insofferenza, perenne stanchezza e tensione insopportabile (la critica agli altri è sempre lì a portata di mano). L’organismo allora viene chiamato in causa per gestire e superare questo malessere psicofisico davvero invalidante. Sarà portato, quindi, ad eccedere in quei comportamenti considerati utili per scaricare le tensioni diffuse come il tabagismo, l’etilismo, la sessualità in solitudine o l’alimentazione, bene che vada, scorretta. E così, all’improvviso, l’ansia irrompe per spazzar via i pensieri inutili, il superfluo, quel ruolo che limita e snatura giorno dopo giorno, quel personaggio fasullo costruito forzatamente nel tempo, quella maschera finta di buonismo a tutti i costi, rivolta solo a ricevere riconoscimento, attenzione e favori altrui. Arriva per liberare dai “pesi” e dalle inquietudini nascoste che bloccano, per smantellare quel ruolo innaturale spesso pieno di finzioni e contraddizioni, per risvegliare quel mondo di sensazioni assopite o completamente negate… toglie da un vissuto ordinario e monotono. Esprime la vera voglia di vivere, segnala che si stanno facendo cose che non interessano più e, soprattutto, prive di entusiasmo. Così, senza saperlo, si imbocca una strada esistenziale che porta così lontano da se stessi da diventare “fantocci”, sempre impacciati e fuori luogo… una vita “contromano”, congelata che con scorre più. Una forte spinta a cambiar stile di vita, per ridare piacere e appagamento ai semplici gesti quotidiani, per riprendere in mano la propria vita con grinta e felicità… quella gioia che non si prova oramai da tempo. In questo modo la luce affiora, l’incertezza si dirada, la vista si rischiara, l’animo si calma e ritrova la sua spontanea, naturale quiete. La sua vera funzione - per dirla brutalmente - è quella di riportare il soggetto alle vere passioni, a vivere una vita più frizzante e autentica… stimola la creatività e la voglia di fare cose nuove. Cosa fare. Dopo aver verificato le condizioni fisiche (alcune malattie come quelle della tiroide possono causare ansia) è necessario capire, con lucidità, il senso “nascosto” di questo malessere psicofisico, per “convertirlo” in una nuova forma di vitalità, di autenticità, di creatività e di piacere nel fare le cose… spogliarsi dei “personaggi” che il vivere quotidiano obbliga a vestire. Le metodiche terapeutiche che placano l’ansia e aiutano a “trasformarla” sono davvero tante. Agiscono sull’intera dimensione psicofisica liberando il soggetto dai vari pesi esistenziali che lo bloccano. La scelta è ampia dagli ansiolitici naturali alla psicoterapia. Tutte tecniche psicosomatiche che possono ridare una nuova leggerezza e ritrovare il vero equilibrio quotidiano. Ridare all’ansioso il gusto della vita e il senso concreto che le cose possono cambiare… senza dubbio in in meglio.




Quando una persona cara soffre …

Una moglie, un tempo particolarmente efficiente e dinamica, all’improvviso passa buona parte della sua giornata sul divano con le tende tirate, completamente al buio. Un figlio adolescente con una vita, a dir poco gioiosa, un bel giorno di colpo, si chiude nella sua camera perché, a suo dire, tutti lo deridono qualsiasi cosa faccia. Un avvocato famoso e con una carriera davvero brillante, tutto d’un tratto, si sente soffocare non appena vede l’ascensore o piccoli spazi architettonici. Una studentessa alla pari con gli esami universitari (forse una qualcosina in più), nel cuore della notte, si rimpinza di cioccolata, di patatine fritte e biscotti e poi vomita il tutto di proposito. Un marito attento e devoto alla famiglia si versa il primo “bicchierino” della giornata alla mattina sempre più presto. E ancora, la sorella maggiore che, presa da un interminabile pianto, descrive ansimante i devastanti attacchi di panico che le creano difficoltà a guidare, a recarsi al lavoro e persino uscire di casa. E’ veramente drammatico e sconvolgente - mi raccontano solitamente i familiari - vedere le persone care cambiare in modo così repentino sotto i propri occhi e struggersi continuamente per una “indefinita” sofferenza. Si fruga nei meandri della speranza e ci si affida a qualche miracolo estemporaneo per farle ritornare felici e in pieno benessere ma, purtroppo, non si sa mai quando. Si sospetta che ci siano problemi gravi proprio perché alcuni comportamenti e atteggiamenti appaiono incomprensibili e bizzarri, ma non si riesce a comprendere quali; si vuole prestare aiuto, ma non si sa come. Rendersi conto improvvisamente - anche se da un po’ di tempo si intuiva che qualcosa non andava per il verso giusto - che una persona cara soffre di un disagio emotivo crea malessere diffuso ed una profonda impotenza più di quanto si possa pensare per la diagnosi di una grave patologia organica, proprio perché tale malessere è qualcosa di vago e, a volte, la sua natura pare decisamente irrazionale: sembra veramente un dolore senza spiegazioni. A volte, purtroppo, quando si mette a fuoco questo disagio, scatta il senso di colpa, si cercano giustificazioni, ci si rimprovera e comincia a frullare per la mente, con una certa insistenza, dove è stato commesso l’errore e cosa si poteva fare per ostacolare o evitare lo sviluppo di tale sofferenza. Quali che siano le circostanze peculiari, la vita della famiglia cambia veramente in maniera drastica. Tutti coloro che vivono accanto ad un soggetto con un grave disagio psichico, possono subire un profondo stress quando emozioni e paure intense si abbattono su di loro, i rapporti interpersonali cambiano e le priorità subiscono una nuova valutazione: ci si sente impotenti, vulnerabili e confusi. Tutti vogliono disperatamente sapere, a ragione, quando tale incubo finirà e la vita tornerà normale, se il sofferente tornerà a essere mai più se stesso e quali saranno le conseguenze future di tale fenomeno. I familiari spesso non si rendono conto che un profondo legame d’amore da solo non basta a curare un disagio emotivo: occorre sempre tempo, pazienza, affetto, sincerità, impegno e grande competenza professionale. E’ bene ricordare, comunque, che i disagi emotivi non compaiono all’improvviso, dalla sera all’indomani. Si calcola infatti che, nel corso della vita, una persona su tre sia colpita da un disagio emotivo, variabile per origine ed importanza. Eppure i pregiudizi, la vergogna, i timori, le approssimazioni su tali malesseri sono davvero innumerevoli. E, forse, l’atteggiamento migliore per combatterli consiste proprio nell’essere informati (è un diritto!) sui sintomi, sulla diagnosi e sulle terapie: la condizione di salute dei pazienti, senza dubbio, migliora nettamente nel momento in cui comprendono cosa sta accadendo dentro di loro e, soprattutto, quando vengono messi al corrente delle metodiche terapeutiche disponibili, senza contare che i familiari, conoscendo in profondità la malattia possono aiutare, con il tempo necessario, i propri cari in modo efficace. Si possono determinare “stranezze” nel comportamento o nell’atteggiamento - sicuramente impercettibili all’inizio - che i familiari notano, ma erroneamente attribuiscono a stress, ad un recente insuccesso oppure ad una importante delusione. Poiché i disagi emotivi interferiscono profondamente con la capacità di esprimere i propri sentimenti, i familiari si sentono spesso, a livello affettivo, come abbandonati. Tali disagi, pertanto, sono sempre fonti di grande tensione e di continue incomprensioni. Diventa fondamentale, quindi, anche se spesso difficile, che tutti i soggetti della famiglia coinvolti cerchino di evitare un atteggiamento di biasimo reciproco. Non è gratificante stare accanto a una persona sempre depressa, eccitata, terrorizzata, in preda alla collera o assorbita in rituali privi di senso, per fare qualche esempio. E’ comprensibile che i familiari perdano di tanto in tanto la pazienza e diventino irritabili, frustrati e intolleranti. Più i familiari impareranno a conoscere il disagio emotivo, meno tenderanno a biasimare, esprimere giudizi di valore e condannare. Una migliore conoscenza scientifica della malattia permetterà di capire quello che il soggetto sta attraversando realmente. I disagi psichici, contrariamente a quello che si pensa, sono molto diffusi (forse molto di più di un comune raffreddore), il più delle volte completamente mascherati, ed è quindi fondamentale che ciascuno possa conoscerli e riconoscerli nella loro vera dimensione per affidarsi, quando sia il caso, alla competenza di uno specialista in modo tale da non lasciare all’improvvisazione ma avere maggiori probabilità di ricevere le cure adeguate se individuato correttamente il disturbo che affligge. In questo modo si evita di cronicizzare la patologia e, soprattutto, lo scoraggiamento di chi soffre perché, a lungo andare, a forza di continui tentativi terapeutici andati a vuoto, potrebbe pensare di essere veramente un caso grave oppure incurabile. E’ utile, inoltre, se non si accede immediatamente ad una terapia qualificata, seguire le seguenti regole: non cercare di gestire il disagio da soli e in continuo isolamento, non sommergere mai il partner di complimenti e di osservazioni positive se non ci sono, incoraggiare il sofferente - nel limite del possibile - ad essere attivo, scindere tra la persona e il fenomeno patologico, non mascherare mai i propri sentimenti negativi, evitare il più possibile di cadere nel vortice del malessere … e, soprattutto, non aspettarsi mai una trasformazione improvvisa.




OSTILITA’…

(sentimento di avversione espressa o latente verso il prossimo)

Uno dei problemi dell’ostilità è che la riconosciamo abbastanza facilmente negli altri ma raramente la vediamo in noi stessi. In una discussione la cui animazione aumenta a dismisura, non è fuori del comune che una persona dica all’altra: “Eh, ma sta un po’ tranquillo, non essere così eccitato!” cosa che implica che chi ha parlato sia calma e del tutto razionale, e non è insolito che l’altra persona replichi con la stessa “cecità”: “E chi è eccitato?”. Noi tutti, chi più chi meno, abbiamo recitato una di queste parti in un’occasione o in un’altra. Nei confronti dell’ostilità, siamo un po’ come quel moralista che disse alla moglie con convinzione: “Tutto il mondo è un po’ matto tranne te e me”… ma dopo un po’ bisbigliò a se stesso: “A volte mi domando se non lo sei anche tu”. Naturalmente, differiamo enormemente l’uno dall’altro per la quantità di ostilità che nutriamo in noi e per il nostro modo di esprimerla. Perciò la maggior parte di noi è provocata in maniera del tutto banale e lo dimostriamo. Ciò accade perché abbiamo leggi, poliziotti, giudici, anche eserciti per proteggerci dall’ostilità (sempre) degli altri. Quanto questi strumenti in sé contribuiscono all’ostilità, dipende da come sono usati e da come vengono considerati. Gli antropologi hanno evidenziato che la ricorrenza di certe parole nel linguaggio di alcune persone (o popolo) è rivelatrice di una gran quantità di particolari circa la loro società; ad esempio, è logico aspettarsi che gli esquimesi abbiano un notevole numero di parole per indicare la neve. Nel Medio Oriente, dove per anni il cammello è stato il più importante mezzo di trasporto, esistono diverse parole per indicarlo; per quello giovane, per quello basso, per quello alto, eccetera. L’ostilità è il risultato di una frustrazione. Diventiamo ostili quando siamo ostacolati o quando ci viene impedito di ottenere soddisfazione. Nella nostra vita quotidiana generalmente ci muoviamo nel senso che ci consente di ottenere alcuni generi di soddisfazione; il nostro comportamento è “diretto a uno scopo”. Quando qualcosa improvvisamente ci impedisce di raggiungere determinati scopi, possiamo essere in un primo tempo storditi e cominciare a pensare a possibili alternative. Qualche dubbio può penetrare nelle nostre deliberazioni; sia che facciamo realmente qualche cosa oppure no, noi vogliamo fare veramente qualcosa. Siamo come le piante che si protendono alla ricerca della luce o dell’acqua. Soltanto che cominciamo ad agire in modo incerto, incoerente: diventiamo irrequieti. L’irrequietezza è un’attività disordinata e senza scopo. Si tratta di una specie di attività che si espande intorno come i giochi dei bambini chiusi in casa in una giornata di pioggia e che contagia, come forse l’irrequietezza di molti adulti nei giorni di festa. I bambini hanno un forte bisogno di attività e se vengono trattenuti divengono irrequieti. Tutti gli animali, e ciò vale anche per l’uomo, quando sono bloccati, tendono ad agire in modo indefinito, incoerente. Possiamo osservare ciò molto semplicemente, mettendo un animale in quella che è chiamata “ruota di movimento”. A volte nelle vetrine dei negozi di animali domestici si vede un criceto o una cavia che danno spettacolo correndo in una ruota. Nella maggior parte dei casi essi corrono proprio prima di essere nutriti, perché sono affamati e non possono soddisfare il loro bisogno. Dopo aver mangiato cadono nel sonno. L’irrequietezza non è solamente irritante per l’uomo o non spinge soltanto una tigre a percorrere a grandi passi la gabbia; è un segno di insoddisfazione. Ci sentiamo ostacolati e ben presto cominciamo a lamentarci e a brontolare. Vogliamo ciò che vogliamo nel momento in cui lo vogliamo, ma in quel momento non riusciamo ad ottenerlo. Se questi desideri sono fisici, per il cibo, per il bere, per il sesso, per le comodità, è veramente difficile posporre la loro realizzazione. Se sono desideri sociali che coinvolgono altre persone, possiamo procrastinare la loro soddisfazione più facilmente, ma rimaniamo insoddisfatti e frustrati: cominciamo a sentirci respinti, avvertiamo che ci è negato qualcosa, perciò naturalmente tendiamo a personalizzare le nostre relazioni con la gente, e quando non possiamo ottenere ciò che vogliamo non consideriamo ciò un nostro fallimento; diciamo invece che qualcuno si è messo di traverso sulla nostra strada. Questa è ostilità. Le fonti di frustrazioni, e quindi di ostilità, possono essere “individuate” nella nostra infanzia. Una scuola di pensiero insiste col dire che siamo nati ostili, ma l’evidenza è insufficiente e certo non favorevole a tale ipotesi ai giorni nostri. In ogni caso l’intera questione è accademica perché, sia che siamo nati con l’ostilità o sia che l’ostilità sia stata acquisita, il nostro metodo di trattarla non deve cambiare. Il fatto di essere nati con qualcosa non significa che non possiamo modificarlo… essere nati è la nostra prima esperienza di frustrazione emotiva (si lascia l’acqua per l’aria). La perdita della sicurezza data dal grembo materno è così acuta che in segno di “protesta” piangiamo. Sia che accettiamo questa teoria oppure no, non c’è dubbio che la nostra prima e seconda infanzia sono segnate da un profondo senso di dipendenza e di inadeguatezza. In questo stato di totale dipendenza siamo destinati alla frustrazione perché la gente che ci circonda non sempre capisce ciò che vogliamo. Ci vogliono degli anni interi soltanto per imparare come esprimerci con un certo grado di fluidità. Anche quando siamo adulti, abbiamo delle difficoltà ad esprimerci. Figuriamoci la situazione di un bambino. Deve gridare quando vuole qualcosa. E dopo un po’ anche un grido non è abbastanza. Batte la testa contro la culla e diventa rosso in viso proprio come facciamo noi quando siamo sconvolti, oppressi. Noi tutti durante l’infanzia cerchiamo, man mano che cresciamo, di reagire a questa oppressione. Lo sviluppo del nostro modo di alimentarci ne è un esempio. Alcune madri credono che avere dei bambini che “mangiano” più di altri bambini sia motivo di vanto per loro come genitrici. Così insistono sull’alimentazione. Alcuni bambini in seguito continuano a risentirne: anche da adulti, davanti ad abbondanti porzioni di cibo, perdono improvvisamente il loro appetito alla vista delle grandi portate, per quanto possano essere affamati, non hanno mai superato l’impressione di nutrizione forzata di cui hanno sofferto sul seggiolone. Nell’infanzia siamo frustrati ugualmente in altri campi significativi. I genitori sentono la necessità di imporre ai figli i propri valori educativi. Con riferimento alla pulizia, ciò significa metterli sul vaso, spesso a sei o a otto mesi, anche se il controllo sfinterico che regola la defecazione non può svilupparsi in nessun caso prima dell’età che va dai tredici ai diciotto mesi. Più tardi, a circa cinque o sei anni, i bambini scoprono i propri organi genitali e cominciano a trastullarsi con essi perché lo trovano piacevole. La reazione abituale dei genitori è di tirar via la mano del bambino, di sgridarlo e di raccontargli delle storie in tono punitivo. Il bambino sente che nonostante quello che fa sia piacevole, le persone che ama veramente gli impediscono di farlo… ciò è frustrante. Un neonato, nella famiglia è causa di nuove frustrazioni e di rivalità tra fratelli. I genitori dicono al loro bambino che avrà un fratellino o una sorellina con cui giocare. Ma quando il bambino è nato, il maggiore non può far nulla con lui e, ancora peggio, il nuovo nato attira l’attenzione di tutti lontano da lui. Siamo soggetti a frustrazioni così grandi nei primi sei – otto anni di vita, che non c’è da meravigliarsi se incominciamo a diventare ostili, irosi, aggressivi. I nostri genitori, naturalmente, influenzano la nostra ostilità con l’urlo delle loro frustrazioni e collere con la nostra collera. Se non facciamo le cose che essi vogliono, si arrabbiano. Esternano le loro frustrazioni e la loro ostilità. Nell’adolescenza sentiamo il bisogno di affermare noi stessi di fronte ai nostri genitori. Guardiamo tutti come competitori. Questo ci carica così fortemente che siamo pronti a dispiegare ostilità per un nonnulla. E poiché difficilmente passa giorno in cui questa ostilità non è tirata fuori in un modo o nell’altro, l’intero schema frustrazione – aggressione si rinforza, diventa abituale. La famiglia non è la sola fonte di ostilità. Ricaviamo ostilità anche dal mondo esterno. Viviamo in una società violenta. I nostri telegiornali, le nostre riviste, i film la rafforzano. Questi mezzi di comunicazione sono così spesso ispirati a una tematica turbolenta, che non solo esprimono i nostri sentimenti ostili, ma li ampliamo. Naturalmente nella nostra società si suppone che siamo aggressivi e che tendiamo ad affermarci, a servirci della gente a nostro vantaggio. Tratta bene gli affari chi sa concludere un affare vantaggioso. Si raccomanda ai venditori di essere aggressivi per ottenere ordinazioni. Nelle relazioni uomo – donna, un giovane tenta di capire fino a che punto potrà arrivare con la ragazza. L’ostilità diventa una parte del nostro modello di vita sessuale. Infine, aumentiamo lo schema aggressione – frustrazione facendoci delle illusioni e rifiutando di essere realistici. Ci poniamo spesso dei fini così irreali che siamo costretti a essere frustrati. Premiamo su noi stessi di gran lunga troppo accademicamente o secondo principi sociali; andiamo alla ricerca di lavoro al di là delle nostre possibilità, assumiamo incarichi oltre le nostre capacità. Nel matrimonio, inoltre, gli scopi non realistici sono un problema comune. Una breve relazione si alimenta delle promesse che ci si fa a vicenda. Il matrimonio richiede compimento; quando questo compimento non compare, frustrazione e ostilità seguono naturalmente. Ma come esprimiamo tutta questa ostilità? Quando ci adiriamo, ciò influisce sulle nostre condizioni fisiologiche. Questi mutamenti fisiologici alternativamente condizionano il nostro comportamento e ulteriormente l’espressione della nostra ostilità. Che cosa succede? In primo luogo il sangue (che in una normale attività vegetativa come il mangiare o il dormire, tende a concentrarsi negli organi centrali) viene pompato negli organi periferici, le braccia, le gambe, la pelle. Il sangue affluisce di meno anche al cervello, e soffriamo di un leggero caso di anemia cerebrale; ciò spiega perché, se siamo abbastanza adirati, ci sentiamo quasi presi da un senso di vertigine. Questo è anche il motivo per cui non possiamo pensare molto bene quando siamo adirati; fattori fisiologici e psicologici ce lo impediscono. Poiché il sangue è pompato di più alla superficie, il cuore batte più rapidamente, le pulsazioni aumentano, aumenta la pressione; tendiamo a sentire e a percepire tutto ciò. Il cuore che ha battuto senza che ce ne accorgessimo durante tutto il giorno, ora improvvisamente rimbomba nel torace. Diventiamo intensamente consci del nostro stato fisiologico. Nello stesso tempo le ghiandole surrenali pompano adrenalina nel sistema circolatorio. Poiché l’adrenalina accentua la reattività, la nostra ira è sottoposta a un secondo potere. Possiamo solo valutare gli effetti dell’adrenalina sull’ira: poiché non c’è niente da opporre ai suoi effetti, non c’è antidoto per essa. E possiamo illuderci che, essendo sufficientemente ben adattati, non ci arrabbieremo mai. E’ proprio il contrario: non adirarsi è il segno di una schizofrenia e non di adattamento. La schizofrenia (vedasi sezione “psicosi”) è una seria forma di psicosi la quale, non stroncata da una cura, peggiora tagliando fuori la persona dal suo mondo affettivo e spingendola verso uno stato di mitezza totalmente apatico… allora, e solo allora, non abbiamo più sentimenti ostili. L’ostilità può anche causare una spiacevole condizione, come l’infiammazione alla mucosa orale. Gli studi dimostrano che l’ipertensione, l’alta pressione, è spesso in relazione con l’ostilità silenziosa dovuta alla pressione e alla tensione della nostra educazione altamente oppressiva. La nostra ostilità, inoltre, distrugge completamente la nostra energia. Vi sono altri che non riescono a respirare, soffrono di una respirazione troppo rapida. Se tali persone hanno l’opportunità di esprimere la loro ostilità, la loro respirazione ne è molto facilitata. L’ostilità è inevitabile perché la frustrazione è inevitabile. In ogni momento c’è qualcosa che noi vogliamo o desideriamo. E questi desideri molto semplicemente non possiamo soddisfarli. Qualche frustrazione deve seguire per forza. I nostri desideri non possono essere soddisfatti perché spesse volte sono complessi, oscuri o persino inconsci, e in conflitto gli uni con gli altri. I nostri desideri corrono incontro a ostacoli certi, cioè ci viene costantemente impedito di esaudirne alcuni. Spesso sembra che la vita consista di una serie di cartelli che indicano il divieto di parcheggio. Quando siamo bambini troviamo delle grandi difficoltà di adattamento, perché quando vediamo qualcosa di nuovo che ci attrae tendiamo a volgerci ad esso con tutta la nostra persona; ci sporgiamo e tentiamo di afferrare ciò che vediamo, e naturalmente ci dicono continuamente di non toccare. Eppure continuiamo a vedere le cose che ci piacciono, anche durante l’età matura. Viviamo in una società ricca, fluida, dove le seduzioni di ogni genere, i cibi, le comodità, le eccitazioni, gli stimoli, sono spiegati su di noi in una forma o in un’altra. Ma mentre i nostri appetiti sono stimolati continuamente, troviamo che molte di queste seduzioni, che dipendono dal nostro assetto fisico, mentale e finanziario, non sono sempre conseguibili. Persino se i nostri desideri sono stimolati quando passeggiamo davanti alle vetrine, accettiamo la barriera di vetro fra il desiderio e il compimento del desiderio. Ma molte altre tentazioni sono continuamente spiegate davanti, di fronte a noi in un modo più tentatore. Qualche volta ce ne accorgiamo, qualche volta non ce ne accorgiamo. Piuttosto stranamente, persino la soddisfazione frustra alcuni di noi. La realizzazione di un desiderio ci lascia spenti, vuoti, stanchi, incapaci di passare ad altri desideri. E alcuni di noi sono così abituati a sognare eventuali soddisfazioni che non sono capaci di rendersi conto della realtà della soddisfazione in se stessa… è come se uno mentre sta facendo l’amore pensasse alla prestazione successiva. Come abbiamo potuto vedere, la più ovvia espressione dell’ostilità è l’ira. Ma dal momento che tale espressione non è piacevole ed è antisociale, l’ira è di solito contenuta. Nell’infanzia i nostri genitori la sopprimono con la loro autorità, con minacce, punizioni e respingendoci. Questa soppressione dell’ira non può, naturalmente, liberarci dall’ira; semplicemente la sospinge al di sotto della superficie cosciente, dalla quale fortunatamente riemerge in una forma di comportamento che è più accettabile dal punto di vista sociale. Un bambino che è sufficientemente arrabbiato a causa di qualche suo bisogno, può tentare di sviluppare una muscolatura più potente, di diventare il primo della classe o anche quello che ha il maggior numero di amici. Un giovane manifesterà la medesima ira in maniera di gran lunga meno accettabili: sbagliando un tema a scuola, ad esempio. Altre ovvie espressioni di ostilità l’insulto, il condannare, il criticare e la resistenza. Fra gli adulti, la resistenza assume normalmente forma di assenza di volontà nel cooperare. I bambini esprimono generalmente resistenza e disubbidienza. Potete dire a un bambino un centinaio di volte di appendere il suo vestito alla gruccia quando torna a casa, ed egli lo ammucchierà regolarmente in un angolo del pavimento. Lo stesso bambino, messo sul vaso troppo presto, potrebbe reagire continuando a sporcarsi più tardi. Un bambino che è costretto a mangiare spesso, inconsciamente sviluppa una tendenza al vomito. Dei molti modi di esprimere l’ostilità, alcuni sono costruttivi, la maggior parte no. Alcuni di quelli che sembrano costruttivi, come la dedizione alla verità, una moralità elevata, un dissimulato candore, di fatto non sono costruttivi. Quali sono quindi le vie costruttive per trattare l’ostilità? Che cosa dovremmo fare della frustrazione, dell’ostilità che troviamo in noi stessi. In primo luogo dobbiamo imparare a vivere con l’ostilità poiché essa è un aspetto inevitabile della nostra vita. Anche la più chiusa relazione umana, quella fra madre e figlio, è carica di ostilità reciproca. Molto spesso può capitare che una madre rimanga profondamente sconcertata quando il figlio le dice: “Ti odio”. Ma se guarda onestamente e con serenità in se stessa, vedrà che nonostante non dica al figlio “Ti odio”, essa sente ostilità per lui. Un aspetto importante per essere una buona madre è imparare a non odiare se stessa perché a volte odia il proprio figlio. Ci sono occasioni in cui odiamo persino noi stessi, così non è sorprendente che ci siano occasioni in cui odiamo coloro che amiamo di più. Ciò, naturalmente, non significa che possiamo esprimere la nostra ostilità in maniera indiscriminata. Niente di tutto ciò. E’ soltanto una riconciliazione con ciò che è inevitabile. Il lavoro più importante è imparare a evitare l’ostilità o esprimerla in maniera costruttiva. Spesso declamiamo o vaneggiamo senza cambiare la situazione che ci affligge; se, ad esempio, un cameriere in un ristorante ci serve in maniera scortese e frettolosa, più ci adiriamo, più disturbiamo la nostra digestione, non la sua. Egli non sta mangiando, così l’ira e l’ostilità nei confronti del cameriere finiranno col fare più male a noi che a lui. Idealmente, alcuni modi per accattivarci la sua attenzione e migliorare il servizio dovrebbero essere il nostro scopo. Oppure, come alternativa, potremmo utilizzare il tempo libero che abbiamo con i nostri commensali per una piacevole conversazione. Possiamo solo evitare di ripetere l’errore nello scegliere il ristorante e stabilire di non tornarci. Imparare a vivere con l’ostilità significa imparare come attenuare la sua intensità (questa grande energia vitale). Questo è un compito difficile. Ci sono occasioni in cui le espressioni di ostilità sono appropriate, persino necessarie. Quando si percepisce nettamente che un’azione vendicativa è appropriata, forse è meglio farla. Bisogna, però, cercare di compiere un’azione che gioverà alla situazione e che non esprimerà soltanto la bile personale. In secondo luogo dovremmo sviluppare tanti interessi quanto ne possiamo nella vita. ciò aumenta le fonti della nostra soddisfazione e d’altro canto diminuisce la suscettibilità alla frustrazione. Molti di noi sono troppo limitati. Siamo come delle estese praterie che non sono state irrigate e rese fertili. Non facciamo abbastanza per noi stessi. Abbiamo troppo pochi interessi, e quando siamo oppressi abbiamo una tendenza al collasso, a diventare irritati e adirati, a perdere il controllo della situazione. Se avessimo cominciato a essere assorbiti in una maggiore quantità di azioni che valga la pena di fare, non appena la frustrazione nasce potremmo facilmente sublimarla in una o nell’altra di queste attività per la nostra soddisfazione. Potremmo sviluppare l’abitudine a un adattamento istantaneo. Alcuni interessi naturalmente sono migliori di altri. Il gioco, ad esempio, è eccitante ma coinvolge il più delle volte il rischio di fallire. Meglio essere ostile che fallito. Spettacolare, un’altra via di uscita per l’ostilità, può costarvi le vostre amicizie. Se dedicate voi stessi a qualcosa che possa farvi diventare un qualcosa “assurdo ed esagerato”, potreste essere delusi da ciò che di fatto riuscite a raggiungere. Gli hobby più semplici sono vie di uscita molto più costruttive per l’ostilità. Dipingere, scrivere, far collezioni, fare lavori di falegnameria, pescare, darsi al giardinaggio… Una persona può lavorare sodo al giardinaggio e dipingere, e ciò significa cacciar fuori gran parte di energia accumulata come risultato dell’ostilità. L’abilità di modificare i nostri programmi e le nostre reazioni alle frustrazioni che ci circondano, è qualcosa che deve crescere insieme a noi, come l’opera d’arte cresce insieme all’artista. Un pittore comincerà a dipingere un oggetto in un modo, e quando la luce cambia muterà la sua interpretazione in maniera analoga e continuerà a fare operazioni di questo tipo man mano che ne sorgerà la possibilità. Nello stesso modo, c’è in noi una sorta di attesa su ciò che possiamo fare per i nostri amici, per i nostri bambini, per chiunque. Ma essendo materiale umano, questa gente, inclusi noi stessi, mostra una certa predisposizione a cambiare. Inoltre, noi non siamo in grado di controllare ogni situazione. Abbiamo i nostri programmi, ma dal momento che ci adattiamo alle situazioni dobbiamo spesso modificare i nostri fini nel cambiamento costante della realtà. Rivoltare i nostri fini è un aspetto dell’adattamento emotivo. Dobbiamo essere in movimento prima in una direzione e poi in un’altra. Quando cominciamo a muoverci in questo modo, risparmiamo noi stessi dal genere di frustrazione di natura ossessiva. Noi fronteggiamo dinieghi e frustrazioni in vari piccoli modi ogni giorno della nostra vita. Superiamo le frustrazioni e le ostilità che esse generano, in gran parte grazie allo sviluppo di un modo flessibile di considerarle. Dobbiamo imparare che il mondo non è contro di noi ogni volta che soffriamo di qualche piccolo rifiuto o negazione. Anche gli altri vengono respinti. Ciò che dobbiamo imparare è come chiedere per ottenere determinate cose in maniera efficiente. Ciò cambierà la proporzione che diamo alle frustrazioni in modo che l’ostilità diventerà meno pronta a manifestarsi al di fuori.




Il senso di inferiorità … e di superiorità.

Molti individui, se si domandasse loro se si sentono inferiori, risponderebbero, spesso con solerzia, di no, e qualcuno risponderebbe persino: “Proprio il contrario direi. Io so benissimo di essere superiore a coloro che mi circondano”. Noi non abbiamo bisogno di domandare, dobbiamo soltanto osservare il comportamento di un determinato individuo, perché così scopriremmo di quali “astuzie” si serve per rassicurare se stesso del proprio valore. Se, per esempio, vediamo qualcuno che si comporta in modo arrogante, possiamo supporre che egli pensi: “Gli altri possono guardarmi dall’alto verso il basso. Debbo dimostrare che anch’io sono qualcuno”. Se vediamo una persona che gesticola energicamente quando parla, possiamo supporre che egli pensa: “Le mie parole non avranno alcun peso se io non le sottolineo”. Dietro ogni persona che si comporta come se fosse superiore agli altri, possiamo sospettare un sentimento di inferiorità che fa di tutto per nascondersi. E’ come se uno temesse di essere troppo basso e camminasse in punta di piedi per sembrare più alto. A volte possiamo verificare proprio questo tipo di comportamento quando due bambini paragonano la loro altezza. Quello che ha paura di essere basso si stirerà e si terrà ben dritto; cercherà di sembrare più grande di quello che è. Se chiedessimo a questo fanciullo: “Credi di essere troppo piccolo?”, ben difficilmente potremmo aspettarci che lo riconoscerebbe. Da tutto questo consegue che un individuo che soffre di un forte senso di inferiorità non si presenterà necessariamente inoffensivo, tranquillo, riservato e sottomesso, perché il senso di inferiorità si può manifestare in migliaia di modi. Il senso di inferiorità è, presente in tutti noi, dato che tutti noi ci troviamo in una posizione che vorremmo migliorare. Nessun essere umano può sopportare a lungo un sentimento di inferiorità, perché in tal caso precipiterà in uno stato di tensione che richiede un qualche genere di azione. Ma supponiamo che un individuo sia scoraggiato e che non riesca, che se fa degli sforzi realistici riuscirà a migliorare la situazione. Egli sarà ugualmente incapace di sopportare i suoi sentimenti di inferiorità, lotterà ancora per liberarsene, ma ricorrerà a “strumenti” che non lo faranno evolvere in modo armonioso. La meta che si prefigge è ancora quella “di riuscire a vincere le difficoltà”, ma invece di superare gli ostacoli cercherà di “inebriarsi” per sentirsi superiore. Intanto i suoi sentimenti di inferiorità si accumuleranno, perché la situazione che li produce rimane inalterata e il loro stimolo persiste. Ogni passo che fa lo porterà più in là in questa illusione, e tutti i suoi problemi premeranno su di lui con sempre maggiore intensità e insistenza. Se noi guardassimo i suoi movimenti senza essere animati da uno spirito di comprensione, penseremmo che essi sono privi di scopo e ci darebbero l’impressione di non essere rivolti a migliorare la situazione. Se si sente debole, cerca di porsi in una situazione in cui possa sentirsi forte. Invece di cercare diventare più forte e di adeguarsi, cerca di apparire più forte ai propri occhi, ma il suo tentativo di “ingannare” (strategia) avrà un successo solo parziale. Il complesso di inferiorità si manifesta quando un individuo deve affrontare un problema che non sa e non può risolvere in modo adeguato, ed esprime la sua convinzione di essere incapace di risolverlo. Da questa definizione possiamo vedere che come l’ira, così anche le lacrime o le scuse possono essere l’espressione di un complesso di inferiorità. Dato che il senso di inferiorità produce sempre una tensione, si verificherà sempre un movimento di compensazione che tenderà a trasformare il senso di inferiorità in senso di superiorità senza però avere la funzione di risolvere il problema, giacché esso si esplicherà negli aspetti futili della vita, mentre il problema reale verrà soffocato o escluso. L’individuo tenterà di restringere il proprio campo d’azione e si preoccuperà più di evitare una sconfitta che di darsi da fare per avere successo. Chi soffre di disagi emotivi restringe, entro limiti più o meno ampi, il proprio campo d’azione e i propri contatti con la situazione complessiva. Così si costruisce una catapecchia angusta, chiude la porta e trascorre la vita al riparo dal vento, dalla luce del sole e dall’aria fresca. Dipenderà dalla sua esperienza se egli, nel tentativo di dominare, ricorrerà alla prepotenza o al pianto: sceglierà, infatti, il mezzo che ha conseguito maggior successo e che si è rivelato più efficace per i suoi scopi. A volte, se non è soddisfatto di un metodo, proverà l’altro. In ogni caso il fine è lo stesso: acquisire un senso di superiorità senza far niente per migliorare la situazione in maniera reale e concreta. Il bambino scoraggiato il quale s’accorge che può tiranneggiare meglio con le lacrime, sarà un bambino piagnucoloso; e una diretta linea di sviluppo porta dal bambino piagnucoloso all’adulto melanconico. Lacrime e lamentele possono essere un’arma estremamente efficace per disturbare la cooperazione e ridurre gli altri a una condizione di schiavitù. Con persone di questo genere, come con coloro che soffrono di timidezza, imbarazzo e senso di colpa, noi troveremo il complesso di inferiorità in superficie; costoro ammetteranno senza difficoltà la loro debolezza e la loro incapacità di badare a se stessi: quello che cercheranno di nascondere sarà la loro meta, sempre più alta, di supremazia, e il loro desiderio di essere primi a tutti i costi. Tutti i sintomi del disagio emotivo rivelano un contesto entro cui il movimento viene limitato. Nel modo di parlare del balbuziente noi possiamo vedere il suo atteggiamento esitante. Il suo residuo di senso sociale lo spinge a stringere rapporti con i suoi simili, ma la scarsa opinione che ha di se stesso, e il suo timore di giungere a un confronto, entrano in conflitto con il suo senso sociale, così egli, nel parlare esita. Abbiamo detto che i sentimenti di inferiorità non sono anormali in se stessi e che anzi, essi sono la causa di tutti i miglioramenti dell’umanità. Immaginiamo che sia possibile, per un singolo individuo, raggiungere uno stadio evolutivo dove non ci siano più difficoltà da superare. Noi non potremmo fare a meno di pensare che in tal caso la vita sarebbe molto noiosa, perché tutto sarebbe previsto, tutto calcolato in anticipo, il domani non ci porterebbe occasioni inaspettate e non ci aspetteremmo (niente) dal futuro ... che noia! Il nostro interesse per la vita è suscitato soprattutto dalla mancanza di certezza. Se noi fossimo completamente sicuri, se sapessimo tutto, non ci sarebbero più né discussioni, né scoperte. E’ una fortuna per noi che la vita non si esaurisca così facilmente, perché così l’uomo non smette mai di “lottare”, può sempre scoprire, conoscere, e creare nuove occasioni di cooperazione e di integrazione. Chi soffre di disagi emotivi è bloccato fin dall’inizio, il livello dei suoi problemi è inversamente proporzionale a quello, molto basso, delle sue soluzioni. L’individuo più “normale” dà, dei suoi problemi, una soluzione sempre più completa, e può quindi andare avanti, affrontare nuove difficoltà, e arrivare a nuove soluzioni. Non ha bisogno di particolare considerazione né la pretende, ma procede, con coraggio e indipendenza, a risolvere i suoi problemi in armonia con il senso etico e sociale. La meta di superiorità è personale e unica per ciascun individuo, e dipende dal significato che egli dà alla vita; questo significato, però, non è fatto di parole, ma è formato dal suo stile di vita. Nel suo stile di vita egli non manifesta la sua meta in modo tale che possa essere definita una volta per tutte, ma la manifesta in modo vago, così che noi dobbiamo supporla basandoci sulle indicazioni che ci dà. Il significato della vita si acquisisce in quei primi quattro o cinque anni di vita; e non si acquisisce mediante un processo matematico, ma mediante oscuri brancolamenti, mediante sentimenti non compresi appieno, andando a caccia di sintomi annaspando in cerca di spiegazioni. La meta di superiorità quindi viene fissata allo stesso modo, "agitandosi" e congetturando; è una lotta per la vita, una tendenza dinamica, non un punto fissato su un grafico e geograficamente determinato. Nessuno conosce la propria meta di superiorità così bene da poterla descrivere completamente.

… per superare il senso di inferiorità è necessario cambiare rotta: smettere di seguire modelli di perfezione, false idee di se stessi, di portare in scena quel personaggio irreprensibile e puro, di nascondere “debolezze” e “difetti”, di voler migliorare continuamente anche senza motivo, di essere sicuri e brillanti a tutti i costi … basta essere “semplicemente” quello che si è realmente.




Il “partner” più pericoloso del vivere quotidiano…

L’uso della parola “stress” nella lingua inglese è molto antico e può essere tradotto letteralmente con “stretto” o “costrizione”. Poche parole della lingua italiana soffrono di un uso altrettanto diverso ed ambiguo. Nell’ambito della comunità scientifica, le definizioni dello stress psicologico e fisiologico variano confusamente dalle fonti dello stress ai risultati dello stress. In tale termine, comunque, è implicita l’idea di violenza, tensione, pressione e sforzo. Più semplicemente, il concetto - ai tempi nostri - indica l’adattamento dell’organismo a nuovi contesti e ad eventi imprevisti. E’ uno stato di tensione acuta dell’organismo “spinto” a mobilitare le sue capacità di difesa per fronteggiare una situazione di minaccia (vera o solo pensata). Il fattore aggressivo (reale o immaginario) può essere fisico - trauma, agente tossico o infezione - oppure psicologico (emozione). La reazione fisiologica è caratterizzata da modificazioni neuroendocrine strettamente connesse tra loro, che fanno intervenire l’ipotalamo (centro cerebrale delle emozioni), l’ipofisi e le ghiandole surrenali (centro della reattività). Un malessere psicosomatico capace di minare completamente il corpo ed è potenzialmente all’origine di svariate patologie: il disagio psicologico porta a una caduta delle difese immunitarie e crea il terreno per il disturbo organico. Quando l’individuo vive perennemente in uno stato ansiogeno, lo stress “aggredisce” le cellule del sistema nervoso iniziando a “deformare” le aree fisiologiche coinvolte. Somatizzazioni che comportano evidenti alterazioni del sistema nervoso neurovegetativo e del metabolismo. Solitamente si esprime con sintomi psichici come ansia, disturbi ossessivi compulsivi, attacco di panico oppure, a livello fisico, con tensione muscolare, cefalea, gastrite, ipertensione, tachicardia, dermatite, cefalea e, da non sottovalutare mai, stanchezza improvvisa… e molti altri guai, seppur in forma silente ma sempre invalidanti, come mal di schiena, insonnia, ulcera, allergie. E’ una risposta biologica (secrezione ritmata dei neurotramettitori cerebrali) a qualsiasi stimolo o richiesta ambientale; reazione d’allarme che si evidenzia attraverso modificazioni biologiche e comportamentali e si acuisce quando la sollecitazione persiste nel tempo. Molti sono i fattori che influiscono sul fenomeno stressogeno: il dolore cronico, le malattie invalidanti, le attività ripetitive ed insopportabili, la frustrazione, un diffuso senso di inadeguatezza, i cambiamenti repentini, le delusioni delle proprie aspirazioni, i lutti, la fine di rapporti importanti. Il vero problema, comunque, contrariamente a quello che si pensa, non sono solo i ritmi frenetici (lavoro, traffico, parcheggio, troppe spese, troppe tasse, comunicazione difficile) ma anche gli stati emotivi che minano le difese, indeboliscono e logorano in profondità l’individuo (continuo alternarsi di fasi attive e passive; il passare da uno stato di tensione ad uno stato di rilassamento). Gira voce, in molti ambienti qualificati, che per lo stile di vita che si conduce, soffrire di stress sia quasi un percorso obbligato. Non sempre è così. Il più delle volte non è responsabile la vita moderna, non è da lì che inizia lo stress, come spesso si preferisce credere. Quando l’esistenza viene scandita da un ritmo innaturale, sempre uguale a se stesso, privo di creatività, vuol dire che si sta alimentando un “compagno” di viaggio veramente fastidioso e pericoloso: lo stress. I veri imputati, quelli più infidi, che condizionano “l’esistenza” sono i comportamenti, gli atteggiamenti mentali sbagliati. In pratica, produce stress, tutto ciò che ostacola un ritmo spontaneo, naturale e fluido. Si diventa prigionieri di modi di dire e di fare che incrementano una tensione continua. Lo stress compare tutte le volte che non si è naturali e spontanei, quando la novità diventa uno sforzo (lavoro, trasloco, matrimonio, nascita di un figlio). Prende corpo, il più delle volte, da una mentalità “confusa” che porta a vivere una vita frammentata, in conflitto con un mondo percepito sempre come nemico, dentro un percorso che non dà felicità e, soprattutto, vincola ad un modello esistenziale che altri hanno deciso. Cosa fare. Quando si è stressati, non bisogna commettere l’errore di fermarsi, crogiolarsi al dolce far niente, illudendosi così di sfuggire alla vita: quando il riposo termina, la tensione è lì pronta a riprendere il suo posto. Non è escluso, poi, che il tempo trascorso a riposare sia immune da logorio, agitazione e ansia. E’ proprio l’inerzia a trascinare la mente nel vortice della tensione. L’inattività, nel tempo, oltre a determinare uno stato depressogeno, crea una vita opaca e decisamente noiosa. E’ il “non fare” ad innescare cerci sintomi come: depressione, emicrania, attacco di cuore, malattie infettive. L’antidoto giusto non è, quindi, il riposo assoluto tanto meno la fuga, ma le “giuste attività” che danno spazio alla vera creatività (potente anti stress) e vanno a riattivare con grande soddisfazione le energie spente o assopite. Quando si sente che la tensione sta raggiungendo i livelli di guardia, i pensieri creano confusione e le preoccupazioni assediano senza tregua è giunto il momento di mettere in atto tutte quelle cose che danno un senso di sollievo e di serenità. Evitare, nel contempo, di coltivare l’inutilità e confondere le priorità. Se lo sconforto prende il sopravvento e si è in balia di un disagio costante è doveroso esaminare e considerare la possibilità di cambiare alcuni atteggiamenti nei confronti della vita (da soli o con l’aiuto di una persona qualificata). Non bisogna mai dimenticare che la struttura mentale può influenzare enormemente la salute, il benessere e il senso di soddisfazione. Ricordarsi, inoltre, che ogni individuo è il miglior laboratorio fisiologico di se stesso. Prestare attenzione, quindi, a come si reagisce agli eventi ed alle circostanze. Alcune metodiche distensive psicosomatiche (ipnosi, meditazione, massaggio), inoltre, non solo svolgono una azione di benessere diffuso, ma riducono efficacemente la possibilità di malattie cardiovascolari (ricerche effettuate da American Medical Association).




12.0 .CLASSIFICAZIONE dei DISTURBI di PERSONALITA'.

SOGGETTI CHE APPAIONO STRANI ED ECCENTRICI.

• Disturbo Paranoide di Personalità. • Disturbo Schizoide di Personalità. • Disturbo Schizotipico di Personalità.

Cluster* A.Disturbo paranoide di personalità

(diffidenza e sospettosità)... il rapporto primario con figure di riferimento è contradditorio, minaccioso ed umiliante. Un soggetto che si valuta sempre corretto, giusto e innocente ... perennemente minacciato. E' un disagio emotivo caratterizzato da idee persistenti in cui il soggetto vede nemici ovunque ... insicuro e sensibile, sempre sulle difensive, pensa che gli altri ce l'abbiano con lui o che stiano tramando oscure o diaboliche trappole nei suoi confronti. Porta rancore, si sente perseguitato, sempre vittima di un complotto o di truffe ... cerca conferme ai loro sospetti, accusa e contrattacca. In ogni occasione si trova dalla parte giusta, puro, innocente e minacciato ... gli altri sono visti come intrusivi, ostili e maligni. Ogni cosa viene vissuta e interpretata - senza nessuna giustificazione concreta - come malevole o pericolosa. Non ha assolutamente fiducia nel prossimo ed è sempre alla ricerca di qualcosa che non va, umiliazioni, inganni e fregature di vario tipo: la parola d'ordine è diffidare, stare sempre allerta ... il mondo è popolato da nemici. Oscilla tra una impotente vulnerabilità a una distruttività grandiosa e onnipotente. Nelle sue forme più sfumate il soggetto viene definito come geloso e sospettoso ... dilaniato dal dubbio. Essendo un disturbo psicotico non dovrebbe essere difficile fare questa diagnosi; tuttavia possono sorgere dubbi con la personalità psicopatica, ossessiva e dissociativa. Difficilmente chiude gli occhi (spalancati, fissi, impenetrabili) e alcuni distretti corporei sono duri come acciaio. Saranno gli apparati di contatto e di scambio a farsi carico del malessere fisico.

RIASSUNTO (Disturbo Paranoide di Personalità). Gli individui con disturbo paranoide di personalità sono estremamente sospettosi, sprecano gran parte delle loro energie nella ricerca di intrighi, motivi loschi dietro il comportamento altrui… si consumano nel dubbio. Alcuni possono essere furtivi, rigidi e sospettosi, altri invece arroganti con mania di grandezza. Interpretano le azioni della gente come umilianti o minacciose: dubitano della lealtà e si aspettano sempre, da un momento all’altro, qualche inganno… la realtà - pur non essendo rifiutata o negata - viene distorta. I sentimenti spiacevoli e pericolosi vengono separati (scissione) con quelli di valenza positiva: i primi sono proiettati sugli altri i secondi non sono presi in considerazione. Chi è affetto da questo disturbo è in uno stato di vigilanza esasperata e prende le dovute precauzioni verso qualunque minaccia percepita. Proprio per questa ragione difficilmente rinuncia al controllo, si lascia andare in maniera affettuosa alle relazioni perché diversamente lo renderebbe fragile di fronte ad un eventuale attacco. Gli altri – in modo da mantenere l’autostima - sono passati al setaccio, analizzati, scrutati in ogni minimo gesto: esaminano le cose con pregiudizio scartando quel che non riguarda le loro supposizione. Cercano segnali e conferme che diano sostegno ai loro sospetti o pregiudizi… ignorando completamento le cose che possono dimostrare il contrario. E’ risaputo che la persona sospettosa ha un’attenzione acuta, ristretta rigidamente diretta a trovare indizi, certe prove. Questi soggetti vivono ogni nuova situazione o relazione con diffidenza estrema circa il modo di pensare e il comportarsi degli altri. Il più delle volte fraintendono le intenzioni interpretandole male, leggendo fra le righe scovano, a loro dire, significati reconditi e malevoli. Possono arrivare ad una condizione emotiva in cui non sono più in grado di distinguere la realtà dalla fantasia. Quando sono sotto tensione possono sviluppare sentimenti di insicurezza, vulnerabilità, debolezza, inadeguatezza o di inferiorità… non percependo alcuna alterazione in se stessi difficilmente cercano un aiuto psicologico. Si presentano con un fare critico (moralisti), accusano tutto e tutti dei propri fallimenti (attribuiscono agli altri i loro stessi sentimenti e impulsi: proiezione)… non riescono a digerire colpe, critiche e rimproveri per gli errori - anche quando sono fondati - che hanno commesso. Un soggetto che oltre ad essere stato carente di affetto, ha vissuto conflitti con l’autorità (padre)… dominato dalla paura dalla punizione, terrorizzato dal rimprovero e dal rifiuto. Una madre spesso iperprotettiva ha insegnato a diffidare delle proprie capacità e degli altri.



Non mi fido di nessuno!

Aristotele era solito affermare che i giovani non possono essere sospettosi perché di male non ne hanno ancora visto molto; sono fiduciosi perché non hanno ancora avuto il tempo di essere ingannati. Ma è proprio vero? Non sempre è così. Il sospetto, infatti, anche nelle sue forme più sfumate, è presente sia nei grandi sia nei piccini. Un certo grado di diffidenza, comunque, è indispensabile per evitare profonde frustrazioni e scongiurare delusioni più brucianti; può diventare un prezioso salvavita contro truffe, colpi bassi, porte in faccia, raggiri, inganni, tranelli e soluzioni miracolose. In realtà, un ragionevole sospetto verso gli altri è una norma di prudenza, soprattutto quando si è di fronte ad un ambiente potenzialmente pericoloso e realisticamente ostile. Se non supera un certo valore, quindi, può avere un ruolo fondamentale a livello evolutivo e nell’organizzazione dell’esperienza di ogni individuo, facilitando la percezione e la consapevolezza di potenziali pericoli. E’ l’eccesso di diffidenza, quella inutile e paradossale, che può rovinare la vita di queste persone. Diventa una modalità patologica, quando tale fenomeno spinge il soggetto a interpretare le motivazioni degli altri, anche le più neutre, sempre come malevole e minacciose; un relazionarsi rigido, una mancanza di fiducia nel prossimo, un atteggiamento perennemente guardingo e reticente. Un personaggio sempre sul chi va là, spesso litigioso, freddo e distaccato, attento a ricercare significati oscuri e minacciosi. Tutto ciò implica un’eccessiva ipervigilanza, grande circospezione e continuo controllo. E’ un soggetto che spende tutte le sue energie per “sventare” i tentativi di coloro che, a suo dire, hanno intenzione di umiliarlo e svergognarlo. Non sono soltanto oppressi dai sensi di colpa, preoccupati, cauti, diffidenti, invidiosi, guardinghi, sospettosi, vendicativi, spesso inaciditi, ma essi - nelle forme più gravi - vedono il crimine in ogni angolo o il complotto dietro ogni sguardo. Chiunque può essere vissuto come una potenziale minaccia o un nemico crudele: nemici sempre pronti a minare la felicità e mettere in pericolo i loro valori. Queste persone non sembrano avere seri problemi lavorativi e sociali, ma spesso non è affatto così: nel lavoro esse hanno di solito difficoltà con figure che incarnano l’autorità, e data la loro scarsa fiducia verso il prossimo, è possibile che vivano la loro vita sociale in perfetto isolamento. Spesso, nell’ambito lavorativo, per tenere sotto controllo tale atteggiamento e gestire l’autorità temuta, hanno scelto di indossare l’uniforme che, anch’essa, rappresenta il comando e l’autocontrollo. E’ un’esperienza a dir poco terrificante, anche se non è altro che una colossale montatura fantasiosa. La loro sofferenza non trova facilmente una soluzione in quanto, avendo questa enorme difficoltà ad accordare fiducia a qualsiasi professionista e, quindi, a tutte le metodiche terapeutiche possibili, difficilmente chiedono - se non dietro la spinta di pressioni esterne - aiuti o iniziano spontaneamente una terapia. Quelli che, in un attimo di profondo sconforto, ricorrono autonomamente ad un trattamento sono, spesso, talmente sospettosi che abbandonano anzi tempo la cura (temono di essere avvelenati, sfruttati, danneggiati, ingannati … avere a che fare con incapaci o ciarlatani). Cosa molto più seria è che molti di questi soggetti solitamente non cercano nessun trattamento perché non scorgono in se stessi alcuna alterazione. Tali tratti caratteriali, infatti, nel tempo, diventano stabili e talmente “normali” che il soggetto stesso non è più in grado di rendersi conto della problematica invalidante. Questo tipo di pensiero “persecutorio” affonda le sue radici in un passato caratterizzato da un rapporto difficile con l’adulto e pieno di mortificazioni emotive: piccoli continuamente esposti a ripetute esperienze di sopraffazione e umiliazione. Nella storia, quindi, di queste persone si ritrovano critiche assurde, spesso punizioni pretestuose, adulti difficili da soddisfare e pesanti mortificazioni. Un contesto sociale difficile in cui dominava rigidità, sarcasmo, critica e scherno. Poiché questo tipo di rapporto, spesso lo si riscontra, con sfumature assai diverse, in ogni nucleo familiare è possibile che ogni individuo, a sua insaputa, sia portatore - se non intervengono, durante le fasi evolutive, meccanismi compensatori - di questa singolare organizzazione mentale. La diffidenza, comunque, profonda o sfumata che sia, fa male alla salute. Chi è calato in questa dimensione mentale, quindi, può essere affetto da una serie di malesseri psicosomatici. Anzitutto questi soggetti, proprio perché si trovano costantemente sulla difensiva, sono rigidi a livello fisico (ossa, muscoli) e mentale (pensiero, stile di vita). Essendo poi ansiosi, oltre a non essere in grado di vivere serenamente incontri ed esperienze affettive, dormono male, soffrono di tachicardia e problemi cardiocircolatori. I problemi sessuali, poi, sono all’ordine del giorno. Cosa fare. Come sopra evidenziato, è difficile che questi soggetti cerchino spontaneamente aiuto perché non vedono in se stessi alcuna alterazione. Chi invece ricorre ad un trattamento, in genere per ansia o tratti depressivi connessi, sono così sospettosi che abbandonano il trattamento subito dopo un piccolo miglioramento. Poiché i problemi sono radicati da lungo tempo, richiedono sempre interventi intensivi e di lunga durata. La chiave del successo è lo sviluppo di una relazione leale, onesta e di sostegno tra soggetto e professionista, proprio quello che questi individui stentano a garantire. Una volta, però, superata questa difficoltà, essi cominciano a fronteggiare i sentimenti di insicurezza, di vulnerabilità, di debolezza, di inadeguatezza, di inferiorità e di disistima con grande determinazione. La psicoterapia di supporto è considerata ancora oggi il metodo più idoneo per uscire da questo atteggiamento e cambiare le percezioni che sono all’origine di tale problema. Sviluppare, quindi, un po’ di autostima, guardare la vita con più obiettività e aprirsi leggermente alla socievolezza … tutto ciò, con le mosse terapeutiche adeguate e l’impegno giusto, può essere risolutivo e “costare” davvero poco.

… i sospetti impoveriscono i rapporti, spengono l’entusiasmo e la spontaneità… non meno importante, poi, con quel fare saccente si perde la possibilità di confrontarsi, di conoscere, di esplorare nuovi percorsi, di fare nuove esperienze genuine… non va dimenticato, inoltre, che quando ci si sente autosufficienti, si pensa di non aver più bisogno di nessuno, di aiuto anche quando è necessario, altro non si fa che creare cronicità ai vari disagi… il rimprovero continuo agli altri crea deserto e solitudine.




Vincere i più comuni disagi quotidiani…

In questo periodo storico, caratterizzato da una profonda crisi economica e segnato da un indiscutibile declino dei valori tradizionali, le sensazioni negative che rendono spiacevole la vita sono all’ordine del giorno… sono davvero tante. Tutto cambia con estrema rapidità. Le convinzioni, i modi di pensare, il senso di precarietà, i fenomeni in costume, l’amore, l’aggressività, determinano una cultura imprevedibile, confusa e provvisoria sul domani. Si diventa sempre più vulnerabili alle novità della vita. La realtà circostante si colora intensamente di sensazioni negative e di avvenimenti spiacevoli. Tale fenomeno tocca, in modo differente, ogni individuo. Ed ecco, all’improvviso, comparire una serie di scomodi e sgradevoli compagni di viaggio: la paura di perdere quello che si è conquistato nel tempo, rende la vita sempre più invivibile, l’ansia per un futuro incerto rende apprensivi e fa girare a vuoto, avvitandosi su se stessi, un senso di impotenza per il timore di non riuscire cambiare le cose fa sentire inadeguati e a corto di energia, la rabbia, che aumenta per le ingiustizie subite, si fa sempre più distruttiva, l’insicurezza, rigorosamente collegata a tratti depressivi, fa scivolare sempre più in uno stato grigiore, di buio assoluto e di totale apatia. La paura è una sensazione piuttosto diffusa in certi momenti di crisi. Dopo tanti sforzi per raggiungere una tranquillità economica e sociale, ecco che si rischia di perdere improvvisamente tutte quelle condizioni di benessere acquisite e consolidate nel tempo. La paura è un modo fisiologico di reagire alle novità o a tutto ciò che turba l’equilibrio. Quando la convinzione di aver perso l’appoggio esterno, che caratterizzava e sosteneva la propria esistenza, si fa sempre più dilagante, si crea una condizione che finisce per annichilire l’individuo che si trova immobile, disorientato e terrorizzato di fronte a qualunque cosa possa riservargli il futuro. Queste paure, secondo la psicosomatica, possono esprimersi a livello somatico attraverso vari disturbi come: calcoli renali, pollachiuria, colite e incubi notturni. Cosa fare. Alcune strategie terapeutiche cognitive, basate sulla concretezza e sulla realtà, aiutano ad allontanare i timori e i fantasmi del futuro. L’ansia, invece, è la paura senza oggetto specifico. Si vive nella dolorosa attesa di un pericolo indefinito ed imprevedibile. E’ caratterizzata da un’inspiegabile ed immotivata frenesia: il soggetto si sente un po’ strano, il cuore batte velocemente, la gola è contratta, manca il respiro e, all’improvviso, si trova madido di sudore. E’ un fenomeno di grande agitazione che, oltre a scatenare un grande timore per la propria salute, si insinua nella quotidianità producendo stanchezza e malesseri diffusi. Anche in questa condizione emotiva ci si sente ingabbiati, i ritmi naturali vengono completamente sconvolti e possono comparire: palpitazioni, insonnia, sudorazioni, eiaculazione precoce, dispareunia e disturbi alimentari. Cosa fare. Con semplici esercizi distensivi psicosomatici è possibile ritrovare il ritmo giusto e la propria serenità. Il senso di impotenza emerge quando la persona, di fronte anche ad un problema di poco conto, è bloccata dalla convinzione di non potercela fare o di non avere sufficienti energie per terminare un progetto che, improvvisamente, appare inaffrontabile: tutto sembra impossibile a realizzarsi. La paralisi è totale: amarezza e delusione aumentano in maniera esagerata, e ben presto il senso di impotenza lascia il posto ad un’amara rassegnazione; in questa condizione prende corpo la convinzione che la vita non riservi più nulla di interessante. Questa sensazione si esprime nel corpo attraverso: aritmia cardiaca, impotenza e frigidità, perdita di capelli e astenia. Cosa fare. Poiché sono sensazioni difficili da sradicare sarà utile suddividere tutti gli impegni della vita quotidiana in piccole tappe in modo tale da ottenere non solo un risultato immediato e, quindi, la conferma delle potenzialità, ma soprattutto ritrovare, man mano che si raggiungono i risultati, l’autostima e la fiducia nelle proprie capacità. Un altro atteggiamento che spesso si accompagna a sofferenza piuttosto diffusa è la tendenza a frenare o soffocare l’espressione di rabbia che le varie situazioni quotidiane possono fare insorgere. Alcuni ambienti sociali suggeriscono di reprimerla e di controllarla dando, in tal modo, un volto negativo e non costruttivo dell’aggressività. Molte persone, infatti, anziché “sbottare” di fronte a situazioni ingiuste ingoiano completamente la rabbia e il risentimento. Questi sentimenti, però, non essendo completamente “neutralizzati”, continuano a ribollire determinando nel soggetto una forte tensione invalidante. Ecco allora che, continuando ad accumulare rabbia senza sapere come esprimerla, il corpo prenderà in consegna tale disagio emotivo. Per dare libero sfogo all’aggressività il corpo avrà una propria modalità espressiva specifica: cefalea martellante, crampi muscolari, gastrite, esofagite da reflusso, eczema alle mani. Cosa fare. Per questa emozione l’intervento terapeutico principale sarà quello di sciogliere completamente le tensioni e decomprimere tutti gli organi troppo sollecitati da istanze aggressive non adeguatamente espresse. Attraverso alcune metodiche terapeutiche immaginative sarà possibile entrare in contatto con gli aspetti più costruttivi del sentimento di rabbia. L’insicurezza è una condizione psicologica che si manifesta col timore che “manchi la terra sotto i piedi”. Le preoccupazioni, i timori e i vari malesseri generalizzati, quando il futuro appare incerto, sono più che “giustificati”: ci si sente smarriti, sfiduciati ed insicuri. Si ha la sensazione che da un momento all’altro alcuni eventi della vita possano sovvertire in maniera drammatica il corso della vita. Non avendo più nessun punto rassicurante si è completamente in balia degli eventi e, quindi, presi dal dubbio si è incapaci di fare scelte adeguate. Una condizione, questa, che si accompagna spesso ad alcuni sintomi che traducono nel corpo questo stato di preoccupante insicurezza: vertigini, bulimia, cefalea, disturbi oculari. Cosa fare. Per questo disturbo esistenziale saranno utili tutte quelle metodiche terapeutiche rivolte a migliorare le condizioni di autostima.


Cluster A .Disturbo schizoide di personalità

(ama star solo, autosufficiente, profondamente distaccato dalle cose, non sono attratti dagli altri, indifferenza per le relazioni sociali ... una fobia per il contatto )... difficoltà nello stabilire relazioni sociali. In questo disturbo i rapporti sono superficiali e, quindi, la parola d'ordine è statemi lontano ... osservatore, mai coinvolto e partecipe alle situazioni, agli eventi della vita. E' distaccato, freddo, non ha sogni, tantomeno desideri e interesse per i suoi simili ... non prova emozioni né positive né negative. Un soggetto che ha vissuto il suo primo rapporto con una figura di riferimento troppo assente (incapace di manifestazioni affettive e di contatto, un'atmosfera glaciale: rifiutante. Un bimbo terrorizzato e pieno di paura) o troppo presente (una figura invadente, invasiva che controlla e priva il fanciullo di fare esperienza: non c'è privacy e intimità... solo paura). Solitario, ritirato in se stesso, staccato dal mondo, nella sua turris eburnea guarda le cose e gli altri con profonda diffidenza ... un mondo pieno di tranelli e pericoli. Sono individui che non desiderano provare piacere nelle relazioni interpersonali strette e quando si trovano costretti a sperimentare tale esperienza, reagiscono in maniera inadeguata, sprezzante e arrogante. Scelgono lavori solitari con scarsi contatti umani ... non amano condividere affetti ed esperienze sociali. Non ci sono esperienze sensuali corporee che colorano le loro giornante, tantomeno l'attività sessuale (a volte notevole ma senza relazione emotiva) ... non esprimono emozioni e reagiscono con indifferenza sia alle approvazioni sia alle critiche: impassibili di fronte ad eventuali rifiuti. Nella forma grave in questi soggetti si riscontra un atteggiamento di controllo, dominante e sadico. Proprio perché ha sviluppato una fobia di contatto e di scambio le tensioni croniche si localizzeranno sulla pelle (in particolare psoriasi, eczemi) e a livello respiratorio (asma, dispnea). Un disturbo che può essere confuso con la personalità ossessiva - compulsiva. Un soggetto, spesso - quanto è "puro" - molto magro, astenico e contratto.


Cluster A.Disturbo schizotipico di personalità

(Disagio nei rapporti intimi, isolamento, aspetto bizzarro, comportamento strano e eccentrico) ... cure materne inadeguate e ritiro in un mondo immaginario. Anche qui troviamo un soggetto isolato, sospettoso, disturbato nel pensiero, che non si fida di nessuno, ma che si fa notare ... eccentrico nel comportamento, nel vestire e nel parlare (difficile da capire). I rapporti sono vissuti con senso di disagio ed ansia (pensa che gli altri possono trarre sempre vantaggio a suo scapito), non manifestano alcuna emozione se non in maniera imbarazzata ed inappropriata. Pur avendo la consapevolezza delle loro stranezze hanno l'impressione che la gente parli o rida di loro, credono in cose assurde e strane, sentono la presenza di defunti e odono voci ... si sentono chiamare per nome. E' un disturbo vicino alla personalità schizoide. I problemi fisici sono legati a problemi di contatto e scambio (epidermici, respiratori e intestinali).

RIASSUNTO (Disturbo Schizotipico di Personalità). I soggetti con questo disturbo, oltre ad avere problemi relazionali (incapaci di interagire, di confrontarsi e di dialogare), pensano, percepiscono, agiscono e comunicano, in maniera visibilmente insolita, strana, bizzarra ed eccentrica. Usano frasi e parole insolite senza mai guardare in viso l’interlocutore. Un quadro clinico molto simile a quello schizoide, ma con sintomi psicotici più marcati: ritiro dalla realtà e creazione di un mondo fantastico (immaginario). Traggono scarsa gioia dal vivere quotidiano, dallo scambio affettivo e dalle relazioni con gli altri, possono presentare stati d’animo dolorosi, ansia e depressione: tendono all’ipocondria (illusioni corporee, sintomi fisici insoliti) e al suicidio. Li caratterizza una vita grigia e vuota priva di entusiasmo e di motivazioni: non hanno amici intimi o confidenti. Hanno un aspetto insolito: vestiario inadeguato alle circostanze, parlano in maniera strana, look disordinato e igiene personale che lascia un po’ a desiderare. Sono individui freddi e distaccati che vivono in un clima di isolamento, sfiducia e sospetto (pensieri paranoici). Condizionati da opinioni, idee e percezioni distorte: possono pensare, girando per strada, che un passante occasionale parli o rida di loro, magari sentire voci che li chiamano per nome, parlare da soli o credere di possedere capacità profetiche (credenze magiche)… pensano di avere una missione speciale da compiere sulla terra. Sono spesso seguaci di sette religiose, attratti dall’occulto, storie di ufo… credono nella chiaroveggenza, telepatia, a un sesto senso. Anche in questo disturbo troviamo un deficit relazionale i